Storie originali > Soprannaturale
Segui la storia  |       
Autore: Marty_199    16/12/2015    4 recensioni
Cosa faresti se la tua vita venisse stravolta? Se a soli quattordici anni tutta la tua vita ti venisse strappata dalle mani, sostituita con quella che consideri pura follia. Eppure è ciò che è successo a Elena, poche parole pronunciate con agonia dal padre morente, le hanno rivelato chi gli ha strappato tutto.
“I demoni...”
Con tra le mani una lancia demoniaca più potente dell’immaginabile e uno zio mai visto prima, si ritroverà immersa in un destino più grande di lei.
Arages è un demone, uno dei quattro originali, nato dal caos e dal fuoco. Non c’è niente che non farebbe per riavere la lancia, non c’è nessuno che non ucciderebbe per vendicarsi di un passato pieno di rancori verso i sacerdoti, verso una famiglia precisa discendente dai sacerdoti.
***
Dio come sarebbe stato facile ucciderla, bastava allungare la mano, nutrirmi della sua energia, per poi distruggerla. Per un demone come me, la sua vita valeva meno di zero! Solo un legame di sangue ci univa.
Ne avrei potuto fare tutto di lei, ma non ancora. I sacerdoti e la sua famiglia mi avevano distrutto, avevano osato commettere questo errore. Ora io avrei distrutto loro, e questa ragazzina... era la prima sulla lista.
Genere: Mistero, Romantico, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Violenza
Capitoli:
   >>
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A

Ero diretta verso il Trentino, il perché non lo sapevo... ma avevo smesso di fare domande, avevo perso la voglia di parlare, ero stata trasformata in un guscio vuoto lasciato lì a marcire nel suo stesso dolore, ma mi andava bene così.
Molti penserebbero che provare dolore sia la cosa peggiore, che diventi il tormento più pesante dell'anima, che se non lo provi... non soffri realmente.
B'è non era vero, io soffrivo, soffrivo così tanto, portavo in me quel tormento e quel dolore che non ti lasciano mai, che ti porti dietro come fossero una valigia pesante, ma che non puoi abbandonare nemmeno se lo desideri ardentemente, non puoi, perché è ormai parte di te.
Ma in quel momento non riuscivo a provare altro che vuoto, un profondo ed immenso buco scavato dentro di me, persino l’amarezza e la sofferenza dei ricordi era talmente costante da essere quasi sopportabile, quasi abitudinale. Mentre prendevo la via che sapevo avrebbe trasformato per sempre la mia vita da quel giorno in poi, con la mente ripercorsi la settimana ormai passata, quei giorni che mi avrebbero segnata fino alla fine dei miei giorni.

 

18 luglio, una settimana prima.
La finestra semi aperta lasciava penetrare nella mia camera quel leggero sentore di umido caratteristico di un tempo degno di un temporale, tutto profumava di pioggia e le gocce che precipitavano contro il vetro della mia finestra procuravano quel leggero rumore di ticchettio, che in un qualche modo mi regalava sempre un senso di tranquillità. Seduta sul mio letto ascoltavo quel tenue rumore, con la testa china sul libro di storia, poggiato sulle gambe accavallate.
Decisi di scendere di sotto nel salone, mia madre aveva insistito perché io quel giorno studiassi per recuperare, ma la concentrazione non ne voleva sapere di arrivare. Scesi dal letto poggiando il libro su di esso ed uscii dalla mia stanza.
Quando scesi le scale trovai mio padre sul divano intento nel leggere il giornale per aggiornarsi sui fatti nuovi, principalmente gli interessava lo sport, sulla politica non era mai stato un grande luminare, mentre mia madre doveva essere rinchiusa in cucina a preparare la cena, come suo abituale rito doveva avvantaggiarsi le cose da fare, nonostante fossero soltanto le due e mezza del pomeriggio.

<< Già finito di studiare?>> mio padre aveva interrotto la lettura sollevando lo sguardo su di me, feci segno di no con la testa, scendendo gli ultimi tre gradini e andandomi a sedere accanto a lui.
<< Non mi va di studiare ora.>>
<< Elena lo sai che sei indietro col programma di storia e devi recuperare.>>
<< Non è colpa mia se la nostra professoressa non è venuta! E poi devo iniziare il primo, quindi in ogni caso, di solito, si ripassano gli argomenti vecchi>> rivolsi lo sguardo su mio padre in cerca di una conferma alla mia teoria, lui di tutta risposta sollevò gli angola della bocca regalandomi un piccolo sorriso, annuendo appena e tornando a alla sua lettura.
Erano sempre stati molto severi sullo studio, lo ricordavo bene. Fin da quando era iniziato per me il periodo della scuola mi avevano spronata a studiare ed esercitarmi sempre più degli altri, per dare il meglio di me, non che al fine gli interessasse molto del voto scolastico, tra un otto e un nove loro non ne avevano mai vista molta differenza.
L'unica cosa che desideravano davvero, era che io sapessi i fatti, avessi una mente aperta in grado di recepire informazioni e di poterle scovare senza il bisogno dell’aiuto di qualcuno. Anche se a dire la verità mi avevano sempre spronata in tutto, mia madre aveva insistito perché svolgessi sport per l'autodifesa, non erano mai rientrati nei miei preferiti, ma alla fine avevo ceduto e ne avevo praticati parecchi, dal Karate al Judo, imparato a sferrare pugni sui sacchi (per mia fortuna senza confrontarmi con una persona vera) e a centrare le parti più vulnerabili di un uomo o di una donna.
Sapevo di essere ferrata con la memoria, ricordavo ogni mossa ed ogni movimento necessario, ma non ero altrettanto brava nella pratica corpo a corpo.
Ma a loro sembrava non importare, volevano che io diventassi forte, in tutti i significati che quella semplice parola di cinque lettere poteva contenere.  Col corpo ma soprattutto con il carattere, ad non abbattermi mai, a ritrovare la forza e riuscire da sola in una complicazione, che scaturisse dalla vita quotidiana o meno.

