Goneril

di KeyLimner
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Rumore ***
Capitolo 2: *** Filomena ***
Capitolo 3: *** Sulle tracce di... ***



Capitolo 1
*** Rumore ***


Rumore.
Tutto ciò che Goneril riesce a sentire è rumore.
Rumore dagli appartamenti a fianco. Rumore dal piano di sopra, dove sembra che gli inquilini non si stanchino mai di trascinare mobili. Rumore dalla strada, oltre le finestre con il doppio vetro.
Rumore dalle pagine del libro che tiene fra le mani.
Ma non hanno fantasia, questi mortali? Evidentemente la loro vita è troppo breve perché quei garbugli di trame sempre uguali e quei personaggi triti sempre alle prese con gli stessi problemi esistenziali abbiano il tempo di venire loro a noia. Goneril ha iniziato a leggere per distrarsi un po’, per tenersi occupata, ma mentre i suoi occhi annoiati scorrono fra le righe anticipando ogni battuta come se facesse parte di un copione che conosce a memoria, la sua mente ha tutto il tempo di andarsene a zonzo per conto proprio.
D’un tratto, si accorge di avere sete. Alza lo sguardo verso la brocca sul tavolo. Scocciata, constata che le toccherà alzarsi… e senza volerlo si ritrova pensare a quanto sarebbe facile schioccare le dita e lasciare che sia quella a venire da lei, fluttuando attraverso le particelle d’aria della stanza. Ci vorrebbe così poco… E prima che se ne renda conto, sta già calcolando la distanza e calibrando l’energia necessaria, pronta a richiamarla. In quello stesso istante, sente la propria anima ritrarsi dentro di lei, pronta a balzare fuori… quel tanto che basta per osservare la geometria del luogo e calcolare le deformazioni necessarie ai suoi scopi.
Percepisce già la realtà farsi distante. Estranea.
Non appena si accorge di cosa sta succedendo, molla immediatamente la presa. Spaventata, distoglie lo sguardo per eliminare ogni tentazione.
Cosa le succede?
Erano anni che non provava più quell’impulso. Si è impegnata con così tanta determinazione a reprimerlo che ora le sembra normale alzarsi per prendere le cose… cucinare… fare le pulizie a mano. Persino stirare. E ora… per una cosa così semplice e stupida… stava per buttare via tutto.
Di colpo, sembra non sia passato neanche un secondo dalla sua decisione di abbandonare la dimensione di Clarion per sempre.
Chiude gli occhi.
È tutta colpa di quella ragazzina… quella… non sa come si chiama. Neanche il suo nome ha voluto sapere: è fuggita il prima possibile, decisa a cancellare del tutto quello spiacevole episodio. Ma adesso non può fare a meno di ripensare a lei… ai suoi fluenti capelli corvini, ai suoi grandi occhi color pervinca… proprio come quelli di Cordelia.
Cordelia.
Adesso anche quel nome. Per quanti anni non aveva più osato pronunciarlo nel timore che riportasse a galla ricordi dolorosi, al punto che adesso temeva di formularlo anche nei propri pensieri? Ma quando ha visto quella ragazza, non ha potuto fare a meno di pensare a lei.
Goneril sa che, spesso, le anime che sono state cacciate a forza dal corpo in cui abitano hanno difficoltà a dissolversi nel flusso della vita e tornare ad essere spirito informe, per poi riconvertirsi in qualche altro stato. Continuano a vagare - divorate dalla nostalgia - finché non trovano una dimora simile a quella che sono state costrette ad abbandonare. Una parte di lei aveva sempre sperato di rivedere prima o poi quello sguardo negli occhi di qualcuno. Quel sorriso che era quasi un guizzo. Che appariva e spariva come un flash, tanto da farti dubitare di averlo realmente intravisto.
Ma non lo voleva veramente. Non voleva che il passato che aveva cercato tanto a lungo di dimenticare le venisse sbattuto in faccia così.
