Storie di una senza-voce

di Queila
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Lavinia e libertà ***
Capitolo 2: *** Give me hope in the darkness ***
Capitolo 3: *** Ricordi al profumo di limone ***
Capitolo 4: *** Spezzata ***



Capitolo 1
*** Lavinia e libertà ***


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Tributo: Lavinia

Turno: Primo turno (le presentazioni)

Titolo Storia: Lavinia e libertà

Pacchetto (se presente):

Genere:
Generale,introspettivo

Raiting: Giallo

Avvertimenti:

Pairing (se presente):

Note (facoltative):
Enea è il nome del fratello, lo stesso ragazzo che Katniss ha visto morire davanti ai suoi occhi senza intervenire. Spero che si capisca il perché Capitol City li stesse cercando. Alla fine ho fatto che Lavinia è una senza-voce quando sarà spedita nell’arena, mi sembrava più interessante. Buona lettura J Ah ci sono un po’ di ripetizioni, fa parte del mio stile, spero che non ti facciano proprio schifo, perché io adoro le ripetizioni (quelle volute, ovviamente), ma se sono troppe segnalale pure ^^.
A presto
 
 
LAVINIA E LIBERTA’
 
Mi hanno sempre chiamata così: Lavinia, ma ora non ha più importanza.
Ora non ho più un nome: sono una senza voce.
Ho visto morire mio fratello davanti ai miei occhi, sognavamo una vita migliore.
Volevamo solo ritrovare in un distretto l’affetto perso dopo la morte di nostra madre, lontano da Capitol City, lontano da parrucche e trucchi, lontano da falsità e giochi di potere.
Volevamo fuggire da un mondo costruito e artificiale, ma abbiamo visto troppo.
Abbiamo visto la violenza che riservate a uomini inermi e schiacciati dalla loro stessa vita.
Abbiamo visto la fame e la miseria nei volti di anziani e bambini.
Abbiamo visto lo sporco del mondo che non avete mai contribuito a pulire.
Abbiamo visto la paura riflessa negli occhi delle persone alla parola “Capitol City”.
Volevamo cambiare qualcosa di Panem, ma Panem è maligna e calcolatrice, alla fine è lei che ha cambiato noi, inseguendoci, stanandoci, uccidendo e mutilando.
Ci avete dato la caccia come fossimo animali, ci avete perseguitati perché abbiamo aperto gli occhi, perché abbiamo capito com’è il  mondo, quello vero, abbiamo capito che siete dei bugiardi che basano tutto sull’apparenza.
Sono stata condannata ad una misera esistenza perché volevo essere diversa, perché volevo trovare qualcosa per cui vivere al di fuori dello sfarzo e dell’opulenza della capitale.
Adesso sono un’altra: mi avete migliorato in un certo senso, sono più forte e sono pronta ad affrontarvi.
Enea è morto.
Mia madre è morta.
Mio padre è scomparso tanti anni fa.
Non mi resta nulla, solo  solitudine e  vendetta, ma mi bastarà per andare avanti e vedervi sconfitti.
Voi mi avete tolto il nome, la famiglia e mi avete tagliato la lingua.
Ma state certi che nell’arena  verrò a riprendermi la dignità.
La libertà non si dimostra con le parole, ma con le azioni, e farà di tutto per dimostrarvi che ho ancora speranza, speranza in un futuro davvero libero.

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Capitolo 2
*** Give me hope in the darkness ***


Genere: Introspettivo, Sentimentale

Raiting: Giallo

Avvertimenti: Missing Moment

Pairing (se presente): Het – Lavinia x Darius

Note (facoltative):
Allora il titolo è preso da un verso di una canzone dei Mumford and sons (non so se li conosci) che si intitola “ Ghost that we knew” e anche l’ultima frase è diciamo una parafrasi di questo verso scritto poi in italiano. Spero che il titolo ti piaccia anche se non è proprio farina del mio sacco. Poi allora la storia l’ho letta e sono molto soddisfatta e spero vivamente di non fare una figuraccia del tipo che sono convinta che è bella e poi per te fa schifo (può benissimo succedere). Ti ho già detto che shippavo la coppia anche mentre leggevo il libro, anche se poi l’hanno fatti vedere tipo in tre righe questi personaggi…
Allora il periodo in cui è ambientata è quando Darius arriva sul treno, si accenna a Katniss e non arriviamo alla brutta finaccia che fanno (?).
 
