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Autore: Vago    26/02/2016    2 recensioni
Dall'ultimo capitolo:
"È passato qualche anno, e, di nuovo, non so come cominciare se non come un “Che schifo”.
Questa volta non mi sono divertito, per niente. Non mi sono seduto ad ammirare guerre tra draghi e demoni, incantesimi complessi e meraviglie di un mondo nuovo.
No…
Ho visto la morte, la sconfitta, sono stato sconfitto e privato di una parte di me. Ancora, l’unico modo che ho per descrivere questo viaggio è con le parole “Che schifo”.
Te lo avevo detto, l’ultima volta. La magia non sarebbe rimasta per aspettarti e manca poco alla sua completa sparizione.
Gli dei minori hanno finalmente smesso di giocare a fare gli irresponsabili, o forse sono stati costretti. Anche loro si sono scelti dei templi, o meglio, degli araldi, come li chiamano loro.
[...]
L’ultima volta che arrivai qui davanti a raccontarti le mie avventure, mi ricordai solo dopo di essere in forma di fumo e quindi non visibile, beh, per un po’ non avremo questo problema.
[...]
Sai, nostro padre non ci sa fare per niente.
Non ci guarda per degli anni, [...] poi decide che gli servi ancora, quindi ti salva, ma solo per metterti in situazioni peggiori."
Genere: Avventura, Azione, Fantasy | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Leggende del Fato'
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 Era pomeriggio, ma la passerella era tutta vuota. Non c’era nessuno dei miei amici a giocare. Anche gli alberi sembravano silenziosi.
Ero seduto sul mio letto.
Mamma piangeva. Papà piangeva. Perché erano così tristi?
In casa c’erano anche cinque persone con il cappuccio sulla testa. Erano tutte in piedi. Era colpa loro se non potevo andare a giocare?
La mia sorellona non c’era. Era andata a un mercato per vendere le camicie che mamma cuciva tutta la settimana. Un giorno ci sarei andato anch’io, a vendere al mercato. Papà me lo aveva promesso. Aveva detto che quando avrò dieci anni potrò andare ad accompagnare la mia sorellona. Mi mancavano solo due anni.
Uno degli uomini aveva una spada che spuntava dal mantello marrone. Era come quella che avevo visto a casa di un mio amico.
Chissà com’era splendente.
Un altro uomo con il cappuccio smise di parlare e mamma urlò qualcosa come: No! No!
Magari volevano farci pagare di più.
Papà aveva detto che dovevamo pagare di più.
Due uomini si avvicinarono a me. Volevano giocare? Avevo una corda per saltare, sotto il letto.
Veloci aprirono un vecchio sacco puzzolente e me lo misero addosso. Chiudendolo.
Che brutto gioco!
Mamma urlava ancora. Volevo andare da lei. Cominciai a piangere e urlare anch’io.
Un uomo per farmi stare zitto mi tirò un calcio sulla schiena. Capii che volevano portarmi lontano da mamma e papà, così cercai di piangere più forte, muovendo le mani e i piedi per togliermi quel sacco sporco di dosso. Piansi tutte le lacrime che avevo. La gola mi bruciava come quando giocavo troppo.
Volevo i miei genitori. Volevo abbracciarli. Volevo vedere la mia sorellona e la sua collana con una piccola foglia di legno al fondo.
Qualcuno disse ancora qualcosa. Forse era papà.
Poi il sacco si alzò e mi portarono via.
Lo scalino davanti alla porta era più alto degli altri, ed io ci battei la testa. Tanto forte.
Vidi tante lucine rosse come lucciole davanti agli occhi, poi non sentii più niente.

