Libri > Harry Potter
Segui la storia  |       
Autore: Terre_del_Nord    08/11/2008    55 recensioni
Sirius Black e la sua Nobile Casata; gli Sherton e la Confraternita del Nord; l’Ascesa di Lord Voldemort e dei suoi Mangiamorte; gli Intrighi di Lestrange e Malfoy; le leggende di Potere e Sangue risalenti a Salazar Slytherin. E Hogwarts, i primi passi dei Malandrini e di chi, Amico o Nemico, condivise la loro Storia. UNA STORIA DI AMORE E DI GUERRA.
Anni 70. Il Mondo Magico, alle prese con Lord Voldemort, sempre più potente e feroce, farà da sfondo dark a storie d'amicizia per la vita, a un complicato rapporto tra un padre e i suoi figli, a vicende di fratelli divisi dalle scelte e dal sangue, a storie d'amore romantiche e avventurose. Gli eventi sono narrati in 1° persona da vari personaggi, canon e originali. "Nuovo Personaggio" indica la famiglia Sherton e altri OC.
*
NUOVA IMPAGINAZIONE MAGGIO 2015: HABARCAT (Chap. 1/20) *** ORION (Chap. 21/24) *** HOGWARTS (Chap. 25/39) *** MIRZAM (Chap. 40/52) *** STORM IN HEAVEN (Chap. 53/62) *** CHAINS (Chap. 63/X)
*
VINCITRICE 1° TURNO "Harry Potter Final Contest"
*
PUBBLICATO CAPITOLO NUOVO: 14.04.2017 - "MORVAH (2)"
Genere: Avventura, Drammatico, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: I Malandrini, Mangiamorte, Nuovo personaggio, Regulus Black, Sirius Black
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Malandrini/I guerra magica
Capitoli:
   >>
- Questa storia fa parte della serie 'That Love is All There is' Questa storia è tra le Storie Scelte del sito.
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
NOTE INTRODUTTIVE

GENERE

Introspettivo, Romantico, Avventura, Drammatico, Guerra.
RATING
Generalmente Giallo e Verde, a volte Arancione per le scene più drammatiche.
PERSONAGGI
I Black, i Malfoy e i Lestrange; gli Sherton e la Confraternita del Nord (i miei personaggi originali); Lord Voldemort e i suoi Mangiamorte; Dumbledore e gli studenti di Hogwarts; il Ministero della Magia e il Primo Ordine della Fenice.
DESCRIZIONE
Ambientata nei primi anni 70, SLYTHERIN'S BLOOD parla della prima ascesa di Lord Voldemort. Gli eventi sono narrati in prima persona da vari personaggi, tra i quali Sirius, Regulus e Orion Black, Rodolphus e Rabastan Lestrange, Severus Snape, James Potter e Remus Lupin, Albus Dumbledore e i componenti della famiglia Sherton.
NOTE
1. Nel 2013 ho cambiato il mio nickname EFP da Meissa_s a Terre_del_Nord.
2. Ringrazio tutti coloro che leggeranno, commenteranno e/o metteranno tra i preferiti questa fic e naturalmente coloro che l'hanno già fatto...
3. Potete trovare info relative a That Love sulla mia pagina autore in EFP e su FB dove esistono una pagina e un gruppo dedicati alle mie storie.
DISCLAIMER
1. Quasi tutti i personaggi di questa storia appartengono a J.K. Rowling. La Confraternita, le leggende delle Terre del Nord, la famiglia Sherton e le loro vicende sono frutto della mia fantasia.
2. Storia scritta per divertimento, non a fini di lucro.

That Love is All There is
Terre_del_Nord

Slytherin's Blood

Habarcat - I.001 - La Visita

I.001


Sirius Black
12, Grimmauld Place, Londra - ven. 18 settembre 1970

    “Non osare mai più parlare senza permesso! Non provare nemmeno a pensare senza permesso! O giuro che ti strapperò via il cuore insieme alla lingua! Non mi sono mai vergognata così tanto in vita mia! Non riesco a credere che tu sia mio figlio, il mio Sangue!”