Image and video hosting by TinyPic Image and video hosting by TinyPic Give me Hope in the Darkness
 
Calde lacrime bagnano una vecchia foto che ritrae una giovane donna dalla capigliatura eccentrica e un uomo alto e snello in un completo blu elettrico che si baciano nel giorno del loro matrimonio.
La ragazza che piange e che tiene stretta in mano la foto, come per paura di perderla da un momento all’altro, la gira e legge per l’ennesima volta la frase dietro l’istantanea.
E ai miei occhi tu non potrai invecchiare, rimarrai per sempre uguale a quella volta sulla tromba delle scale, a quel giorno che ti ho ricevuta sull’altare.”
Lavinia avvicina l’immagine dei suoi genitori al cuore e chiude gli occhi, si addormenta sperando di sognarli.
 
Scattano le sei di mattina e con esse l’allarme che avverte i senza-voce di alzarsi e cominciare la loro giornata.
Lavinia è pronta in pochissimo tempo, non si lamenta più ormai, non si ribella e non cerca di scappare, l’ha fatto in passato e le conseguenze sono ancora riscontrabili sulla sua pelle sotto forma di abrasioni e cicatrici.
Non può parlare.
Non può muoversi autonomamente.
Non può sorridere.
Ma può ancora sperare, sognare e può contemplare la bellezza dei suoi genitori tutte le sere prima di andare a dormire… e inoltre ha sentito frammenti di conversazioni… piccole ribellioni… lotte per il pane: qualcosa si sta muovendo, qualcosa sta cambiando.
Quella ragazza, la ragazza che aveva visto quel maledetto giorno, lei stava alterando il progetto di apparente perfezione di Panem.
Lavinia tollera, Lavinia lavora, Lavinia esegue gli ordini, covando la speranza per un futuro migliore.
Quella mattina, però, la rossa si rende conto che qualcosa non va: i Pacificatori la guardano in modo strano.
La ragazza si avvia verso le cucine, come ogni giorno, per portare la colazione ai passeggeri del treno. Era stata assegnata alle mansioni di cameriera dall’anno prima, ma quella mattina un Pacificatore la ferma e le dice di aspettare nella sala comunicazioni per nuovi ordini.
Entrata nella camera, è accolta dalla donna che di solito le impartisce gli ordini.
È una ragazza dai capelli rosa che sorride sempre, avrà trent’anni, ma a Lavinia incute terrore: la sua finta gentilezza è stata smascherata dalla frusta servita per ammansire la senza-voce l’anno prima.
“Tu!” esordisce per attirare l’attenzione, “da oggi ci sarà uno nuovo di voi, aspettalo qui e poi fargli vedere il tuo lavoro: ti affiancherà in tutte le tue mansioni, non m’importa come, ma insegnagli quello che fai.
Se procura qualche danno, me la prenderò con te, capito?”
Lavinia annuisce e guarda la donna sparire dietro la porta scorrevole, si rilassa leggermente e attende l’arrivo del nuovo senza-voce.
Un rumore proveniente da fuori la stanza attira l’attenzione della ragazza, che si concentra sul vetro della porta per provare a individuare qualche elemento che le faccia capire se qualcuno sta entrando o meno.
Poi un volto appare nella stanza.
Un ragazzo alto, muscoloso e dai capelli rossi, naturali, però, non tinti come quelli degli abitanti di Capitol City, sorride a Lavinia e la ragazza si sente svenire.
È la prima persona che le sorride da tempo, è la prima espressione umana e amichevole che vede da quando è su quel treno.
Questo le basta per farla scaldare di un nuovo sentimento, un sentimento mai provato, neanche prima, neanche quando poteva parlare o camminare liberamente.
E ai miei occhi tu non potrai invecchiare, rimarrai per sempre uguale a quella volta sulla tromba delle scale, a quel giorno che ti ho ricevuta sull’altare.”