Eppure in quel momento…
Quando l’ha vista, non ha potuto fare a meno di seguirla. Camminava a qualche metro di distanza da lei, attenta a non farsi scorgere, e nel frattempo la studiava in silenzio. Era piuttosto magra, ma non scheletrica, e aveva belle forme, non abbondanti ma ben definite. La sua camminata era un po’ goffa, e questo l’ha fatta sorridere, perché le ricordava proprio Cordelia, che malgrado tutte le lezioni di portamento seguitava a inciampare in continuazione, con somma costernazione dei suoi tutori che si dannavano inutilmente per renderla presentabile in occasione delle cerimonie ufficiali. Il che le ha riportato di colpo alla mente immagini di saloni gremiti, di lampadari di cristallo scintillante, di vesti di broccato che svolazzano fra i danzatori… e degli scranni dorati su cui sedevano con aria colma di sussiego il re e la regina di Clarion. Ricorda la sensazione dell’abito fine che le aderisce al corpo, l’abito che le ninfe hanno tessuto per lei lavorando milioni di minuscole gocce di rugiada… la sensazione della stoffa vellutata sotto i piedi che la protegge dalla suola fredda delle scarpine d’argento, che toccano il suolo senza il minimo rumore, tanta è la grazia di colei che le porta…
Immagini dolorose, che chissà perché non le riusciva di ricacciare indietro.
Stava per andarsene, quando aveva sentito di colpo una forte energia negativa in avvicinamento. Qualcuno stava per attaccare.
La ragazza doveva aver avuto la stessa impressione, perché si era di colpo fermata, in una stradina fra due palazzi.
È un vicolo cieco, non aveva potuto fare a meno di pensare Goneril, sentendo la fronte aggrottarsi per la preoccupazione suo malgrado.
Ed ecco dall’angolo della strada fare la sua comparsa un enorme orco. Ha la pelle squamosa di un disgustoso colore verdastro. Negli occhi gialli, un bagliore inquietante.
La ragazza si volta e lo vede. Spalanca la bocca, pronta a gridare con tutta l’aria che ha in corpo, ma dalle sue labbra non esce un fiato.
Goneril conosce bene quella sensazione.
La ragazza arretra fino al muro di fondo ad occhi sbarrati, mentre la creatura avanza inesorabilmente.
Non è affar tuo, cerca di dire Goneril a sé stessa. Se la creatura vuole quella ragazza, chi è lei per impedirlo? Evidentemente è così che deve andare. E poi quella mocciosa non è nessuno per lei.
Ma quando vede il terrore nei suoi occhi, l’assale come un’ondata improvvisa una visione di quegli stessi occhi, su un volto diverso. Un volto che conosce fin troppo bene.
“Goneril, ti prego!”, dicono quegli occhi.
La mano protesa verso di lei. Il corpo sospeso verso il baratro.
Quella mano non smetterà mai di lanciarle la sua disperata richiesta d’aiuto… e lei non riuscirà mai a raggiungerla. È questa la sua punizione.
No. Non di nuovo.
Prima che possa rendersene conto, si frappone fra la ragazza e il mostro. Questo arretra per un istante, sorpreso, ma è solo un attimo. Poi torna all’attacco. Si scaglia violentemente contro di lei, gli artigli protesi.
Goneril non batte ciglio.
Quando la gigantesca zampa sta per abbattersi sul suo cranio, qualcosa la frena. E la zampa si arresta a mezz’aria. O meglio, su qualcosa che appare ben più solido dell’aria, ma che né Goneril né la creatura possono vedere.
Il mostro sembra intontito. Il rinculo lo ha fatto schizzare a qualche metro di distanza. Guarda il proprio arto perplesso. Una volta constatato che non c’è nulla che non va, si lancia nuovamente su di lei, ma non ottiene migliori risultati. Ruggisce, frustrato, e osserva Goneril con sospetto come studiando la situazione.