Stavo riflettendo su quelle parole, simili a tante altre che negli ultimi mesi mi avevano già riversato addosso mio padre e mia madre, a turno, con lievi sfumature che, secondo i giorni, variavano dal desolato, all’arrabbiato, al minaccioso, quando il cerchio pallido del sole comparve da dietro il palazzo di fronte, pochi istanti prima di perdersi nelle brume ormai autunnali. Chiusi gli occhi e tirai un sospiro fondo: era finito un altro insulso giorno della mia vita e, finalmente, la nebbia si sarebbe ripresa Londra per la notte. Avrei voluto che si prendesse anche me.
   
    “Non torni a giocare?”

La voce di mio fratello mi strappò dal momento di autocommiserazione: la preoccupazione rendeva cupi i suoi occhi grigi mentre mi scrutavano, identici ai miei. Quello appena trascorso era stato un tremendo pomeriggio di settembre: Regulus ed io eravamo in camera nostra, all’ultimo piano della nostra abitazione, a giocare a "Scacchi Magici" sdraiati sul tappeto persiano in fondo ai nostri letti, in attesa di avere il permesso di scendere di sotto almeno per la cena. Come al solito, io avevo perso tutte le partite, anche quelle che Reg, per scuotermi, aveva cercato invano di farmi vincere: quel gioco mi entusiasmava poco, ma era l’unica cosa che potessimo fare quando eravamo entrambi relegati nella nostra stanza, in punizione. In realtà, quel pomeriggio, avevo solo sconvolto, senza volerlo, zia Druella, quando avevo chiesto notizie di Meda, che non avevo visto per tutta l’estate e di cui, ormai da mesi, non sentivo quasi più parlare. Mia madre ci aveva spedito subito in camera nostra e, una volta partita la zia, era salita per il castigo: una settimana confinato nella "camera di punizione" nel sottotetto. Reg, innocente, mi avrebbe fatto compagnia per il resto di quel pomeriggio, perché fosse chiaro, senza possibilità di equivoci, quello che ci si aspettava da noi, i figli di Walburga e Orion Black, ultimi rampolli ed eredi di una delle più nobili e antiche casate, il cui stemma, impresso ovunque in casa nostra, recitava “TOUJOURS PUR”: cieca obbedienza ai precetti della famiglia, anche quelli impliciti, anche quelli appena sussurrati. Secondo me, serviva anche ad infervorare il clima di rivalità tra noi fratelli: “Dividi et impera”.
Preda della noia, in quei tanti pomeriggi, perché ormai ce n’erano stati parecchi di pomeriggi simili nella mia vita, avevo memorizzato tutti i disegni ricamati sul tessuto del tappeto, e tutti quelli che ornavano le coperte, avevo fatto a Reg tutti i dispetti che conoscevo, per lo meno quelli che non lasciassero segni compromettenti troppo evidenti, ma quel giorno non mi andava nemmeno di minacciarlo, gli avevo solo intimato di starsene zitto e, in breve, non mi era rimasto altro da fare che andare alla finestra per vedere se la nebbia fosse già tornata a fagocitare il mondo. Ormai osservavo il buio avanzare su volumi e superfici come una macchia d’inchiostro svogliata, ammantando di uno strano colore grigio topo, che subito virava all’antracite, tutto quello che conoscevo. E, immediatamente dopo, quel colore carico si disperdeva nell’indefinito dei vapori che dal fiume salivano a ghermire la città, soffocandola nel suo abbraccio ovattato.
Il nostro palazzo si ergeva su una piazzetta lastricata, con un cespuglioso e incolto rettangolo di verde al centro, chiuso da una cancellata, circondata da case su tre lati, il quarto aperto sulla via principale da cui era separata agli angoli estremi da quattro lampioni accoppiati e, in mezzo, da quattro panchine e una fila di cinque alberi spennacchiati. Una piazza brutta e anonima, almeno per me: l’odiavo con tutto me stesso, soprattutto nei giorni umidi e freddi, quando nelle ore centrali, il sole lattiginoso a stento filtrava a lambirci l’anima, attraverso la nebbia spessa, dando a Grimmauld Place un’aura di malsana Magia. La nostra era una casa indistinguibile e non individuabile dall’esterno, dotata da mio padre dei migliori Incanti Oscuri destinati a proteggerla, così che risultasse impercettibile e imperscrutabile a chiunque ci vivesse vicino, ma assolutamente magnifica agli occhi di chi, Mago o Strega, sapesse come fare per vederla. Per me, però, non era una casa; per quanto fosse ricca, comoda e sontuosa, ai miei occhi era soltanto una prigione soffocante.
Stavo per tornare ai miei Scacchi, depresso ed anche più svogliato di prima, oltre che notevolmente affamato, quando la mia attenzione fu attratta dal rapido spegnersi dei lampioni che avevo visto accendersi negli ultimi minuti. Aguzzai lo sguardo e notai un contorno fluido: apparve dal nulla, dalla nebbia che ormai aveva vinto sulla luce e serrava di nuovo strade e palazzi come una morsa mortale, riprendendo corporeità gradualmente, mentre attraversava la fila d’alberi e la piazza, ed ora si muoveva con le fattezze di un uomo, diretto verso casa nostra: era intabarrato in un mantello scuro, con un cappuccio che gli nascondeva il volto; sembrava un sogno o il parto della mia fantasia sollecitata, già a quei tempi, da troppe letture gotiche. Quando sentii colpire il battente del portone secondo il codice stabilito e Kreacher spegnere i lumi a gas e correre con le sue gambette ossute all’ingresso, corsi a mia volta verso la porta della nostra stanza, rianimato da improvvisa curiosità, l’aprii piano, cercando di limitare qualsiasi rumore e imponendo il silenzio a Reg, che aveva ricominciato ad assediarmi con le sue lamentose domande.