Le sovviene in mente la frase che il padre diceva spesso alla madre e che aveva scritto dietro la foto per tenerla sempre impressa.
Forse capiva il padre, forse comprendeva ora cosa le parole significassero.
Perché Lavina ne è sicura: anche tra cent’anni si ricorderà di quel sorriso, qualunque cosa succederà, lei troverà conforto nel ricordo del calore sincero sprigionato da quelle labbra carnose.
Dentro, la ragazza è un sole che produce splendore e fuoco che s’irradia per tutto il corpo: si sente in fiamme e non solo per il sorriso, ma anche per gli occhi color oro del ragazzo che ha guardato di sfuggita, ma che le hanno acceso quella stella luminosa che sente consumarsi nel suo petto.
Fuori, però, è rimasta sempre la stessa, non ha sorriso al ragazzo, anche se avrebbe voluto, si limita a fargli un cenno col capo.
Una volta riuscita a combattere contro le gambe improvvisamente molli, Lavinia esce dalla sala e si avvia in cucina, seguita dal nuovo senza-voce.
La giornata passa in fretta e il nuovo arrivato sembra essersi adattato bene, la ragazza è sollevata e non ha avuto il tempo di soffermarsi sui sentimenti nati da poco.
Prima di andare a dormire, come tutti i giorni, tira fuori da sotto il materasso l’istantanea dei suoi genitori e la contempla.
S’immagina vestita da sposa, un desiderio sciocco, ma che ogni ragazza ha… vorrebbe essere felice, vorrebbe qualcuno da amare.
Occhi color dell’oro colato e scompigliati capelli rossi le appaiono davanti.
Lavinia non sa il suo nome, così comincia a elencare in ordine alfabetico una lista di nomi maschili, ipotizzando quale meglio si addica al nuovo arrivato.
Si addormenta alla lettera “G”, cullata dal dolce ricordo del sorriso del senza-voce.
La mattina Lavinia apre gli occhi con piacere: ha un motivo per essere felice, ha un motivo per cominciare a lavorare.
Sta sorridendo come non faceva da anni.
Qualcosa è mutato, anche l’aria sembra più fresca e la stanza più luminosa e si accorge di essere felice dopo tanto tempo.
In mondo buio e malvagio, al primo raggio di sole qualcosa cambia, la ragazza finisce inevitabilmente per aggrapparsi con tutte le sue forze a quell’unica fonte di calore che per lei diventa vita e amore, diventa necessità.
Nella fretta si accorge di aver lasciato la foto dei genitori sul letto, subito si appresta ad andare a nasconderla, ma il Pacificatore che viene a controllarla ogni mattina e già sulla porta, mette velocemente nella tasca della divisa l’istantanea, sperando con tutta sé stessa di non perderla e si avvia verso un giorno di nuove fatiche.
Il ragazzo la sta aspettando davanti alle cucine, appena la vide le sorrise.
La ragazza spiazzata, non può che ricambiare e il mondo assume un altro significato.
Non sa cosa le stia succedendo, ma si sente al settimo cielo: sta per servire, pulire e sgobbare per ore, eppure con lui vicino è felice.
I due senza-voce lavorano a fianco a fianco per tutto il giorno, aiutandosi e scambiandosi timide occhiate fuggevoli.
La ragazza vuole sapere il suo nome.
Vuole associare quel sorriso a un umano, vuole combattere, anche se in piccolo, Capitol City, vuole sentirsi ancora una donna e non un oggetto.
Prende una penna e l’unico foglio che ha a disposizione.
Gira la foto dei genitori e scrive solo “Lavinia”, proprio sotto la frase del padre.
In un gesto veloce e calcolato riesce a infilarla con successo nella tasca della divisa del ragazzo.
Ha affidato la cosa più preziosa che possiede a un perfetto estraneo, uno sconosciuto che, però, le ha donato speranza nell’oscurità.
L’ansia la affligge per tutta la notte e il mattino la ragazza è sulle spine.