A piangere il meno possibile perché superfluo.

"Non ti abbattere perché inutile, ama, combatti e vendica, lascia crescere in te il dolore, ma non lasciare che intacchi la tua vita.

 Sii forte, la debolezza è un peccato.

 Sii buona, la malvagità è un peccato.

Sii combattente, chi resta fermo con le braccia incrociate non farà mai niente, e tu, non sei il niente."

Ero cresciuta con quel motivetto inculcato nella testa, sinceramente non ne avevo mai appreso il significato, poteva apparire come un resoconto del metodo di vivere dei miei genitori, di uno stile di vita... ma mi era parso sempre troppo esagerato, non conoscevo il perché, ma alla fine mi ci ero abituata. Certe volte, in ogni caso, faticavo a comprendere i miei genitori, il perché dei loro comportamenti sempre posati, il prendere sul serio una qual minima esperienza o fatto, il rivelarsi incredibilmente pronti a tutto, come vi fosse un copione perfetto nella loro testa e loro dovessero solo riprodurlo alla lettera.  Parola per parola, diveniva snervante delle volte.

Ma ogni genitore da secolo a secolo aveva sempre avuto il suo modo di vivere e di insegnare al proprio figlio come farlo a sua volta, io ero fiera dei miei genitori, perché sapevo nel profondo che credevano molto in ciò che mi insegnavano ogni giorno e io non facevo altro che seguirli, come una figlia avrebbe dovuto fare.
<< Oggi pomeriggio si studia giapponese e latino ricordatelo.>>

Voltai di nuovo il capo verso mio padre, poggiando la testa sulla sua spalla accompagnata da un piccolo sbuffo, quella era un'altra cosa in cui insistevano, lo studio continuo delle lingue.
Mi avevano fatta studiare lingue straniere fin da quando avevo sei anni, tra cui l'inglese e per qualche strano motivo prediligevano il giapponese, ormai erano divenute come una seconda lingua per me, potevo parlarle correttamente e senza problemi, tra le due era il giapponese che mi dava qualche problema sullo scritto, ma mio padre lo esprimeva come fosse la sua lingua di nascita e altrettanto bene lo scriveva, era sempre stato lui il mio insegnante privato.
Mentre per il latino, era come se fosse un semplice modo per farmi capire al meglio l'origine della nostra lingua, per farmi sapere qualcosa in più di altri, forse era anche per quello che mi avevano indirizzata verso il Classico, lo studio del greco e del latino per loro erano stati un motivo scatenante per segnarmi a quella scuola.

A me piaceva... il latino e le lingue grazie alla loro caparbia insistenza mi avevano sempre affascinata, dunque segnarmi a quella scuola era stata per me una buona ed accettata scelta.
<< Sì lo so.>>
<< Vedi di non fare la scansafatiche, pigrona.>>

Assunsi un'espressione offesa nel guardarlo.
<< Ma io non faccio mai la scansafatiche!>>
<< Non è proprio vero>> disse mio padre sorridendomi e io di tutta risposta gli feci la linguaccia, alzandomi dal divano.
<< Quasi dimenticavo, sono riuscita ad aggiustare la collana di mamma, ora la porto.>>
Risalii di corsa le scale per tornare nella mia camera senza aspettare una sua qualche risposta, cercai tra la roba sparsa sulla mia scrivania trovandola sotto un quaderno buttato lì a caso, mi presi un momento per osservarla nuovamente.
Era un semplice ciondolo di metallo a forma di cerchio con all'interno inciso un fiore, che dalla forma dolce e curvilinea dei petali doveva richiamare la forma di un Lilium, ma ciò era smentito dal fatto che nel mezzo, al posto dei soliti filamenti che ne fuoriuscivano aprendosi tra i petali, vi era incastonato uno zaffiro ben lavorato e perfettamente sferico, che fosse vero o meno lo avevo sempre ignorato, ma poco importava, mi era sempre piaciuta e speravo che un giorno mia madre la passasse a me come un cimelio di famiglia... ma non avevo idea di quanto prossimo fosse quel momento.
Il resto della giornata era passato tranquillo come tutti gli altri, dato che in quei giorni ci trovavamo nella nostra casa rustica di campagna, lontano dai frastuoni della città, era più facile poterci permettere scampagnate all'aperto. Quel pomeriggio optammo per una gita in bicicletta, che si concluse con una gomma bucata alla bici di mia madre e ad uno splendido ruzzolone di mio padre a causa di una buca troppo profonda.
Durante la cena l'unica cosa di cui parlammo fu la gita, io e la mamma non facevamo altro che prendere in giro papà per il suo grandioso volo, che la mamma fosse una frana in bicicletta ne eravamo a conoscenza da tempo, ma da lui non ce lo aspettavamo, forse era per quello che non riuscii a smettere di ridere quella sera.
Dopo cena, e solo dopo aver messo in ordine la tavola, mi rifugia nella mia camera, lasciando di sotto i miei genitori intenti nello scegliersi un film da vedersi insieme.
Presi la collana della mamma, tenendola tra le mani come a volerla studiare, mentre la musica che fuoriusciva dalle cuffiette mi circondava e teneva lontano ogni altro rumore.

