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Autore: Adeia Di Elferas    13/03/2015    13 recensioni
Caterina Sforza, nota come la Leonessa di Romagna, venne alla luce a Milano, nel 1463. Si distinse fin da bambina per la sua propensione al comando e alle armi, dando prova di grande prontezza di spirito e di indomito coraggio.
Bella, istruita, intelligente, abile politica e fiera guerriera, Caterina passò alla storia non solo come grande donna, ma anche come madre di Giovanni dalle Bande Nere.
La sua vita fu così mirabolante e piena di azione che ella stessa - a quanto pare - sul letto di morte confessò ad un frate: "Se io potessi scrivere tutto, farei stupire il mondo..."
[STORIA NON ANCORA REVISIONATA]
Genere: Drammatico, Generale, Guerra | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza | Contesto: Rinascimento
Capitoli:
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~~ Caterina stava osservando il sole attraverso le fronde verdi dell'albero sotto il quale si era seduta a riposare.
 Faceva caldo e la bambina, di otto anni appena, avrebbe dato qualsiasi cosa per avere un po' di acqua.
 Tutte le scorte, però, le avevano gli uomini di suo padre e lei se n'era allontanata. Se solo ci avesse pensato prima...
 Cercò di non pensare alla gola secca ed al sudore che scendeva lento per la schiena, sospirò silenziosamente e si mise ad ascoltare i rumori del bosco.
 Le piaceva andare a caccia con suo padre. Mentre era con il suo arco, il suo cavallo e i cacciatori, si sentiva come uno di quei condottieri di cui sua nonna Bianca Maria le raccontava sempre.
 Si sentiva eroica, era come essere in una battaglia vera.
 Accavallò le gambe e chiuse le palpebre, lasciando che le dita calde del sole le sfiorassero le guance già arrossate dalla corsa.
 Chissà se la stavano cercando, in quel momento. Di certo non suo padre. Lui sapeva che le piaceva allontanrsi dal gruppo, di tanto in tanto, e provare a misurarsi con la natura selvaggia.
 Certo, non rischiava mai nulla, in realtà, anche se un paio di volte si era trovata in difficoltà, a fronteggiare animali che non conosceva e che non sapeva come abbattere.
 Suo padre era fiero di lei, quando la vedeva tornare con qualche preda particolarmente difficile da catturare e questo la inorgogliva tanto da tentarla sempre di più. Ogni volta che la portava a caccia, lei si allontanava sempre per più tempo e sempre con più voglia di dimostrare a tutti il suo valore.
 Quella volta, però, non aveva trovato nulla di particolare. Aveva ancora con sé tutte le frecce e non aveva visto neppure un piccolo uccello da usare come esercizio di prova.
 Passò una mano sull'erba bagnata di rugiada. Era l'unica cosa fresca in quella mattina d'estate.
 Non le mancava Milano. I salotti erano belli, imparare era bello, ma si sentiva viva solo quando era libera di muoversi dove preferiva in mezzo al verde.
 Un giorno, pensava, sarebbe stata libera di vivere così ogni giorno della sua vita. Sarebbe stata padrona di se stessa e nessuno le avrebbe potuto dire cosa fare e quando farlo.
 Quando l'aria cominciò a farsi ancora più calda, Caterina si sentì sonnolenta. Ogni volta che andavano a caccia si dovevano svegliare in piena notte, in modo da essere sul posto già prima dell'alba, per trovare le prede migliori.
 In realtà lei raramente dormiva, la sera prima di una battuta di caccia. Era tanto l'entusiasmo e così meravigliose le aspettative, che la sua mente non la lasciava libera di cedere al sonno.
 Quindi in quel momento, complice la calura attorno a lei e l'erba fresca e umida sotto di lei, le palpebre le si fecero pensanti ed il respiro pian piano divenne più leggero e lento.
 “Non si dorme mentre si è a caccia.” fece una voce che Caterina conosceva molto bene.
 Senza farselo ripetere, la bambina spalancò gli occhi e si tirò in piedi: “Padre...” disse, con la voce un po' roca.
 Galeazzo Maria smontò da cavallo e le si avvicinò con passo ciondolante. Era vestito di scuro e la sua fronte corrucciata era piena di gocce di sudore. Non aveva ancora trent'anni, eppure la sua figura emanava la sicurezza di un uomo più in là con l'età.