Goneril non si scompone. Fissa la creatura dritto negli occhi, e dopo un po’ quella non riesce più a staccare lo sguardo. Poi, di colpo, inizia a contorcersi orribilmente. Cade a terra. Le convulsioni durano per un po’, e fino all’ultimo istante Goneril non smuove di un millimetro il suo sguardo di ghiaccio. Non batte neanche le palpebre. Infine i movimenti della creatura cessano, e il suo corpo si dissolve in una nera nube di polvere sottile.
Goneril si gira verso la ragazza, che la fissa ad occhi sbarrati, con un’espressione atterrita non molto diversa da quella con cui osservava l’orco poco prima.
E in fondo cosa abbiamo di diverso?, si chiede Goneril.
Ma l’orrore rimpiazza subito lo stupore sul volto della ragazza. Solo che stavolta non è rivolto a lei, ma a qualcosa alle sue spalle.
Goneril si gira di scatto, appena in tempo per vedere un secondo artiglio abbattersi su di lei. In quel breve flash, pensa mortificata che il suo ultimo pensiero sarà per la propria stupidità. Curioso morire così. Lei, ultima principessa erede del trono di Clarion, il più potente di tutti i regni della Dimensione Superiore.
Ma succede ancora qualcosa. Una luce di un bianco abbacinante riempie il suo campo visivo. È la famosa luce in fondo al tunnel?, si chiede.
Ma apre gli occhi, e vede che il mostro è diventato un ammasso di cenere fumante.
Ma che diavolo…
Si volta di nuovo verso la ragazza. Nota che tiene protesa innanzi a sé una mano tremante. Emana ancora un tenue bagliore.
Alla fine mi hai salvata, Cordelia, pensa. Sente il suo cuore irrigidito spezzarsi.
Non può tollerare più a lungo quella visione. Schiocca le dita, e la ragazza e il vicolo svaniscono, rimpiazzati dai parati del suo salotto.
È finita.
Goneril stringe gli occhi. Li stringe così tanto che le fanno male i bulbi oculari.
Non sa dire esattamente in che momento il ricordo di quella scena è divenuto realtà. Maledizione. Quando hai più di duemila anni, i ricordi diventano una tortura insopportabile: temi di fare qualunque cosa, sapendo che ogni errore resterà marchiato per sempre a fuoco nella tua memoria e sarai costretto a portartelo dietro come una croce.
Ma da quando Goneril ha detto il suo addio definitivo alla magia, ha cominciato lentamente a invecchiare. Non se ne è accorta subito. È successo tutto di botto, quando un giorno per caso si è guardata allo specchio - non lo fa mai, adesso, tanto è stanca di vedere la propria immagine - e ha visto il solco di quella prima ruga. Proprio lì, sulla fronte. La sua fronte color madreperla, un tempo liscia e vellutata come un fiore di pesco.
È rimasta sconvolta.
Credeva che il pensiero dell’approssimarsi della morte, che aveva sempre messo in conto quando aveva fatto la propria scelta… anzi, si poteva dire addirittura che fosse proprio ciò che bramava… credeva che non avrebbe potuto minimamente scalfire la sua decisione. Ma quella ruga… quella ruga non significava morte. Significava solo pelle che avvizzisce, che si raggrinzisce pian piano, che pian piano diventa un foglio di ruvida cartapecora e infine cade, lasciandosi dietro solo un’arida carcassa. È una cosa orribile. Come possono i mortali accettare una cosa simile? Che morte è quella che non ti assale come un colpo di spada o un sortilegio fulminante, ma che ti corrode pian piano, in silenzio, mangiandoti dall’interno senza che tu possa vederla… e senza che tu possa farci niente?
Ma aveva fatto pace anche con questo: rinunciare ad un mondo implica rinunciare a tutto ciò che esso comporta. Ora sulla sua fronte inizia ad arrampicarsi una sottile ragnatela di rughe, ma non la controlla ogni mattina allo specchio. Non le importa nulla del suo stupido aspetto.