Ed è lì, nel mezzo della più serena tranquillità che tutto crollò con la velocità di un battito di ciglio.

In quel istante un boato improvviso aveva riecheggiato per tutta la casa, facendomi sussultare, ci trovavamo in aperta campagna... dunque mi chiedevo che cosa poteva essere stato, in città avrei ritenuto un poco più normale un frastuono del genere, ma non in quella circostanza.
Mi sfilai piano le cuffiette dalle orecchie, quel rumore era riuscito a sovrastare la musica. E tutti mi parve più reale quando in seguito udii altro fracasso, rumori dall’aria sinistra sempre più energici provenire dal salone di sotto.

Lo stomaco mi si strinse in una morsa ferrea, le gambe tremarono appena mentre mi alzavo per scendere giù, esalai un sospiro, afferrando la maniglia e abbassandola senza fare rumore, volgendo la stessa cura nell’aprire la porta. I palmi delle mani sudavano e le dita mi dolevano tanta era la tensione accumulata.

Uscii dalla camera, le orecchie tese nel percepire il minimo rumore, in cuor mio speravo di udire la voce di mio padre, o quella acuta di mia madre. Ma perché invece tutto taceva? Non mi piaceva quel silenzio vuoto, si insinuava in me facendomi tremare dal panico.

Con lo stomaco stretto in una morsa d’acciaio e il cuore che mi martellava in petto, tanto forte da temere che potesse superare la barriera delle costole, scesi lentamente le scale, gradino per gradino, e più loro diminuivano, più il mio respiro diveniva affannoso, e il terrore saliva di un grado in più.

Quella scala non mi era mai parsa più lunga, ed uellQQQiijcnfvuna volta giunta giù mi ritrovai davanti un salone completamente in subbuglio.
<< Mamma... papà>> gracchiai con voce flebile e tremolante, non ricevendo in cambio alcuna risposta qualcosa dentro di me si serrò, i muscoli del mio corpo non erano più solo invasi dalla tensione, bensì completamente pietrificati dal terrore.
Il divano era stato ribaltato, la fodera stracciata e gettata via per terra, i mobili in legno scaraventati a terra con tutti gli sportelli aperti, ogni oggetto che ci si trovava posto sopra era in frantumi. Il pavimento era cosparso dai vetri delle cornici  appartenute sia alle foto che ai quadri poco prima appesi alle pareti, tutto mi pareva troppo irreale per essere vero, perché per me era inconcepibile che un qualcosa del genere potesse accadere alla mia famiglia. Dentro la mia casa.
Rimasi immobile dov'ero,  troppo pietrificata dal terrore per potermi spostare.

<< M-mamma... P-apà.>>

Se non avessi avuto la gola serrata, avrei gridato, invece tutto ciò che emisi fu un sibilo simile ad un mugolio.
Con la coda dell'occhio intravidi la porta che conduceva al seminterrato aprirsi lentamente, qualche cosa si smosse dentro di me, mi vennero alla mente tutte le manovre di difesa che conoscevo, ma il corpo era il mio problema, non aveva l'intenzione di muoversi, non ero in grado nemmeno di arretrare, o di spostare un piede.
Devo muovermi maledizione!

Chiusi gli occhi ed espirai più volte, senza però lasciare che il mio respiro producesse il minimo rumore, dovevo scacciare via il terrore, riuscire a vincere su di esso per spingermi in avanti e trovare i miei genitori.

Nel mezzo di quel mio tentativo, un fruscio si fece avanti, vicino... molto vicino a me, i vetri tintinnavano mentre venivano spostati.

