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Autore: Ellen March    24/04/2014    13 recensioni
Si era trasferita con il corpo, ma la sua mente tornava sempre là. Cambiare aria le avrebbe fatto bene, era quello che sentiva ripetere da mesi. E forse avevano ragione. Perchè anche se il dolore a volte tornava, Erin poteva far finta che fosse tutto un sogno, dove lei non esisteva più. Le bastava essere qualcun altro.
"In her shoes" è la storia dai toni rosa e vivaci, che però cela una vena di mistero dietro il passato dei suoi personaggi. Ognuno di essi ha una caratterizzazione compiuta, un suo ruolo ben definito all'interno dell storia che si svilupperà nel corso di numerosi capitoli. Lascio a voi la l'incarico di trovare la pazienza per leggerli. Nel caso decidiate di inoltrarvi in questa attività, non mi rimane che augurarvi: BUONA LETTURA
Genere: Commedia, Drammatico, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Crack Pairing | Personaggi: Un po' tutti
Note: Missing Moments, OOC | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'In her shoes'
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CAPITOLO 1: LA GIROVAGA DEL LICEO
 
Nonostante la stretta vicinanza tra il suo orecchio e la sorgente sonora, Erin sembrava ignorare l’allarme lanciatole dalla sveglia che, se avesse potuto parlare, avrebbe detto: “smettila di poltrire! Non vorrai fare tardi il tuo primo giorno di scuola!”. Finalmente la ragazza diede segno di vita, muovendo il braccio in un punto indefinito cercando di silenziare quel fastidioso oggetto ma intervenne zia Pam:
“Non ci provare Erin. Non ti permetterò di tardare il primo giorno! la colazione è pronta, sbrigati o si raffredda!” e rese ancor più efficaci le sue parole, rimuovendo con un rapido gesto le calde coperte che avvolgevano la nipote.
Erin mugulò una risposta che la zia interpretò come una resa. La vide trascinare i piedi sul pavimento con un’andatura incerta:
“e questo sarebbe il passo di una ex-ballerina? Sembri più una donna delle caverne!” borbottò allegra.
La ragazza aveva troppo sonno per protestare, si avvicinò all’armadio lasciando intendere alla zia che la sua presenza non era più necessaria. Evidentemente Pam non era dello stesso avviso.
“mettiti qualcosa di carino tesoro. È importante la prima impressione” commentò sedendosi sul letto. Erin fissò per un attimo la giovane zia. Pam lavorava come segretaria presso un ufficio legale ed era sempre impeccabile: era una donna molto bella, aggraziata e curata ma purtroppo a volte un po’ infantile e sognatrice. In certi momenti Erin si sentiva persino più vecchia, anche se almeno undici anni le separavano.
 “ok, ok ho capito… me ne vado… ma tu sbrigati” la ammonì la zia prima di richiudersi la porta alle spalle.
La ragazza fece un profondo sospiro e aprì l’armadio. Anche se fosse stata armata delle migliori intenzioni, le sarebbe stato impossibile scegliere qualcosa che sua zia potesse definire anche solo vagamente “carino”.
Nell’armadio c’erano solo capi scuri, t-shirt di concerti rock, jeans strappati e felpe. Frugò in un angolo da cui fece emergere una maglietta con una grande stampa frontale: “mi sento Alice in chains oggi” pensò fissando il logo del noto gruppo.
 
Scese le scale in silenzio e non appena la zia la vide, sospirò:
“quando potrò tornare a vederti con un vestito Erin? O per lo meno a intuire delle forme femminili sotto tutto quel rock?”
“quando tu accetterai di uscire con Jason” replicò Erin asciutta, svuotandosi una generosa quantità di caffè nel latte.
Jason era il vicino di appartamento di Pam, che da ormai un paio d’anni, manifestava palesemente il suo interesse per la giovane donna, la quale però fingeva di non accorgersene.
“Non è la stessa cosa!  Mi fa stare bene essere libera da relazioni sentimentali”
“e a me fa star bene indossare queste magliette” concluse Erin con un tono che non lasciava spazio ad ulteriori commenti.
Pam sospirò e alzò gli occhi al cielo. Quella era l’unica cosa che davvero Erin non sopportava nella zia e che tanto la rendevano simile al fratello, nonché padre di Erin.
Se Pam era davvero la persona che più di ogni altra la capiva, allora non doveva insistere a volerla cambiare. Erin si era trasferita nell’appartamento della zia appena due mesi prima. Non era stata una scelta facile, infatti le era stata più che altro imposta ed Erin aveva accettato quella convivenza solo quando aveva cominciato a rendersi conto di quanto la presenza della zia le fosse terapeutica: il suo modo di fare allegro e spensierato, così diverso dalla madre di Erin, la faceva stare meglio.
 