Però, quando ripensa all’inutile fine cui sarebbe potuta andare incontro quel giorno… lei che sarebbe stata perfettamente in grado di impadronirsi di tutta la Dimensione Superiore, se solo avesse avuto la spregiudicatezza necessaria… uccisa da uno stupido orco. Che vergogna. Doveva essere parecchio arrugginita.
Non riesce a pensare che a questo. Non alla gravità dell’aver usato di nuovo la magia dopo decenni di dura astinenza. Ma a quell’imperdonabile distrazione, che mai l’avrebbe colta in altri tempi.
La ragnatela di rughe che ha sulla fronte si increspa.

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Capitolo 2
*** Filomena ***


Sono strani quei momenti in cui di colpo percepisci l’assenza.
L’assenza corrisponde per l’appunto a una mancanza, a un non-essere: in quanto tale, intangibile. Eppure, in quei momenti, poche cose ti appaiono reali come quell’assenza.
Fu appunto questa la sensazione che provai quel pomeriggio sostando davanti alla porta della vecchia Filomena, che per tanti lunghi pomeriggi aveva ascoltato i miei monologhi mentre ricamava serena le tende del suo balconcino. Da quando avevo memoria di lei, l’avevo sempre vista lavorare a quelle tende: vi si dedicava con uno scrupolo veramente sbalorditivo. Chissà se le aveva mai finite.
Passando davanti al vecchio portone scassato, senza pensarci allungai una mano verso il campanello… un gesto che mi era stato per lungo tempo familiare. La mia mano si congelò a mezz’aria e rimase lì, impietrita, come offesa. Mutilata brutalmente nel gesto che teneva conservato nelle sue fibre.
Filomena era morta.
Oltre quella porta, una nuova sconosciuta inquilina, che senza dubbio se avessi suonato il campanello mi avrebbe aperto con una certa sorpresa… forse anche con un po’ di sospetto. Di sicuro non con i piccoli penetranti occhi grigi della vecchia Filomena, che pur essendo grigi erano tutt’altro che piatti, perché in essi c’era il mare di novembre, che ondeggiava con tutti i riflessi delle sue maree. Calmo, ma carico d’energia latente… e saggio. Incredibilmente saggio.
Di quella saggezza mi ero avvalsa molte volte da quando la conoscevo. E più di una volta, la vecchia Filomena aveva saputo darmi il consiglio giusto, sicché alla fine era diventata la mia principale confidente. Anche più delle mie più intime amiche.
Lei aveva qualcosa di speciale. Aveva una capacità che in pochi possiedono: quella di ascoltare.
Tanti fingono solo di ascoltare. Ti guardano, simulano interesse. Magari sentono pure quello che stai dicendo. Ma non ascoltano davvero. I loro pensieri sono altrove: attendono che tu finisca di parlare soltanto per poter parlare a loro volta… presi dall’impellente bisogno d’esplicitare i turbamenti del loro ansioso ego.
La signora Filomena, invece, sapeva ascoltare e capire come nessuno, con una pazienza senza confini. Ma la cosa più sorprendente era la sua capacità di domandare senza essere invadente, mantenendo intatti i confini per oltrepassarli solo a tratti, con dolcezza, come l’acqua della risacca che scivola lentamente oltre la scia dell’ultima onda e altrettanto lentamente si ritira. Impartiva consigli senza imporre il suo parere, anzi, spesso senza prendere una posizione ben definita, preferendo condurti per mano verso la soluzione del problema.
Forse ci riusciva proprio in virtù di quella calma che la caratterizzava, che è così difficile riscontrare negli esseri umani al giorno d’oggi. Quella calma era come un lago sotterraneo nei recessi della sua anima: uno specchio tranquillo, cui poteva sempre attingere.
