12 mesi fuori dall'Inferno

di Dead_Astronaut
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Lista capitoli:
Capitolo 2: *** [Prologo] ***
Capitolo 3: *** [Gennaio] ***



Capitolo 2
*** [Prologo] ***


Buio. Oscurità. La voce squillante di un bambino che rompe il silenzio in modo agghiacciante. L’urlo prosegue per un tempo apparentemente infinito trapanandomi i timpani. Silenzio. Il suono si ferma di colpo trasformandosi in un pianto contorto. Vedo una luce. Una fioca luce che comincia ad illuminare lo spazio davanti a me. Il pianto continua, il volume della voce rimane invariato e funge quasi da sottofondo. Nella sua voce riesco a percepire paura e sofferenza. Finalmente i frammenti di luce ricadono sul bambino illuminandone la minuta corporatura. Non ho la vista sfocata, riesco a vedere anche troppo bene e la cosa innalza la mia paura a dei livelli massimi. La mia attenzione ricade sulle mani del bambino che si aprono e si chiudono sopra il suo viso senza permettermi di vederlo ma lasciando passare il suono. Non riesco a muovere un solo muscolo. C’è un muro dietro di lui. Un gigantesco ed infinito muro color seppia si estende dietro le spalle del bambino. La voce cristallina comincia ad alzarsi in un continuo e contorto pianto. Ho solamente due sensi funzionanti; riesco solo a vedere e sentire, nient’altro. Passo la mia attenzione sul muro. Ci sono delle foto..molte foto. Sono tutte diverse, più o meno sbiadite. Non ce ne sono due uguali. I soggetti delle foto sono delle famiglie e dei paesaggi sfocati che non credo di aver mai visto in vita mia. In quelle immagini tutti sorridono. Sulle loro bocche sono stampati dei falsi ed inquietanti sorrisi. Accanto al bambino c’è una figura..umana? Non sono certo che questa sia la realtà. L’unica cosa che sò è che voglio andarmene. Se è un incubo voglio che finisca. Il pianto continua senza sosta. La testa mi gira. Ci sono dei brevi attimi di buio e luce mentre la figura si muove in modo inpercettibile verso di me. E’ volece come un battere d’occhi. Ho paura. Sento le tempie pulsare. La figura è sempre più vicina ai miei occhi. Devo scappare. Voglio lasciare quell’essere e quel bambino alle mie spalle ma non riesco a muovermi. Il mio corpo è paralizzato. Stò impazzendo. Il pianto continua diventando assordante. Le tempie continuano a pulsarmi più intensamente. Una scossa. Una forte scarica elettrica  attraversa brutalmente il mio corpo riportandomi alla normalità. E’ tutto finito. Il respiro mi torna. Le tempie smettono di pulsare. Il buio se ne và lasciando il posto ad una luce accecante che mi attraversa gli occhi.

“Ha aperto gli occhi. Il battito è lento, serve un'altra scossa.” Sento le voci di alcuni uomini rimbombarmi nella testa. Il mio sguardo è spento ed è rivolto verso il vuoto in quella che pare essere una camera d’ospedale. Una seconda scarica entra nel mio corpo. Faccio un movimento a scatto verso l’alto ma non ho la forza di alzare la schiena dal letto. Respiro a malapena, credo di avere una mascherina su naso e bocca. Il respiro mi manca. Solo poche ore fa credevo seriamente di stare per morire. Il sangue scorreva giù dal petto coprendomi la pelle pallida mentre le pillole facevano effetto e la droga mi scorreva nelle vene. Ho un flashback. La sala concerti. La lametta sporca di sangue caduta sul palco. Ginger che allontana il pubblico. Tutto intorno a me che gira come una giostra impazzita e le urla assordanti delle persone. Tutto mi passa davanti agli occhi veloce come un fulmine mentre l’elettricità rimbomba all’interno del mio corpo apparentemente vuoto. Sento le voci dei dottori che si mischiano al rumore continuo e ripetitivo delle macchine che mi stanno attualmente tenendo in vita ed alle urla che rimbombano nella mia testa. Richiudo gli occhi. Non riesco a tenerli aperti più di tanto. O tengo gli occhi aperti o respiro. Qualcosa mi stringe l’omero come una morsa e mi blocca la circolazione. I “beep” regolari delle macchine mi rimbombano nella testa con ritmo rintronante. Il lettino dove sono steso comincia a muoversi sotto di me allontanandomi dal rumore. Con la poca energia che mi rimane arriccio il naso sentendoci dentro due tubicini che arrivano fino ai polmoni. Respiro a fatica tenendo gli occhi chiusi e perdendomi nel buio. Buio. Oscurità. La luce è sparita di nuovo, proprio come ieri notte. Stavolta c’è silenzio. Le pulsazioni del sangue mi rimbombano nelle orecchie. Tento di trattenere il respiro e riapro gli occhi. Devo essere in una camera d’ospedale. Il soffitto ha un colore panna rancida. L’odore di muffa e di chiuso si mischiano a quello della Varechina. Provo a respirare ma anche stavolta ci riesco a malapena. Devo aver avuto uno shock o qualcosa di simile. Un rumore secco. Dei passi. Mi volto verso la porta e vedo un uomo in camice bianco entrare con una cartella medica in mano.