Avrei dovuto chiamare qualcuno, la polizia, ma in quel preciso momento fu un pensiero futile e solo più paralizzante, mentre il fruscio si faceva vicino… sempre più vicino... il mondo attorno a me si restrinse a quel rumore...
Quando qualcosa mi agguantò improvvisamente la caviglia, sgranai gli occhi e strillai, con il cuore che mi usciva dal petto tanto forti erano i suoi battiti. Presi a scalciare con vigore, fino a quando non mi accorsi che la presa si era allentata debolmente.
<< Elena... ferma... ti.>>
Ripresi dun tratto coscienza di me, abbassai lo sguardo udendo quel sommesso mormorio di un tono che conoscevo. sbarrando gli occhi nel vedere mio padre steso a terra con la pancia sui vetri, i vestiti in parte stracciati e rovinati, il corpo lesionato e sofferente.
<< Papà!>> mi gettai sulle ginocchia, piegandomi di fianco a lui e solo in quel momento notai la chiazza di sangue sul suo fianco, un dettaglio che i miei occhi avevano omesso fino a quel momento, era ferito e sanguinante, tutto era reale.  

Calde lacrime trattenute fino ad un momento prima mi scorsero lungo le guance per finirle sulla labbra, urlai dall’orrore sino a sentire male alla gola, le mani tremavano mentre tentavo invano di frenare la fuoriuscita del sangue.

Era così rosso e denso, mi scivolava tra le dita impregnando la mia pelle.
<< P-papà che devo fare? Cos'è successo io... oddio papà cosa...>> farfugliai parole sconnesse tra loro ma col sapore amaro del terrore ad impregnarle, il respiro che mi veniva sempre meno, sostituito da singhiozzi convulsi ed irrefrenabili.
<< Elena... non c'è tempo... sposta il tappeto>> lo guardai sapendo che nei miei occhi vi era dipinto il sgomento di un incubo reale, non mi mossi, ciò che ripeteva non aveva alcun senso.
<< Papà devo chiamare aiuto!>> feci per alzarmi nonostante fossi scossa da singhiozzi convulsi e un tremore continuo la mia mente era sprofondata nel mezzo delle tenebre totali, tanto in profondità che quando mio padre strinse la sua debole presa intorno al mio polso, sussultai scostandomi.
<< ...Devi ascoltarmi!... sposta il tappeto... Elena.>>

Il suono della sua voce appariva come una richiesta disperata, ma dettata con’autorità che non ammetteva alcun tipo di replica.
Le lacrime mi ostruivano la vista, tutto era appannato e l’orrore che provavo dentro era un'emozione a me ignota, singhiozzai guardando il viso sofferente di mio padre.
Decisi di fare ciò che diceva,
in bocca mi si congelò ogni parola di protesta, gattonai avanzando a scatti sul pavimento fino al tappeto vicino il divano, tagliandomi le mani con le schegge dei vetri rotti delle cornici.

Sollevai il tappeto spostandolo ed accatastandolo di lato il più possibile, tremai e singhiozzai ancora all'idea che qualunque persona avesse devastato la mia casa ricomparisse da un momento all'altro.
Il rumore alle mie spalle di vetri mossi tra loro mi fece roteare lo sguardo, vidi mio padre strisciare fino a me senza curarsi minimamente della sua ferita.

 Osservai pietrificata mentre si causava un taglio sul dito con un pezzo vetro affilato, per poi far colare il sangue sul pavimento. Non osavo respirare, non vi riuscivo, i polmoni si erano arrestati con il resto del mio corpo.
<< P-apà cosa... >> non terminai la frase che intravidi formarsi sulle mattonelle un graffito, simile ad una runa, con il sangue di mio padre, tante righe intrecciate, le vedevo attraverso la mia vista appannata e sfocata, ma il tutto sembrava assumere la forma un sigillo.
La mattonella tremò leggermente, un movimento di poco percettibile e si rialzò allo stesso modo di una botola, mio padre la sollevò ancor di più, piegandola del tutto e facendola aderire alla mattonella dietro, per poi infilare la mano nel buco quadrato e nero lasciato allo scoperto, stavo per urlargli di smetterla di fare qualsiasi cosa stesse facendo.

<< Dov'è m-mamma?!>> chiesi in preda all’isteria e singhiozzando, prossima allo svenimento e avendo reale fatica a respirare.
Lui non sembrò interessarsi della mia domanda e gemendo appena di dolore tirò fuori una specie di asta dalla lunghezza media, completamente arrotolata in un semplice lenzuolo bianco, sporco di polvere accumulata in quel buco ristretto.
La guardai, ma per quale motivo era lì? E come aveva fatto la mattonella a spostarsi? Non vi avevo mai fatto caso, sul pavimento non vi era mai stato il minimo rialzo.

<< Prendila e portala via... loro torneranno... non devono trovare... né te... né la lancia>> si voltò sulla schiena  e me la porse, senza pensarci la afferrai, non avevo l’energia e la lucidità per oppormi, ma tutto ciò che sosteneva per me non aveva il minimo senso, volevo solo trovare aiuto, risvegliarmi per scoprire che tutto quello non era altro che un tremendo incubo ad occhi aperti.

Avrei preferito mille e mille volte che tutto quello fosse un’invenzione della mia mente, a costo di risultare psicopatica. Lo avrei preferito alla cruda realtà nella quale mi stavo addentrando nel più brusco dei modi.
<< Chi... i-intendi... con loro?>> lui mi guardò, un’occhiata che lasciava trasparire il dispiacere riflesso negli occhi azzurri e la rabbia incastrata tra le sopracciglia nere aggrottate. Il viso ed i capelli erano leggermente sporchi di sangue, come se dopo aver toccato la ferita inconsapevolmente si fosse passato la mano sul volto.

