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Autore: polx    03/02/2016    0 recensioni
Era tale il numero di villaggi conquistati che i conquistatori stessi ne avevano perduto il conto.
La scena era sempre la stessa: i soldati dell'Esercito arrivavano, distruggevano, si impossessavano di tutto ciò che non fosse loro e trionfano. Al termine della breve battaglia, si disponevano lungo la via principale della città, come sovrani dispotici, e facevano sfilare gli abitanti sconfitti. Strattonavano nel mezzo della via donne, vecchi e bambini e ridevano dei loro parenti caduti. Il terrore tra le genti era tale da rendere superflua l'organizzazione di una squadra permanente tra le mura cittadine: nessuno si sarebbe ribellato, nessuno avrebbe minacciato la loro supremazia.
Genere: Avventura, Drammatico, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Era tale il numero di villaggi conquistati che i conquistatori stessi ne avevano perduto il conto.
La scena era sempre la stessa: i soldati dell'Esercito arrivavano, distruggevano, si impossessavano di tutto ciò che non fosse loro e trionfano. Al termine della breve battaglia, si disponevano lungo la via principale della città, come sovrani dispotici, e facevano sfilare gli abitanti sconfitti. Strattonavano nel mezzo della via donne, vecchi e bambini e ridevano dei loro parenti caduti. Il terrore tra le genti era tale da rendere superflua l'organizzazione di una squadra permanente tra le mura cittadine: nessuno si sarebbe ribellato, nessuno avrebbe minacciato la loro supremazia.
Il capo del battaglione vittorioso avrebbe semplicemente lasciato in città uno dei suoi migliori uomini. Uno solo, che si sarebbe insediato tra le mura comuni e lì avrebbe finto di vivere in armonia, sorvegliando ogni mossa dei conquistati e trascinando con sé l'aura di terrore dell'Esercito stesso, perché l'animo di quel popolo era tanto ferito da poter essere soggiogato assai facilmente.
Ecco che disposero in fila, l'una accanto all'altra lungo il perimetro delle mura, le giovani donne rimaste vedove nel corso della battaglia, tralasciando le meno graziose e mettendo in mostra le più appetibili. Alcune di loro erano terrorizzare e perdute, altre colme di ira e odio, altre del tutto vuote e inermi.
Il capo del battaglione camminava avanti e indietro, scrutandole come un lupo famelico, e non era certo una donna debole e sconfitta colei su cui il suo sguardo si posò più insistentemente.
Bella e giovane, seppur non più fanciulla, i suoi occhi trasudavano desiderio di ribellione e il volto sudicio, così come i capelli madidi di sudore, davano a intendere che non fosse rimasta con le mani in mano durante lo scontro.
Sul volto del capo guerriero si disegnò un sorriso tetro e ambiguo.
Abbandonò la fila delle giovani e raggiunse quella che la fronteggiava,strepitante e spaventosa. Il capo si preparava a scegliere l'uomo che ne avrebbe silenziosamente fatto le veci in sua assenza.
La giovane donna era ormai consapevole d'essere stata scelta quale vittima sacrificale e osservava attentamente coloro che sarebbero ben presto potuti diventare la sua più grande condanna.
Il capo si posizionò tra due uomini. Uno era giovane e fiero, dal volto nobile e freddo di un combattente del Nord, ma con uno sguardo incerto, come se non trovasse gioia o agio in ciò che stava accadendo. L'altro era più imponente e grezzo, il volto sfregiato, ma tanto altero da infondere grande soggezione e il suo cupo silenzio non lasciava spazio a incertezza o disagio.
Era fiero del suo successo e della loro sconfitta. Fu lui il prescelto e la disperazione della giovane si spense in un singulto. Il suo respiro si fece grave, ma mai avrebbe mostrato la propria debolezza. Mai avrebbero visto la sua paura.
"Dove si trova la tua dimora, mia signora?" chiese l'uomo avvicinandosi e lei non riuscì a sostenere il suo sguardo, né a replicare con fermezza al suo terribile sarcasmo. Si voltò in un fremito e fece strada mentre tutti i suoi concittadini la seguivano con sguardo duro ed estraneo. Non potevano certo far molto per lei, ma la pietà nei suoi confronti fu presto rimpiazzata dal sollievo, perché non erano le loro figlie o le loro sorelle ad esser state scelte.
I conquistatori se ne andarono. Lui fu l'unico a rimanere.
La donna lo condusse alla propria casa, un'antica dimora in pietra dal cui camino sprigionava una colonna di fumo.
L'inverno era alle porte e la legna non mancava in quelle frontiere boschive. Sulla soglia vi era un bambino. Il suo nome era Timo, aveva appena compiuto i suoi primi nove anni di vita e sapeva che quel giorno suo padre Roun non sarebbe tornato a casa.
Vide sua madre e provò grandissimo sollievo, poi vide il nemico e il suo animo si colmò di odio e paura.
Non proferì parola quando lui gli passò accanto senza neppure scorgerlo, né parlò quando giunse sua madre, che gli inviò solo un fugace sguardo carico di tristezza e comprensione.
Varcata la soglia, l'uomo respirò a fondo e sorrise. Lanciò gli stivali sporchi di fango e sangue lontano da sé e si sedette al tavolo, ancora apparecchiato dal pasto precedente.
"É stato un lungo scontro, donna" disse "affannoso e stancante. Sono sfinito e affamato".
