Giochi di Ruolo > Il Richiamo di Cthulhu
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Autore: Pascal_    31/05/2015    0 recensioni
“Sai” disse la voce dietro di lui: era l’uomo. “Ti sembrerà tutto come il piano di uno squilibrato mentale...ti starai chiedendo perché è toccato a te...vorresti che me ne andassi lasciandoti in pace...ma tranquillo, ora capirai.” Gli appoggiò una mano sulla testa, e intonò una strana cantilena in una lingua apparentemente inventata: “Stell'bsna lw'nafh ch' 'bthnk sll'ha uln gnaiih 'aiog ron ebunma, shtungglinyth uln y-ya lloig sll'ha ee csgn'wahl uaaah, sll'ha gotha 'fhalma n'ghft ebunma stell'bsna uaaah tharanak.”
Genere: Horror, Science-fiction, Sovrannaturale | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: Otherverse | Avvertimenti: nessuno
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Dan se ne stava sdraiato pigramente sul letto di camera sua, giocando pigramente con un videogioco preso a caso dallo scaffale ricolmo sopra la sua testa. 

L’afa estiva, con i suoi 40 gradi all’ombra, l’aveva reso insofferente a quell’esistenza relegata in città per lavoro. Le pale sul soffito giravano lentamente, affievolendo appena il calore che entrava dalla finestra; il ronzio provocato dal motore tuttavia cominciava ad essere fastidioso, quasi nauseante.

Dan si alzò dal letto, dirigendosi alla finestra con l’intento di chiudere i balconi, nel vano tentativo di impedire al caldo di entrare ulteriormente in casa sua e darlo sudare ancora di più. Il suo sguardo corse veloce lungo la fila di case dall’altro lato della strada e poi giù lungo la via: finestre chiuse, prati ingialliti, strade deserte. Non c’era anima viva in città: per quanto ne sapeva poteva benissimo essere l’unico uomo rimasto in paese durante le ferie estive. Con la coda dell’occhio, tuttavia, intravide sotto un albero nel giardino di fronte un uomo, dall’aspetto pallido ma ben vestito, con un elegante completo nero. sembrava fissarlo, ma gli occhiali da sole che portava rendeva difficile capire chi o cosa stesse guardando.

Poi, un rumore: all’improvviso, dall’inizio della strada, qualcosa era caduto, provocando quel frastuono assordante in mezzo al silenzio surreale che si era creato. Un gatto uscì dal vicolo, pelo ritto sulla schiena, lanciandosi di corsa lungo la strada; pochi attimi dopo, a rotta di collo, un cane randagio si era catapultato all’inseguimento del malcapitato felino. In quell’attimo di distrazione, Dan perse di vista l’uomo che ora era scomparso, volatilizzato.
 

“Ma che diavolo..?” mormorò tra se e se. “Ero convinto che...bah, il caldo mi sta dando alla testa! Più tardi chiamo l’ufficio e dico che non vado. Domani piscina e relax!”


Chiuse la finestra e si diresse in bagno, con l’intento di farsi una doccia fresca per levarsi di dosso il sudore che gli scendeva lungo la schiena. Non fece in tempo a posare la mano sulla manopola dell’acqua che il campanello di casa sua suonò. Interrogandosi su chi fosse, e allo stesso maledicendolo, si avviò al piano inferiore ad aprire la porta. Scese sul pianerottolo e si trovò di fronte, sulla soglia della porta di casa, lo stesso uomo pallido che aveva visto prima. Ora che poteva osservarlo meglio gli avrebbe attribuito una cinquantina d’anni abbondante, a giudicare dalle piccole rughe che cominciavano a formarsi sul suo viso.  Completamente calvo e con gli occhiali piccoli e tondi con le lenti oscurate, non era esattamente il massimo della banalità ma non era neppure uno di quei tanti volti che si potrebbero incrociare in una folla.

“Salve, spero di non averla spaventata” disse l’uomo, con una voce tranquilla. “Ho visto la porta aperta e ho temuto che dei ladri potessero essersi intrufolati qui”

Dan si ritrovò spiazzato di fronte alla tanta, forse eccessiva, naturalezza nel parlare dell’uomo. “Cos..S-Salve a lei...La ringrazio per l’interessamento, ma è tutto tranquillo...con questo caldo penso che persino i ladruncoli da appartamento se ne stiano a riposo.”

