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Autore: TimeFlies    07/05/2016    16 recensioni
Margot Foyle. Carter Michaels. Liam Parker.
Tre nomi, tre vite che si incrociano per caso in una Baltimora più oscura di quanto appare, una città moderna e magnetica che però nasconde molte ombre nei suoi vicoli più inaccessibili.
Lavorano per il governo, nell'Agenzia Controllo Minacce Interne che agisce nell'ombra per proteggere l'America da pericoli di cui ignora l'esistenza. Il suo precario equilibrio si regge su una variabile imprevedibile: i suoi agenti, perfettamente addestrati e pronti a scendere in missione, completamente devoti alla causa. O così dovrebbero essere.
Ma quando qualcuno comincia a fare domande scomode e a mettere in discussione l'autorità e le buone intenzioni dell'Agenzia, il delicato meccanismo sui cui questa si basa vacilla e l'unico modo per evitare danni è eliminare la minaccia, renderla inoffensiva.
Margot, Carter e Liam vivono sul filo del rasoio tra giochi di potere e verità celate. La loro stessa sopravvivenza non è scontata, basta un unico errore, un unico passo falso per entrare nel mirino e ritrovarsi ad essere i bersagli.
Genere: Azione, Drammatico, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, FemSlash
Note: Lime | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate
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SIN Prologo 2.0

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*Piccolo avviso: questa è la "seconda versione" del prologo di SIN.
Essendo passato ormai quasi un anno dalla pubblicazione della prima versione,
non la trovavo più adatta alla storia.
In questi mesi sono maturata e di conseguenza anche SIN è "cresciuta".
Trovo che questo nuovo prologo le si addica di più, coglie meglio l'anima della storia e dei suoi personaggi.
Spero vi piaccia!*






Prologue  Pain and Humanity



“Pain makes you human”
Scott McCall – Teen Wolf

L'aria nella stanza era umida, pesante, sapeva di chiuso e muffa. Gli angoli più lontani erano immersi nella penombra, come coperti da un impalpabile velo nero. Le finestre alte e strette dai vetri resi opachi dalla sporcizia lasciavano entrare lattiginosi raggi di sole.
Margot mosse le dita sul fucile, lo sguardo puntato davanti a sé. C'erano altri tre agenti con lei, tutti in attesa di... qualcosa. Il resto della squadra era andato in avanscoperta nel corridoio che si apriva nella parete di fronte a loro lasciandoli, come da protocollo, a controllare la situazione.
L'unico rumore che sentiva era un gocciolare ritmico e ovattato, nascosto da qualche parte nel buio. C'era un tavolo di metallo rovesciato a un paio di metri da lei; una sedia sbilenca giaceva abbandonata lungo una parete macchiata dall'umidità.
Il cemento scricchiolò sotto la suola degli anfibi di un agente quando questo si mosse appena. Margot lanciò una breve occhiata al ragazzo sulla sua destra, un paio di passi più indietro. Indossava la tenuta nera, come lei, e il giubbotto antiproiettile. Teneva il calcio del fucile appoggiato contro la spalla, il viso accostato al mirino. Aveva le labbra strette in un'espressione concentrata e impaziente al tempo stesso. Una ciocca di capelli castani gli sfiorava la fronte.
L'auricolare le gracchiò nell'orecchio, poi una voce maschile emerse dalle interferenze. – Ritirata! Subito! Stanno arrivando!
Ci fu un rumore indistinto in sottofondo, simile a un tonfo, poi il silenzio. I quattro agenti si scambiarono uno sguardo, le dita che scivolavano sui grilletti delle armi. Di colpo, una serie di passi veloci e concitati rimbombò nel corridoio subito seguiti da esclamazioni rabbiose. In un attimo, piombarono nella stanza.
Ci fu un secondo di stallo in cui gli uomini dai volti coperti rimasero a guardare gli agenti, come sorpresi di trovarli lì. Poi sollevarono le pistole e cominciarono gli spari.
Margot si tuffò in avanti senza esitare, sfruttò la spalla per fare leva contro il pavimento e fermarsi dietro il tavolo rovesciato. Premette un ginocchio a terra tenendo l'altro piegato e accostato al petto, il fucile pronto a sparare stretto tra le mani.
Un gemito la spinse a voltarsi all'indietro. E lì, sul cemento polveroso, giaceva Jason, uno degli agenti. Si teneva una mano sulla coscia, il rosso vermiglio del sangue che gli macchiava la pelle. Con l'altra stringeva ancora il fucile, ma era in una posizione troppo esposta, non aveva niente per ripararsi.
Il suo sguardo, spaventato e sofferente, incontrò quello della ragazza facendole avvertire una stretta al cuore. Si lanciò un'occhiata alle spalle per controllare gli uomini, i Soldati dell'Ordine: erano ancora appostati sulla soglia e continuavano a sparare, ricevendo in risposta troppi pochi colpi da parte degli agenti.
Margot tornò a voltarsi verso Jason, le parole per tranquillizzarlo già pronte in mente, quando il proiettile lo colpì. Fu immediato, il tempo di trattenere il fiato ed era morto, gli occhi spalancati e senza vita fissi nel vuoto, un rivolo di sangue che gli colava sulla fronte.
La ragazza rafforzò la presa sul fucile deglutendo con forza per reprimere il moto di nausea che le risaliva la gola. Chiuse gli occhi per un secondo, le orecchie piene del rumore assordante degli spari. Quando sollevò di nuovo le palpebre, era pronta a combattere.
Appoggiò la bocca dell'M-4 sul bordo del tavolo, avvicinò il viso al mirino e premette il grilletto. Dall'altra parte della stanza, un corpo si accasciò tra la polvere. Passò al bersaglio successivo, veloce ed efficiente. A ogni colpo andato a segno, la sua mente si schiariva, le mani si facevano più ferme, il respiro più regolare. E Margot Foyle diventava la guerriera che aveva lottato tanto per essere.
All'improvviso, una sagoma scura apparve accanto a lei. Le bastò sentirlo ansimare piano per riconoscerlo. Carter, il suo migliore amico, era rannicchiato dietro al tavolo, al suo fianco, esattamente dov'era sempre.
Margot si riabbassò e gli lanciò un'occhiata interrogativa. In realtà, era felice di averlo con sé, ma non l'avrebbe ammesso ad alta voce.
– Scusa Occhi di Ghiaccio, non potevo lasciare tutto il divertimento a te – fece lui e il suo sorriso sghembo fu un lampo di luce nella penombra.
Afferrò il proprio fucile e cominciò a sparare, tutto il corpo in tensione, le labbra contratte in quella piccola smorfia che ormai lei conosceva così bene. Margot si ritrovò a sorridere, anche se gli spari continuavano a risuonare nell'aria, anche se stava rischiando di morire, anche se non aveva la certezza di uscire di lì e rivedere il sole. Finché c'era Carter a combattere al suo fianco, andava tutto bene.
Così sollevò l'M-4 e si unì a lui.

