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Autore: Primavere rouge    15/01/2016    2 recensioni
Saint Germain è una città tranquilla nelle vicinanze di Parigi con la sua piazza centrale, la sua banca, i suoi caffè e i suoi parchi. Nella chiesa posta sul cucuzzolo della collina che predomina il paese padre Armand si scorda spesso di aprire la canonica, ma mai si scorda di tenere l'oratorio in cui convergono i bambini e i ragazzi della ridente cittadina ed è così che li vede crescere sotto i suoi occhi - con risultati a volte molto inaspettati.
(una modern!verse AU di una storia storica in corso linkata all'interno)
Genere: Commedia, Romantico, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash
Note: AU | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Hyacinthe & affini'
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Dato il """"successo"""" (oh, gente, non mi prendete sul serio che io son la prima a non farlo xD) inaspettato delle sciocchezzuole ambientate in età moderna dello scorso mese coi personaggi di Hyacinthe, ho deciso di pubblicare altri pezzi che ho scritto in questi anni, fino ad ora condivisi solo su facebook (se non conoscete Hyacinthe, quindi, chiudete pure la pagina e scusate il tempo sprecato ^^')

Al solito sono stata ispirata da qualcun altro: questa Don Matteo AU del fandom di LesMis, carinissima, che invito tutti quelli che conoscono l'opera di Hugo a leggere se siete nel fandom; mi ha ispirata per l'ambientazione e il prete in bicicletta - non che risolve crimini però. Ho inserito i miei personaggi, piccoli e poi adolescenti, in una cittadina con una chiesa che organizza un oratorio che gli permette di conoscersi.
Lo stile è volutamente semplice, allegro, scanzonato; è una storia spensierata senza pretese che in questa prima one-shot (sarà una raccolta) ha come punto di vista, al passato, padre Armand, dalla prossima storia ci sono già i personaggi più grandicelli (sedici-diciassette-diciotto anni) che interagiscono al presente. Ho livellato più o meno tutte le età, lasciando alcuni più grandi di un anno rispetto alla maggioranza (Andres, Louis, Vincent) e altri più piccoli di un anno sempre rispetto alla maggioranza (Etienne e Diane).

Sono os slegate tra loro, ma tutte con la stessa ambientazione. Ne ho scritte quattro finora e avviso: mi son concentrata più sulla mia coppia preferita. Purtroppo sono molto ispirata per quella e meno per altre, dico "purtroppo" perché mi piacerebbe scrivere di tutte con la stessa voglia ma non mi viene ^^' Eh, al cuor d'autore non si comanda...
Pubblicherò le restanti durante la sessione per rilassarmi nella speranza di divertire qualcuno. Come al solito grazie dell'attenzione e buona lettura ^^

(le altre AU le trovate qui: serie)







Oratorio1
Un prete in bicicletta


Se padre Armand fosse stato “meno con la testa tra le nuvole”, come non mancava mai di ripetergli la sua Perpetua, avrebbe aperto la canonica all’orario giusto, come ogni buon cristiano si aspettava e come monsignor Danterre ordinava con quel suo sguardo che avrebbe fatto ghiacciare Robespierre. Ma padre Armand era spesso distratto, quindi capitava che imbracciasse la sua bicicletta e se ne andasse in paese senza aprire le porte, lasciando i suoi fedeli con un palmo di naso e la sua Perpetua sull’orlo quotidiano della crisi isterica.

Aveva minacciato di sgonfiargli la bicicletta, Perpetua, lei che non aveva certo la pazienza di un giansenista, così si era un po’ raddrizzato. Teneva molto alla sua bici: da quando un suo collega italiano gli aveva regalo il cofanetto di Don Matteo tradotto in francese aveva capito che se voleva essere un prete all’avanguardia, capace di instillare simpatia alle nuove generazioni, doveva rifarsi ad un’icona televisiva. Poco importava che con il vento gli si sollevasse la tunica e che non portasse i calzoni; fare attività motoria era un beneficio, la sua reputazione di buon pastore d’anime ne usciva rinvigorita e le sue gambe erano tutte abbronzate.