 Aveva capelli mossi, quasi come la figlia, ma molto più scuri. La sua espressione era quasi sempre seria, spesso scontrosa, ma Caterina aveva imparato ad interpretarne tutte le minime variazioni.
 In quel momento, ad esempio, al di là della gravità che suggerivano gli occhi puntati su di lei, sapeva che il padre le voleva mostrare qualcosa e che dovevano fare in fretta.
 “Non volevo addormentarmi.” fece Caterina, recuperando le sue poche cose dall'erba umida: “Non l'ho fatto apposta.”
 “E se io fossi stato un nemico e invece di svegliarti ti avessi sgozzata nel sonno?” chiese Galeazzo Maria, aiutando la figlia montare in sella.
 Caterina aggrottò la fronte, poi abbassò il capo, in modo che i capelli lasciati sciolti le coprissero il volto che stava diventando rosso.
 Alla fine, colta da un'ultimo guizzo di ottimismo, fece notare: “Se fossi stata in battaglia, non mi sarei addormentata per certo!”
 Galeazzo Maria salì a sua volta in groppa al cavallo, dietro alla figlia, in modo da tenerla ed impedirle di cadere. Lo stallone che aveva scelto quel giorno era particolarmente insofferente agli ordini e quindi molto pericoloso.
 “I nemici non sono solo quelli che si trovano sul campo di battaglia.” spiegò Galeazzo Maria, con voce calma, ma risoluta: “Ricordati sempre che sei figlia mia. Una Sforza può far gola a chiunque.” concluse, spronando lo stallone.
 Caterina meditò su quelle parole, mentre trottavano verso un punto del bosco più a nord. A volte si chiedeva perchè ci dovesse essere qualcuno intenzionato a fare del male ai membri della sua famiglia. Nessuno – nemmeno sua nonna – era stato in grado di spiegarglielo in modo semplice.
 Forse perchè non era una cosa semplice e basta...
 Mentre ancora ragionava sulle mille insidie nascoste nella vita apparentemente tranquilla che conduceva nella casa di suo padre, Caterina si rese conto che gli alberi si erano fatti più fitti e alti.
 “Ci siamo quasi.” sussurrò Galeazzo Maria, facendo rallentare il cavallo.
 Teneva una mano sulla spalla della figlia, per farla stare attenta e zitta.
 Ad un certo punto fece fermare lo stallone e bisbigliò: “Scendiamo. Ci avviciniamo a piedi.”
 Caterina si lasciò aiutare a smontare da una bestia così alta tale era quel cavallo, e attese con pazienza che il padre legasse le redini ad un ramo basso.
 Cominciava ad essere trepidante. Cosa le doveva mostrare?
 Si inoltrarono nella vegetazione senza aprire bocca. I loro piedi si muovevano leggeri, la loro andatura e il loro cipiglio si assomigliavano sempre di più ad ogni passo.
 Finalmente giunsero nel punto che Galeazzo Maria aveva voluto raggiungere fin dall'inizio.
 Ad una cinquantina di metri da loro c'erano una daina con il suo piccolo. Sembravano tranquilli ed incredibilmente non si erano accorti della presenza del Duca e della figlia.
 Caterina trattenne il fiato. Non le era mai capitato di poter guardare così da vicino e con tanto silenzio e immobilità una scena del genere.
 Le due bestie stavano una accanto all'altra, abbassando di tanto in tanto la testa per strappare qualche filo d'erba o annusare qualche odore.
 Galeazzo Maria si mosse silenzioso come un gatto, sfilandosi l'arco dal braccio e poi prendendo una freccia dalla faretra.
 Con uno sguardo ordinò alla figlia di fare altrettanto. Caterina si sforzò di essere all'altezza delle richieste del padre, e ci riuscì abbastanza bene da non farsi notare dai due animali.
 Tenendo la freccia nel mezzo dell'asta, Galeazzo Maria fece capire alla figlia che lui avrebbe ucciso la daina e lei il cucciolo.
 Ci fu un istante in cui Caterina esitò. Gli occhi lampeggianti del padre la squadrarono, apparentemente delusi, o forse solo perplessi.
 La figlia deglutì e posizionò la freccia, riccacciando indietro tutte le remore possibili. Suo padre inarcò appena il labbro superiore, una specie di sorriso, che le fece capire quanto fosse contento della risolutezza che stava dimostrando.
 Entrambi tesero la corda e bastò quello stridore sussurrato a far alzare le orecchie dei due daini, che ebbero appena il tempo di guardarsi in giro e abbozzare una corsa, prima che due frecce li trovassero.
