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Autore: Pierfrancesco fancello    06/03/2016    3 recensioni
In un tempo buio. In una nazione segnata da un ferreo regime dittatoriale, e da una delle guerre più cruente conosciute nella storia dell’uomo, un ragazzo “ariano”, combatterà contro i suoi stessi compatrioti per tentar di porre fine alla follia del nazismo.
Genere: Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti
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Introduzione:
Che cos’è la guerra? E una domanda che mi posi fin da bambino: ogni volta che chiedevo spiegazioni su di essa, mi venivano date sempre opinioni diverse: chi la definiva supremazia; chi difesa del territorio, altri “fallimento del genere umano”. Col  tempo, capii che queste risposte erano soltanto la metà di ciò che la guerra era veramente, soprattutto dopo quel maledetto settembre del 1939.
Mi chiamo Hans Klein e oggi vorrei  raccontarvi alcuni passaggi della mia gioventù; piccoli ricordi di quand’ero un ragazzino di appena vent’anni  e nella Germania, la mia Madrepatria, regnavano il silenzio e il terrore.
Tutto iniziò così…
 
Capitolo uno: quel natale del 1942
Era una fredda mattina di natale. La neve cadeva fitta, imbiancando le case e le strade di Berlino. L’unico rumore che si udiva, era il forte scrusciare del gelido vento del nord che diffondeva il pungente odore della legna bruciata per tutta la città.
Dormivo tranquillo nella mia stanza, quando mia sorellina anne, entrò bruscamente svegliandomi.
«Sveglia fratellone, è Natale!» esclamò saltellando felice sul letto.
Era una bambina di nove anni con un carattere forte e vivace; occhi celesti e capelli raccolti in due morbide trecce.
Mugugnai e misi la testa sotto il cuscino, con l’intenzione di continuare a dormire ma lei mi balzò sopra e iniziò a scuotermi insistentemente.
«Dai Hans, dobbiamo scartare i regali insieme.» Mi limitai a rispondere con un secondo mugugno.
«E va bene, l’hai voluto tu…» disse con voce maliziosa. Uscì veloce dalla stanza e dopo una manciata di minuti rientrò con un secchio d’acqua fredda, tolse con forza il cuscino e mi bagnò il viso e una buona parte della schiena.
Un brivido mi percosse il corpo e sobbalzai cadendo dal letto a gambe all’aria.
«Ma che…Anne!» Scoppiò in una fragorosa risata, soddisfata del suo operato.
«Non è affatto divertente…vuoi che mi prenda un accidenti?» Borbottai scocciato.
«E dai Hans, non ti sarai mica offeso?»
«Aiutami ad alzarmi prima che mi arrabbi sul serio e te le suoni di santa ragione.»
«Come sei permaloso. Stavo solo scherzando» rispose imbronciando il muso e avvicinandosi a me.
Con uno scatto fulmineo mi alzai e la buttai sul letto bloccandole le braccia.
«Ah! Ci sei cascata piccola peste! E adesso, come la mettiamo?»
«Ehi, non è giusto, imbroglione!» Esclamò divertita.
«Ah si? Sono un imbroglione?» Iniziai a solleticarle i fianchi.
«Ah ah ah, ti prego, Il solletico no!»
«Chiedimi scusa e la smetto.»
«Mai!» Gridò risoluta
«E va bene.»
«Ih ih ih! Smettila per favore!» in quel momento la mamma ci chiamò per andare a mangiare e allentai la presa.
«Dai, facciamo una tregua se no mamma si...» Non feci in tempo a finire la frase che Anne si divincolò del tutto e mi passò in mezzo alle gambe gridando “Chi arriva ultimo è un salame!” E corse via
«Ah, è proprio una piccola peste» Pensai tra me e me.
Scesi giù in cucina dove la mamma preparava la colazione: omelette e pane di segale con marmellata di fragole. La salutai con un abbraccio e ci sedemmo a tavola.
«Dov’è papà?» domandai
«È uscito con lo zio Joseph. Dovevano sbrigare una faccenda di lavoro…»
«di…lavoro?»
«Tesoro, ne parliamo dopo» Disse a denti stretti indicando Anne con un cenno del viso.
Mio padre, Arnold Klein era un uomo d’affari, amato e rispettato da tutti per la sua gentilezza e onestà.
 A causa del suo lavoro era costretto a rimanere mesi interi fuori città e, purtroppo riusciva a tornare a casa circa due o tre volte l’anno.
Mio zio, Joseph klein era il Standartenführer (colonnello) delle SS, l’organizzazione paramilitare del partito nazista.
Uomo cinico e presuntuoso, non faceva altro che vantarsi della sua stretta amicizia con Hitler e fare discorsi sulla purezza e sulla superiorità della razza ariana, cosa che trovavo assolutamente ridicola e motivo per il quale discutevamo animatamente.
Nel frattempo finimmo di mangiare e, insieme alla piccola, andammo in salotto per scartare i regali.
Sotto l’albero natalizio vi erano due pacchi e un bigliettino con scritto “per Anne da Babbo Natale”.
Il primo, conteneva una collana di perle preziose; il secondo, un libro con la raccolta delle fiabe dei fratelli Grimm.
Nonostante avesse ricevuto quei doni, notai una nota di delusione nel suo sguardo.
«Anne, cosa c’è?»
«Fratellone, perché Babbo natale non ti porta più nulla? Si è forse dimenticato di te?»
«No, tesoro…» intervenne la mamma «ormai Hans è un adulto e solo i bambini possono ricevere regali.»