    “Cosa fai Sir? Ci puniranno ancora di più se usciamo. Salteremo anche la cena!”
    “Zitto e seguimi!”

Apparve il broncio sul suo bel faccino e, come immaginavo, cercò di ribellarsi, ma quando vide che non mi lasciavo convincere a essere ragionevole, la curiosità vinse sulla paura, mi seguì nel buio della scalinata, ci affacciammo sul pianerottolo e scivolammo come spettri fino al secondo piano; lì ci appiattimmo a terra, con gli occhi a scrutare di là della ringhiera in ferro battuto, in tempo per vedere Kreacher chiudere la porta, riaccendere i lumi a gas e far strada all’uomo. Lo sconosciuto si sfilò il cappuccio mostrando una testa corvina, con i capelli lunghi un pò oltre le spalle, legati in una coda fermata da un nastro di seta nera, aveva il viso dall’incarnato leggermente abbronzato, dai tratti decisi ma regolari, con il naso diritto e nobile, gli occhi azzurri dal taglio felino, su cui balenavano inquieti riflessi color dell’acciaio, una barba corta e ricamata e dei corposi baffi curati: era Alshain Sherton, il miglior amico di nostro padre. Reg ed io ci guardammo, sui nostri visi c’erano dei sorrisi radiosi: delle tante persone che ci facevano visita, quella era l’unica che garantisse a noi ragazzi una serata all’insegna di racconti epici, fatti di leggende e avventura, niente sermoni formali, niente lezioni di etichetta, niente barbosissime ciance. Quando si tolse il mantello, mostrò il corpo asciutto e atletico che ben ricordavo: aveva una toga da mago verde scuro, attillata, lunga fino a metà gambe, a coprirgli solo in parte i pantaloni di alta sartoria, col colletto dal taglio orientale ricamato con inserti argentati, da cui occhieggiava una camicia di seta color perla, portava stivali e guanti di finissima pelle di Drago, neri; era, come suo solito, di un’eleganza sobria e austera, senza eccessi, a testimoniare la sua nobiltà di stirpe. Dall’angolo stretto della mia visuale non si poteva capirne la statura, ma sapevo già che era molto alto: quando si tolse i guanti, fui attratto dall’anello d’argento a forma di due serpi intrecciate, con uno smeraldo tra le bocche avvinte, all’anulare della mano destra, e dal bastone da passeggio la cui sommità d’argento era anch’essa a forma di testa di serpente, con due smeraldi come occhi. All’improvviso alzò il viso verso l’alto, forse per guardarsi attorno o, più probabilmente, perché si sentiva osservato; i nostri sguardi s’incrociarono per un attimo ed io provai l’istinto di ritirarmi timidamente, temendo più che altro un’altra raffica di punizioni da parte di nostra madre, se si fosse accorta della nostra presenza, ma lo sguardo dell’uomo mi bloccò, sul suo viso era apparso il sorriso noto e, fulmineo, strizzò l’occhio sinistro al nostro indirizzo.

