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Autore: Rozenberry    09/05/2012    1 recensioni
Il sole sorse alle sei del mattino nella calda città orientale e, lasciata la carovana in un luogo ben a riparo sotto la guardia di altri suoi compagni, il mercante era già giunto nella città, avvolto da un mantello blu e un turbante dello stesso intenso colore.
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« Gakupo guarda qui! Questi tulipani sono diventati così alti! » l’urlo di Rin fu tamponato dal velo, mentre carezzava con le dita la delicata corolla variopinta.
I contorni delicati dei fiori erano, a quest’ora, tinti del rosso del tramonto: la forte luce calda avvolgeva con il suo tepore ogni cosa ed ogni cosa assumeva il suo bel colore mentre il sole spariva dietro le dune.
Gakupo, ancora imbronciato, non fece altro che annuire, con le braccia incrociate, escogitando un modo per ricattare quella piccola peste che comunque tanto teneva a cuore.
Dopo un po’ Rin si voltò verso di lui e, con gli occhi celesti che spiccavano tra i lembi di stoffa del velo prese a fissarlo e a sorridergli.

Ho ambientato questa storia in un contesto medievale, ai confini del mondo arabo e cristiano... come al solito è Kagamincest. Spero vi piaccia, buona lettura *w*
Genere: Avventura, Fantasy | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Gakupo Kamui, Kaito Shion, Miku Hatsune, Un po' tutti | Coppie: Len/Rin
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Prologo ~ La figlia del sultano

 

 

Era buia la notte nel deserto, ma il cielo era senza nubi perciò la luna poteva brillare in tutto il suo splendore ed illuminare la via tra le gelide dune di sabbia. Il tempo sembrava fermo, il vento non soffiava più da un pezzo e non vi era alcun suono né alcuna cosa. L’oasi più vicina l’avevano già raggiunta da tempo ed adesso l’ultima tappa di quel viaggio era la dimora del sultano.

Una lunga fila di cammelli caricati di pregiate merci dell’occidente misterioso si faceva spazio nella sabbia, mentre la temperatura calava sempre di più. Ormai anche il vecchio berbero che conosceva tutti i percorsi il quel deserto tutto uguale si era zittito dopo aver dato l’ultima spiegazione.

« Seguendo questa rotta, domattina arriveremo in città. » si era limitato a dire, ma queste preziose parole risuonavano limpide nella mente dell’uomo che, a cavalcioni di un cammello più indietro, era titolare di tutta quella merce.
Un giovane imprenditore, ecco chi era, un giovane mercante desideroso di entrare nelle grazie del sultano e di poter così essere il suo fornitore personale di merci del mondo cristiano.
Il turbante non era certo il suo forte, lo sapeva, ma se voleva sopravvivere alle temperature glaciali notturne ed al sole cocente del mezzogiorno non poteva certo farne a meno. Ci aveva fatto l’abitudine dopo qualche settimana trascorsa in quell’interminabile distesa di sabbia e adesso se ne era quasi affezionato. E poi nel deserto non si stava così male: non era mai riuscito a vedere un manto di stelle più luccicante di quello.
La sua speranza era quella di vedere anche gli occhi del sultano luccicare di fronte agli omaggi splendidi che voleva porgergli: meravigliosi doni per le sue mogli e figlie, gioielli ed abiti stupendi e poi, per arricchire la sua biblioteca teneva con sé antichi manoscritti di storia e filosofia. Il cibo si sarebbe deteriorato, così aveva portato con sé solo oggetti in oro, argento e spezie. E tutto era quanto di più pregiato ci fosse, lavorato dai migliori orefici e nelle botteghe dei più prestigiosi artigiani. Inoltre, se mai il sultano avesse voluto, avrebbe fatto di tutto per accontentare i suoi capricci e quello delle belle donne dell’harem.
Già, era davvero curioso di vederne uno, anche se aveva la convinzione che a nessun uomo fosse concesso di vedere le donne degli altri. Strane usanze degli infedeli, pensava. Ma tanto ciò non aveva importanza, l’importanza era riuscire ad ingranare lì un buon commercio e ce l’avrebbe messa tutta per farcela.
 