«Perpetua, cara, ritorno fra circa un’ora!»
«Quando la smetterete di chiamarmi Perpetua? Io sono Lucille! Dovrei chiamarla don Abbondio.»
«Mi sento più Federico Borromeo, a dir la verità.»
«Non scordi di aprire!»
Quella mattina lo aveva fatto appena sveglio, dopo aver sognato monsignor Danterre che lo cuoceva in una pentola d’olio con rosmarino – aveva mangiato coniglio ieri sera – per la sua ennesima dimenticanza. Scese in città senza sensi di colpa, dunque, per fare il suo solito giro. Pensava che la chiesa avesse bisogno di un nuovo chierichetto: Jerome se ne era andato perché trasferito al nord coi genitori; era rimasto Etienne, un carissimo, pacatissimo bambino, che col suo aspetto angelico sembrava fatto apposta per indossar la divisa di chierichetto ed ispirar preghiere. Ne serviva un altro però, anche su questo monsignor Danterre era stato categorico.
Mentre pedalava tra le fratte, vagliò una lista mentale: c’era Jussac Sorel, il migliore amico di Etienne, ma era un monellaccio che sciorinava parolacce in vernacolo veneziano alla veneranda età di dieci anni e l’ultima volta lo aveva beccato coi suoi amici che cercava di scassinare l’ostensorio per ingrifarsi il vino. Monsignor Danterre aveva tuonato a voce tanto alta che dovevano averlo sentito fino a Versailles e pure al Vaticano. Solo i rabbonimenti di padre Armand, che credeva che in fondo fossero innocenti figliuoli solo un po’ vivaci, avevano impedito che gli scoppiasse una vena sul collo. Jussac era da scartare, indubbiamente, così come la sua combriccola: Michel e Alain, a cui ultimamente si era aggiunta la figlia di Larousse, Sophie, una ragazzina con gli occhi verdi dei gatti e la stessa aria selvatica.
Uno dei figli del sindaco Vaudemont, forse? Non era male come idea: la sua scelta sarebbe caduta su Louis, serio e posato, un bambino molto sveglio per la sua età, curioso e piena di voglia di imparare, sempre col viso sprofondato in un libro tanto che il padre si lamentava che un giorno o l’altro avrebbe preso un lampione sul naso. Il buonsenso gli diceva invece di scartare il suo gemello, Andres, che era tanto se leggeva le descrizioni delle figurine. Forse non combinava gli stessi guai di Jussac Sorel, ma certo lo Spirito Santo non era sceso in lui.
Rallegrato di aver forse trovato una soluzione, pedalò di buona lena fino alla piazza centrale, su cui predominava il caffè dove Larousse spesso gli offriva un caffettino al modico prezzo dei suoi racconti di quando era missionario in Cina. Ah, bei tempi, quelli: era un giovanotto di evangeliche speranze che doveva stare attento agli sguardi delle signore. Se ci pensava, rinvangava quegli anni con nostalgia.
Fu proprio davanti al caffè che incontrò sua signoria Albert Poutier des Yssem.
A Saint Germain lo chiamavano “sua signoria”, non con malevolenza, ma con una certa ironia, sì, perché era il proprietario di una banca che aveva filiali anche a Parigi, in eterna competizione col sindaco Alexandre Vaudemont. I più malignavano che volesse soffiargli il posto per avere l’intero controllo della cittadina. Padre Armand non sapeva se crederci. Nel dubbio era molto felice di accettare le sue offerte alla chiesa.
Quella mattina era affiancato dai suoi figlioli, che probabilmente aveva portato a far compere a giudicare dalle buste delle boutique più costose del centro – era cosa nota che il signor des Yssem fosse estremamente taccagno quando doveva restituire gli interessi dei suoi clienti ma che per i figli non badasse a spese.