Le rughe marcate del suo volto nascondevano una nota profonda di angoscia.
<< I... i demoni.>>

La mia mente annaspò, cercando di decifrare e capire le parole che gli erano appena giunte passando per la via dell’udito. Non avevano senso, non era reale, non era reale! Allargai la bocca per dire qualcosa, ma tutto si intrappolò in gola, un nodo che correva il rischio di farmi soffocare.

<< I d-demoni? Papà stai delirando!... Devo trovare la mamma!... Chiamare aiuto!.>>
<< Elena!... Te ne devi andare!... Vai lontano, devi proteggere la lancia>> il suo tono era sempre più stentato, la voce ruvida. La gola forse troppo secca per riuscire a scandire bene le parole.

A malapena potevano essere comprese, mentre incapace di fare altro scorgevo il suo sangue scarlatto venire fuori senza mai davvero arrestarsi.
<< Ci sono altri nel mondo... che possono aiutarti... tu corri... e continua a farlo, non ti guardare mai indietro>> la sua mano adulta e calda mi accarezzò i capelli, quel minimo atto ripieno d’affetto che lui aveva ripetuto tante volte per infondermi coraggio, quella volta non fece che spaventarmi ancora di più, piansi prendendo la sua mano e stringendola con la mia, non riuscivo a non tremare, le nocche sbiancarono e le dita mi dolevano.
 

<< Ma io non voglio lasciarvi! Papà ho paura, ho tanta paura!>>
<< Bambina mia... >> sorrise con fare stanco, gli occhi socchiusi, un sorriso che calava verso il basso appesantito da una consapevolezza a me ignota e dal dolore.
<< Io e la mamma... non possiamo seguirti... devi... andare... Elena da quell'oggetto che hai tra le mani dipende la vita di molti>> gracchiò con voce stanca.
Non riuscivo a concepire né a credere ad una sola frase che usciva dalle sua labbra, ma non potevo nemmeno immaginare che stesse inventando tutto. In quattordici anni di vita mio padre non aveva mai mentito, né affermato qualcosa che non avesse un senso... lui stesso mi aveva ripetuto centinaia di volte che la verità, per quanto dolorosa ed amara, era sempre migliore della menzogna.

Ma come potevo credere a ciò? I miei stessi occhi si rifiutavano di credervi, fino a quando la conferma a ciò non arrivò, spettrale e orrenda, con la capacità di farmi riscuotere dal torpore che mi incatenava.

Percepii dei rumori provenire dalle finestre porte del salone ed alzai su di loro, ciò che adocchiai fu solo una mano, lì per lì dai tratti normali e dalla forma semplice, ma la pelle, fu la vista di quella a destabilizzarmi. Aveva un colorito rosso acceso, come se nelle vene vi fluisse del sangue infuocato, più simile alla lava, le unghie insolitamente  lunghe e nere come pece sbattevano sul vetro creando piccole crepe.

Lo stridio sgradevole del vetro che veniva graffiato mi fece accapponare la pelle, brividi mischiati a tremori continui mi attraversavano continuamente. Scorsi la sagoma scura di una figura umanoide che si muoveva nascosta dalle tende.
<< Papà! Quella mano papà! Chi è?! Cosa sta succedendo?!>> urlai, senza curarmi che chiunque fosse di fuori potesse sentirmi. D’altronde doveva sapere da tempo che vi ero pure io.
<< Lo so che non mi credi... ma ti prego Elena scappa... qualcuno verrà a prenderti... ma ora tu scappa>> abbassò gli occhi sulla preziosa collana di mia madre che portavo inconsapevolmente intorno al collo. La indicò con un lieve cenno della testa.
<< Quella ti proteggerà da ogni male... tua madre l'ha fatta per te.>>

Se solo quelle parole fossero state pronunciate in tutt’altro contesto avrei riso per poi fare i salti di gioia nello scoprire che era mia.

Mamma.

Quel pensiero mi attraverso come un lampo, dov’era lei? Potevo figurarmela in cucina a preparare, i capelli ricci e biondi legati in una coda disordinata e la vecchia tuta per casa che si ostinava a indossare nonostante le stesse male.
<< Dov'è... la mamma?>>mormorai appena piagnucolando. Per la prima volta in tutta quel orrendo scenario, scorsi una lacrima solitaria solcare il viso di mio padre, una prima lacrima contenente la furia di una tempesta, seguita da altre più corpose.

Il gelo mi si insinuò nelle vene.
<< Papà... la mamma... >>
<< Elena ti prego vai, noi resteremo sempre... con te>> anche la sua voce sottile era spezzata da un pianto silenzioso e da singhiozzi trattenuti che gli scuotevano le spalle, cosa potevo fare? Il mio mondo era rovesciato, tutto appariva senza senso. La consapevolezza di ciò che era successo mi si stava insinuando piano nella mente, chiudendole lo stomaco per la paura. Il tutto poteva facilmente e allo stesso tempo ingiustamente, concepire in una sola parola crudele.