Il sole sorse alle sei del mattino nella calda città orientale e, lasciata la carovana in un luogo ben a riparo sotto la guardia di altri suoi compagni, il mercante era già giunto nella città, avvolto da un mantello blu e un turbante dello stesso intenso colore.
Finalmente vedeva la città orientale, per la prima volta: era tutto così luminoso e fantastico, il forte aroma dell’oriente, il mondo era così diverso da quello da cui proveniva lui. Vedeva due specie di esseri: uomini e fantasmi, ma non ci mise molto a capire che in realtà erano donne, coperte. Così svanirono tutti i suoi sogni di vedere l’harem. Lentamente il suo cammello, con lui in groppa, si addentrò sempre più nelle mura con le porte a punta e attraversò la piazza ombreggiata dalle alte palme.
Non vedendo in alcuna maniera il castello del sultano, verso il primo pomeriggio, decise di domandare a qualcuno del posto. Conosceva bene l’arabo e lo parlava in maniera sciolta, così chiese del sultano ad un uomo che abbeverava le sue pecorelle in prossimità di una fontana, e questo gli rispose:
« La sua alta dimora è laggiù, oltre quel passo. – e l’uomo additò una strada lì vicino – Non puoi sbagliarti, il sentiero è lineare. »
Il mercante stagliò gli occhi azzurri verso il cielo nel quale si librava uno stormo e poi si rimise in marcia, con il suo cammello, verso il castello del nobile sultano.
 
 
« No! E’ troppo noioso! Ancora? Non mi importa di questa stupida filosofia! La detesto! » una piccola vocina proveniva da una camera del castello.
Sdraiata a terra, su di un tappeto, vi era una giovane ragazza, sui quattordici anni, avvolta in un leggiadro abito di veli azzurri su cui ricadevano leggeri capelli corti color oro. Aveva il volto arrossito e continuava a dimenarsi e ad urlare, mentre il suo precettore le teneva una lezione di filosofia. I capelli erano sciolti ed il volto era scoperto, lasciando pienamente visibili i suoi occhioni celesti: le era infatti permesso di non coprirsi solo in presenza di altre donne oppure dinnanzi al suo precettore.
« Rin, per piacere, calmati! » un ragazzo dai lunghi capelli viola e visibilmente più grande di lei (il suo precettore) era lì a cercare di tenere una, seppur striminzita, spiegazione alla capricciosa principessa.
Lei, intestardita, continuava a sbattere la testa a destra e a sinistra, sfruttando il suo potere e il fatto che suo padre, oramai da anni, fosse lontano da casa.
« Voglio andare fuori ad annusare i fiori nel giardino, a raccogliere mandorle e a passeggiare! » ripeteva ormai da un quarto d’ora abbondante, da quando, dopo il riposo pomeridiano, il suo precettore aveva cercato di inculcarle qualche concetto.
Ormai lo stava mandando fuori orbita, lo stava facendo innervosire ed il fatto che il sultano non fosse lì lo rendeva impotente.
« Va bene, Rin: – disse solennemente alzandosi dal tappeto su cui, con la sua principessa, era seduto – questa volta hai vinto di nuovo tu. Andremo in giardino, ma ricordati che dirò tutto a tuo padre, quando tornerà – e se tornerà, aggiunse tra sé e sé – e stasera ci dedicheremo allo studio più del dovuto. » imponente richiuse il libro e sul volto di Rin comparve un sorriso compiaciuto.
Aveva di nuovo fregato il suo precettore! Tanto suo padre non lo vedeva da una vita, ne aveva quasi scordato il volto e per questo non ne aveva la più minima paura: tutti lo ricordavano come un re giusto e saggio e di certo avrebbe compreso le sue ragioni.
In silenzio Rin si rialzò e si ricompose, prendendo il suo bel velo azzurro ed avvolgendosi il capo per poi coprirsi il volto fino all’altezza del naso. Il suo precettore, ancora arrabbiato e con uno sguardo severo, la squadrò per bene e poi andò a sistemargli bene il velo, dato che una ciocca era appena visibile e il copricapo restava a stento nella posizione tale da mantenere coperto il nasino.
Era un buon precettore, Rin lo sapeva, e anche se si arrabbiava al punto di volerla uccidere, provava per lei un enorme affetto. Ed anche questo Rin lo sapeva.
Da quella stanza in cui la principessa veniva educata ed istruita si poteva accedere al meraviglioso giardino del castello in cui, malgrado fosse di sua proprietà, era costretta a tenersi coperta, da quando aveva sette anni, dalla testa ai piedi per evitare che un qualunque uomo, diverso dal suo precettore, potesse guardarla.
Ed ecco il suo bel paradiso, un labirintico giardino profumato ed ombrato dalle palme imponenti, dove i fiori più belli splendevano alla luce del sole: gigli, gelsomini ed erbe aromatiche profumavano di esotico e meraviglioso quel posto bellissimo, nascosto e protetto dal deserto e da un sentiero tortuoso.
 