    “Alshain!”

Prima la voce poi le fattezze di nostra madre irruppero nel mio campo visivo, interrompendo il silenzioso colloquio di sguardi e l’ospite, dopo un galante inchino con baciamano, scomparve dietro alla padrona di casa, in una stanza del piano terra, facendo attenzione a non tradirci. Reg ed io risalimmo senza far rumore e ci chiudemmo in camera, entrambi eccitati per quell’apparizione: era diverso tempo, troppo per i miei gusti, che Sherton non veniva a trovarci, ed entrambi, annoiati dalla monotonia della nostra vita, avevamo già iniziato a nutrire molte aspettative da quella visita.
La prima volta che lo vidi, cinque anni prima, avevo fantasticato che fosse un ricco mercante straniero cui nostro padre aveva commissionato chissà quali esotiche rarità, pagandolo -sapevo che ne sarebbe stato capace- cedendogli uno di noi due come schiavo, se non fossimo stati all’altezza del nostro nome: in cuor mio, già allora, avevo sperato di essere io il prescelto, pur di fuggire da casa nostra. Allora pensavo che non potesse essere altro che un uomo d’affari: di certo non era un parente stretto, perché li conoscevamo tutti, tantomeno poteva essere un amico, perché i miei genitori non ne avevano nessuno. Rendermi conto della realtà mi aveva letteralmente spiazzato. Stavamo immaginando quali novità si celassero intorno alla ricomparsa di quell’uomo avventuroso, che spesso si era fermato dopo cena solo per noi, per raccontarci fantastiche storie di Draghi, Eroi, Battaglie e Cavalieri, seduti in cerchio davanti al caminetto, quando Kreacher, il nostro Elfo domestico, viscido e odioso come sempre, entrò ammonendoci di renderci presentabili e di sbrigarci a scendere nel salotto, poiché avevamo appena ricevuto una visita importante. Fu una delle rare volte che eseguimmo un ordine di nostra madre di buon grado, quasi facendo a gara, tra noi, per arrivare di sotto per primo, ma alla fine, per evitare di rovinare tutto con una rissa e con un’altra giornata di punizione, ci accordammo per scendere insieme. Pur sapendo già che Sherton non badava troppo alle formalità, per ordine di nostra madre ci vestimmo come due damerini, pettinammo i capelli per bene all’indietro, camminammo tenendo un passo cerimoniale, mentre scendevamo la cupa scalinata di casa nostra “abbellita” da decine di quadri e ritratti di famiglia, da “trofei” di dubbio gusto, da arazzi arabescati e dal solito senso di claustrofobico soffocamento. Reg avanti di un gradino ed io subito dietro.
Il salotto in cui ci introdusse Kreacher era quello usato per accogliere e meravigliare gli estranei con la varietà e la ricchezza degli arredi, e la nobiltà delle nostre origini, avendo le pareti tutte ricoperte da arazzi in cui era stato tessuto il nostro albero genealogico: di solito era usato anche nelle visite ufficiali del "parentame" e, soprattutto, era lì che eravamo convocati, mio fratello ed io, quando i nostri genitori dovevano riprenderci e punirci, chiamando a testimonianza della nostra inadeguatezza tutto il peso del nostro Sangue, della nostra Casata, della nostra Stirpe. Quando entrammo, restai di stucco, mi sembrò di immergermi nel quadro babbano, eredità del trisavolo Phineas Black, che mia madre teneva nascosto in soffitta, maledicendo l’avo diseredato per gli Incanti che impedivano alla nostra famiglia di disfarsi di quell’orrore: ci accolsero la stessa fissità statuaria dei personaggi e la stessa innaturale atmosfera di cupo silenzio, come se in quei brevi istanti, prima del nostro ingresso, fosse accaduto qualcosa di spiacevole. Di solito la visita di Sherton era uno dei rari momenti in cui casa nostra si animava di un po’ di sincera allegria, ma quel giorno la Magia non gli era riuscita, perciò avanzai nella stanza, preoccupato. C’era il caminetto acceso, a causa dell’umidità della sera e della vetustà della casa, e quattro bracieri ardevano ai lati della porta d’ingresso, sulla tavola era stata sistemata una tovaglia ricamata riccamente, ed era stato servito tè con dei dolcetti e frutta secca e fresca in attesa della cena.
Mio padre, rientrato da poco da Nocturn Alley, indossava un’elegante toga nera sopra alla camicia antracite dai ricami argentati e ai pantaloni di alta sartoria, i suoi preziosi stivali di pelle di Drago e i capelli leggermente brizzolati riavviati all’indietro, a lasciar libero il viso dai nobili tratti, ed ora stava seduto nell’angolo più lontano della stanza, rispetto a chi entrava, sorseggiando il suo tè, con il “Daily Prophet”, i cui titoli richiamavano l’ultima prodezza di un Mago Oscuro e dei suoi seguaci, abbandonata sul tavolino più vicino, a dimostrazione di come la visita dell’amico avesse colto di sorpresa anche lui. Mia madre, bellissima e maligna, indossava un vestito borgogna, pieno di pizzi e ricami, lungo ed attillato, a fasciarne il corpo ancora perfetto a quarantaquattro anni, una miriade dei suoi amati gioielli, alcuni risalenti a sette secoli prima, e teneva i capelli raccolti in un rigido chignon. La trovai appollaiata su una poltrona vicino al caminetto, come un predatore che incombe sulla preda: sembrava che la visita di Sherton li avesse sorpresi mentre si preparavano a processarmi per l’odierna malefatta. Il nostro ospite, infine, era vicino a lei, in piedi davanti alla finestra, con una tazza in mano, e, assorto, guardava Londra dissolversi nella nebbia; si voltò verso di noi, ci sorrise avvicinandosi e ci abbracciò, scompigliandoci i capelli, sotto gli occhi imbronciati di nostra madre.

