Filo di lama

di Lady A
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Caro estraneo – tu, che fosti mio giorno immenso,
e più caro,
e racconti infiniti, fino al volar delle stagioni.
 
La tua voce colmava il buio – che non mi era amico.
 
A volte fuggivi per gioco,
io correvo a prenderti, per tirarti indietro,
come fossi un’irripetibile estate,
e io il primo azzurro fiore, che s’affaccia nel bel cielo,
ad apprendere il linguaggio del mondo.
 
Come una bambina, allora,
trovavo il mio nido nel tuo sguardo.
E i tuoi passi, quando mi eri lontano,
mi ferivano il cuore.
 
 
Tu, caro estraneo,
d’improvviso lasciasti che la ghigliottina
mi precipitasse addosso,
fino a spezzare le corde del pianoforte
che ancora accordavo nel petto – che era anche il tuo.
 
Le tue mani affilarono la sua lama
in una cella sotterranea,
dove i ricordi tuoi tacevano in catene,
invisibili quanto il suono della fontana giù in paese,
che mi illudevi fosse il mare.
E io fingevo di crederti, quanto una cieca
a cui si porge il mondo, in uno spicchio di mela.
 
Oh, quanto coraggio avesti,
a buttar giù il pesante filo di metallo,
con gli occhi miei nei tuoi – come un unico
volto in uno specchio.

 




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