Come il giorno prima lui è là: davanti alle cucine che le sorride, e come il giorno prima, lei si scioglie a quel gesto e ricambia.
Prima di entrare e facendo attenzione a non esser visti, lui le trattiene la mano per qualche secondo e le porge la foto.
Lavinia la nasconde in fretta, desiderando di essere già nel suo letto per leggere il nome del ragazzo che le fa battere il cuore all’impazzata.
Anche lui ha scritto una sola parola: “Darius”.
Ora sulla foto oltre la famosa frase ci sono i nomi dei due ragazzi.
La senza voce ripete i loro nomi nella mente almeno un milione di volte e una lacrima le scende sul viso: quel dolce suono che spazia nei suoi pensieri le infonde una gioia indescrivibile.
Che si stia innamorando?
Un gioco di sguardi, sorrisi e carezze li tieni occupati per settimane.
Il lavoro è meno duro e la fatica appena accennata, se si guardano negli occhi.
Le giornate passano veloci e il tempo sembra non essere mai abbastanza quando lavorano sfiorandosi l’uno con l’altra.
Le loro mani si uniscono per pochi secondi, ma il calore della pelle di lui rimane sulle dita di lei per ore…
Gli occhi oro del ragazzo tranquillazzano Lavinia e quelli blu di lei accompagnano le notti di Darius, facendole luminose di una nuova e meravigliosa speranza.
Il sentimento dell’amore nasce in loro come un piccolo fiore, e come giardinieri loro se ne prendono cura ogni giorno nutrendolo della luce sprigionata dai loro occhi che si cercano e finalmente si trovano.
Piano piano Lavinia capisce davvero cosa significa essere donna.
Aveva solo diciotto anni e tanto da imparare quando scappò da Capitol City, ma ora, dopo innumerevoli sofferenze, comprende che non ti puoi definire donna finché un uomo non ti tocca in modo complice, finché non ti fa sentire speciale.
Gli sfioramenti che Darius le riserva e le carezze clandestine che le fa, accelerano il battito cardiaco della ragazza, le tingono di rosso le guancie e le procurano calore nel basso ventre.
Lavinia è in preda al cambiamento, è in vittima dell’amore e dopo due mesi dall’arrivo del rosso, la ragazza capisce finalmente che il suo cuore non può smettere di battere finché Darius respira, e che semplicemente lei è viva perché il ragazzo le sorride.
Mentre spazza per terra un vagone del treno e Darius è intento e raccogliere i fogli di giornale lasciati dai passeggeri, un timido raggio di sole d’inizio Marzo entra da una piccola finestra, illuminando i capelli del senza-voce e mostrando l’oro dei suoi occhi: Lavinia piange a quella visione.
L’emozione è tanta, troppa e non riesce a trattenerla.
Vede il sole, finalmente.
Percepisce calore dopo tanto freddo.
Si avventa sul ragazzo e sfiora le sue labbra con quelle di lui, tremando.
Un bacio salato, caldo e perfetto.
Darius rimane dapprima interdetto, ma poi la abbraccia con slancio e sorride, sorride e sorride.
Il vagone si riempie di quel sorriso che Lavina mai dimenticherà, di quel raggio di sole che illumina i suoi giorni.
Darius si allontana da lei, fa cenno di aspettare un attimo, poi prendo un foglio di giornale e una penna abbandonata su di un sedile e comincia a scrivere.
Una volta fatto porge il pezzo di carta alla ragazza che comincia a leggere con interesse:
Un giorno anche io ti dedicherò quella scritta, ricordalo…
Voglio ricordarti bella come sei ora, e bella come sarai quando ti vedrò sulla tromba delle scale pronta a prendermi sull’altare.”
Ora Lavinia aveva un altro messaggio su cui piangere, sognare e sperare.
Si lasciò avvolgere ancora una volta dalle braccia di chi le aveva donato speranza nell’oscurità così da riuscire a vedere finalmente la luce.
 