“Brian..30 anni..nato il 5 Gennaio..” legge ad alta voce quello che è riportato sui fogli come per farmi sentire meglio. Richiudo gli occhi. Mi manca il respiro. La voce dell’uomo è fredda e monotona come una routine quotidiana.

“Sei un tossico e, stando a quanto è scritto qui ti sei provocato un emorragia esterna sul petto e sei svenuto..uff..ma perché capitano sempre a me questi pazienti?” la sua voce mi dà fastidio. La sua presenza mi dà fastidio. L’uomo si morde il labbro e schiocca la lingua. Riapro di poco gli occhi ma stavolta riesco anche a respirare. Ho una mascherina sulla bocca ed i miei occhi spenti sono rivolti verso il soffitto.

“Da quanto leggo nei tuoi fascicoli è la seconda volta in due mesi che finisci in ospedale..è un miracolo che non hai ancora avuto un overdose.” mi sistema il laccio emostatico di plastica intorno all’omero destro mentre prepara l’ago della flebo. Non ho la forza di parlare, riesco solo a pensare. Devo avere un cerotto piuttosto grande sui tagli. Sento la colla sul petto che mi dà prurito. Dalla porta sbuca quella che sembra un infermiera strapagata per il tipo di lavoro che fa. Volto lo sguardo verso di lei. A vederla meglio sembra la sorella venuta male di Riccioli d’Oro con un chilo di fondotinta in più. Mi guarda di sbieco come fossi un cane rabbioso dirigendosi verso il medico tenendosi a debita distannza da me. I suoi occhi sono grandi e celesti; sarebbe anche scopabile se non fosse per le occhiaie e per gli occhi arrossati per il fumo. Si avvicina all uomo porgendogli dei fogli mentre i suoni dei macchinari si fanno sempre più forti e ripetitivi. Tutto questo è così reale..troppo..non pensavo di arrivare mai a questo punto. Il sangue pulsa con una forza indefinibilecome se volesse rompermi le vene e sgorgare come una cascata. I due continuano a parlare. Sento parole come “Tossicodipendenza”, “Autolesionismo” e cose simili uscire dalle loro bocche. Il tutto mescolato al rumore dei pensieri nella mia testa. Basta, è troppo. Cerco di dimenarmi ma sono bloccato ed il respiro mi manca. Non sento più arie nei polmoni; ho paura. Sbatto varie volte le palpebre per poi chiudere gli occhi e vedere solo buio. L’infermiera squittisce vedendomi respirare a fatica. Le ultime parole che sento sono:

“In rianimazione, presto! Chiama subito un primario altrimenti lo perdiamo!”

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Nota autrice:
Zalve zalve, sono l'autrice dalla mente contorta di codesta fan fiction su Marilyn Manson; codesta storia tratta di tematiche come droga e morte e tratta di una coppia etero (non aspettatevi dunque cose strane con Twiggy Ramirez).
Spero che questo primo capitolo vi sia piaciuto e non aspetto altro che vostre recensioni. .
Al prossimo capitolo!