Si avviò verso la sua nuova scuola, consultando una piantina che ormai conosceva a memoria.
Una volta salita sull’autobus, trovò un posto libero accanto al finestrino e fu costretta ad aumentare il volume delle cuffie poiché il baccano le avrebbe impedito di leggere “la casa del sonno”. Quel libro la prendeva molto ed era uno dei pochi momenti in cui riusciva a distrarsi da tutto e da tutti. In questo modo non potè ascoltare i commenti meschini di una coppia di ragazze che l’avevano squadrata da capo a piedi malignando sul suo modo di vestire.
Una volta scesa, un sorrisino ironico si disegnò sulle sue labbra “Dolce amoris” borbottò tra sé “che nome del c-“ fu costretta a interrompersi perché venne urtata alle spalle da una delle due ragazze che, a sua insaputa, l’avevano derisa pochi minuti prima.
“a quanto pare il caso umano è un nuovo acquisto del liceo!” commentò la ragazza dai lunghi capelli corvini rivolta verso l’amica.
“per fortuna che nel test di ammissione non è richiesto di avere un certo stile” replicò l’altra. Aveva un fisico alto e ben proporzionato. I capelli erano minuziosamente raccolti in una coda di cavallo alta che la slanciavano ulteriormente conferendole un’aria da modella europea. La sua amica non era da meno: aveva dei lineamenti orientali molto delicati, e una pelle perfetta. I capelli neri erano assolutamente lisci ed estranei al concetto di “crespo”.
“oh magari Charlotte! Saremo sicuramente le prime in classifica!”.
“dopo di me ovviamente!” s’intromise una voce alle loro spalle.
Chi aveva parlato, era una ragazza con i capelli color oro e gli occhi di un intenso color zaffiro. Questo per lo meno fu ciò che vide Erin rivolgendole un’occhiata di sottecchi.
Sorpassandola, quella visione aveva lasciato un’ondata di profumo che aveva solleticato il naso di Erin facendola addirittura starnutire.
“ahah, sempre la solita modesta, eh Ambra?” scherzò la ragazza con i capelli neri.
“sono oggettiva Lin” puntualizzò Ambra “e senz’altro non puoi sperare di stare davanti a me in fatto d stile con quella squallida imitazione di Vuitton” commentò con un sorriso perfido alludendo alla borsa firmata che Lin teneva tra le mani.
Lin avvampò e trattenne a stento la rabbia e l’umiliazione mentre Charlotte sogghignava.
“in compenso i tuoi orecchini sono assolutamente d-e-l-i-z-i-o-s-i!” aggiunse Ambra con un sorriso ipocrita che bastò a rincuorare Lin.
Disgustata da quella scena, Erin si allontanò dal trio, osservandole a distanza. Aveva notato una Rolls-Royce fuori dal cancello e dal cenno che Ambra mosse all’autista capì chi ne fosse stata la passeggera fino a pochi secondi prima. Tenendo lo sguardo fisso sulla vettura che si stava allontanando, la ragazza non vide la persona accanto a lei e finì col urtarla.
“oddio!” esclamò. Poi alzò lo sguardo ad osservare chi fosse il malcapitato.
“non preoccuparti” le rispose la creatura che lei all’inizio scambiò per un angelo: capelli color oro e occhi color nocciola la portarono su un altro pianeta.
“scusami” farfugliò abbassando il viso per celare il rossore che le aveva incendiato il volto.
“ah, aspetta non ti ho mai visto prima… tu sei Erin?”
Sollevata dal sentirsi riconosciuta, annuì senza capire come potesse conosce già il suo nome.
“sono il segretario delegato del liceo. Benvenuta! E’ mio dovere farti fare un tour della scuola”
“delegato? Oh mi scusi pensavo fosse uno stud-“
“ahah frena frena, sono anche io uno studente, sono del quinto anno ad essere precisi!” replicò divertito il ragazzo “mi chiamo Nathaniel”
“piacere Erin” rispose prontamente la ragazza
“lo so” le ricordò Nathaniel facendole l’occhiolino e facendola sentire ancora più stupida.
 