 
 

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Capitolo 3
*** Ricordi al profumo di limone ***


Ricordi al profumo di limone
 
“Chissà Cinna che abiti stupendi avrà in mente per te in questa edizione!” il volto preoccupato e scuro di Effy tradisse la voce sempre zuccherina e allegra. Lavinia se ne accorse immediatamente che dietro quel tono pomposo c’era una profonda tristezza, e come non poteva essere altrimenti?
La senza-voce ricollegò, poi, il nome Cinna alla sua vita precedente… una vita caratterizzata da sfarzi e cose futili. Le vennero in mente ricordi che pensava sepolti per sempre, viaggiò attraverso stagioni lontane e sentimenti dimenticati, fino ad arrivare a rivivere il periodo più felice e illusorio della sua, per ora breve, esistenza.
 
Aveva sentito il nome Cinna per la prima volta quando aveva sedici anni, all’epoca era ancora felice e ignara e si godeva, gioendone, i lussi che la vita le offriva.
“Dai, tesoro, è uno stilista emergente e ha un gran talento: Sissy me l’ha confermato! Ti confezionerà un abito stupendo per la tua festa di sedici anni” la voce super eccitata della madre quasi non le perforò un orecchio.
“Ok, mamma… ora sono in ritardo! Se faccio aspettare Rebecca, quella poi passa tutto il pomeriggio a lagnarsi” rispose Lavinia mettendo in borsa le ultime cose dimenticate.
La ragazza scappò via lanciando un bacio volante in direzione della madre che sorridente la salutò.
Il sole era alto in cielo a Capitol City, e il clima era ideale per stare sdraiate sul prato ad abbronzarsi: quell’anno nella capitale la moda era l’abbronzatura marcata e tutte le ragazze di buona famiglia non potevano farsi sfuggire gli ultimi ritrovati in fatto di look e vestiti.
Lavinia, con Rebecca e Cercyl, si recava al parco tutti i giorni a prendere il sole dagli inizi di Maggio per non rimanere indietro con i tempi e per potersi poi vantare della tintarella a tutti i party cui era invitata grazie alla famiglia altolocata da cui proveniva.
E non poteva mancare di sfoggiare una pelle abbronzata proprio il giorno che suo compleanno, che si sarebbe festeggiato due settimane dopo.
Fu la prima ad arrivare sul luogo dell’appuntamento: anche quel giorno era riuscita a sfuggire alle lamentele della migliore amica.
Al ritorno dall’uscita con le amiche Lavinia si fermò per un attimo sul vialetto di casa respirando a pieni polmoni l’odore dei limoni maturi, le piaceva quel gesto e aveva sempre ricollegato il profumo di quegli agrumi a casa sua.
Entrata nell’abitazione la scoprì deserta.
La ragazza si mise a cercare il fratello più grande che sarebbe dovuto essere rincasato ore prima.
All’interno la casa era vuota, così la rossa uscì per controllare il giardino: lì vi trovò Enea in compagnia di un uomo alto dalla carnagione scura e di bell’aspetto, non poteva avere più di ventitré anni, forse venticinque.
Fu in quell’occasione la prima volta che vide Cinna: stretto al fratello in un abbraccio sotto l’ulivo del giardino della casa dove aveva trascorso la sua infanzia e la sua adolescenza.
Appena vide le labbra del fratello avvicinarsi a quelle dell’uomo, Lavinia ebbe un sussulto e corse via scossa; nella corsa frenetica, però, inciampò nel tappeto della cucina e cadde rumorosamente a terra, attirando l’attenzione dei due uomini che si precipitarono nella stanza.
“Lavinia, ma cosa… ?” esclamò Enea, divertito e preoccupato al tempo stesso.
La ragazza cominciò a ridere portandosi il braccio dietro la testa, cercando di mantenere il suo normale tono di voce e nascondendo l’imbarazzo e lo shock.
“Scusatemi, sono inciampata… sono appena rientrata dall’uscita con le amiche” si giustificò, cercando di non pensare all’immagine di cui era stata testimone poco prima.
Il fratello le sorrise e porse una mano in aiuto della sorella.
“Beh, questo è Cinna, lo stilista che la mamma voleva farti conoscere” disse Enea.
Lavinia si rialzò e per poco non cadde di nuovo nel sentire il nome dello sconosciuto, ma con fare cortese gli porse la mano e la strinse.
“Piacere, Lavinia” disse fissando i denti bianchissimi dell’uomo.
“Il piacere è tutto mio.”
La rossa rimase incantata dai brillantini rossi e oro che incorniciavano gli occhi del ragazzo che si era appena presentato: facevano un effetto davvero bizzarro con la sua pelle e con il colore dei suoi occhi.
“Hai già in mente un abito?” chiese lo stilista a bruciapelo.
Lavinia si riscosse dai suoi pensieri e ritornò alla realtà.
“Sì, lo vorrei giallo: il giallo del sole e dei limoni.”
“Giallo, eh? Ci si può lavorare” affermò Cinna sorridendo gentilmente alla ragazza.
Fissarono l'appuntamento per il giorno seguente e lo stilista salutò cordialmente i due fratelli e a Lavinia non sfuggirono le occhiate d’intesa tra lui ed Enea: quei due avevano una relazione, la ragazza ne era certa e in più li aveva visti baciarsi, perciò non c’erano proprio dubbi.
Il fratello la guardò con occhi strani, come se sapesse che lei aveva visto, Lavinia ebbe un brivido nel vedere quello sguardo, ma nessuno dei due parlò e lei si rifugiò nella sua stanza colma di dubbi e domande.
Si sdraiò sul letto con le braccia incrociate al cuscino e cominciò a fissare il soffitto.
Enea aveva tre anni in più di Lavinia, era abbastanza grande da uscire con qualcuno, ma mai la ragazza si sarebbe aspettata che quel qualcuno fosse un uomo: non lo aveva mai sospettato essere omosessuale, non che la cosa la preoccupasse, solo che avrebbe voluto più sincerità da parte del fratello.
Perché non le aveva mai parlato di Cinna?
Loro erano inseparabili, si dicevano sempre tutto: Lavinia gli aveva sempre confessato le sue cotte ed Enea si era sempre aperto sulle sue delusioni amorose; le aveva parlato di Francy e di Anna, di come loro non fossero adatte a lui e di come lui si sentiva sempre a disagio in compagnia delle due, il motivo, dunque, era perché in realtà era attratto dagli uomini e non dalle donne?
Lavina si rabbuiò e i suoi occhi si velarono di lacrime al pensiero di non avere la piena fiducia del fratello, lei gli voleva un bene immenso: avrebbe fatto qualsiasi cosa per vederlo felice, e decise di scoprire il più possibile su Cinna e sulla sua relazione con Enea.
 