Spesso mi capitava, nei momenti morti, quando ero sola nella mia stanza, di cercare qualcosa di simile dentro di me. Di tanto in tanto, se ero particolarmente rilassata e scavavo più in profondità del solito, riuscivo a intravederne il bagliore lontano, come il riflesso di una lama di luce sulle acque. Ma era presto sparito, sopraffatto da una miriade di altre cose… il biglietto per il concerto di mio fratello… i moduli da compilare per l’iscrizione alla palestra… le bollette della luce ancora da pagare che attendevano sul tavolo della cucina.
Chissà, forse la saggezza è qualcosa che si conquista col tempo, invecchiando. Ma se ci pensavo bene, non erano molte le persone di mia conoscenza che con l’età sembravano aver raggiunto la maturità sufficiente per superare l’ansia di esistere, di fare, di pensare; per essere semplicemente felici. Mia nonna ad esempio non era per niente una persona in pace con sé stessa. Ricordavo bene le sue lunghe telefonate con mia madre - quando vivevo ancora con lei. Quando erano al telefono, mia madre aveva sempre quell’espressione rassegnata, un po’ stanca, di chi attende pazientemente che la tortura abbia fine. Intanto si guardava intorno con aria nervosa, lanciando occhiate ansiose alla pila di panni che attendevano di essere stirati, o alle pentole da lavare nel lavabo. Dalla cornetta, potevo sentir gracchiare quella voce stridula.
Ma tutto questo non ha più importanza adesso, pensai.
Filomena era morta. Sparita per sempre. E in quello svanire, aveva portato via con sé tutta la sua saggezza… tutto il suo mistero.
Chissà qual era la sua storia. Non gliel’aveva mai chiesto… presa com’ero da me stessa e dai miei problemi. E adesso, non ne avrei più avuto l’occasione.
Filomena...

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Capitolo 3
*** Sulle tracce di... ***


«Mena… ti ho detto che è così!».
Rebecca misura a larghi passi la stanza, avanti e indietro. Filomena la segue confusa.
«Aspetta. Ripetimelo di nuovo».
La ragazza si ferma di colpo in mezzo alla stanza e alza gli occhi al cielo.
«Uffaa! Quante volte devo ripetertelo ancora?! Quel mostro è sbucato fuori dal nulla. E pure quella signora. L’ha messo al tappeto senza muovere un dito, solo guardandolo negli occhi, e poi…».
«…e poi ne è saltato fuori un altro, e tu l’hai polverizzato con un raggio di luce bianca incandescente». Filomena guarda Rebecca dritto negli occhi, come valutando la sua sanità mentale.
«Sì, è stato proprio ciò che è successo. E non dirlo con quel tono scettico».
«Non l’ho detto con tono scettico… sto solo cercando di capire».
«Che c’è da capire?! È incredibile, lo so, ma ti giuro che è andata proprio così. Sono stata attaccata, e quella donna mi ha salvata. E poi, non so in quale assurdo modo, io ho salvato lei».
Rebecca guarda le proprie mani, chiedendosi per l’ennesima volta come sia potuto accadere. È certa di ciò che ha visto… ma come possono essere state proprio quelle mani? Le sue mani? Ora continua a fissarle, ma non succede nulla. I palmi restano muti. Carte geografiche indecifrabili.
«Rebecca… cerca di essere ragionevole. Tutto questo è insensato».
«Lo so che è insensato! Ma devi credermi, è tutto vero. Non sono pazza. Almeno credo». La ragazza si afferra il capo con le mani.
Filomena le sfiora una spalla per tranquillizzarla.
«Io continuo a pensare che dovresti andare alla polizia».
«Ma sei matta?! Per dire cosa? “Ehm, scusatemi, vorrei sporgere denuncia. No, non mi hanno derubata. Sono stata attaccata da due mostri giganti e una vecchia signora mi ha salvato la pelle”. Sì, mi prenderebbero sicuramente sul serio. Anzi, se lo facessero sarebbe ancora peggio. Meglio essere spedita a casa con un paio di sculaccioni che in manicomio».
