Storie originali > Drammatico
Segui la storia  |       
Autore: CalimeNilie    07/06/2016    0 recensioni
Martin e Byron si incontrano per la prima volta in una strada da nulla di New York, passanti l'uno nella vita dell'altro. Si srotola, il loro amore, sulle note di una musica complessa e antica e sulle rime di Charles Baudelaire, con la semplicità di uno sguardo, con una passione che sa di destino.
***
Dal testo:
"Suonava una melodia complicata e antica, struggente e bellissima – questo va detto: bellissima. Immobile, un’ombra contro il cielo scuro, rischiarato dalle luci di New York, che tutta brillava, di sotto, in quella sera gelida di fine marzo. Un uomo, e il suo violino. Ad elevare al cielo quella musica che semplice musica non era, ma meraviglia, e semplice abbandono, e dedizione, e salvezza – in un qualche modo assurdo: salvezza. La sfumatura finale di un quadro meraviglioso. Byron. E la sua musica."
Genere: Introspettivo, Romantico, Triste | Stato: in corso
Tipo di coppia: Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
   >>
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
 
Je t’adore, ô ma frivole,
Ma terrible passion!
Avec la dévotion
Du prêtre pour son idole.
(Chanson d’après-midi
, Charles Baudelaire)




 
Le prime parole che Martin Chapman sentì dire a Byron Goode furono: “Ti dono questi versi perché, se per ventura il mio nome avrà un suono in epoche lontane, la tua memoria, simile a favola leggera, si incateni alla mia rima altera.”
L’aveva detto tutto d’un fiato, con lo sguardo pieno di quel je ne sais quoi che rendeva sempre ai suoi occhi le persone interessanti. Magari non facevano niente di speciale, magari passavano semplicemente per strada, o stavano sedute al bar, o in treno, o si fermavano a comprare un giornale, ma avevano appiccicata addosso quell’aura di vago mistero e di malcelata importanza, che le rendeva, improvvisamente, intriganti.
Per di più quell’uomo in particolare l’aveva appena spinto a compiere una delle azioni più avventate della sua vita, per non parlare del fatto che erano più di venti minuti che se ne stava immobile, nel bel mezzo della via, lo sguardo vitreo, lui a cui neanche piaceva la musica classica.
C’era qualcosa, in quel ragazzo, che l’aveva incatenato lì. Forse erano i suoi capelli, di quel rosso acceso che sarebbe stato impossibile non notare, o le piccole efelidi sulle guance, o le sue mani, lunghe mani pallide, quasi femminee nella delicata posa che a tratti assumevano, forse erano quelle. O forse erano quelle sue labbra sicuramente illegali, o la curva dolce in cui aveva reclinato il capo sul suo violino, come se non stesse suonando, ma stesse cullando una sinfonia vecchia di millenni.
Martin non si sarebbe aspettato che parlasse, non che parlasse con lui, quanto meno, per cui quando quello gli rivolse la parola, mentre lui ansimava e tremava di indignazione – e di freddo –, non trovò risposta migliore di: “Che cosa?”
“Baudelaire” disse l’altro, guardandolo dritto negli occhi, quantunque non si conoscessero affatto e lui avesse fatto probabilmente la figura peggiore della sua vita. Aveva negli occhi uno sguardo strano, come pieno di tristezza, o malinconia.
È uno sguardo saggio, si ritrovò a pensare Martin, nonostante non avesse idea di come fosse, uno sguardo saggio, non avendo mai avuto piacere di vederne uno, nella sua vita. E questo gli fece tornare in mente che aveva appena passato venti minuti davanti a quel ragazzo, e tutto perché suonava ad occhi chiusi.