    “Come siete cresciuti! È così bello rivedervi!”

Era straordinariamente alto, la bocca dalle labbra piene e ben disegnate esaltate da un leggero pizzetto, portava un elaborato tatuaggio sul collo, sotto l’orecchio sinistro, a forma di serpe intrecciata ad una Runa, lo scorgevo tra la seta della camicia, e disegni simili erano tatuati alla base di tutte le dita, come ricordai quando ci strinse la mano, con la consueta presa energica e calorosa. Alshain Sherton era il miglior amico, anzi l’unico vero amico di nostro padre: benchè lontanamente imparentati, si erano conosciuti solo a scuola e, tra loro, papà era quello più grande d’età. Fino a pochi anni prima aveva vissuto a Londra in un palazzo nobile, ma babbano, poco lontano da casa nostra, a Essex Street, poi nel 1962, alla morte di suo padre, insieme alla sua famiglia aveva lasciato l’Inghilterra per trasferirsi a Herrengton Hill, la tenuta degli Sherton, nelle Highlands scozzesi. Ogni tanto lui e sua moglie erano tornati a Londra, per feste, inviti e ricorrenze, e per alcuni anni avevano tenuto ricevimenti nella loro dimora di Amesbury, nello Wiltshire. Non avevo mai visto la signora Sherton, di cui si diceva che fosse la più bella strega d’Irlanda. Una sera, dopo che Alshain ci aveva raccontato la storia di una bellissima dama, gli chiesi se assomigliasse a sua moglie, e lui, con sguardo sognante, mi rispose che la bellezza di Deidra Sherton andava al di là di quanto la mente umana potesse immaginare. Ci aveva parlato anche dei suoi figli, due ragazzi più grandi e una bambina della nostra età, che non avevamo ancora mai avuto l’occasione di conoscere. Negli ultimi due anni, poi, non l’avevamo più visto, fino a quella sera: Sherton aveva continuato ad invitare nostro padre a seguirlo nei suoi viaggi, ed erano partiti spesso insieme, ma gli unici contatti con il resto della nostra famiglia erano state lettere e regali, che non mancavano mai per feste e compleanni, o quando entrava in possesso di qualcosa che a suo avviso dovevamo avere.