“Oh beh spero lei abbia ragione...anche se di questi tempi, sa…”


Dan restò a fissare l’uomo, che ora ciondolava sull’uscio, senza accennare a dire altro o ad andarsene. L’uomo evidentemente se ne rese conto e fissando negli occhi Dan, chiese “Si?”


“No, mi dica lei”

“Come scusi? Cosa vuole che le dica?”

“Non voglio sembrare scortese, ma se non ci sono altri motivi che la trattengono qua, la pregherei di andarsene...al momento sono abbastanza impegnato con...ehm...documenti! Si, dei documenti...da consegnare entro domani quindi…”

 

Dan inventò una scusa su due piedi, nel tentativo di liberarsi di quell’uomo: sembrava una persona normalissima, gentile; eppure c’era qualcosa che lo turbava: sarà stato l’aspetto, o il fatto che in piena estate qualcuno andasse in giro per le strade con valigetta e completo nero, o ancora che se ne restasse li sulla soglia di casa sua senza motivo.

 

“Oh scusi! non volevo interromperla sul più bello del suo lavoro...d’altro canto, ora che mi ci fa pensare..ci sarebbe qualcosa”

“Senta” Dan interruppe la frase dell’uomo sul nascere. “Se vuole soldi le dico già che ha sbagliato casa: fatico ad arrivare a fine mese col mio misero stipendio, quindi non ho modo di sperperare i miei eventuali risparmi in giro”

“Nulla del genere signore, anzi...ha un momento per parlare di nostro Signo- “

 

L’uomo non finì la frase, che Dan l’aveva afferrato per un braccio e l’aveva allontanato a forza dall’uscio di casa sua. “Non ho tempo da perdere con certe cazzate. Ora è pregato di andarsene e di non tornare a disturbarmi con queste robacce da creduloni”
Detto questo, si sbattè la porta alle spalle. O meglio, quello era quello che credeva di aver fatto. Ma il mancato rumore secco della porta che sbatte lo fece voltare di colpo: una mano pallida faceva capolino dall’esterno, afferrando con le dita ossute la porta, ed impedendole di chiudersi completamente. Poi, con un colpo secco, la porta si spalancò verso l’interno, colpendo in pieno volto Dan e scaraventandolo a terra. L’uomo mise un passo all’interno della soglia, poi un altro e un altro ancora. Era dentro. Chiuse la porta alle sue spalle e con una mano dietro la schiena cercò la serratura, finché le dita rinsecchite non si avvolsero attorno alla chiave inserita nella toppa. Uno, due, tre mandate.

 

“Forse non mi sono spiegato bene..quando le dico se ha un momento per parlare di nostro Signore, la mia non è una domanda.” la voce dell’uomo ora aveva perso la tranquillità apparente, mostrando ora un velo di irritazione. “Riformulo...ha un momento per parlare di Nostro Signore Chtulu?”

Dan incrociò lo sguardo dell’uomo, notando quella che interpretò come una scintilla di pazzia. Non aveva capito una singola parola di quello che gli aveva chiesto.


“Senti, fanatico religioso...non ho la più pallida idea di chi sia questo stramaledettissimo Chtulu, ma-”. Dan non riuscì a finire la frase: l’uomo si avvicinò a lui, lo strattonò fino a farlo rimettere in piedi e, con un altro atto di forza straordinaria, lo sbatté addosso al muro  e senza alcuna difficoltà lo lanciò all’interno del piccolo salottino della casa.

“Come osi?!” sibilò l’uomo, mostrando occhi rossi come le fiamme dell’inferno. “Tu, brutto insolente..schifoso maledetto…”  A metà discorso l’uomo si interruppe e fece un respiro profondo, come a voler riprendere la calma. “ora tu mi ascolti senza fare storie, chiaro? Quindi seduto”

 

Dan si vide spintonare verso la sedia più vicina alle sue spalle e tentò di opporre resistenza, ma gli bastò un’occhiattaccia per sentirsi gelare il sangue nelle vene e percepire il proprio corpo accasciarsi a terra senza forze, come privato della propria energia.

Chi era quel tipo?
Cosa voleva da lui?

Lentamente la vista gli si sfocò e perse i sensi.
Quando si riprese, Dan si ritrovò seduto sulla sedia..o meglio, immobilizzato alla sedia: gli era stata infilata addosso una camicia di forza, che gli bloccava completamente le braccia dietro la schiena;intorno al torace, stretta da far male, c’era una spessa corda che lo rendeva un tutt’uno con la sedia; aveva un fazzoletto infilato in fondo la gola che smorzava qualsiasi suono.
Tentò di mugugnare, quando una mano gli si posò sulla spalla.