«Oh, capisco. Se vuoi puoi prendere uno dei miei.» Non potei far altro che mettermi a ridere e abbracciarla
«Grazie per il pensiero, sorellina ma…questi sono solo per te» improvvisamente un suono di clacson attirò la nostra attenzione: ci affacciammo alla finestra e vedemmo una Volkswagen nera parcheggiarsi affianco all’entrata del cortile di casa nostra. Il primo ad uscire dalla vettura fu nostro padre, seguito poi dallo zio Joseph e da altri due militari.
«Papà è tornato!» Gioì Anne correndo verso il portone d’ingresso.
«E purtroppo è anche in compagnia di palloni gonfiati» Sbuffai scocciato
Senza farmi notare, salii in camera mia e iniziai a mettere un po’ d’ordine cercando di temporeggiare il più possibile, in quanto avere a che fare con mio zio e con i suoi soliti discorsi, avrebbe rovinato il mio buonumore. Purtroppo il mio gesto di fuga fu quasi del tutto inutile: dopo un po’, mamma entrò senza alcun preavviso facendomi trasalire.
«Bussare è diventato un hobby?» Mormorai, guardandola.
«Tuo padre è tornato. Non scendi a salutarlo?»
«Joseph se ne è andato?» Lei sospirò e si mise affianco a me
«Tesoro, ascolta: so che andare d’accordo con tuo zio è difficile ma, ci devi almeno provare. Dai, penso io a mettere in ordine qui.»
«Va bene.» Risposi, dopo qualche secondo di esitazione.
Eh si, devo ammetterlo: mia madre riusciva a dirmi le cose in modo così…dolce e gentile, da rendermi impossibile anche solo pensare di dirle di no.  
Scesi giù in salotto e, non appena mio padre mi vide, mi abbracciò così forte da farmi quasi mancare il fiato.
«Bentornato, papà. Mi sei mancato»
«Anche tu figliolo»
Non si può dire che Joseph mostrò altrettanto affetto: si alzò dalla poltrona e guardandomi con il suo solito sorrisino di sufficienza  disse:
«è veramente bello rivederti dopo così tanto tempo, Hans. Sei diventato un gran bel giovanotto.»
«Grazie, zio.» Il più anziano dei due militari si presentò dandomi una energica stretta di mano
«Piacere di conoscerti, ragazzo. Io sono il tenente Derek Steiner e lui è il capitano Kaiser.»
«Il piacere è tutto mio, signori» Mi accomodai nel divano accanto a papà.
«Sai, figliolo» continuò Steiner, accendendosi una sigaretta
«Ho sentito parlare molto bene di te.»
««Oh, ne sono lusingato.» Risposi un po’ imbarazzato.
«Dicono che sei un ragazzo coraggioso e molto intelligente.»
«E non solo.» Intervenne il papà con voce piena di orgoglio. «È anche un pianista niente male. Vero figliolo?»
«Papà, ti prego» Arrossii
«Un pianista? Davvero interessante. Scommetto che sei un amante della musica di Wagner.»
«Ecco, a dire il vero preferisco di più Beethoven; Mozart in particolare.»
«Allora perché non ci suoni qualcosa? Saremo molto lieti di sentirti suonare.»
«V- va bene.» Balbettai timidamente. Mi sedetti sullo sgabello del pianoforte e mi schioccai le dita.
«Quale brano gradireste ascoltare?»
«Hai detto che sei un amante della musica di Beethoven, no?» Commentò lo zio con il suo solito tono di autorità. «Scegli tu, nipote.» Difficile avere la facoltà di scegliere. Non ero abituato a suonare davanti a sconosciuti e sentivo le mani tremare dalla paura, ero come pietrificato. Un sacco di domande mi balenavano per la testa: e se non avessi suonato bene? Se mi fossi bloccato? D’un tratto, sentii una mano cingermi la spalla e il papà si sedette accanto a me.
«Coraggio figliolo, respira e concentrati. Ti ricordi cosa ti diceva il nonno quand'eri piccolo? Devi far finta di essere solo, devi diventare un tutt'uno con lo strumento, non devi mai pensare di sbagliare, e ricordati che la paura è il tuo peggior nemico, ma puoi sconfiggerla. Sei pronto?»
«Si, grazie papà.» Risposi sorridendo. Già, mio padre era l’unica persona che riusciva a darmi coraggio, non solo in situazioni banali come questa, ma anche nelle più critiche. Ancor più veloce del pensiero, la mia mano sinistra scivolò sulla tastiera, andando a toccare un basso do diesis, mentre la destra, con moderata velocità, toccò  un mi diesis, e fu così che partì “Moonlight”, opera n.27 di Ludwig Van Beethoven. Quanti minuti passarono? Cinque? O forse sette? Fatto sta che in quel lasso di tempo tutto e tutti quelli che c’erano intorno a me, era come se fossero spariti. Mi focalizzai affondo sul mio respiro e sul suono di quella melodia, così intensa, così bella, quasi stregante. Fu solo all'accordo finale che il mio “sogno” venne interrotto da un rumoroso sbattere di mani e dalle voci acclamanti del mio pubblico.
«Bravissimo! Eccellente!» Gridarono Kaiser e Stainer entusiasti, ma quello che contava di più per me, era lo sguardo compiaciuto di mio padre, che abbracciandomi con gli occhi colmi di lacrime di emozione mi sussurrò:
«Sono fiero di te, figlio mio.» Quelle furono le parole che valevano più di mille applausi, più dei complimenti. Quelle fu la frase che in quel momento,  fece di me il ragazzo più felice della terra, ma purtroppo la felicità, come tutte le cose, è destinata ad avere una fine.
 
   
 
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