E fu proprio quell’inebriante profumo che suggerì al mercante di essere arrivato. Eccolo, lì sorgeva l’enorme palazzo reale di Sua Maestà il Sultano. Il sole sembrava sempre più alto e adesso lentamente iniziava a scendere, scagliandosi in contrasto, con la cupola bianca a punta dell’immenso castello. Arrivato all’entrata scese dal suo cammello e si avvicinò alle guardie.
« Vengo dal lontano occidente – spiegò scoprendosi la bocca dal drappo blu – per portare i miei omaggi al sultano. » gli bastò spiegare per avere la spiacevole notizia che in verità il sultano non era lì, che era impegnato altrove e che tutto quello c’era nel castello era la figlia minore di quest’ultimo. La principessa Rin.
Allora l’astuto mercante ben pensò di ingraziarsi lei, sicuramente una capricciosa e vanitosa ragazza, offrendo lei rarissimi gioielli e diamanti: in quanto figlia minore del sultano, infatti, doveva essere la sua prediletta e avrebbe poi raccontato al padre del mercante dagli occhi blu che le aveva concesso dei meravigliosi doni.
Forse era andata anche meglio di come aveva immaginato.
« Ho qui con me anche doni per sua figlia. » continuò poi, attendendo che lo facessero passare.
Ma questi non sembravano favorevoli e sfoderarono le loro sciabole: cosa voleva uno straniero dagli occhi blu e la pelle bianca dalla piccola ed ultima figlia del sultano?
 
« Gakupo guarda qui! Questi tulipani sono diventati così alti! » l’urlo di Rin fu tamponato dal velo, mentre carezzava con le dita la delicata corolla variopinta.
I contorni delicati dei fiori erano, a quest’ora, tinti del rosso del tramonto: la forte luce calda avvolgeva con il suo tepore ogni cosa ed ogni cosa assumeva il suo bel colore mentre il sole spariva dietro le dune.
Gakupo, ancora imbronciato, non fece altro che annuire, con le braccia incrociate, escogitando un modo per ricattare quella piccola peste che comunque tanto teneva a cuore.
Dopo un po’ Rin si voltò verso di lui e, con gli occhi celesti che spiccavano tra i lembi di stoffa del velo prese a fissarlo e a sorridergli.
« Dai, non essere arrabbiato con me. Stasera resto buona, va bene? » disse per riappacificarsi, odiava che lui non le desse considerazione.
Si limitò a portare lo sguardo altrove, ma quello insistente e fiducioso della ragazza lo costrinsero a riportarlo su di lei.
« Lo spero per te, Rin. Quando verrà tua zia dovrai dimostrarle le tue conoscenze ed è impensabile che tutto ciò che tu sappia riguardi quegli ignobili infedeli! » la rimproverò arrabbiato perché, era vero, la principessa conosceva solo del popolo cristiano: la lingua, le usanze, la storia.
« Andiamo Gakupo, non vorrai farmi credere che la filosofia di cui stavi per parlarmi non era di origine cristiana? » lo provocò con malizia.
Lui rimase per un istante a pensare la risposta da offrirle e, quando la sua voce stava per pronunciare il suo pensiero, un urlo deciso colpì la loro attenzione. Si voltarono di scatto verso la direzione da cui proveniva che, in lontananza, era proprio il cancello del palazzo. Doveva esserci qualcuno lì, e altre guardie iniziarono a correre verso quella.
« Rin! Presto entra dentro! » le urlò Gakupo rivolgendosi a lei e spingendola verso la porta del castello da cui, in quel momento, si era appena affacciata una serva che aveva scambiato uno sguardo d’intesa con il precettore.
Rin obbedì terrorizzata, andando a rifugiarsi dentro, mentre il suo maestro corse via con gli altri, a vedere cosa stesse succedendo.
La giovane serva chiuse la porta e portò Rin nella sua camera, al sicuro, quasi in cima al castello.
« Cosa succede lì? » domandò la principessa una volta liberatasi dal velo e sistematasi su un divano.
La serva rispose che non lo sapeva e così rimase con lei a farle compagnia. Le due parlarono per un po’, anche se il pensiero di Rin era rivolto al giardino e dentro di sé fremeva dalla voglia di vedere cosa stesse accadendo là fuori e perché Gakupo ci mettesse tanto a ritornare.
« Potrebbe essere ritornato mio padre? » chiese un po’ preoccupata dall’idea di rivederlo.
« Chi lo sa. Se Allah ha voluto così, probabilmente sarà lui. » rispose pacatamente la sua serva e così l’immaginazione della piccola figlia del re prese a vagare lontana.
« Andiamo a vedere. » aggiunse timida dopo un po’, ma la serva scosse fermamente il capo.
« No, Rin. Devi restare qui finché non si calmeranno le acque lì fuori. » le proibì severamente, conoscendo l’indole curiosa e spavalda della principessa.
Ma questa proibizione non fece altro che accrescerne il desiderio di violarla. Così, dopo un po’, ordinò di essere lasciata sola e poi, silenziosamente ed in punta di piedi, sgattaiolò fuori, avvolta nel suo velo fin sulle gote. Era appena alle soglie del giardino, alla fioritura dei gigli e dei gelsomini, quando sentì già delle voci avvicinarsi, nonostante, come credeva, l’epocale battaglia che aveva interrotto la quiete del giardino fosse avvenuta alle sue cancellate. Evidentemente, si spiegò a malincuore, si stavano muovendo verso il castello, per cui, terrorizzata e pentita di non aver ascoltato le sagge parole del suo precettore, iniziò ad indietreggiare lentamente, con il cuore in gola e il battito tanto forte da poter essere udito. Chi poteva esserci? Per anni (anzi da quando era nata) quel giardino non era mai stato oltrepassato da nessuno ed ora l’idea di qualche estraneo che stava per avvicinarla la faceva rabbrividire e raggelare.
Chiuse gli occhi, si nascose dietro la siepe di palme e si strinse ad una di queste, cercando di non emettere neanche un suono, nella speranza di non essere scoperta.
« Rinchiudetelo in una cella ed ispezionate il suo carico: non possiamo fidarci degli infedeli da tempo! Sappiamo che vogliono solo mandarci in rovina e distruggere il nostro popolo! » quest’urlo improvviso la fece sussultare dallo spavento, ma poi si tranquillizzò perché realizzò che quella era la voce di Gakupo e, a giudicare da ciò che diceva, doveva aver avuto la meglio sull’infedele.
Questo la rassicurò e così poté tirare un sospiro di sollievo, sorridendo appena. Non c’era nessuna minaccia nel castello e nel suo regno: gli infedeli avrebbero sempre avuto la peggio e Allah avrebbe protetto sempre il suo popolo.
Adesso, più tranquilla, fu presa da una grossa curiosità… com’è il volto di un infedele? si chiedeva sempre ed ora poteva saperlo. Fece eccitata capolino dietro le palme e così poté scorgere il convoglio di uomini, capitanati da Gakupo, che tenevano stretti un giovane alto e coperto completamente da un velo blu. Rin assottigliò gli occhi per mettere meglio a fuoco la sua figura, ma, inutile, era troppo lontana e sfocata. Aspettò in silenzio ed in fermento che si avvicinassero di più e riuscì finalmente a scorgere l’infedele menzionato dal suo precettore: anche se aveva il volto girato, il fatto che si dimenasse non poteva che significare che doveva essere per forza lui il prigioniero.
Rin pregò che si voltasse anche una sola volta verso di lei prima che fossero troppo vicini: si sarebbe infatti dovuta nascondere per evitare che Gakupo potesse scoprirla.
E dopo non molto le sue preghiere vennero esaudite. La brigata era ormai vicina alla siepe di palme e lei da un lato tremava dal terrore di essere vista e dall’altro fremeva dalla curiosità di riuscire a vederlo.
Fortunatamente nessuna delle sue guardie la notò, né tantomeno Gakupo. L’infedele, mentre si dimenava, portò per caso lo sguardo sulla principessa ed i loro occhi si incrociarono per un istante.
 