    "Il signor Sherton è venuto per invitarvi a passare alcune settimane in Scozia la prossima estate," la voce di nostra madre ci investì acuta con una pesante nota sarcastica "e visto che vostro padre ed io stiamo crescendo due rammolliti indegni del nome della nostra Famiglia, abbiamo deciso di accettare l’invito, sperando che vi faccia bene. Mi auguro per voi che sappiate approfittare dell’opportunità che gentilmente vi è stata offerta, o potete star certi che ve la faremo pagare, in un modo che non dimenticherete mai più!”

Guardai Reg attonito: se da un lato si apriva dinanzi a noi la prospettiva di un’avventura straordinaria, con un uomo che avrei cambiato con mio padre in qualsiasi momento, dall’altro c’era la possibilità che tutto si trasformasse nella peggiore tortura ideata dai nostri genitori. Nostra madre evidentemente non era affatto contenta dell’invito, e se ci fossimo dimostrati entusiasti avrebbe trovato il modo di farci sparire il sorriso dalla faccia per mesi, prima e dopo la vacanza in Scozia.

    “Si divertiranno, due ragazzi della loro età sono sprecati in città, è normale che qui si annoino. A Herrengton, invece, vivranno con i miei figli, si troveranno bene e l’estate passerà anche troppo in fretta."

Sherton tornò a guardarci: aveva una strana luce negli occhi, come se fosse in grado di leggerci dentro, sentire le nostre paure e trovare subito il modo di tranquillizzarci. Sapeva incantare con le parole e con gli sguardi, aveva una voce calda, sensuale, parlava con calma, tenendo un tono molto più basso di quello dei miei, solo anni dopo ne avrei capito il motivo.

    “L’importante è che tornino Uomini,” la voce di nostro padre alla fine uscì, squittendo, dalla penombra “Uomini degni del mio Nome: a settembre Sirius andrà ad Hogwarts, l’anno dopo toccherà a Regulus. Non posso certo farmi rovinare la reputazione da queste due femminucce!”

Nostro padre aveva compiuto da poco quarantun anni, era arcigno e maligno come mia madre, sembrava quasi che si alimentassero i lati peggiori del carattere a vicenda. Era stato un bell’uomo, così alto, con i capelli mossi e bruni, e quei profondi occhi grigi che io e mio fratello avevamo ereditato, insieme al portamento elegante e la bellezza dei lineamenti, ma la sua avvenenza era presto sfiorita sotto l’attacco dei piaceri della tavola e dei suoi unici interessi: il potere e il denaro. Aveva una vera propensione alla meschinità, non sorrideva mai, non traeva mai piacere da nulla ed era spesso manovrato da nostra madre e aizzato da lei contro tutto e tutti. Assumeva una qualche scintilla di umanità e di vita solo in presenza di Sherton. Quando si alzò per raggiungere l’amico alla finestra, i suoi difetti si centuplicarono, per l’impietosità del confronto: nostro padre sembrava molto più vecchio di Alshain, benché avesse appena due anni in più.
Presto l’attenzione nei nostri confronti scemò: nostra madre ci lasciò per dare disposizioni per la cena, più per non averci davanti agli occhi e poter sfogare sui domestici la frustrazione di essere stata scavalcata dai due uomini nelle decisioni relative all’estate, che non per il reale desiderio di avere il nostro ospite ancora a lungo. Sherton, tra l’altro, aveva già detto che non si sarebbe trattenuto, quindi era inutile che recitasse la parte dell’operosa padrona di casa. Liberi dalla presenza di nostra madre, i due amici iniziarono a parlare con tono sereno e disteso della vita a Londra e di affari: quel giorno Alshain aveva partecipato ad una seduta del Wizengamot, al termine della quale avevano assolto, per assenza di prove, un Mago di Manchester, accusato di aver partecipato ad una "Caccia al Babbano". Nostro padre mostrò di non voler parlare di certi argomenti con noi tra i piedi, così la discussione scivolò rapidamente sul personale. Sherton aveva intrapreso i lavori di sistemazione della sua vecchia casa di Essex Street, riteneva che, visti i tempi, fosse ormai necessaria una sua presenza più attiva a Londra, nel frattempo sarebbe ritornato nello Wiltshire con i suoi familiari, almeno per l’inverno, visto che presto sarebbe nato loro un altro bambino.