Il giorno dopo Cinna arrivò all’orario stabilito.
Dopo aver preso le misure alla ragazza, si concentrò sul modello e il colore del vestito.
“Ieri mi dicevi che lo vorresti giallo, giusto?”
“Sì, voglio che mi ricordi casa e la mia giovinezza.”
Lo stilista era dubbioso.
“Con i tuoi capelli starebbe meglio un altro colore…”
“Il tuo compito non è rispettare i desideri del cliente?” disse Lavinia con fare offeso, ma subito gli sorrise e a sua volta il ragazzo fece altrettanto.
“Sei fidanzato, Cinna?” chiese a bruciapelo la rossa, forse stava esagerando, ma doveva indagare.
“Non credo siano affari tuoi, ma sì, ho un compagno.”
“E questo compagno sarebbe mio fratello?” chiese strafottente, sicura della risposta.
La faccia sconvolta dello stilista fece capire a Lavinia di aver centrato il suo obiettivo: gli occhi di Cinna avevano confermato i suoi dubbi e subito sul volto della ragazza spuntò un ghigno soddisfatto.
Proprio in quel momento, però, entrò sua madre e il discorso non proseguì, ma per Lavinia quelle poche battute erano state sufficienti.
I giorni successivi scorsero velocemente e con l’avvicinarsi della festa tutto si era fatto frenetico: la casa era frequentata da mille persone diverse ogni giorno, chi veniva per i fiori, chi per il buffet e chi per i capelli, la ragazza sarebbe impazzita, ma almeno non pensava al fratello e alla sua relazione clandestina, relazione che aveva nascosto persino a lei.
 