Dead_Astronaut

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Capitolo 3
*** [Gennaio] ***


Mi hanno portato in un centro per la disintossicazione fuori Los Angeles. Il viaggio fino a qui è stato uno schifo. Nel pulman dal colore verdastro eravamo circa una decina. C'era puzza di fumo e di benzina che, uniti all'odore pungente del deodorante per auto, donavano alla vettura un vomitevole olezzo di bagno pubblico. Senza contare soste varie il viaggio è durato circa due ore buone. Mezzo pulman era vuoto ma c'era un tizio con i capelli a spazzola che non ha fatto altro che urlare ed imprecare per tutta la durata del viaggio. Tra tutti noi quella che spiccava di più era una donna, l'unica femmina del gruppo. Un ragazza bionda, sui vent'anni, scopabile e con una gigantesca fascia bianca avvolta intorno alla giuntura del braccio destro. Probabilmete era una tossica che ci dava troppo dentro con le siringhe. Non ho parlato con nessuno. Ogni giorno mi portano da uno psicologo con delle basette talmente folte che lo fanno sembrare uno di quei personaggi controversi e immaginari della Disney. Ci passo due ore a giornata. Due ore di assordante silenzio. Dentro questo posto mi sembra di essere in prigione. Prima di farmi entrare mi hanno perquisito sequestrandomi le Camel ed il telefono. Dicono che mi renderanno tutto il giornoin cui mi faranno uscire ma dubito fortemente delle loro promesse . Stò seduto davanti alla finestra della stanza dove mi hanno sistemato. Qui dentro c'è puzza di Amuchina. I muri della mia camera sono tristemente dipinti di un azzurro sbiadito. Me ne stò rannicchiato dentro il maglione nero a collo alto mentre guardo fuori. La pioggia batte senza sosta sul vetro producendo un suono regolare. Fuori deve fare piuttosto freddo. Il cielo è grigio e gli alberi sono spogli. Appena arrivato qui un dottore tendente alla pinguedine mi ha fatto una visita medica. Secondo loro sono sottopeso per la mia altezza. Fortunatamente non hanno fatto storie riguardo alla lente a contatto; è una delle poche cose che mi ricordano Marilyn Manson, il personaggio tanto discusso che sono riuscito a costruirmi. Con oggi sono quattro giorni che mi hanno chiuso qui dentro e non è certo come te la fanno passare nei libri o nei film.Finalmente il silenzio assordante del corridoio viene interrotto da alcune voci e da un rumore di passi. Sono scanditi regolarmente e con pesantezza ma forse sono ancora sotto effetto dei sedativi e mi stò immaginando tutto. Oggi mi hanno tenuto solo per tutto il giorno, non mi hanno dato il permesso di mettere piede fuori di qui. Credo sia una sorta di isolamento o qualcosa del genere. I passi si avvicinano alla mia stanza andando a ritmo con le gocce di pioggia. Un suono secco. La serratura scatta e la maniglia della porta si abbassa. Tengo gli occhi puntati fuori.

 

“Warner..hai visite.” annuncia uno dei medici di colore facendo capolino dalla porta. Rimango immobile. Visite? Sarà lo strizzacervelli venuto a farmi terapia o ad invitarmi ad una seduta di gruppo..

 

“Hey, Mary! E' così che si accolgono gli ospiti?” boccio immediatamente l'idea dello psicologo e mi giro di scatto appena sento una voce familiare. Sulla soglia della porta ci sono Madonna Wayne Gacy e Twiggy Ramirez, rispettivamente il mio tastierista ed il mio bassista. Rimango rannicchiato sulla sedia guardandoli spalancando gli occhi.

 

“Vi lascio soli. Le visite finiscono alle 20:30, avete tutto il tempo. Prendetevela pure con calma.”

 

“Grazie, Doc! Ah, e dica alla signorina alla reception che me l'ha fatto venire di un duro..” Madonna..rimane sempre il solito cretino anche se potrebbe sembrare un po' impensabile ed inverosimile dato che la prima volta che ci siamo incotrati eravamo in una lurida bettola di città a parlare di modi per ucciderci. Sorrido sotto i baffi alle sue parole abbassando repentitamente lo sguardo non appena chiudono la porta alle loro spalle. Con convinzione Madonna si avvicina a me posando il sacchetto che ha in mano sul tavolino sbilenco. Anche Twiggy mi si avvicina ma si dirige verso la finestra lanciandomi qualche occhiata. Dopotutto sono felice di vederli.