Mi svegliai solo quando mi fecero cadere per terra. Ero ancora dentro quel brutto sacco puzzolente. Non vedevo niente, era tutto nero. Avevo tanto male alla testa, alle braccia e alle gambe.
Aprirono il sacco e la luce mi accecò.
Vedevo solo una testa nera davanti a me.
Poi mi cominciai ad abituare. Mi misi in piedi e mi guardai intorno. Avevo gli occhi secchi.
Mi avevano portato in una casa di pietra. Non ne avevo mai vista una. A Gerala non ce n’erano. Noi vivevamo sui rami degli alberi. Papà diceva che le case di pietra erano troppo pesanti e sarebbero cadute per terra.
Vicino a me c’erano le cinque persone che mi avevano portato via da casa. Si erano tolte i cappucci.
Erano quattro uomini e una donna.
- Dove sono mamma e papà?- chiesi. Volevo andare da loro.
- Sono a casa. Felici per te.- mi rispose l’uomo con la spada.
- Perché felici?-
- Perché hai una grande occasione.- rispose la donna.
- Io voglio andare a casa. La mia sorellona sta per tornare dal mercato.-
- Questa sarà la tua casa ora. Non avrai più bisogno di mamma e papà. Perché tu sei un bambino grande, vero?- disse un altro uomo.
- Io voglio andare a casa! Questo posto non mi piace!-
- Fattela piacere!- urlò lo stesso uomo con sguardo cattivo.
Mi misi di nuovo a piangere.
L’uomo con la spada, insieme a un altro mi presero dalle ascelle e mi portarono in un’altra stanza fredda.
In un angolo c’era del muschio, come quello che cresceva sul ramo dove vivevamo.
Mi fecero camminare fino a un tavolino basso, in legno scuro. Non avevo mai visto un legno così scuro.
C’erano sei carte coperte su questo. Come quelle con cui giocavamo quando fuori pioveva.
- Prendine una. Forza, prendi in mano il tuo fato e scegli la tua sorte.- mi disse ancora l’uomo con la spada.
Con le lacrime agli occhi presi la carta più bella e la alzai. Disegnato c’era un grande lupo grigio. Come quelli che vivono nella Grande Vivente e mangiano i bambini cattivi che non dormono subito, me lo aveva detto mamma.
- Fratelli! Abbiamo un erede del lupo!- esultò una persona dietro di me.
Ancora con la carta in mano mi presero e mi trascinarono fuori da quella casa, su un terreno pieno di sassi. Il sole era basso e lontano si vedeva la Grande Vivente colorata di arancione.
Mamma e papà erano laggiù. Da qualche parte.
Passai vicino a una grande statua bianca come il latte che ogni tanto ci dava la nonna. C’erano quattro uomini e due donne in armatura e sei grandi draghi spaventosi
 A Gerala, davanti alla mia casa, c’era la statua di due di loro. Uno era il grande Trado del Vento, l’altra era la bellissima Diana, tutti dicevano che ballava talmente bene da essere chiamata la Leggiadra.
Avevano salvato loro le terre.
Ma gli uomini che mi stavano trascinando non si fermarono. Entrarono dentro a delle grandi mura nere e mi spinsero dentro a un’altissima torre scura. Sopra la porta era stata messa una bellissima pietra gialla come l’oro che brillò, colpita dai raggi del sole.
Iniziò lì il mio vero incubo.
Dentro la torre mi aspettava un grosso uomo con la barba nera e la testa pelata bianchissima. Sorrideva cattivo.
Mi alzò da terra e mi fece scendere tante scale.
Mi portò in un sotterraneo buio e freddo e mi gettò in una cella.
Chiuse la porta di ferro, lasciandomi da solo nel buio.
Io cominciai a piangere e supplicarlo di farmi uscire, ma lui non mi ascoltava. Forse se ne era già andato.
Rimasi rinchiuso per tre giorni, penso, visto che l’uomo dalla barba nera mi portò tre pasti. Ma solo il quarto giorno si fermò nella cella e si sedette davanti a me.
- Tu sei un Lupo.- mi disse.
- Ma io non sono un lupo. Io sono un umano!-