Morte.

Mio padre si sollevò con fatica sulle gambe,avrei potuto aiutarlo se solo non fossi stata tanto immobile, mi afferrò il braccio e mi condusse con passo lento e ricolmo d’agonia verso porta posta sul retro del salone, con la mano sinistra tentava di bloccare il sangue tenendola sul taglio. Mi lasciai trascinare, inerme, non provavo altro se non la paura pura, lo scricchiolio dei vetri per terra che calpestavo assomigliava tanto il rumore del mio cuore che si riduceva in piccoli frantumi, come la mia intera vita.
<< Vai!... Li fermo io... e ricorda che io e la mamma ti amiamo più della nostra vita Elena... ricorda di essere sempre forte>> le sue parole mi arrivarono, ma quasi non le udii, tutto intorno a me era confuso e vorticava velocemente, non capivo più nemmeno io, il cuore batteva all'impazzata e mi ero completamente paralizzata, riuscivo solo a tremare e ad essere scossa da singhiozzi convulsi.
<< C-chiamerò aiuto e tornerò papà...>> sostenni balbettando con un filo di voce, sollevai con fatica lo sguardo notando la sua incommensurabile disperazione, le rughe erano stranamente appesantite, il volto era scavato, da un momento all’altro mio padre sembrava essere invecchiato di anni se non... morto dentro... ogni sorta di bagliore era scomparso dalle iridi dei suoi occhi, al loro interno vi avevo letto solo la disperazione della consapevolezza... la nostra vita insieme era appena giunta al termine. Troppo presto, troppo velocemente e crudelmente.
Mi abbracciò forte causando una fuoriuscita maggiore di sangue dal fianco, che macchiò anche i miei vestiti, poi con uno sforzo mi spinse con vigore fuori la porta lanciandomi un ultimo e disperato sguardo. Mi chiuse fuori con un gesto secco e deciso, lasciandomi da sola.
Da dentro i rumori però non smisero di continuare, così decisi di correre, corsi disperatamente pregando che le gambe molli reggessero il peso del mio corpo, con in mano la lancia.
Dovevo trovare qualcuno alla svelta, urlai con tutte le mie forze e con tutta la voce che mi era rimasta, senza curarmi del dolore bruciante che aumentava, urlai fino allo sfinimento, odiando per la prima volta la nostra amata casa tanto isolata nella natura, mentre chiedevo aiuto. Nella mia crudele speranza mi aspettavo che un eroe arrivasse da un momento all'altro... e allora urlavo al cielo e alla terra di aiutarmi. Perché noi meritavamo un eroe che ci aiutasse.
Inciampai sui miei stessi piedi, ruzzolando a terra senza fare in tempo a mettere le braccia in avanti per pararmi.
Battei il viso sull’asfalto ed una fitta lancinante partì dal naso prolungarsi fino alla testa, in quel momento comunque non me ne curai minimamente, rialzandomi di fretta sulle ginocchia con l’aiuto delle mani, per poi sollevarmi, ripresi la lancia, l’asta o quel che era, ruzzolata poco avanti a me, riprendendo a correre ancora.

I polmoni mi bruciavano ed i muscoli imploravano una tregua che non sarebbe venuta.

Le gambe e il fianco urlavano a modo loro una muta richiesta di fermarmi, di arrestare tale corsa, tentavano di comunicarmelo attraverso fitte di dolore e mancamenti al respiro. Mi sforzai di continuare gemendo ad ogni passo.

Tutto il mio corpo gridava, ma io non mi sentivo parte di esso, non mi sarei mai fermata finché le gambe avessero avuto la più piccola scintilla di forza per continuare, poi…
quasi come un miraggio scorsi una macchina avvicinarsi di corsa verso di me, chiunque fosse il interno mi aveva notata, il rombo del motore simile ad una benedizione, aumentò la velocità fermarsi poco distante da me.

Mi avvicinai senza pensarci due volte di più. Non avevo tempo.
<< Mi aiuti! Mia madre e mio padre sono in casa! Qualcuno è entrato e...>> i singhiozzi che mi scuotevano il corpo e il fiato corto mi impedirono di continuare a parlare, mentre la portiera si apriva di scatto e da essa scendeva un uomo. Puntò dritto verso di me.
<< Sei Elena?!>>

Spalancai gli occhi nel guardarlo.
<< Sei Elena?!!>> urlò più forte l'uomo, sobbalzai di istinto indietreggiando velocemente, chi era per conoscere il mio nome?

E se è lui che è entrato in casa mia?!

