Io, Artista - Gli Abiti del Male

di Amartema
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** - Prologo ***
Capitolo 2: *** - I ***



Capitolo 1
*** - Prologo ***


Documento senza titolo



~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~

Non ci siamo mai presentati ufficialmente, agente, non trova?
Sono rammaricato, lo ammetto. Sono un gentiluomo, la buona educazione è una parte ben radicata del mio essere, e per tale motivo le scrivo questa lettera: per farmi perdonare di questa mia pecca.
Ma lei, Agente, non è stupido, probabilmente crede di conoscere tanto di me, crede di conoscere ogni mia opera d'arte. Ingenuamente crede di aver fatto un perfetto profilo psicologico sulla mia mente e sulla mia brillante personalità. Lasci che le sveli un consiglio: lei, come chiunque altro, conosce di me solo ciò che Io ho desiderato svelare.

Può chiamarmi Artista.
Molti mi hanno conosciuto, molti hanno letto di me, e molti altri leggeranno ancora, qui e in altri posti.
Ma lei, mio caro Agente, lei potrà conoscere la parte migliore di me; lei avrà l'opportunità di osservare e studiare ogni mia opera d'arte. Spero solo che lei abbia uno spiccante senso artistico, altrimenti potrebbe rivelarsi una maledetta delusione.
Sono particolarmente esigente.
Esigente e molto annoiato.

È anche per questo che le scrivo, non lo nascondo: vincere alla fine annoia, annoia sempre se non si hanno avversari degni con cui gareggiare. Si senta quindi onorato se ho scelto lei, magari sarà colui che riuscirà a catturare il famoso Artista.
I
n caso contrario... beh, mio caro, lei vincerà comunque, dato che Io, con tutto il mio ardore e talento, innalzerò il suo spirito ad un livello superiore.

In caso contrario, lei, mio nuovo amico, diventerà Arte.
La mia nuova opera d'Arte.

Si prepari, Agente, poiché io la costringerò a guardare tutti gli Abiti del Male che affollano questo triste e depresso mondo. Si mormora siano sette, e ognuno di essi alberga in ogni animo umano, anche nel suo.
Io, per la prima volta durante la sua breve vita, la metterò davanti la vera essenza umana, davanti la pura bellezza e la più atroce visione; davanti l'amore che ogni artista è in grado di provare in maniera morbosa nei riguardi delle proprie opere.
Perché, Io, mio nuovo amico, sono solo il Dio che lei deve tentare di sconfiggere; ma come ogni potente e meravigliosa divinità, ho un po' di paggi al mio seguito...
Nel mio caso potrei quasi definirli miei ingenui e inesperti apprendisti.

Si prepari, Agente Clive Smith, il primo sta per arrivare:
io stesso sono quasi in grado di sentire i passi che si avvicinano alle sue spalle.

Un nuovo Amico,
Alasdair Rochester.





NOTA DELL'AUTRICE:
Ragazzi, l'ho scritta alle quattro di notte, quindi abbiate pazienza ù_ù
Non è il massimo ma lo sapete che non scrivo da un sacco di tempo, quindi sto ingranando, quando avrò ripreso totalmente la mano correggerò. In ogni caso, se vedete errori, fischiate, eh.
Ho da fare una specifica:
per chi mi ha seguito c'è qualcosa di strano xD
Non allarmatevi, è come pensate, è un esperimento, una fusione tra "Io, Artista" e "seven Sins". Mi mancava Alasdair, troppo ma pensando alla sua storia non sapevo proprio come mandarla avanti e, oggi, alle due di notte mi è salita l'illuminazione e mi son messa a scrivere. Non preoccupatevi, Alasdair è sempre Alasdair, non è cambiato e si rivolgerà, probabilmente, come tanto adoravate, anche a voi.
Bacio : *