- No. Tu, da adesso, sei un Lupo. Seguirai la legge del tuo branco e il volere della grande dea Oscurità.-
- Ma io non voglio! Papà mi ha detto che è Aria la dea più brava! È lei che fa andar via la pioggia e impollina gli alberi! È lei che fa danzare le foglie in autunno!-
- Tu adesso sei un Lupo. Quindi dovrai sottometterti e consacrare la tua vita a Oscurità! Hai capito!?-
Mi misi a piangere. L’uomo allora si alzò e mi tirò uno schiaffo sulla guancia tanto forte da farmi cadere.
Uscì e si richiuse la porta alle spalle.
Non riuscivo a smettere di piangere. Volevo che la mia mamma mi abbracciasse. Volevo tornare a casa dai miei amici. Non volevo essere un Lupo.
Forse erano le lacrime. Ma vidi una figura femminile, un’ombra grigia comparire sulla porta e spostarsi verso di me. Si era accucciata su una parete, e mi guardava piangere. Senza muoversi o parlare… parlare, come se un’ombra potesse emettere suoni.
L’uomo dalla barba cattiva tornò altre tre volte, portandomi un bicchiere d’acqua e un pezzo di pane e non andandosene prima di avermi tirato un ceffone.
Tutte le volte che l’uomo usciva dalla mia cella l’ombra compariva per tenermi compagnia.
Il sesto giorno l’uomo barbuto si era arrabbiato seriamente. Mi aveva colpito con i calci sulla pancia fermandosi solo quando cominciai a sputare sangue.
Quella sera, quando la figura comparve, mi trascinai disperato ai suoi piedi, continuando a piangere. Lei si sedette e mosse la sua mano come se volesse appoggiarmela sulla testa. Mi bastò quel piccolo gesto a farmi sentire meno solo.
Quando il settimo giorno l’uomo dalla barba nera mi portò fuori dalla cella in cui ero stato chiuso, la luce della sua lampada mi accecò. Lui ed un altro uomo mi trascinarono su per la scala. Non si fermarono alla porta ma continuarono a salire, sempre di più. L’uomo barbuto chiese ad un altro, seduto dietro a una vecchia scrivania, qualcosa. Non capivo cosa dicessero.
Comunque l’uomo cattivo sorrise e mi spinse in un corridoio nero. All’entrata era stata scolpita la testa di un lupo feroce.
MI fece entrare in una stanzetta, piccola, puzzava di chiuso e vecchio e tutto era coperto di polvere. Come il baule del nonno, quello che non potevo aprire perché c’erano i suoi ricordi. Mi aveva raccontato che durante la guerra era stato uno dei soldati che combattevano sotto il grande Drake e che aveva parlato addirittura con i sei eroi delle terre. Diventava però sempre triste quando parlava dei sui ricordi, perché Drake non gli aveva permesso di andare a combattere insieme a tutto l’esercito, visto che era solo un bambino.
Prima di andarsene mi diede in mano un coltello con la punta e il suo fodero.
- Verrà qualcuno a chiamarti e a portarti dove devi andare. Se non sei chiamato non dovrai uscire da questa camera.- poi l’uomo con la barba uscì e chiuse la porta con un botto.
Io mi sedetti sul letto e appoggiai il coltello sul mobiletto attaccato al muro. Quelle erano le uniche due cose che c’erano nella stanza.
Mamma non mi aveva mai lasciato usare quel tipo di coltelli. Diceva che erano pericolosi e mi sarei potuto fare male. La mia sorellona poteva già usarli, invece, perché lei era già grande.

 

Angolo dell'autore:

Oh, già. Sono di nuovo qui a pubblicare. Questa, a differenza delle altre storie che ho già pubblicato, è ancora in fase di stesura, quindi non potrò mantenere il ritmo forsennato di un capitolo al giorno come facevo prima. Tutto questo, per dirvi che dovrei riuscire a pubblicare settimanalmente il nuovo capiolo, il venerdì... Spero.

Bene, spero che questo primo capitolo vi sia piaciuto. Alla prossima!

Vago.

   
 
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