Mi voltai con uno scatto che fece gemere le mie ginocchia stanche, pronta a scappare lontano, ma lo sconosciuto fu più veloce, evidentemente pronto a quell’eventualità, mi afferrò per un polso stringendo la presa per far si che non gli sfuggissi, lanciai un urlo strattonando il braccio.
<< Stai calma, non voglio farti del male, mi ha chiamato tuo padre!>> Tentò di tranquillizzarmi alzando l’altra mano come per toccarmi, mi scansai continuando la mia lotta.
<< NO! Non ti credo lasciami!>>

<< Fidati di me! Non sei al sicuro qui!>>

Un’ondata di calore sconosciuto mi attraversò con estrema velocità, facendo si che riprendessi quel poco di lucidità per osservarlo, notai i suoi occhi scuri come ombre e i capelli neri arruffati a causa del vento serale, le luci dei lampioni mettevano in risalto solo alcuni angoli del viso, ma potetti constatare che era fin troppo identico a mio padre. Una somiglianza che non poteva essere casuale, né frutto della mia fantasia. Le ciglia scure gettavano ombre affilate sugli zigomi bassi, le labbra sottili e pallide, strette per la tensione.
<< Chi... sei?>>
<< Conosco i tuoi genitori... ti voglio aiutare Elena, avanti sali in macchina.>>

Ogni fibra del mio essere in una situazione del genere mi avrebbe suggerito di fuggire ancora, di non fidarmi di un qualsiasi sconosciuto giunto dal nulla nel mezzo di una strada di sera.

Ma scappare dove? L’unico luogo davvero sicuro era sempre stata la mia casa... e in quel momento stavo proprio allontanandomi da essa. Non potevo permettermi un’ulteriore fuga. E dopo ciò che avevo visto, seppur ancora incredula, perché non fidarmi del suo aiuto? Era tutto troppo strano e confuso per poter essere una coincidenza il suo arrivo.

Non potevo che avere fede in lui, li avrebbe aiutati. Stringendo la lancia in mano lo seguii e lui mi fece montare di fretta al posto davanti accanto a lui, per poi sedere al suo posto di guida ed invertire la marcia. L’automobile non andava in avanti! Ma in retromarcia, si allontanava invece di proseguire.
<< No! Che fai?! Dobbiamo aiutare i miei genitori!>> Protestai battendo i pugni sullo sportello per aprirlo. Non potevo, era chiuso con la serratura abbassata.
<< Non possiamo! Io devo portare al sicuro te!>>
Una morsa di paura mi strinse talmente tanto lo stomaco che mi venne da vomitare, sentii il respiro bloccarsi e le lacrime uscire fino a non farmi vedere più niente, facendomi dolere gli occhi gonfi e rossi. Ero in trappola? Oppure salva?

<< Ti prego torna indietro... loro sono soli... li devi aiutare!>>

L'uomo non mi rivolse un solo sguardo, i suoi occhi erano fissi in avanti, imperscrutabili e duri come pietra mentre guidava come se diavolo in persona ci inseguisse portandosi dietro l’intero inferno.
Non si curava di nulla, se non di allontanarsi dal posto in cui io volevo disperatamente ritornare. Non riuscivo a respirare, la strada dinanzi ai miei occhi si allungò ancor di più, quanto era lontana la mia casa?

Avevo promesso che sarei tornata... ed invece mi allontanavo. Mio padre era lì che aspettava un aiuto che mai sarebbe giunto.
<< Non posso... sarebbe inutile>> anche senza guardarmi, forse solo attraverso la percezione dei miei respiri, l’uomo diede risposta alla mia muta preghiera.
In quel momento mi permisi davvero di lasciare andare fuori tutto... inizialmente ero dovuta scappare, poco prima vi era il terrore... in quel momento la pressione dentro di me esplose,  rompendomi da dentro, il mio cuore e la mia anima esplosero in frantumi, mentre il respiro mi si bloccava in gola dal terrore. Strinsi la lancia ed il ciondolo, percependo il sangue delle ferite sulle mani colare scivolando sui palmi, lungo il polso. Tremai spasmodica ed affannata, mentre sentivo i pezzi della mia anima rompersi, il mio cuore infrangersi come pezzi di vetro, faceva male, un male che non sopportavo.
Mi stringevo le mani al petto, spaventata che il cuore potesse sbottare fuori dal torace, volevo trattenere la sua folle corsa, quel agghiacciante dolore che si cospargeva come una macchia d’olio mischiato al più puro dei terrori.
La vista mi si offuscò e il respiro decise di mancarmi del tutto, il nero del buio intorno a me mi avvolse come una coperta fredda ed ispida, mentre nella mia mente riecheggiavano poche e crudeli parole.
"Scappa... Demoni... saremo sempre con te...".

 

Nella casa.

Il demone alla finestra tentava di addentrarsi nuovamente, niente era importante se non mettere al sicuro la lancia e mia figlia, con sforzo mi sollevai ignorando le lancinanti fitte di dolore, prendendola per il braccio e trascinandola fino alla porta sul retro, mai avrei davvero creduto di doverla utilizzare per lo scopo della sua creazione. Il terrore dipinto sul suo volto mi fece bloccare i battiti deboli del cuore, lei non avrebbe dovuto vedere tutto ciò.
<< Vai... li fermo io... e ricorda che ti io e la mamma ti amiamo più della nostra vita Elena... ricorda di essere sempre forte>> la mia voce roca mi risuonò estranea alle mie stesse orecchie, lei sembrò quasi non udirmi, ma ero cosciente che ciò che avevo appena detto lo avrebbe sempre ricordato nel momento opportuno.