Lei non aveva mai visto un infedele, né qualcuno simile a lei. Era l’unica con degli occhi tanto chiari in quel posto… e quell’infedele aveva due occhi blu, come anche qualche ciocca di capelli ormai scoperti. Si scambiarono uno sguardo intenso e, quando lei se ne rese conto, di scatto tornò a nascondersi dietro la palma e lì rimase, finché non entrarono, dall’altro lato, nel castello e non rimase sola, tutta sola nel meraviglioso giardino fiorito del palazzo del sultano.
 
 
 
 



 
 
Note d’autrice.
Ed ecco che Hikari ritorna con una nuova RinxLen!! Si lo so, l’infedele non è Len, ma solo perché ho in serbo per lui qualcosa di diverso. U_U
Eh già; non ho saputo resistere dallo scrivere una fic ambientata in oriente… è da tempo che ormai ci pensavo e mi è finalmente arrivata l’ispirazione. E’ davvero un’atmosfera affascinante e poi questo è il mio mondo (in parte XD) dato che, dalla parte di mio padre, ho il sangue arabo U.U (Algeria *-*). Ad ogni modo Rin doveva essere la figlia del sultano.
DOVEVA.
 
BTW; spero davvero che questo prologo vi sia piaciuto e che vi abbia appassionato. Aggiornerò presto e per il momento ringrazio tutte voi che siete arrivate a leggere queste note. XD
 
A presto con il primo capitolo, la vostra Hikaripatitadellakagaminecouple. KISS♥

   
 
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