    “Essex Street è troppo visibile e babbana! E’ questo che stai pensando, dico bene Orion?”

Sherton rise, prendendo in giro nostro padre, scimmiottandone le considerazioni tradizionaliste riguardo alle sue scelte spesso anticonvenzionali: si trovavano a volte in disaccordo su alcuni argomenti, ma tra loro l’amicizia e il rispetto erano autentici e incondizionati.
 
    “Sfotti, sfotti pure, se non ti avessi visto prendere le Rune con i miei occhi, non riuscirei a credere che sei davvero uno Sherton, razza d’un arrogante bastardo scozzese! Spero che tu prenda almeno delle contromisure! Non che mi preoccupi per te, sia chiaro, se anche ti capitasse qualcosa non sarebbe una gran perdita, è evidente, però sono in pensiero per i ragazzi e per Dei!”

Mio padre sorrise sprezzante all’occhiata benevola, eppure ironica, del suo amico, che ora era diventato un ghigno, sottolineato da un buffo sopracciglio alzato.
   
    “E smettila con quelle smorfie, sai quanto ti detesto quando imiti tuo “cugino”!”

Alshain proruppe in un’alta risata, cristallina e spontanea, papà, burbero come non mai, gli versò vero whisky babbano, che teneva nascosto in casa solo per le visite dell’amico, e Sherton parve apprezzare sorridendo, complice, finendola con l’imitazione di Abraxas Malfoy e levando il bicchiere a un muto brindisi. Mio padre lo guardò intensamente, poi la sua espressione truce si distese e gli occhi presero un calore che assumevano molto raramente.

    “Allora questo bambino… Ormai ci siamo quasi…”
    “Già, mancano poche settimane e... non era programmato, se è questo che ti stai chiedendo.”
    “Sì, sono passati dieci anni, se volevate verificare le Profezie, ci avreste provato prima, credo.”
    “Non tengo conto delle Profezie, lo sai, non ho mai voluto pensare a certe cose…”
    “Ora però, volente o nolente, ci starai pensando, ammettilo: se fosse femmina, lo sai meglio di me…”

Papà si interruppe e sorrise, levando il bicchiere brindò ad alta voce a Deidra Sherton e al bambino, Alshain lo seguì, ma il suo sguardo celava una certa tensione.
   
    “Per qualsiasi cosa, fai conto su di me, Alshain, tienilo sempre a mente.”
    “Ti ringrazio, Orion, ne approfitterò senza dubbio."

Mio padre cercò nuovamente di trattenere il suo amico, lo invitò a mangiare con noi e a passare da noi la notte, ormai era anche abbastanza tardi, scherzando sul fatto che casa nostra era più ospitale di Malfoy Manor, ma Sherton, con un sospiro di rassegnazione che sembrava dire "come darti torto", fece capire che non poteva cedere; si abbracciarono e si baciarono le guance, poi si rivolse a noi, accarezzandoci con lo sguardo.

        "Ora devo proprio lasciarvi, mi spiace, Abraxas ha chiesto di me, oggi, durante la riunione…”
        “Tienimi aggiornato sul bambino, mi raccomando. E vedi di non sparire di nuovo, per favore!”