Il giorno della festa Lavinia aveva le farfalle nello stomaco per l’emozione, era trepidante di festeggiare e divertirsi.
Quando fu pronta: col vestito, rigorosamente giallo, che le fasciava il corpo alla perfezione e con i capelli sciolti in piccoli boccoli rossi sulle spalle, qualcuno entrò nella sua camera.
Enea si sedette sul letto e fece segno alla sorella di imitarlo.
Una volta faccia a faccia Lavinia non poté non notare, come faceva sempre, la somiglianza tra di loro: stesse lentiggini che costellavano loro il viso e stessa forma degli occhi, leggermente orientale caratterizzata da ciglia piuttosto lunghe.
“So che sai, Lavinia…” cominciò il fratello e la ragazza abbassò lo sguardo, colpevole.
“Perché non mi hai parlato di lui… perché non mi hai detto di te?” la rossa sentiva le lacrime bruciarle gli occhi: stavano lottando per uscire.
“Scusami, è una cosa nuova anche per me, ma sto bene quando mi trovo con Cinna, riesci a capirlo?”
La ragazza annuì, tirando su col naso. Enea la strinse a sé, cullandola dolcemente per trasmetterle il suo amore.
“Ti voglio bene fratellone… “
“Questo è per te, aprilo…” Lavinia prese in mano un piccolo pacchetto, lo aprì e dentro vi era riposta una collana con un piccolo ciondolo a forma di limone.
“Così ti ricorderai sempre casa” le spiegò il ragazzo.
Lavinia di tutta risposta si fiondò sul fratello baciandolo sulla guancia.
“Fammi una promessa, Enea: sii felice, d’accordo? Perché fin quando ci sarà un sorriso sul tuo volto, ci sarà anche sul mio…” non riuscì a trattenere le lacrime un minuto di più e la rossa scoppiò in un pianto di felicità: avrebbe ricordato quel momento per sempre.
Si rifugiò tra le braccia di Enea di nuovo e inspirò il suo profumo: sapeva di limoni e di casa.
“Allora sarò felice per noi, sorellina” rispose il ragazzo tenendola stessa a sé.
 
 Mentre controllava se la collana fosse ancora riposta nella sua tasca, vicino alla fotografia del matrimonio dei suoi genitori, Lavinia si concesse un piccolo sorriso al ricordo della festa dei suoi sedici anni, del profumo dei limoni e dei pomeriggi trascorsi a prendere il sole con Rebecca e Cercyl, poi si rimise al lavoro: sparecchiò la tavola e pulì il pavimento e nessuno si accorse dell’espressione felice con cui svolse i suoi compiti.
 
L’ultima volta che Lavinia vide Cinna, fu in televisione.
Lo inquadrarono poiché stilista del nuovo abito di Katniss, la ragazza in fiamme. Lo vide di sfuggita, ma attraverso lo schermo del televisore capì dagli occhi dell’uomo che da lì a poco sarebbero arrivati a prenderlo e una lacrima solitaria rigò il volto della senza-voce, il ricordo del profumo dei limoni la avvolse e alla prima lacrima ne seguirono molte altre.
Quella sera la rossa pianse per la morte del fratello, pianse per il futuro di Cinna e pianse per la sua misera condizione, pianse tutte le lacrime che aveva al ricordo delle stagioni che trascorreva a prendere il sole e ad assaporare l’odore acre dei limoni del vialetto di casa.
 