Sorrise gioviale, andando a salutarlo una volta sceso dalla bici come buona educazione voleva. Al contrario di monsignor Danterre non si mostrava cordiale esclusivamente per le donazioni, ma perché tutto sommato gli stava simpatico. Aveva visto anni prima con che dolore sobrio e contenuto avesse affrontato la morte della seconda moglie e gli era nato un moto di solidarietà.
«Padre, buongiorno» fece l’uomo e al suo saluto seguì quello trillante della sua bambina, Diane, che teneva stretta la mano del padre, mentre il figlio più grande si limitò ad un sussurrato “giorno”.
Padre Armand non si fece smontare: aveva convertito dei cinesi, santo cielo!
«Diane, diventi ogni giorno sempre più bella e tu, Vincent, sempre più alto, noto. Come state, bambini?»
«Non sono un bambino» puntualizzò il ragazzino dall’alto dei suoi undici anni.
«Grazie, padre» esclamò felice la sorella, tutta boccoli biondi e il viso di una bambola di porcellana.
Era graziosa come un bocciolo di rosa; si vedeva che sarebbe diventata bella come la sua defunta madre. Il fratello invece aveva tratti più spigolosi, lo stesso sguardo del padre ed era di statura abbastanza sopra la norma per la sua età – una cosa che il figlio del sindaco Vaudemont, Andres, non sopportava; infatti stava sempre lì all’oratorio a misurarsi col metro disegnato sul muro, aspettando il giorno che avrebbe raggiunto il suo coetaneo.
Di tutti i bambini che frequentavano l’oratorio Vincent des Yssem era certo l’elemento più problematico. Jussac, a parte i suoi tentativi di furto dell’ostensorio e le volte che fracassava le finestre della canonica giocando a calcio, si poteva gestire, ma il giovane primogenito des Yssem aveva dato non poco filo da torcere all’equilibrio di sanfrancescana memoria di padre Armand.
Ricordava ancora quando, a sette anni, quel bambino biondo gli si era presentato dopo messa chiedendogli perché doveva credere in Dio se non si manifestava. Erano bastate delle semplici e rincuoranti parole per rispondergli quella volta, ma mesi dopo si era ripresentato dicendo che, davvero, ci provava, ma non capiva dove fosse Dio e perché avesse deciso di far ammazzare il figlio. A otto anni, quando in oratorio una catechista aveva detto che la pioggia è Dio che piange per l’ingiustizia del mondo, si era alzato e con voce forte e chiara aveva detto che per lui invece il cielo piscia un po’ dove gli pare. Testuali parole. A nove anni aveva litigato con monsignor Danterre quando questi aveva insistito per farlo chierichetto – per fare un favore al signor Albert. In vent’anni in quella diocesi padre Armand non aveva mai visto il monsignore tanto adirato e monsignor Danterre aveva l’arrabbiatura facile. A undici anni avevano capito di averlo “perduto” – non era il termine che avrebbe usato, ma tantè –, quando aveva dichiarato che rimaneva nell’oratorio perché suo padre insisteva e per sua sorella, ma si levassero dalla testa di fargli leggere la Bibbia. L’aveva già letta tutta e aveva trovato un sacco di cose assurde che si era impegnato ad illustrare ad un interessato Louis Vaudemont.
«Diventerà comunista!» aveva urlato monsignor Danterre alla scoperta.
«Comunista con un padre banchiere? La vedo dura, monsignore. Poi chi è più comunista al giorno d’oggi? Sa, io avevo la tessera del Partito Socialista, ma in realtà non mi dispiaceva neanche il Partito Comunista – ovviamente non sono mai stato d’accordo con i sovietici, che Gesù mi sia testimone! Son sempre stato del parere, però, che se non fosse stato eletto Mitterrand…»
Danterre non lo aveva fatto continuare, troppo impegnato ad inviare saette di scorno e pseudo scomunica.
«Un futuro comunista e un futuro delinquente – sì, sì, parlo del figlio dei Sorel, chi altri? – oh, che il Signore ci preservi! Perché non sono tutti come Etienne Rochand?»