Erano riusciti a respingere l'attacco dei Soldati, ad impedire che superassero quel corridoio. E, quando finalmente uscirono dalle viscere del vecchio palazzo dove si era svolto il raid, scoprirono che anche l'altra squadra aveva fatto lo stesso, annientando il secondo gruppo dell'Ordine.
Avevano vinto, però non fino in fondo, come accadeva in ogni guerra: i vincitori non vincevano mai per davvero, semplicemente resistevano quel poco in più che bastava per far cedere gli avversari. E farli diventare gli sconfitti. Entrambi, però, finivano per essere segnati a vita dalla battaglia.
Margot, Carter e l'altro agente sopravvissuto riemersero nella periferia di Baltimora, sotto la luce morbida del sole al tramonto. Nello spiazzo davanti all'edificio erano parcheggiati due furgoni neri intorno a cui si muovevano i loro colleghi, i fucili ancora a tracolla, i volti stanchi.
La ragazza si riempì i polmoni d'aria salmastra cercando di cancellare l'odore del sangue e della polvere. Accanto a lei, Carter si passò una mano tra i capelli scompigliati lasciandosi sfuggire un sospiro.
Una donna alta dai corti capelli biondi si avvicinò. Aveva le labbra strette, la mascella serrata. I suoi occhi verdi erano cupi quando pronunciò il suo nome: – Margot...
Lei la guardò senza capire, una mano sulla tracolla dell'M-4. Il suo sguardo si spostò appena, come attratto da una calamita, quel tanto che bastava per vedere oltre la spalla della donna, per cogliere il corpo steso a terra.
Era una ragazza giovane, aveva i capelli castano dorato sparsi attorno alla testa come una corona, il viso pallido striato di polvere era disteso, quasi stesse dormendo. La tenuta scura creava un contrasto fin troppo forte con la pelle chiara spruzzata di lentiggini.
Un dolore sordo le attanagliò lo stomaco, come se avesse ricevuto un pugno.
"No. No, no." Riusciva solo a negare, respingeva quella verità troppo dolorosa con una forza disperata. Si ritrovò a scuotere la testa indietreggiando di un passo. Non poteva, non voleva avvicinarsi, avrebbe significato confermarlo, renderlo reale.
L'aria le rimaneva impigliata in gola. I polmoni chiedevano ossigeno con urgenza dolorosa, costringendola a fare respiri brevi, spezzati. Il cuore le rimbombava contro le costole, quasi avesse voluto spezzarle. E forse, sarebbe stato un supplizio più sopportabile.
Margot si morse con forza il labbro voltandosi dall'altra parte. – Kira non... Lei non può...
Un singhiozzo disperato le scosse il petto. Il ricordo, perché ormai le restava solo quello, dei suoi occhi vivaci, del suo sorriso allegro le invase la mente infliggendole una stilettata al cuore. La tracolla del fucile le scivolò dalla spalla. L'M-4 colpì l'asfalto con un tonfo che le giunse ovattato, distante.
Le sue gambe si mossero da sole facendola barcollare in avanti, verso quella ragazza la cui vita era stata spezzata troppo presto. Delle braccia l'avvolsero da dietro impedendole di rovinare a terra. Un altro singhiozzo le esplose nel petto, traboccando dalle sue labbra come il gemito di un animale morente. Lui la strinse a sé con forza, per trattenerla e per impedire anche a se stesso di crollare.
– No, lei no... Kira no... – balbettò Margot, le labbra bagnate dalle lacrime che non si era accorta di star versando.
Carter accostò il viso al suo. – Va tutto bene, Mar, va tutto bene. Sei al sicuro, sei con me – mormorava aggrappandosi a quelle parole con la sua stessa disperazione.
Il petto di lei si alzava e si abbassava a ritmo frenetico, quasi doloroso. Le faceva male tutto, come se milioni di schegge di vetro le si fossero infilate sotto pelle e stessero penetrando sempre più a fondo, millimetro dopo millimetro.
Le cedettero le gambe e Carter si accasciò a terra con lei, ancora tenendola stretta a sé. Margot si abbandonò contro di lui nascondendo il viso contro il suo collo, le spalle scosse da singhiozzi silenziosi. Carter la circondò con le braccia racchiudendola in un abbraccio protettivo, familiare. L'avrebbe difesa dal mondo intero, in quell'abbraccio.
Se avesse avuto il potere di farlo, le avrebbe risparmiato quel dolore, l'avrebbe sopportato lui stesso anche altre mille volte. Ma non poteva e odiava quella consapevolezza.
Poteva solo stringerla e aspettare, condividere il vuoto lasciato dalla morte, la rabbia dell'impotenza che gli serrava il cuore. Rimasero così, sotto la luce flebile di un sole morente, uniti in quel dolore capace di spezzare qualunque anima.  