Nathaniel guidò Erin per i corridoi dandole una mappa della scuola che si scoprì molto grande e riepilogandole le regole principali;
“come farò a ricordare tutto?” si chiese allarmata Erin.
“naa, non è difficile. Per ora sono due le cose a cui devi assolutamente pensare: l’iscrizione ad uno dei club, e portami al più presto una tua fototessera da mettere nell’archivio”
“fototessera? Ma sono sicura di averla già consegnata!” protestò Erin. E se lo ricordava bene: nonostante le proteste di Pam, alla sua domanda di iscrizione Erin aveva allegato una fototessera che risaliva a quattro anni prima; in quella foto era venuta davvero malissimo: aveva i capelli molto corti e all’epoca portava un orrendo paio di occhiali. Con il tempo era migliorata notevolmente, aveva maturato lineamenti più femminili e aveva smesso di indossare gli occhiali ma nonostante questo non aveva nessuna voglia di farsi fare una nuova foto. La zia si era così rassegnata al fatto che un’immagine così poco lusinghiera della nipote venisse deposta negli archivi scolastici.
“mi dispiace, ma ho voltato da capo a piedi il tuo fascicolo e non l’ho trovata” le spiegò Nathaniel.
“per la felicità di mia zia, dovrò farne una nuova”
“in effetti quella foto non ti rendeva giustizia!”
Erin rimase sbigottita e Nathaniel arrossì lievemente.
“e tu come fai a saperlo? Hai detto di non averla trovata!”
“scusa scusa!” replicò prontamente il ragazzo congiungendo le mani davanti al viso in segno di scusa “ma avevo portato il tuo fascicolo a casa per poterlo revisionare, e c’era tutto… non so perché, ma dopo cena la foto era sparita. Ho controllato sotto il tappeto, dietro alle riviste del tavolo, ho perfino rincorso il gatto per verificare se per caso…”
“ahah! Non avrei mai pensato che avessi  la faccia tosta di farmi credere che fosse colpa mia” commentò Erin divertita. Nathaniel anziché stare allo scherzo, si irrigidì e commentò lievemente seccato:
“mi dispiace ok? Se vuoi ti risarcisco i soldi per rifartela”
“n-no, ma cosa dici? Stavo solo scherzando! Mi hai sorpreso perché ti sei rivelato un tipo divertente!”
Nathaniel osservò sorpreso la ragazza che dal canto suo lo fissava con uno sguardo trasparente e sincero.
“beh, grazie… sei la prima persona che me lo dice” riconobbe massaggiandosi il collo con lieve imbarazzo.
Erin sorrise gentile e gli chiese ulteriori informazioni sui club:
“poiché l’anno scolastico è cominciato da un mese, non è rimasta molta scelta: c’è il club di giardinaggio” e a sentire quella parole Erin storse il naso “… e quello d basket”.
“Basket? Figo!”
“si ma il problema è che è praticamente impossibile entrarci”
“e perché?”
“vedi il capitano è un po’… come dire…selettivo”
“scusa ma deve per forza decidere solo lei?”
“no non mi sono spiegato: c’è un’unica squadra di basket che in teoria dovrebbe essere mista ma in realtà ci sono solo ragazzi. Formalmente le iscrizioni sono aperte a tutti, ma di fatto solo dieci persone ne fanno parte e, a meno che tu non sia un Michael Jordan in gonnella, è impossibile che tu venga accettata in squadra;  il capitano è il giocatore di basket più forte della scuola e, se devo essere sincero, anche piuttosto maschilista, quindi non ti accetterà mai in squadra… a meno che…”
“a meno che?”
“tu non convinca gli altri nove membri”
“cioè ho più possibilità di convincere 9 persone su 10 anziché 1?”
“direi che è un’ottima sintesi della situazione” ammise Nathaniel.
Erin increspò le labbra. Non aveva nessuna intenzione di iscriversi al club di giardinaggio ma del resto non poteva nemmeno restare tagliata fuori dai club. Su questo Nathaniel era stato categorico.
 