Era una domanda a cui, in tutta sincerità, padre Armand non aveva saputo come rispondere.
«Oggi papà mi porta a vedere Cenerentola!» disse Diane, gli occhi celesti brillanti.
«Cenerentola dà un grande insegnamento, bambina: che a volte scordarsi le cose può cambiare la tua vita in positivo.»
Lo disse con convinzione; patteggiava sempre per le opere che non condannavano la distrazione.
«Io non voglio» bofonchiò Vincent.
Il padre alzò gli occhi al cielo. «Devi imparare ad essere meno egoista, figliolo.» Passò a guardare il prete. «Come va con l’organizzazione del giubileo, padre? Ho suggerito a monsignor Danterre la ditta dei pullman da contattare.»
«E noi la ringraziamo, monsieur. Attirerà gente che non può permettersi un volo.»
«A proposito di gente: pensi a quanti fedeli del circondario potremmo attirare offrendo un servizio di trasporto poco esoso. Pensi a quanti verranno qui per spendere sold… per iniziare il loro viaggio spirituale. Mi raccomando, dica al monsignore di chiamare quella ditta.»
Sorrise, benevolo. «Certo, signor Albert.»
Stavano amabilmente chiacchierando quando il banchiere venne distratto. Lo vide sgranare gli occhi, puntandoli in un punto dietro la sua nuca, dunque si voltò seguendo il suo sguardo. Al limitare della piazza c’era una donna che camminava su tacchi che avrebbero fatto invidia ad un trampolista, ma lo faceva con disinvoltura, scivolando tra i sanpietrini, vestita di bianco e coi capelli scuri accarezzati dalla lieve brezza. Ad una sola e rapida occhiata capì perché il signor des Yssem fosse stato tanto distratto.
Padre Armand era un uomo di Chiesa. Ella era la sua sposa e, poteva giurarlo su Dio e sulla sua antica tessera del PS, custodita ancora con amore, che mai una volta era caduto in tentazione nella sua lunga carriera di pastore di anime. Egli però era anche uomo di carne, dotato di due bulbi oculari privi di cataratte, così fu senza pensieri discinti, ma con oggettiva valutazione, che considerò la donna appena apparsa difficile da non notare. Al suo fianco camminava un bambino, la manina stretta a quella della madre, bello come lei: dai capelli scuri un po’ scompigliati, il viso candido, gli occhi grandi e azzurrissimi. Sembrava un putto, un po’ come Etienne, ma i suoi lineamenti erano più affilati dei dolci tratti del preferito di monsignor Danterre.
La donna si fermò a pochi passi da loro. Sorrise nervosamente.
«Scusatemi, signori.» Aveva un accento straniero. «Credo di essermi persa. È questa la piazza centrale? Per arrivare al castello come devo fare?»
Prima che potesse anche solo aprire bocca, Albert des Yssem lo scavalcò, sia fisicamente sia con le parole: si parò davanti alla donna, tendendo la mano, il volto rischiarato da un sorriso che non offriva neanche al suo miglior correntista.
«Mi permetta di presentarmi, signora, Albert Poutier des Yssem. Credo di non averla mai vista nella nostra città. Sta cercando il castello? Si trova dall’altra parte, la parte vecchia, se vuole posso accompagnarla.»
«Oh, è gentilissimo, ma non c’è bisogno, grazie. Mio marito dovrebbe essere qui a minuti.» Rispose al saluto, stringendogli la mano. «Il mio nome è Natalia Jadow, le risparmio il cognome da nubile perché è impronunciabile.»
«Ah, quindi è sposata.» Se il banchiere era deluso, non lo diede a vedere. «Impronunciabile, dice? Mi faccia indovinare: è russa?»
Lei sbatté le palpebre. «Ha indovinato subito, complimenti.»
Lui continuò a sorridere. «Era abbastanza chiaro. Sa, ho avuto a che fare per affari con la Russia. Parla benissimo il francese, mi complimento.»
