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Autore: SkyMe    08/10/2014    3 recensioni
Ero cosi' tanto vicina alla sua bocca che dio solo sa cosa gli avrei fatto. La voglia di urlare al mondo il mio male era troppa e vomitare tutte le mie emozioni su di lui non mi sembrava il caso. Decisi di stare seduta e guardalo scrivere, mentre io morivo dentro.
Quando troverò la mia cura, forse , tutto cambierà.
Genere: Fluff, Introspettivo, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: Cross-over | Avvertimenti: Contenuti forti
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''Siamo costretti, per rendere la realtà sopportabile, a coltivare in noi qualche piccola follia.''

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-Quando e se vi inizierò a parlare di me sarà perché sarò troppo ubriaca o troppo fatta.-

Così inizia il suo discorsetto una biondona di un metro e novanta, con tacchi a spillo  e borchie , con un rossetto da far invidia a Moira Orfei. E rideva, altro che se rideva. Ma che c’hai da ridere dico io. Forse non ha capito che la sezione malati di mente si trova  in un  altro edificio, qui siamo solo  dei AA.
Quando sento il mio nome  mi alzo  di scatto, quasi come se volessi scappare di corsa. Il dott. Petersen  tutto sembrava fuorchè uno psicologo/psichiatra/ciarlatano/ o come lo volete chiamare voi. La prima domanda è quella classica.Ed io odio le domande, ma soprattutto chi le fa.

-Presentati a noi e racconta la tua storia cara-.

Eh, quali sono le uscite di sicurezza? Da dove si scappa? 

-Mi chiamo Skye, ho 21 anni, e non ho bisogno di voi per stare meglio. Ma mia madre sì, quindi sono qui per lei. Io non bevo- bugiarda diceva la mia vocina - io dimentico.

Quando presi la mia prima sbronza avevo 16 anni e avevo litigato con mia madre per  andare ad un concerto. Avevo deciso di andarci, e non avevo dubbi a riguardo. L’intoppo era lei, la mia  super-iper-mega ossessiva convulsiva paranoica madre. Io e mia sorella Marleen, piu’ grande di me di due anni, decidemmo di andarci a vedere questo mega gruppo di Los Angeles in uno stadio poco lontano dalle periferie di Manhattan, nei sobborghi più brutti e bui che io abbia mai visto. Ma c’erano loro, i Seventeen e mi facevo piacere tutto, persino il tizio ubriaco marcio che ci provava con me. Insomma, parti con una birra e sei su di giri perché non avendo mai bevuto quello ti sembra gia troppo. Poi la musica, l’eccitazione e il volume troppo alto erano dei buoni amici di bevuta e Marleen lo era anche di più. Quando eravamo piccole non facevo altro che picchiarci e urlarci contro come indemoniate. Una volta mi ha tirato contro il phon con cui si stava asciugando i capelli, io lo scansai per poco, ma di contro, le tirai la spazzola che invece la prese in pieno in faccia. – Stupida cretina-  urlò - te la farò pagare-. Annui e me ne andai sbattendo la porta del bagno.
Solo ora  ho capito che stavamo litigando per una cretinata e la spazzola potevo pure evitarla, ma c’est la vie, non si può tornare indietro. Lo scorso anno, quando Marleen è stata lasciata da quello stronzo maniaco del fidanzato, io e lei ci siamo avvicinate molto, l’ho confortata con qualche birra e le ho dato quello che le serviva, il silenzio. La sera del concerto supplicammo mia madre di non rompere più del solito, ma non ci fu’ verso. Iniziò ad imprecare in aramaico antico, ad urlare e più urlava più avevo voglia di prendere una padella e zittirla, ma d’altronde  bisogna comprenderla. Noi, due figlie, adolescenti, in piena fase ormonale contro lei che la menopausa aveva reso più acida del normale. Le promettemmo di non fare tardi, la rigirammo come un calzino e in  trenta secondi eravamo già per via. Quando iniziarono a cantare i Seventeen era già mezzanotte, la prima birra stava facendo effetto su di me e la terza su Marleen. Mentre ballavamo due tizi iniziarono a ballarci , non vicino, ma addosso,  puzzavamo di gin,controe e sudore, un mix letale al mio naso. Credo non mi ricordi neanche quanto spendemmo per tutti i giri di vodka e rhum che ci facemmo, fatto sta che io la mattina dopo quando mi alzai giurai a me stessa che non sarebbe successo più e invece eccomi qui, davanti a quindici persone che non se ne fregano un cavolo di me a raccontare la storia della mia vita  da alcolista.

-Perchè vuole dimenticare Skye?- aggiunse il dottore.

-Non mi ha chiesto cosa voglio dimenticare dottore.- dissi io.

Lo scrutai a fondo dopo la mia domanda, aveva una ruga sulla fronte, segno che si stava facendo mille domande e non ne veniva a capo neanche di una. A vederlo bene, il dottor  Ian Stephen Petersen non era nemmeno tanto male, poteva avere massimo 30 anni, capelli scuri e corti ed occhi neri come il petrolio. Vestiva bene, segno di un portafoglio non vuoto, e probabilmente si era fatto un culo enorme per lo studio vedendo fin dove era arrivato. Ma mi colpì la sua mano sinistra , intenta a scrivere geroglifici sul foglio, nervosa e sudata che neanche lei sapeva cosa scrivere più.

-Che cosa vuoi dimenticare Skye?-

-Ho dimenticato dottore, non posso risponderla.-

Skye 1 - Dottorino 0. Il mio bel grillo questa volta ha avuto ragione, accetto sempre i suoi consigli e mi fa sempre compagnia. Si chiama Vir. Ma si è un bel nome in fondo. Ci siamo conosciuti alcuni anni fa, quando io ero attaccata alla bottiglia e lui cercava di strapparmela. Insomma ci siamo odiati per un pò, poi ho capito che in fondo, se pinocchio avesse dato alcolto al grillo , il gatto e la volpe non lo avrebbero raggirato, e così mi rassegnai alla sua presenza. Ad oggi non riusciamo a separarci.
La  mano dell'uomo che stava tenendo quell'incontro, in giorno così buio,si era fermata e i suoi occhi mi guardavano, anzi mi studiavano. Era preoccupato e curioso allo stesso tempo. Io dal canto mio non avevo la minima intenzione di dire al  primo che passa il motivo per cui tanto dolore mi porta a bere, ma sapevo che prima o poi lo avrei detto a quegli occhi color pece. E chissà se mi avrebbero curato dal mio male.

  
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