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Capitolo 2
*** - I ***


Documento senza titolo



~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~

L’ufficio non era altro che un piccolo cubicolo sommerso da cartelle ammassate su di una scrivania sin troppo moderna e dall’aspetto anonimo. Anche lo schermo del computer era a malapena visibile, per non parlare della tastiera ormai dispersa sotto una miriade di fogli.
L’unico elemento ben in vista, come se fosse una sacra reliquia, era una cornice che gelosamente accudiva la fotografia di una famiglia apparentemente felice, dove lo splendore di una madre e la chioma bionda di una figlia sembravano riuscire ad occultare l’unica figura maschile presente in foto.
E proprio quell’uomo ritratto in foto era ora intento a leggere una lettera scritta con una calligrafia impeccabile, in grado di ricordare tempi antichi, altri secoli, eleganze ormai sciolte e disperse nel tempo.
L’agente Clive era sommerso da un turbinio di emozioni e una sudorazione sin troppo eccessiva.
Conosceva sin troppo bene quel nome, conosceva quell’uomo che si firmava Artista, e sapeva che una battaglia contro di lui significava morte certa.
Nessuno conosceva realmente Alasdair Rochester, ogni documento riguardante il passato di quell’uomo sembrava essere irrecuperabile. Nessuno conosceva il suo aspetto, nessuno conosceva la sua età, anche i più grandi profiler del mondo non erano stati in grado, in passato, di fare un profilo psicologico dell’uomo. Alcuni ritenevano fosse solo un sicario in cerca di fama, altri un serial killer dalla mentalità sin troppo contorta.
Alasdair Rochester, per il Federal Bureau Investigation, come per ogni altro ente, era un fantasma.
Un signore della morte che con eleganza tranciava le teste di chiunque fosse finito sulla sua lista.
Il respiro di Clive divenne improvvisamente affannoso, cosciente di aver attirato su di se lo sguardo di un titano. Forse il Clive del passato, quello sempre eccitato dalla sfida, dal pericolo, avrebbe letto quella lettera in maniera differente, lasciandosi probabilmente coinvolgere dall’eccitazione e da un’impresa più grande di lui. Ma il Clive del presente era sin troppo stanco, anche solo per compilare quelle scartoffie sulla sua scrivania; la sua fama era ormai sbiadita e la depressione era la sua unica compagna di vita.

« Clive! Vieni a vedere! »
La voce affannata e allarmata di Amanda fece letteralmente sobbalzare Clive. Spaesato osservò la donna che sembrava provare i medesimi sentimenti del collega; era preoccupata, visibilmente agitata. Clive aggrottò la fronte, richiudendo velocemente la lettera: non era ancora pronto a condividere quel suo peso con qualcun altro.
« Amanda, calmati! Cosa diamine è successo? »

« Muoviti, vieni con me!» Lei non si preoccupò di aspettare il collega ma riprese a muoversi immediatamente verso la sala riunioni. Quando Clive si alzò si rese immediatamente che l’intero reparto era totalmente vuoto, e chi era rimasto, come Amanda, si preoccupava di raggiungere la sala. Non esitò un istante di più, ritrovandosi a seguire la donna.
La sala era un alveare di gente: troppo affollata. Ma il silenzio regnava, creando un’atmosfera cupa e pesante, proprio come l’aria che Clive si trovò inevitabilmente a respirare: stantia.
Non impiegò troppo per rendersi conto ciò che stava accadendo: il megaschermo mostrava le immagini di un giornalista intento a leggere una lettere e a Clive sembrò fermarsi il cuore per un istante. Le parole pronunciate dal giornalista con sin troppa enfasi erano le stesse e identiche parole che l’agente aveva qualche secondo fa trovato nella lettera recapitata da parte dell’artista.
Presto si ritrovò lo sguardo di tutti i presenti su di lui, un macigno che si unì inevitabilmente a quello che già sostava sul suo animo e sulle sue spalle. Con amarezza, tuttavia, presto si rese conto che la lettera del giornalista non terminava con i saluti medesimi della propria ma procedeva e ora le parole pronunciate erano dirette alla popolazione.


“Miei cari lettori, vi chiederete perché rendervi nota la lettera che io stesso ho scritto all’agente Clive Smith. Diciamo pure che mi piace giocare correttamente, ed è giusto, che voi, miei adorati, possiate imprimere le vostre speranze in qualcuno. Che sia io o l’Agente Clive.