 

“Non hai idea di quanto fossimo preoccupati! Dico bene, Twiggy?” dice Madonna con enfasi mettendomi le mani sulle spalle ed abbassandosi alla mia altezza sfoggiando un sorrisone a trentadue denti. Mi guarda negli occhi ma poco dopo volto lo sguardo verso l'altro che fa un cenno di sì con la testa mentre guarda fuori dalla finestra.

 

“Hai perso un casino di sangue e poi..PUM! Sei caduto sul palco leggiadro come una foglia in autunno! E dai! Dì qualcosa..mica stiamo giocando al gioco del silenzio!”

 

“Madonna..non ti stai dimenticando nulla?” la voce grave di Twiggy riecheggia nella stanza frenando l'entusiasmo dell'altro. Il silenzio cala per qualche attimo.

 

“Giuuuusto!” urla all improvviso alzandosi di scatto. Entusiasta mi sbatte davanti agli occhi una scatola azzurra estratta dal sacchetto.

 

“Buon compleanno vecchio mio!” compleanno? E' già il 5 Gennaio? Cristo, a forza di stare chiuso qui dentro devo avere perso la cognizione del tempo. Entrambi puzzano di fumo. Mi chiedo quanti pacchetti di sigarette potrebbero essersi fumati durante il viaggio fino alla clinica. In quanto a me sono ben quattro giorni che non fumo e l'assenza di nicotina mi fa avere dei crampi allo stomaco.

 

“Grazie..” prendo in una mano la scatola ed abbozzo un sorriso mentre la fisso rimanendo seduto. Madonna mi prende il viso alzandolo verso di lui. Mette l'indice ed il pollice agli angoli della mia bocca a la inarca facendomi sorridere a forza.

 

“Oh! Così sei decisamente più rassicurante!” Twiggy sbuffa ed apre la finestra cercando di non far entrare la pioggia.

 

“Perchè non vai a chiedere all'arrapante infermiera se può darci una bottiglia d'acqua e qualche bicchiere così mangiamo tutti insieme la torta..” si accende una sigaretta e si volta verso di noi. Lo guardo per qualche attimo e poi mi riconcentro sulla scatola variopinta cercando di ignorarlo. Madonna salta sull'attenti girandosi verso di lui più contento che mai portandosi poi una mano sul pacco coperto dai pantaloni jeans strappati.

 

“Ai tuoi ordini! Infermiera, stò arrivando!” esulta fiondandosi fuori dalla stanza. Sono rimasto solo con Twiggy. La tensione che si stà creando è palpabile. Pur essendo il mio migliore amico a volte faccio fatica a comprendere le sue emozioni. I punti che mi hanno dato sul petto mi danno noia. Portandosi la sigaretta fumante alla bocca prende una sedia e mi si avvicina. Si siede davanti a me adagiandosi comodamente allo schienale. Ha delle occhiaie profonde.

 

“Ho combinato un gran casino, vero?” sussurro con un filo di voce fissando il pavimento beje.

 

I capelli tirati indietro mi cadono sulle spalle. Dopo un lunghissimo silenzio Twiggy risponde soffiando via il fumo.

 

“Il fatto che tu te ne renda conto da solo mi rincuora; almeno significa che ancora non sei impazzito del tutto..i paparazzi ci stanno soffocando. Non hai idea dei salti mortali che abbiamo dovuto fare per arrivare sin qui.” faccio cenno di sì con la testa alzando lo sguardo.

 

“Lo immagino; tutti quei giornalisti saranno alla ricerca di notizie come le mosche sono alla ricerca dello zucchero. Hai sentito Tony in questi giorni?” poso la scatola sul tavolino passandoci sopra nervosamente le dita. Twiggy aspira una boccata.

 

“A questo proposito..ho due notizie per te. Una buona e una cattiva; da quale comincio?” dice soffiandomi addosso il fumo. Sono nervoso. Dio quanto sono nervoso. Se potessi mi fumerei tutto quel pacco di Malboro come se nulla fosse.