 La daina morì sul colpo, centrata da Galeazzo Maria all'altezza del collo, mentre, avvicinandosi, fu chiaro che il cucciolo era sopravvissuto alla mira imprecisa di Caterina.
 Galeazzo Maria fissò il muso sofferente del cucciolo di daino e con uno sbuffo prese il coltello che teneva alla cintola.
 Lo porse a Caterina, che gli era accanto e le disse, piatto: “Finisci sempre quello che cominci, non lasciare mai nulla a metà.”
 Caterina impugnò il coltello del padre. Le sembrava pesante e la lama era lunga e affilata.
 Il cucciolo di daino la guardava con gli occhi acquosi e pieni di dolore e paura. Caterina strinse ancora di più l'impugnatura imbottita dell'arma, per farsi forza.
 La freccia aveva colpito il piccolo all'altezza dell'addome, e un rivolo di sangue stava imbrattando l'erba sulla quale era rovinosamente caduto.
 Non emetteva nessun suono, era come se urlasse, ma senza fare alcun verso... Era una cosa surreale, che rendeva la situazione quasi onirica.
 “Uccidilo.” ordinò Galeazzo Maria, appoggiando una mano sulla spalla della figlia: “Senti il suo sangue uscire dal suo corpo, senti la forza abbandonarlo. Questo è uccidere. Cacciare tirando una freccia da lontano non è come farlo in questo modo. Questo è il segreto della vita, Caterina: la morte.”
 Caterina lo guardò fugacemente, distogliendo subito lo sguardo per paura che il padre vedesse nei suoi occhi l'ombra delle lacrime.
 “Questo ti renderà iù forte.” spiegò piano Galeazzo Maria: “Uccidilo e quando dovrai uccidere un uomo, farai meno fatica.”
 Caterina non credeva alle parole del padre, ma voleva comunque compiacerlo. Prese fiato un paio di volte e poi, sempre sotto lo sguardo vigile, seppur disperato, del cucciolo di daino, tenne il coltello con entrambe le mani e lo affondò con decisione nel collo della bestia.
 Sentì l'odore metallico e caldo del sangue, mentre quel liquido rosso e spesso le imbrattava le mani e le maniche.
 Avvertì i muscoli del piccolo daino prima irrigidirsi e poi rilasciarsi, senza più forze.
 La luce lasciò gli occhi scuri dell'animale e la sua bocca si aprì appena, come se volesse lasciar uscire l'anima, che anelava ormai il ristoro offerto dalla vita ultraterrena.
 Caterina si rese conto che le mani le tremavano un po', così abbassò il pugnale, per nascondere questa debolezza al padre.
 Quando ne ebbe il coraggio, la bambina guardò il volto dell'uomo che le stava accanto. Era illuminato da una strana luce, un che di folle, come un piacere improvviso e incontrollato che era stato scatenato, senza ombra di dubbio, da quello che aveva appena visto.
 “Padre...?” chiese Caterina, con un filo di voce.
 Galeazzo Maria ritornò subito in sé, sorrise appena alla figlia e disse: “Brava. Spero che ti ricorderai sempre di questo giorno.”
 Caterina annuì e gli porse il coltello rosso e gocciolante. Il padre, invece di riprendersi l'arma, le diede un pezzo di stoffa già pieno di vecchie e scure macchie di sangue: “Pulisci sempre la lama, dopo averla usata. Deve splendere.”
 La bambina prese il panno e lo passò con decisione sul coltello più e più volte, finchè non tornò a riflettere la luce del sole.
 “Bene, brava Caterina. Adesso andiamo. Ci serve qualcuno che prenda le carcasse e ci aiuti a portarle ai nostri cuochi.” fece Galeazzo Maria, riprendendo il coltello finalmente pulito e lo straccio umido.
 Caterina lo seguì veloce verso il cavallo che avevano lasciato poco lontano. Si voltò solo un momento, per vedere che effetto faceva vedere le due bestie morte da qualche metro di distanza.
 L'effetto la fece rabbrividire. I raggi di sole che filtravano delle foglie verdi e numerose illuminavano i daini e l'erba, che riluceva come un manto di pietre preziose. Era la luce che si rifletteva sulla rugiada e sul sangue...
 No, suo padre aveva proprio ragione: di certo non si sarebbe dimenticata mai di quella mattina di rugiada e sangue...
   
 
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