SPAZIO AUTRICE: Ehilà!
Grazie mille a chiunque sia arrivato fin qui, a chiunque ha voluto dare una possibilità a questa storia e ai suoi personaggi. E grazie alla mia beta, Juliet Leben <3
Somewhere in Neverland è probabilmente il lavoro che mi rispecchia di più, c'è un pezzettino di me in questa storia, in ogni suo personaggio e aspetto. Mentre la scrivevo non riuscivo a restare indifferente, distaccata, perché va a toccarmi nel profondo. E spero sia lo stesso anche per voi.
L'ho riscritta tre, quattro volte, prima in 1° persona, poi in 3°, ho lasciato che fossero i personaggi a guidarmi nella scrittura. Rispetto alle altre mie storie, questa è più introspettiva e anche più cupa, i personaggi si presentano a voi esattamente come sono, umani, fragili, difettosi, ma anche coraggiosi, gentili, innamorati. Sono vivi, vividi e più reali di quanto io stessa pensassi.
Il titolo di questa storia viene da una canzone degli All Time Low, "Somewhere in Neverland", il cui testo la rispetta a pieno, è come se quelle parole fossero nate per questa storia. In questa canzone è racchiuso lo spirito, l'essenza di SIN, quella speranza e quel desiderio quasi ribelle di potersene andare e ricominciare da qualche altra parte, non è importante dopo.
Vi lascio lascio i link della caznone, sia la versione dell'album, che quella acustica.
Grazie davvero di cuore per aver letto questo prologo, spero che vi sia piaciuto, che vi abbia trasmesso qualcosa, e che continuiate a seguire la mia SIN.

TimeFlies
  
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