Ed in ogni caso, era una consapevolezza che aveva dentro di sé, ero certo che nei momenti di sconforto l’avrebbe sempre ricordato, facendone la sua forza.
<< C-chiamerò aiuto papà...>>
Non risposi, sarebbe stato inutile rivelarle che non ce l'avrei fatta, non sarei sopravvissuto,  quella era l'ultima volta che la sentivo rivolgersi a me, che le mie orecchie si beavano nel sentirla chiamarmi papà, l'ultima volta in cui avrei visto la mia bambina.
Nascosi le lacrime incastrate tra le ciglia e la strinsi nel nostro ultimo abbraccio, fu un addio che mi frantumò il cuore in mille pezzi, schegge che si infilarono nella mia carne con il più atroce dei dolori. Avevo così tanto da dirle, così tanto da spiegarle e insegnarle che le parole mi si bloccarono in gola trasformandosi in un groppo amaro e spinoso, la sentivo tremare e singhiozzare tra le mie braccia non più in grado di darle conforto, sapevo che non sarebbe stata mai più la stessa, che sarebbe rimasta traumatizzata, ma l'importante era che fosse salva. Che avesse l’opportunità di vivere.
La spinsi fuori, concedendomi l'ultimo momento per osservarla, i vestiti sporchi del mio sangue, lo sguardo perso nel vuoto e gli occhi marroni spalancati dal terrore, le avevo sempre detto di essere forte, le avevamo insegnato a non abbattersi e la mia bambina era forte, poteva vantare un carattere combattivo degno di ciò che era, che ricompensava il vero sangue e il suo vero esser nascosto. Ma tutto quello che era successo e che i suoi innocenti occhi avevano visto, sarebbe stato troppo per chiunque.
Chiusi la porta sentendo che i demoni erano entrati, sapevo che sarebbe corsa, sapevo che l'avrebbero trovata e portata al sicuro, era l'unica certezza che mi permetteva di resistere e non crollare del tutto, io e mia moglie avevamo già pensato a tutto per lei.
Ma nel momento stesso in cui chiusi la porta con un tonfo sonoro, in cui la esclusi fuori dalla mia vita per sempre, per quanto breve potesse essere, lasciai uscire le lacrime, lanciando al soffitto un urlo di agonia. Era tutta stata una mera illusione la possibilità di una vita serena, ci aveva cullati sino a quel momento, adagiandoci sugli allori di una falsità crudele per il modo di frantumarsi.
Corsi di sotto nello scantinato, dove rinvenni il corpo esile e senza vita di Ines steso sul pavimento, immobile, i capelli biondi e intrecciati sparsi sul viso, i vestiti sporchi di sangue mentre nella mano si trovava ancora il pugnale con il quale aveva lottato fino alla fine. Ad un occhio esterno sarebbe parso ancora stretto tra le dita, in procinto di battersi nuovamente.
Ma non era così, caddi sulle ginocchia accanto a lei, non aveva potuto stringere nostra figlia per l'ultima volta, quella magra consolazione che invece era stata donata a me.

 Ma le sue ultime parole erano state per Elena.

"Ci penso io qui, metti al sicuro la lancia ed Elena è l'unica cosa che conta ora, dille che la amo tanto, diglielo perché io non potrò più farlo."

 Mi echeggiavano nella testa come una canzone malinconica, non potevo più assicurarmi la sicurezza di nostra figlia, che mai avrei voluto affidare a nessun’altro, ma ero crudelmente cosciente che ora il mio destino era la morte, colui che aveva salvato Elena non sarebbe mai tornato indietro per noi, lei glielo avrebbe chiesto, non ne avevo dubbi, ma se c'era una certezza che mi poteva rassicurare sino all’ultimo respiro era quella.
Mi andava bene così, avrebbero solo rischiato la vita inutilmente.
Il battere pesante dei passi al piano di sopra mi ridestò, afferrai il pugnale tra le mani fredde di Ines e lo strinsi nella mano, li avrei impegnati abbastanza per non fargli inseguire Elena, sapevo bene cosa dovevo fare.

 

ANGOLINO AUTRICE:
Salve a tutti! Prima di tutto vorrei ringraziarvi se siete arrivati fino alla fine di questo capitolo! Spero vi abbia un minimo incuriosito o che quantomeno vi sia piaciuto.
Come primo capitolo le cose vanno un po' veloci... ma deve essere così... o altrimenti non potrei svolgere la storia, naturalmente in seguito tutto sarà spiegato meglio :).
Vorrei precisare che l'idea della storia non è stata solo mia, è venuta fuori con una mia cara amica e collaboratrice, ma non abbiamo mai finito di scriverla lasciandola incompleta all'inizio. A me l'idea piaceva e così l'ho continuata e modificata, recentemente però abbiamo ripreso a scriverla insieme, dunque i meriti vanno ad entrambe.
B'è se vi va, fatemi sapere che cosa ne pensate con qualche commento.
Non ho nient'altro da aggiungere, un saluto a tutti!

 

   
 
Leggi le 4 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
   >>
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Soprannaturale / Vai alla pagina dell'autore: Marty_199