«Mi è stato insegnato. Oh, ma che sgarbata.» Il suo sguardo slittò verso padre Armand. «Non mi sono neanche presentata.»
«È un piacere conoscerla, signora» fece lui, bonario, e si presentò a sua volta. Abbassò gli occhi sul bambino che pareva nascondersi dietro le gambe della madre. «E questo bel giovanotto?»
«Krystian, non fare il timido. Il signore è un prete, come padre Karol di Cracovia. Scusatelo.» Sorrise a padre Armand. «Non sa benissimo il francese, siamo qui da pochi mesi e giusto la scorsa settimana ci siamo trasferiti in questo paese.»
«Trasferiti? Oh, ma allora vi do il benvenuto da parte di tutta la comunità.» Si abbassò sulle ginocchia per stare alla stessa altezza del bambino. I suoi occhi erano di un azzurro immacolato, limpidi come un cielo estivo. «Ciao, Krystian, quanti anni hai?»
Lo chiese lentamente, con un sorriso. Il bambino rispose dopo un paio di istanti incerti.
«Dieci.»
«Quasi» corresse la madre. «Li compie a settembre. Se ne dà sempre di più di quanti ne ha.»
«Come mio figlio» fece il signor Albert. Si girò. «Vincent, Diane, non fate i maleducati, presentatevi.»
«Ciao! Io ho nove anni.» La voce di Diane era allegra. Fissava il nuovo bambino con curiosità. Si mise una mano davanti alla bocca e ridacchiò. «Sei proprio carino» disse, facendolo arrossire. «Sembri un angelo. Vero che sembra un angelo?» chiese al fratello, tirandogli la manica.
Vincent fissava il ragazzino, immobile. «Mm» fu il suo unico commento.
Intanto Krystian era diventato della sfumatura di una barbabietola. «Mama?» Tirò la gonna della madre, bofonchiando qualcosa in una lingua di cui padre Armand non colse neanche una vocale – forse perché non ce n’erano.
«Grazie, cara» fece lei e lodò i due bambini. Poi si rivolse nuovamente agli adulti. «Mio marito dovrebbe essere qui a minuti. Ci siamo accordati per incontrarci sotto la torre dell’orologio, intanto volevo sapere come arrivare al castello. Sapete com’è: vuole sempre lui fare la guida, manie di comando degli uomini.» Fece svolazzare una mano e il suo sorriso si addolcì rivolgendosi al figlio. «Andiamo, Krystian?»
Il bambino annuì vigorosamente. Prima che si avviassero padre Armand le parlò dell’oratorio.
«Vi siete appena trasferiti con vostro marito, quindi forse non lo sapete, ma la chiesa offre un oratorio per i bambini e i ragazzi della città. Saremo molto felici di avere Krystian con noi.» Mentre diceva ciò una spina di dubbio gli sfiorò la mente. «Ma, oh, scusi, ha detto di essere russa, probabilmente siete di religione ortodossa in famiglia.»
«No, in realtà no. Cioè io sì, ma mio marito no, è cattolico – è polacco. E anche Krystian ha ricevuto un’educazione cattolica. Io direi che ho avuto i miei piccoli diverbi con Dio.» Sorrise di nuovo, ma questo era un sorriso amaro. «Lo farò presente a mio marito, non credo ci saranno problemi. Così Krystian potrà fare amicizia con altri bambini.»
Avrebbe potuto fare anche lui il chierichetto, pensò ormai calato in quel casting sacro. Monsignor Danterre sarebbe stato contento: quale discepolo migliore di un bambino proveniente dalla terra che aveva dato i natali al compianto Giovanni Paolo II, che si era così fieramente battuto contro il comunismo?
Guardarono i due andar via; il signor Albert guardava la signora, i due figli, notò, avevano entrambi lo sguardo fisso sul bambino.
Hanno l’aria di leoni davanti ad un pasto, fu un pensiero bizzarro che gli galleggiò in mente. Vide di ricacciarlo indietro. Ah, la sua immaginazione troppo fervida…
«Ricordi il decimo comandamento, monsieur: non desiderare la donna d’altri» recitò in un bisbiglio ad Albert des Yssem.