«Potrebbe essersi trattato di uno scherzo di pessimo gusto».
«Può darsi». La ragazza fa una pausa. «Ma devo saperlo. Devo capire cosa è successo. E per farlo, devo trovare quella donna».
Guarda fuori dalla finestra. Il sole splende come sempre nel cielo di Roma. Chissà quali oscuri segreti si nascondono all’ombra dei suoi raggi…
 
Rebecca se ne sta sdraiata sul suo letto con lo sguardo al soffitto. Le immagini di quell’insolito pomeriggio continuano a sfrecciarle davanti. È passata più di una settimana, ma non riesce a pensare ad altro.
Getta un rapido sguardo alla scrivania, dove una pila di libri l’attende minacciosa. Sente una stretta allo stomaco. Ma non ha la testa per studiare.
Lascia scorrere pigramente lo sguardo sulle pareti, fra i poster di Kurt Kubain e quelli di Virginia Woolf, ricordo del suo passato da ginnasiale. Le sue labbra si piegano in un sorriso.
Non può fare a meno di pensare a quanto sia strano essere finalmente all’ultimo anno. Quanta frustrazione… quante lacrime… fra i freddi corridoi del Tasso. Quante volte ha guardato con ansia al momento fatidico della maturità, come un uccellino in gabbia guarda il cielo che l’attende fuori. Eppure, proprio ora che l’incubo sta per finire, sente un certo amaro in bocca. Quando ha provato a dirlo a Miriam, una sua compagna di classe, lei l’ha guardata a bocca aperta.
“Stai scherzando, spero! Io non vedo l’ora di andarmene da questo posto infernale”.
Le pare incredibile riuscire a pensare ad una cosa tanto normale dopo l’avventura che ha passato, ma sembra già tutto così lontano… un sogno un po’ strambo, dai contorni fumosi.
È successo davvero?              
È quasi certa che Filomena non le abbia creduto, quando è corsa a casa sua a raccontarle tutto. E come può biasimarla? Ha fatto irruzione nella sua camera in stato confusionale, biascicando cose che ora paiono incomprensibili pure a lei. Anzi, l'amica è stata fin troppo accomodante.
Il vicolo dove è stata aggredita assomiglia adesso a un luogo fuori dal tempo e dallo spazio. È collegato alle vie circostanti da altre vie, da altri marciapiedi, teoricamente percorribili se provasse a tornare sui propri passi e a seguire quella precisa strada… ma arriverebbe davvero nello stesso posto? Forse si tratta solo della sua proiezione onirica… di un’emanazione trascendente in cui la sua mente l’ha trasportata per qualche minuto, per poi riportarla alla realtà dello spazio fisico.
O forse ha solo passato troppo tempo a studiare filosofia per il compito di domani.
Si gira su un fianco. Poi torna supina. Poi di nuovo su un fianco. Infine si mette seduta. Non riesce a trovare pace.
Devo tornare lì, pensa all’improvviso.
E al pensiero segue subito l’azione. Afferra la borsa e il giubbotto e si avvia verso l’ingresso.
«Dove vai, tesoro?», le urla sua madre dalla cucina, sentendola passare.
È impressionante: è un cazzo di radar. Rebecca si rende conto di colpo che è lunedì sera, e uscire a quell’ora è quantomeno insolito.
«Faccio un salto da Mena a portarle una cosa», improvvisa. «Torno fra un po’».
«Se il negozio è ancora aperto, puoi comprare il latte? Che oggi alla fine ti sei dimenticata di nuovo, e sennò domattina stiamo senza. Cosa diavolo hai da pensare che ti scordi sempre tutto non si sa».
«Sì, mamma».
