Per prendere altre vie bisogna prima lasciare la strada maestra

di Kuruccha
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I colorati vanno lavati a parte

[Okita, Kagura]


Gli capita di osservarla da lontano, un lampo arancione contro il grigio e il nero di quel che resta di Kabuki-cho. Accanto a lei c’è ancora l’enorme bestia bianca, ed è proprio per via del fiuto di Sadaharu che Sougo rimane all’erta, pur nascosto nell’ombra scura della sala da pachinko dismessa. Di fronte a lei, una manica di uomini che nemmeno s’immaginano il guaio in cui stanno per cacciarsi.
La ascolta mentre tenta di dissuaderli dal loro scopo. Kagura ha perso da tempo il suo aru, aru - e forse è anche per quel motivo che nella mente di Sougo non è più China ma Kagura; ma l’aru, aru non è la sola cosa che si è persa in quegli anni, e preferirebbe cento volte poterla chiamare ancora China come un tempo, se questo volesse dire che almeno i suoi occhi sono rimasti gli stessi, - ma il modo in cui flette le dita prima di partire all’attacco è sempre identico, con la gamba d’appoggio già pronta a sostenere il contraccolpo del primo calcio. Gli uomini non badano a quel sta loro dicendo e corpo di Kagura si muove, da lampo a tornado, gli occhi fissi sulla figura che non è più un essere umano ma un nemico. Sougo studia la sua apatia, il modo in cui le sue pupille non si staccano mai dalla preda dopo averla agganciata, il colpo preciso con cui immobilizza e atterra chi le si para davanti – e non è simile a suo fratello, no, non più; non c’è in lei quella sete di sangue che ha letto in Kamui. Kagura ferma il brigante a capo di quegli uomini, mette in fuga gli altri, fa semplicemente quello che deve essere fatto, e Sougo non ha bisogno di chiedersi quale interruttore abbia acceso in lei quel cambiamento.
Da quand'è che siamo così simili?, si chiede, uscendo allo scoperto una volta che tutti gli altri se ne sono andati.
Ma lei non lo vede, e rimane lontana, arancione sul bianco di quel che resta della Yorozuya di Kabuki-cho.

 

Originariamente postata qui. :)




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