“Sai” disse la voce dietro di lui: era l’uomo. “Ti sembrerà tutto come il piano di uno squilibrato mentale...ti starai chiedendo perché è toccato a te...vorresti che me ne andassi lasciandoti in pace...ma tranquillo, ora capirai.” Gli appoggiò una mano sulla testa, e intonò una strana cantilena in una lingua apparentemente inventata: “Stell'bsna lw'nafh ch' 'bthnk sll'ha uln gnaiih 'aiog ron ebunma, shtungglinyth uln y-ya lloig sll'ha ee csgn'wahl uaaah, sll'ha gotha 'fhalma n'ghft ebunma stell'bsna uaaah tharanak.”


Quel che successe dopo, fu un vero orrore: alla fine del canto Dan iniziò a udire sussurri tutto attorno a se. Sussurri, che lentamente gli si avvicinavano e gli mormoravano cose; sussurri che gli gelavano il sangue e gli correvano giù per la schiena; sussurri che, pur essendo incorporei, sembravano afferrarlo alle caviglie e lentamente arrampicarsi sul suo corpo inerme. Sentì chiaramente la sua mente espandersi, allargarsi verso orizzonti mai visti prima, accogliere un infinito flusso di informazioni e toccare cose ed esseri innominabili. Ma era troppo: troppo lavoro per il suo cervello, troppe informazioni da elaborare. Era limitato. Era...umano. Sentì un dolore opprimente alla testa, come se il suo cervello stesse premendo contro la scatola cranica e volesse un posto maggiore dove raccogliere quel che stava raccogliendo. Dan urlò, convinto di poter alleviare il dolore, nella speranza che la sua testa si spaccasse una volta per tutte e tutto finisse.

Ma ciò non avvenne.

I suoi occhi sanguinarono e persero di colore, ma era come se solo ora  vedessero davvero come stavano le cose. Vide i muri della sua casa inclinarsi fino a raggiungere angoli impossibili senza la conseguente rottura; vide il cielo estivo addensarsi, piegarsi e creparsi; vide il sole eclissarsi e le ombre prendere vita e danzare intorno a lui, in circolo; vide il terreno spaccarsi e sprofondare nelle viscere della Terra, mentre i mari e i fiumi si ingrossavano e straripavano.
L’aria si fece umida, fredda, mentre la luce scemava poco a poco fino a rendere il tutto opprimente. Giganteschi monoliti di pietra nera e verdastra ora si ergevano ora qua e la, secondo strutture che sfidavano ogni legge, fisica o matematica che essa fosse. Tutto il resto era una distesa di pietra nera a ridosso di una sconfinata massa d’acqua. Nel cielo, tuttavia si stagliava un’enorme sfera azzurra che emanava fasci di luce. Dan si ritrovò davanti ad un enorme struttura dalle innumerevoli facce. Dietro di se delle scale, anch’esse nere, che salivano. Il verde che aveva scambiato per il colore naturale della pietra dei monoliti era in realtà dovuto a delle incrostazioni qua e la di alghe e altro che non conosceva. Coprivano tutto, persino l’edifico di fronte a se. Ad un primo sguardo, a Dan la costruzione ricordava vagamente un mausoleo per l’imponenza, tuttavia era troppo spoglio e povero all’esterno. Le numerose facce erano completamente lisce, eccezion fatta per quella di fronte a lui: si stagliava, infatti, al centro un enorme, inquietante incisione che rifletteva la luce ricevuta dalla sfera nel cielo. L’incisione raffigurava un triangolo con la punta rivolta verso il basso, con ogni lato interrotto a metà da un occhio. Sotto, una scritta in simboli mai visti prima. Simboli che lo attiravano, simboli che gli parlavano. Dan si avvicinò ad accarezzarli, da quanto ne era attratto, e sentì la pietra insolitamente calda al tatto, e delle vibrazioni che si trasmettevano da essa a lui. Vibrazioni come di un battito cardiaco.

Ora sapeva la Verità.
Ora capiva tutto.

Quella era casa sua, il suo mondo.
E quello non era che un corpo materiale, un mezzo per poter camminare negli altri mondi.
La sua vera natura era all’interno di quel mausoleo.
Lui era Yivh’ugg, L’Osservatore del Tempo, Colui che scruta nei momenti.

  
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