Lei non parlò. Raggiunse il piano da cucina e si mise all'opera in silenzio. Timo osservava spettrale dietro l'arco di mattoni che cingeva i due ambienti principali della casa.
"Ti sei morsa la lingua, donna?" insistette l'uomo" non ti ho sentito pronunciare una sola parola".
"Il mio nome è Edith" lo corresse lei.
"E il mio Igor. Comandante Igor" replicò lui, poi si rivolse al ragazzino: "e tu?" chiese "chi sei?".
"Mio figlio Timo" rispose repentinamente Edith per impedire che il bambino gli risolvesse la parola.
"Capisco" bofonchiò Igor tra sé "di certo tuo padre era un grande combattente".
"Questo è tutto ciò che abbiamo" Edith appoggiò bruscamente il piatto sul tavolo e si piazzò tra Timo e Igor, impedendo il contatto visivo tra i due.
Igor accennò un secco, gretto cenno di ringraziamento e mangiò. Poi abbandonò la tavola e vagò per la casa senza badare agli sguardi ostili dei legittimi proprietari.
Non era un'abitazione particolarmente grande, ma assai accogliente. Igor si accorse che in un piccolo ambiente celato da un'esile porta sdrucciolata vi era un rozzo rubinetto con acqua corrente regolabile.
"Roun è riuscito a incanalare dell'acqua sorgiva proveniente dalla valle" spiegò Edith.
Cercava di essere gentile e accondiscendente per non irritare il nemico che risiedeva ora tra le sue mura. Nascondeva con fatica la repulsione e l'astio e concedeva risposta a qualsiasi domanda, assistenza a qualsiasi richiesta.
Era in casa da poco più di un'ora e a lei pareva già un'eternità. Col proprio lavoro di commerciante, Edith aveva avuto modo di parlare con persone costrette al medesimo trattamento: una donna di sua conoscenza era passata attraverso lo stesso tunnel di paura e costrizione dopo aver perduto figlio e marito in battaglia contro l'Esercito. La prima notte con quell'uomo fu per lei infernale e così tutte quelle a venire. Edith temeva lo stesso per sé.
Quando Igor entrò nella piccola, bassa e calda cameretta di Timo, lasciò cadere a terra il proprio carico di armi e oggetti personali: "mi accontenterò di questo buco" disse e si abbandonò sul letto fin troppo corto per la propria stazza.
Timo non ne era soddisfatto, ma Edith ne sembrò sollevata perché l'avrebbe tenuto con sé, anziché lasciarlo solo in casa con quel Comandante ostile a vagare liberamente per le loro stanze.
Quando si coricarono, Edith rimase sveglia per ore, terrorizzata dall'idea che lui potesse entrare da un momento all'altro e sfogare su lei la propria euforia per il nuovo status di conquistatore. Ma nessuno si presentò.
La mattina, si rese conto d'essersi infine addormentata. La sua mente assopita necessitò di qualche istante per ricordare perché mai Timo fosse accanto a lei anziché Roun, ma impiegò poco a recuperare i gelidi ricordi.
Igor era già alzato. Sedeva a terra, sul tappeto affianco al braciere che crepitava sereno nella sua corona di pietre. Edith gli si avvicinò cauta e lui non alzò gli occhi neppure quando si accorse della sua presenza. Stava incidendo il manico del proprio pugnale.
"Lavoro a Sud, a circa un'ora di cammino da qui. Sul crocevia vi sono i mercati e io possiedo un locale, dove vendo le mie ceramiche e...".
"Non sono interessato all'acquisto" la zittì.
Edith lo ignorò perché non era ancora arrivata al punto del discorso: "apro ogni mattina. Se oggi non andassi...".
"Perché non dovresti?".
"Credevo che col tuo arrivo...".
"Ti piacerebbe, donna" si alzò in piedi "sono solo un'ombra. Nulla è cambiato col mio arrivo. Voi continuate le vostre comuni esistenze e io vi osservo in disparte. Avrete due occhi puntati su di voi, ma vi parrà che essi non influiscano in alcun modo".
A Edith non piacque ciò che sentì, ma fu sollevata all'idea di poter raggiungere il proprio mercato. Nonostante le obiezioni, costrinse Timo ad accompagnarla quella mattina e per qualche ora si lasciarono il nemico alle spalle.
Tornarono a casa al colorire del tramonto. Igor non c'era. Non sapevano cosa fosse accaduto né cosa avesse fatto durante l'intero giorno, ma una speranza inattesa pervase Edith: che se ne fosse andato? Che fosse stato richiamato? O assalito? Esultò troppo presto: proprio in quel momento, la porta di casa si aprì e Igor entrò. Si era dato una ripulita e cambiato d'abiti, e senza l'armatura ammaccata o le vesti madide di sangue non pareva più un così mostruoso carnefice. La sua era l'immagine d'un uomo forte e nobile, ma i suoi gesti rimasero burberi e il timore di Edith e Timo non diminuì affatto.
Non gli rivolgevano la parola e lui faceva altrettanto. Dormiva, mangiava per conto proprio qualsiasi pietanza Edith avesse da offrirgli e non tentava alcun tipo di contatto con lei o col ragazzino. Non avrebbero saputo dire quanto avesse appreso dalla loro gente né se vi fosse riuscito intimidendo, interrogando o semplicemente osservando. Non avevano né il coraggio né la volontà di chiederglielo.
  
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