 

“E' uguale; parti con quella che preferisci.” no, non è assolutamente uguale. Ma perchè stò dicendo tutte queste cose completamente contro la mia volontà? La pioggia fuori dalla finestra si stà facendo sempre più fitta ed arriva quasi a coprire le voci di Madonna e dell'infermiera nel corridoio.

 

“Allora partirò con quella cattiva..ho parlato a lungo con Tony e con il capo della casa discografica Nothing Records ed alla fine siamo arrivati alla conclusione che per un po' non dovremmo più fare concerti o tour in giro per il mondo. Almeno fino a quando non ti sarai rimesso con la testa a posto.”

 

sono allibito. Sgrano gli occhi incrociando quelli pesti dalle occhiaie di Twiggy.

 

“Che cazzo stai dicendo..? Mi stai prendendo in giro, vero?” l'altro scuote la testa. Rimango impalato davanti a lui aprendo di poco la bocca incredulo. No..non è possibile.

 

“Sono anche sin troppo serio. Ascolta..devi renderti conto di quello che è successo..”

 

“Io..dovrei rendermi conto di quello che è successo..? Credi sia facile stare chiusi qui dentro senza trovare il coraggio di guardarvi in faccia?!” senza volerlo alzo leggermente il tono di voce. Twiggy rimane calmo e torna a fumare. Mi fa una rabbia inumana quando si comporta così.

 

“Sei stato tu a farmi entrare nel giro e ora te ne vieni fuori dicendomi che quello che ci deve pensare su sono io? Mi prendi per deficente, Twiggy?” stò alzando la voce ma d'altronde ho bisgono di sfogarmi..spero lo capisca.

 

“Non intendevo dire questo.” risponde.

 

­“Non intendevi? Non intendevi cosa??! Mi annulli i concerti a mia insaputa e vieni qui a farmi da maestrino? Non ne posso più di essere trattato come uno psicopatico del caz..”

 

“Ora basta, finiscila! Capisco che ti devi sfogare ma questo è troppo!” Twiggy risponde con voce alle mie lamentele sbattendo le mani sul tavolo ed alzandosi velocemente in piedi. Mi do una calmata ed abbasso lo sguardo per poco. Lui si rimette a sedere e torna a fumare.

 

“Siamo arrivati a questa decisione dopo una lunghissima discussione; l'abbiamo fatto per te, per il tuo bene. Nessuno di noi pensa che tu sia uno psicopatico, levatelo dalla testa. Devi prenderti un periodo di riposo, fidati di me.” Neanche il tempo di finire di parlare che Madonna entra nella stanza tutto contento brandendo una bottiglia d'acqua.

 

“Ce l'ho fatta; è cotta di me!” ci giriamo entrambi verso di lui. Twiggy sorride; la cosa mi fa piacere visto che da quando era arrivato aveva mantento un espressione triste.

 

“Bene, allora noi andiamo.” annuncia alzandosi dalla sedia con estrema calma.

 

“Come noi andiamo?! E la torta?” piagnucola Madonna seguendo l'altro. La loro visita mi ha fatto piacere. Vedere che i tuoi migliori amici non ti hanno abbandonato nonostante tutto lascia sempre addosso una sensazione piacevole. Prima che escano mi alzo e mi dirigo verso di loro a passo svelto.

 

“Twiggy, aspetta.” lo fermo mettendogli una mano sulla spalla.

 

“Qual'è la buona notizia?” continuo deglutendo. Non so cosa mi aspetta e infondo sono nervoso. I due si lanciano un occhiata di intesa.

 

“Bhe..avevamo intenzione di presentarti una donna che potrebbe fare al caso tuo.” rimango colpito dalle loro parole. Vorrei tempestarli di domande ma mi limito al minimo indispensabile.

 

“E' bella..?” sussurro.

 

“Sicuro! E' una scrittrice ed ha due tette da urlo, tipo pornostar!” risponde pronto Madonna prima di chiudere la porta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Nota autrice: Ben ritrovati, inizio subito chiedendovi scusa per la lunghissima attesa ma ho avuto vari problemi familiari che non vi stò ad elencare e dunque ho passato un momento "no". Comunque, spero che il capitolo sia stato di vostro gradimento e di aver caratteriazzato abbastanza bene Twiggy e Madonna. Non ho altro da dire..ci becchiamo al prossimo capitolo.

 

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