Il ragazzo la guidò fino alla soglia della sua aula 4C.
“ti devo abbandonare Erin. Devo tornare alla mia di lezione. Sarò anche un delegato, ma devo comunque seguire le lezioni come tutti gli altri studenti”
“grazie, sei stato molto disponibile” e con un certo rammarico, Erin varcò la soglia.
 
“e lei chi sarebbe?”. Una voce alterata le impedì di avanzare anche di un solo centimetro. Davanti a lei, un professore grassoccio, il cui sedere sforava dalla seduta della sedia, la scrutava da sopra i suoi occhiali.
“oh caspita, forse avrei dovuto bussare” pensò Erin quando ormai era troppo tardi “sono la nuova studentessa, Erin Travis” disse cercando di rimediare alla brutta figura. Sentiva su di sé lo sguardo dei presenti che stavano per diventare i suoi compagni di classe. Il silenzio che era calato le fecero temere di essere nell’aula sbagliata.
“oh la stavamo aspettando signorina Travis!” esclamò il professore con un entusiasmo che a tutti i presenti sembrò esagerato, specie per il modo in cui l’aveva accolta un attimo prima.
“lo vede quel banco laggiù in fondo?” disse indicando un punto in fondo alla classe.
Erin guardò il professore aspettando che proseguisse il discorso invitandola a sedersi ma lui sembrava aspettarsi una risposta affermativa:
“si lo vedo, cos’è? una visita oculistica?” chiese dopo un po’ con un’aria talmente perplessa che dai suoi compagni si levò qualche risata sommessa.
“non faccia la spiritosa! Si sieda laggiù!” le ordinò il professore visibilmente irritato.
“mi scusi” borbottò Erin accorgendosi troppo tardi che il suo nervosismo aveva finito per far trapelare la sua natura ironica e pungente.
“tutti qui i piantagrane!” borbottò tra sé e sé il professore talmente piano che nessuno lo sentì.
In quel momento Erin, guardandosi attorno, notò la presenza di Ambra e Charlotte. A quanto pare erano le sue compagne di classe e la cosa non poteva certo lusingarla.
Erin si accomodò al posto indicatole che, per sua fortuna, era accanto ad un banco vuoto. Almeno non doveva sforzarsi di fare amicizia. Inoltre era in ultimo banco così non avrebbe attirato su di sé sguardi curiosi.
La lezione di letteratura si rivelò terribilmente noiosa e la cosa le dispiacque molto: assieme alla biologia, letteratura era la materia che più adorava ma Mister Condor aveva un modo di spiegare apatico e incomprensibile. Dopo i primi cinque minuti, smise di prendere appunti perché convenne che non ne valesse la pena. Alla ricerca di un qualche diversivo, posò lo sguardo sul banco attaccato al suo: era pieno di scarabocchi, alcuni dei quali riconobbe come i loghi di band che da  qualche mese aveva cominciato ad ascoltare. Notò la presenza anche un piccolo pentagramma con abbozzate note ormai sfuocate. Aveva studiato musica fino a tre anni prima, e ricordava ancora come si leggeva uno spartito. Provò ad immaginare la melodia ma non riuscì a ricollegarla a nessuna musica che lei conoscesse.
Ed infine, quando ormai le sembrava che quel banco le avesse rivelato tutto ciò che poteva, sull’angolo in alto a destra, vide una parola che proseguiva sul suo banco: CASTIEL.
 
 
 
 
 
 
  
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