Lui sorrise, uno dei suoi sorrisi taglienti. «Meno male c'è lei a farmi da coscienza, padre.»
Non fece caso alla nota sarcastica che trapelò dalla sua voce. Si accomiatò con un sorriso e un buon augurio per la visione di Cenerentola. Prima di andarsene al suo caffè con schiuma come solo Larousse sapeva fare, sentì Diane dire al padre: «Posso avere quel bambino come Principe Azzurro per il mio compleanno?»
Soffocò una risata ed entrò nel bar.

Andres Vaudemont non aveva molto del padre; era più suo fratello, il sottile e biondo Louis, ad aver ripreso la fisionomia dell’accigliato sindaco, anche se in vent’anni padre Armand non aveva mai visto il signor Vaudemont sorridere dolcemente alla stregua del figlio. Andres non possedeva i caratteri nordici del fratello e del padre: aveva occhi verdi, la carnagione olivastra, come bruciata dal sole, e un sorriso strafottente che già riscuoteva favori tra le ragazzine. A soli undici anni aveva già una cinquina di fidanzatine nella sua classe; diceva che da grande sarebbe diventato un calciatore e ne avrebbe avuto il centuplo e che sarebbe andato a vivere in Spagna, il paese di sua madre. Quanto lui era bizzoso e impulsivo, pronto a scatenar rissa peggio di Jussac, Louis era calmo; solo la presenza di quest’ultimo di solito serviva a smorzare l’irruenza del gemello.
Purtroppo, per sua disgrazia, Louis non c’era in quel momento.
«Perché lo fate chierichetto?» chiese per l’ennesima volta, seguendolo nell’abside dove stava ponendo le ostie per i Vespri di quella sera. Non aveva intenzione di mollarlo.
Era pomeriggio ormai inoltrato. Quella mattina, dopo aver fatto il suo giro, era passato dai Vaudemont per chiedere a Louis se volesse fare il chierichetto. Il bambino aveva risposto di sì dopo aver ricevuto l’approvazione del padre. In disparte gli aveva chiesto, con le gote punteggiate di rosa, se ci sarebbe stata anche la figlia del signor La Griffe. Alla sua risposta affermativa si era fatto più rosso ed era scappato balbettando un ringraziamento.
Padre Armand pensava che fosse ormai tutto a posto ma poi Andres era piombato in chiesa, spaventando Perpetua e facendo prendere un colpo anche a lui, che, diamine, non aveva più l’età per certi attacchi a sorpresa.
«Non è che volete farlo prete? Se lo fate, papà lo disereda.»
«Ma no, figliolo. Essere chierichetti significa semplicemente aiutare i preti durante le messe, non si diventa preti a propria volta.»
Gli occhi di lui erano sospettosi, indagatori.
«No, perché Louis con la sottana non ci sta bene.»
«Fai decidere a tuo fratello cosa vuole fare, nel caso.»
«Ma io devo proteggerlo!» esclamò lui. D’improvviso il suo volto si fece serio. «L’ho promesso alla mamma.»
Il sorriso di Padre Armand s’intenerì. «È molto bello da parte tua, ti fa onore questo istinto di protezione, ma, credimi, Andres: Louis non ha bisogno di essere sempre protetto. Sei suo fratello, non il suo custode.»
«Mm.» Lui non sembrava convinto, ma non ribatté.
Stava per chiedergli di aiutarlo a sistemare l’altare – un paio di braccia giovani fanno sempre comodo – quando dalla navata sbucò una figurina che corse verso l’abside. Era il piccolo Etienne Rochand, affannato.
«Padre, padre! Ho scordato il mio zaino nell’ufficio!» Aveva tutti i capelli in disordine, un’intricata massa riccia del colore di un prato di papaveri.
«Caro, non ti preoccupare, non scappa.»