Rebecca alza gli occhi al cielo. Esce sbattendosi con forza la porta alle spalle (l’uscio è difettoso).
Fuori fa un freddo cane. La temperatura si è abbassata di colpo: fino a qualche giorno fa andava ancora in giro con la camicetta e il maglione, ora anche col giubbotto batte i denti. Non c’è da stupirsi che la settimana scorsa metà della sua classe sia stata a casa con l’influenza. Anche lei comincia a sentire un certo fastidio alla gola.
Si stringe nella giacca e va verso la fermata dell’autobus. Ha paura di tornare lì: paura di ciò che potrebbe trovare, e paura di non trovare niente. Non sa quale sia l’alternativa peggiore. Affretta il passo. È così assorta nei suoi pensieri che centra in pieno uno sventurato passante.
«Ehi! Guarda dove vai, imbecille!».
«Mi scusi», mormora. Vede il suo autobus che si avvicina in lontananza e inizia a correre a perdifiato. Riesce a salire per un pelo.
Non c’è nessuno a bordo, il che - per gli standard degli affollati autobus romani - le pare quasi un miracolo. Cerca di essere ragionevole: è lunedì sera, chi mai dovrebbe stare in giro a quest’ora? Ma non riesce a cancellare un vago senso di inquietudine. Quando alla fermata successiva sale un gruppo di ragazzi chiassosi, si sente un po’ sollevata.
Una volta scesa, inizia a camminare in trance. I suoi piedi la portano senza esitazione verso la meta, quasi la strada fosse impressa a fuoco nelle loro piante.
Ci siamo.
Il suo stomaco si chiude.
Eccolo. Ecco il maledetto vicolo. Si copre il volto con le mani, come per difendersi da qualcosa di terribile. Ma passano i minuti e non succede niente. Alla fine apre timidamente gli occhi per guardarsi intorno. Niente. Solo il muro del palazzo di fronte a lei. E un gatto che sfreccia sull’asfalto per andare a nascondersi sotto un cassonetto. Dopo un po’, passa una signora e le lancia un’occhiata sospettosa, con l’espressione di chi ha di fronte una svitata.
Rebecca si rende conto che sta fissando il vuoto da svariati minuti. Si riscuote.
Allora… forse è stato davvero un sogno?
Si china per toccare il suolo, nel punto esatto in cui ha visto il mostro dissolversi. Sente solo la superficie ruvida dell’asfalto.
Intontita, si alza. Sta per tornare indietro, quando sente una strana forza che cerca di trattenerla.
Non è finita, pensa.
Segue quella traccia irresistibile. È solo un vago sentore, ma tutta la sua mente è ormai rivolta verso quella direzione. Prende un altro autobus. Quando sente la sensazione farsi più forte, scende. Si trova a Trastevere.
È qui. Qualunque cosa sia, può sentirla.
Segue ancora la traccia. Cammina spedita, con sicurezza. Infine, giunge ad una stradina. Vede un portone, e sa che è quello. Si avvicina, stavolta lentamente, con diffidenza. Alza il capo per osservare la facciata del palazzo, tutta ricoperta di rampicanti, ancora rigogliosi malgrado la stagione - anche se un fascio di foglie purpuree inizia ad arrampicarsi a partire dai rami più bassi.
Sul citofono c’è un solo pulsante. Nessun nome sulla targhetta.
Ha un attimo di esitazione. Poi si fa forza e suona.
Da dentro, il rumore gracchiante del campanello.
«Un attimo», dice una voce seccata. Il timbro è femminile, ma è così profondo e scuro che all’inizio ha qualche dubbio. Poi sente un rumore di pantofole che si trascinano sul pavimento.
Quando la porta si apre, trattiene il fiato.
La donna la guarda con altrettanto stupore. Ma poi si ricompone, e il suo sguardo si fa di colpo duro.
Si scrutano in silenzio per qualche secondo.
«E tu che cosa ci fai qui?». 

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