Nostro padre gli fece l’occhietto e Alshain sorrise, cancellando l’espressione tirata che gli era ricomparsa in viso parlando di Malfoy. Osservandoli pensai che il tempo passato insieme a Hogwarts doveva essere stato meraviglioso per quei due, papà sembrava un altro quando era col suo amico, era così diverso dal solito che avrei anche potuto amarlo; era evidente che l’influenza nefasta di nostra madre non si estendeva fino al profondo del suo animo, ma nascosta in qualche piega del suo essere, c’era ancora quella parte di lui che aveva meritato l’amicizia di un uomo ai miei occhi tanto straordinario. Infine nostro padre diede un paio di colpi col bastone a terra e Kreacher accorse, pronto a servire. Alshain si riavvolse nel mantello, ci diede la mano con un sorriso che era una tacita promessa di libertà, fece un asciutto inchino a nostra madre, che, riemersa nella sala dell'Arazzo, sembrava ancora piuttosto astiosa e impaziente che se ne andasse, e si ricoprì il capo col cappuccio.

    “A presto.”
    “Sei sicuro di non voler usare la Metropolvere?”

Fece appena un cenno di diniego con la testa.

    “La detesto lo sai, poi stasera c’è il clima adatto per una bella passeggiata nei boschi!”
    “Come se non ci stessi mai!”

Rise osservando l’espressione attonita e orripilata di nostro padre: era evidente che, se non ci fosse stata nostra madre e avesse potuto parlare liberamente, papà gli avrebbe dato apertamente del pazzo. Lo accompagnammo alla porta e spegnemmo le luci, lui si fece avvolgere dalla nebbia che ormai spadroneggiava nella piazza, riuscimmo a seguirlo con lo sguardo solo fino all’ultimo gradino, quando ormai, complice la notte, aveva dissolto completamente la sua figura in quel profilo liquido e trasparente che era una delle abilità che più mi affascinavano in lui. I lampioni erano ancora tutti spenti, poi di colpo si riaccesero in rapida sequenza, ma la sua figura si era ormai persa, forse confusa nel buio lattiginoso della notte o inghiottita nel tronco di qualche albero. Una volta richiusa la porta, mentre mia madre si avviava con Regulus di sotto, in sala da pranzo, mio padre mi prese da parte: non mi urlò contro, né provò a picchiarmi, non commentò nemmeno in modo sarcastico le mie malefatte, si limitò a dire semplicemente che mi avrebbe frustato le chiappe a sangue, se avessi di nuovo molestato i nostri ospiti con le mie insolenze.

    “Io non ho molestato nessuno! Ho fatto quello che mi hai insegnato tu, ho soltanto cercato di essere gentile chiedendo alla zia delle mie cugine! Non ho fatto niente di male!”

Lo schiaffo arrivò rapido e potente, tanto che nemmeno finii la frase. Lo guardai stupefatto.
   
    “Te lo giuro, Sirius, te lo ficcherò in quella testa vuota dovessi scuoiarti vivo! Tu imparerai a comportarti da Black, fosse l’ultima cosa che faccio! Sei mio figlio, per Salazar, hai il mio stesso Sangue, sei l'Erede dei Black!”

Sconvolto, sfregandomi la guancia dolorante e in fiamme, mi avviai mestamente alla "camera di punizione", senza uscirne per oltre una settimana: quella sera finii a letto affamato e sconfitto, senza aver capito nulla di quanto era successo. Sapevo solo che mio padre aveva subito ristabilito l’ordine naturale delle cose, al 12 di Grimmauld Place, era come se Sherton non fosse mai entrato in quella casa. Eppure mi accorsi, e Regulus me ne diede conferma, che i nostri genitori dopo quella visita non si rivolsero la parola per giorni: l’argomento Sherton era davvero, a quanto pareva, l’unico su cui mio padre non ammetteva le intromissioni di mia madre.


*continua*



NdA:
Ringrazio quanti hanno letto, hanno aggiunto a preferiti/seguiti/ecc, hanno recensito e/o hanno proposto/votato questa FF per il concorso sui migliori personaggi originali indetto da Erika di EFP (maggio 2010).

Valeria



Scheda
Immagine: Non sono al momento in grado di risalire alla fonte di questa immagine.
  
Leggi le 55 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
   >>
Torna indietro / Vai alla categoria: Libri > Harry Potter / Vai alla pagina dell'autore: Terre_del_Nord