«Ma devo tornare a casa presto. Agnes sta per mettere a tavola, mi sono accorto solo ora di non avere lo zaino.»
«Ora te lo prendo» fece, pescando sotto la tonaca le chiavi della stanzetta a destra dell’abside.
Etienne era così agitato, i grandi occhi di quel colore violaceo che ricordava le sfumature dalla lavanda spalancati, che non si accorse della presenza di qualcun altro.
«Ehi, Pel di Carota!» lo apostrofò Andres. «Come mai non stai col tuo gatto assassino?»
Il rosso si girò, l’espressione spaurita. «Oh, ciao, Andres» fece atono, in allerta.
«Perché mio fratello deve fare il chierichetto con Pel di Carota?» borbottò in direzione di padre Armand che intanto stava andando a prendere lo zaino. «Insomma…» Un borbottio intellegibile. «… potevo…»
«Cosa, caro?!» urlò dalla stanza.
«Potevo anche farlo io» asserì il figlio del sindaco. Aveva le braccia incrociate, un lieve rossore color mattone crudo che gli colorava le guance.
Etienne sgranò gli occhi. «Tu non puoi fare il chierichetto!»
«Oh, ha parlato il signor santità!»
«Non può, vero, padre?» Etienne appariva preoccupato; lo guardò con gli occhi colmi di panico quando padre Armand riemerse dalla stanzetta.
Gli pose lo zaino. «Potrebbe, perché no? Non gliel’ho chiesto perché pensavo che non avrebbe voluto e perché Louis… beh, è più adatto.»
«Starò con Louis?» Il figlio di Yvonne divenne immensamente sollevato. «Che bello.»
Andres era inviperito. «Ma chi vuole fare il chierichetto! Poi con te che sembri una femmina…»
«Andres!» lo rimproverò padre Armand.
Etienne diventò dello stesso colore dei capelli. «Almeno io non sono antipatico!» E, detto questo, scappò via con lo zaino, una fiamma rossa saettante che si perse nell’attraversare la navata.
«Andres.» Il tono di padre Armand era duro.
«Non è colpa mia se sembra una femmina, lo dicono tutti» bofonchiò il ragazzino. Quel rossore sulle guance non era passato; continuava a fissare il punto dove la sagoma di Etienne era sparita.
Padre Armand gli mise una mano sulla spalla e lo istruì con un vecchio adagio che non aveva imparato nei suoi anni di seminario, a dir la verità, né in missione: lo aveva imparato in strada, con la sua tessera di partito fresca di stampa e la convinzione di poter rendere il mondo migliore con la forza delle proprie idee.
«Non ferire le persone, figliolo. Quando rivolgi la spada verso qualcuno la rivolgi in realtà contro te stesso. È con l’amore che si muovono le montagne, non con l’odio.»
A pensarci bene anche il suo padre spirituale sarebbe stato d’accordo con questa filosofia.
«Scusi» mormorò lui, abbassando lo sguardo a terra. Pareva davvero mortificato.
«Dovresti scusarti con lui, non con me.»
«E come? Porto dei croccantini al suo gatto? Odio quel gatto. Un giorno mi ha graffiato la faccia!»
«Fai un pensierino a lui.»
Si stava mordendo il labbro. Il suo sguardo verde divenne liquido d’ansia. «… dei fiori?»
Padre Armand ridacchiò e gli scompigliò i capelli. «Quella è più una cosa da fare alle bambine.»
Andres riseppellì lo sguardo a terra. Ora il rossore si allagò in tutto il viso.
Più tardi, quella sera, dopo i Vespri e dopo aver chiuso la canonica, decise di farsi un pediluvio. Lucille dopo molte rimostranze lo aiutò. Si rifiutò di massaggiargli i piedi, però.
«Non sei una buona Perpetua, Lucille.»
«E lei è un Federico Borromeo coi calli.»
«Touché» rispose e sorrise soddisfatto, sperando vivamente di non sognare di essere cotto in salamoia da monsignor Danterre.
   
 
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