Vi ho pensato sempre tanto, ognuno di voi, a ogni vostro animo, a ogni vostra sfaccettatura.
Amando le vostre diversità, i vostri pregi, i vostri difetti.
Vi osservo spesso, in ogni singolo istante della mia vita.
Spesso ho sorriso ad alcuni di voi, spesso ho scambiato qualche ironica battuta con altri.
A volte vi ho urtati, o voi mi avete donato sguardi di disapprovazione per magari una mancia che reputavate misera. Altri mi hanno imprecato contro nel mezzo del traffico e altri ancora mi hanno mostrato le foto dei propri figli che così gelosamente custodivano nel portafogli.
Diamine, miei adorati, vi amo, vi ho sempre amato e probabilmente vi amerò per sempre.
Come, in fin dei conti, anche voi mi amate e mi avete amato.
Ognuno di voi è un’opera d’arte, chi più acerba, chi splendente… e lo ammetto, a volte mi innamoro così tanto che non posso far altro che innalzarvi per l’eternità, in modo che il mondo, l’universo intero, possano meravigliarsi della bellezza che siete in grado di emanare.
Ma sono una persona corretta, l’ho già detto… e con me, questa volta, ho portato degli apprendisti.
Sì, apprendisti.

Reputatemi come Michelangelo e i suoi fedeli assistenti…
e voi, alcuni di voi, miei amati, sarete la mia Cappella Sistina.



Il giornalista, allarmato smise di leggere e a quel punto nessuno sembrò più prestare la minima attenzione al televisore. Clive fu in grado di avvertire lo sguardo di ogni presente su di se, ma nessuno sembrava in grado di parlare; quel religioso silenzio regnava ancora, sino a quando non fu la voce di Jason a mettere fine a tutto.

« Voglio tutti fuori di qui, lasciatemi solo con Smith. »
La voce di Jason, il capo dipartimento appariva stanca e vagamente preoccupata ma non così tanto da mettere da parte la sua sicurezza. I due aspettarono pazientemente l’uscita di tutti i presenti, compresa Amanda che diede una lievissima pacca comprensiva sulla spalla del suo collega, Clive. 
« Dimmi un po’, Clive… hai per caso ricevuto qualche lettera di cui non sono a conoscenza e forse dovrei? » Riprese Jason una volta che tutti furono fuori. Il suo sguardo era penetrante, furioso: palese che stesse cercando di trattenere una certa calma.
« Proprio cinque minuti fa. Non ho avuto il tempo di avvisarti dato che, a quanto pare, quel maledetto giornalista ha fatto prima di me. » Ammise Clive.
« Devi risolvere il caso. Alasdair è una piaga e il suo unico obiettivo è renderci impotenti e ridicoli. Non mi interessa come farai, non mi interessa quali saranno i modi, voglio che lo prendi. Un’altra sconfitta per mano sua ed è la fine. » Le parole di Jason risultarono per Clive pura fantasia, al punto da lasciar trapelare tutto il suo sconcerto.
« Sei impazzito? Alasdair Rochester è un fantasma, non sappiamo niente di lui. E gli anni non ci hanno portato nulla, è sempre dieci passi avanti a noi. Conosce perfettamente le nostre procedure, i nostri movimenti, lui conosce tutto. » Clive vomitò tutta la sua agitazione con un flusso di parole incontrollato, sommerso sempre più da interrogativi che, inevitabilmente, iniziarono ad ottenebrargli la mente.

« Non hai scelta, Clive. Quel pazzo è stato chiaro: o lui o te. »





NOTA DELL'AUTRICE:
Questa volta sono le sei di mattina, ma amen, avevo voglia di scrivere ed eccomi qui.
L'ho messo subito, sono sicurissima che c'è qualche errore ma il mio cervello è impostato ancora in fase "produzione" e non "correzione", quindi se c'è qualche errorino, fischiate!
Voglio fare un appunto:
ho messo un po' da parte lo "stile", sono molto esigente da me stessa, lo sapete ma ammetto che se avessi continuato a prendermela con me stessa perchè non mi usciva nulla di degno... avrei smesso di scrivere.
Quindi il mio obiettivo, cazzarola, ora è scrivere, scrivere, scrivere, qualsiasi cosa mi venga in mente e in qualunque modo, lo faccio per allenamento e per alleggerire la mia mente che perennemente p oppressa da questa trama che vuole uscire.
Mi spiace avervi fatto attendere il seguito ma sto carburando piano piano : *



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