 
 
 
 

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Capitolo 4
*** Spezzata ***


Spezzata
Avevo diciassette anni quando vidi mia madre morire e avevo diciassette anni anche quando persi la verginità e caddi in pozzo senza fondo.
La prima volta fu con un uomo di cui non ricordo il volto, i suoi affondi in me erano arroganti e violenti:  le lacrime della disperazione si aggiungevano a quelle del dolore provocato dai suoi movimenti. In un angolo buio di un vicolo qualsiasi di Capitol City, la mia vita cambiò.
Quando lo sconosciuto venne dentro di me qualcosa si spezzò: l’innocente bambina non c’era più, occupò il suo posto una ragazza con un vuoto al posto del cuore.
Di quel giorno ricordo la puzza dell’immondizia che mi pizzicava le narici e il buio che pian piano mi possedeva, facendomi precipitare in un pozzo oscuro e terribilmente nero e in una profonda tristezza da cui non riuscii più a riprendermi.
Ero sola.
Ero insignificante.
Ero spezzata.
(141 parole)
 
Persa
Capii di essere caduta in trappola pochi mesi dopo, ma non ne potevo fare a meno: non potevo fermarmi, dovevo continuare, volevo continuare. Andavo a letto con uomini sconosciuti e ogni volta diversi, e la cosa mi piaceva. Attraverso loro potevo dimenticare la mia immensa perdita. Scaldavo i letti di uomini single e disfacevo quello di uomini sposati, non m’importava chi fossero: volevo fare sesso, volevo saggiare carne, volevo essere posseduta, per non sentirmi morta anch’io.
Caddi vittima della passione, e soddisfai le mie più recondite voglie… desideravo essere scaldata dal calore del primo che capitava; rimasi sul fondo di quel pozzo oscuro per mesi e il mio cuore non batteva più come prima, il suo ritmo era mutato: avevo perso ogni speranza.
Ero cambiata.
Ero spenta.
Ero persa.
(129 parole)
 
Soddisfatta
La tratta dal Distretto Dodici a Capitol City fu piuttosto lunga e particolarmente stancante. Dovetti pulire la cucina per molte ore: il cuoco aveva combinato un disastro e il suo sangue non voleva proprio andarsene dalle mattonelle che rivestivano la parete della stanza. Quando ebbi finito, uscii dal vagone ristorante con un gran mal di testa, all’improvviso un odore mi colpì in pieno facendomi ricordare cose che avevo sperato di poter dimenticare: la puzza d’immondizia investì le mie narici. Poco avanti Haymitch, ubriaco, barcollava privo di equilibrio e si aggrappava al muro cercando di non cadere. Fui invasa da quel desiderio che credevo morto dentro di me e il vuoto riconquistò il mio cuore facendomi venire le vertigini. Successe tutto in un attimo: ero nella stanza dell’uomo, in piedi di fronte a lui e lo mordevo lungo il collo per poi scendere giù in profondità a slacciandogli i pantaloni, una volta arrivata fino in fondo baciai il suo sesso mentre lui si toglieva la maglietta in maniera goffa.
Mi prese per il mento e mi portò su per spogliarmi con maggior facilità; mi spinse sul letto senza grazia, ma non era certo quella che cercavo. Un mostro affamato mi stava divorando e dovevo dargli ciò che voleva. Il desiderio mi logorava, una volta nuda aprii le gambe e lui vi s’insinuò prima con la lingua e poi con le dita.
Piccoli gemiti uscivano dalla mia bocca mentre lui faceva segno di star zitta.
Toccai la sua erezione e neanche lui si trattenne dall’urlare, senza preavviso mi penetrò e cominciò a spingere prima piano poi sempre più veloce.
Venimmo quasi subito entrambi, e il mio cuore fece un sospiro di sollievo.
Sul quel letto, sudata e con Haymitch nudo al mio fianco, ricordai mia madre col sorriso, mi rivestii e uscii da quella stanza, decisa a non rientrarci mai più.
Ero fiera.
Ero speranzosa.
Ero soddisfatta.
(315 parole)

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