“Cosa?” balbettò Martin, sorpreso, facendo qualche passo verso di lui, incerto di aver capito bene. “Cioè, no. Voglio dire: sì. Cioè, insomma, sì, so chi è Baudelaire, solo non…” Si costrinse a tacere e inarcò le sopracciglia, in attesa di una risposta, o anche solo di un cenno di compatimento.
L’altro lo guardò per un lungo momento, quindi tirò le labbra in un sorriso. “È il titolo dell’aria che stavo suonando.”
“Una poesia di Baudelaire?” chiese Martin, grattandosi la guancia.
Il violinista esitò. “No. Diciamo che è il titolo provvisorio.”
“Cos’era? Paganini?” si interessò Martin, prima di rendersi conto che era effettivamente improbabile.
“Era una composizione mia” disse l’uomo, con una semplicità disarmante, come se fosse del tutto normale.
“Come, prego?” domandò Martin, sentendosi falciato all’altezza delle ginocchia. “Scherza?”
“No.”
Martin si grattò la nuca, fissando lo sconosciuto. Quindi estrasse il portafogli e contò quarantadue dollari. Li allungò al violinista. “Questi sono per tutte le volte in cui ho pensato che sarei morto su un capriccio o che sarei venuto proprio qui in mezzo a tutti.”
L’uomo squadrò i soldi, quindi tornò a fissare Martin. “Grazie” sussurrò, e aveva nella voce un accento così sincero che Martin si commosse. E lui non era tipo da commuoversi facilmente.
“Senta, mi dispiace per quello… quel tizio è un idiota” mormorò quindi Martin, senza saper bene come salutare un violinista che aveva appena conosciuto e che l’aveva quasi ucciso con la sua musica.
L’altro non rispose, si limitò a estrarre dalla tasca interna del cappotto il portafogli – nero, di pelle, una roba elegante, notò Martin – e ad intascare i soldi. Quindi disse, rialzando lo sguardo su di lui: “Le offro un caffè. Le va?”
Martin rimase immobile per qualche istante. “Ma certo” si sentì rispondere, mentre interiormente imprecava, perché erano già le sette e mezza e lui abitava in una zona molto più a sud della città e se avesse aspettato ancora un po’ si sarebbe fatto buio e di prendere la metropolitana a quell’ora non aveva voglia. E nemmeno aveva voglia di sborsare un capitale a un tassista più che felice di applicare la tariffa serale – oltretutto, aveva appena dato quaranta dollari a uno sconosciuto.
“Senta, ehm…” iniziò. Ma poi il violinista raccolse la custodia del suo strumento, se la portò in spalla con un gesto fluido e allungò una mano verso di lui.
“Qualche problema?” chiese, sorridendo appena. Evidentemente quell’espressione se la studiava allo specchio, per attirare facilmente in loschi bar degli innocenti cittadini newyorkesi per fare di loro quello che preferiva.
“No, nessun problema” disse, seguendolo. Si strinse nelle spalle, per difendersi contro il gelo serale di New York.
Mentre camminavano spalla a spalla, l’uomo si voltò verso di lui: “Davvero stava per avere un orgasmo in mezzo alla strada?” chiese.
“Shh, che cosa dice!” rise Martin, colpendo delicatamente il suo braccio. “Martin” aggiunse quindi, a mo’ di presentazione, senza osare guardarlo negli occhi.
“Byron.”
E questo davvero Martin non lo capì: “Come?”
“Il mio nome: è Byron.”
“Quello non è un nome” replicò Martin, soffiando una risata.
“Certo che lo è.”

***

Le prime parole che Byron Goode sentì dire a Martin Chapman furono: “Ehi, figlio di puttana, riporta qui quel tuo grasso culo di merda!”
Subito dopo averle dette aveva iniziato a correre, spintonando i passanti, dietro al ladro che stava scappando con la piccola cassetta argentata nella quale c’erano i suoi guadagni della giornata. Era tornato poco dopo, ansimando, si era fermato davanti a lui e si era piegato sulle ginocchia, pronto probabilmente a dire qualcosa come: “Mi dispiace, non sono riuscito a prenderlo” o amenità simili.
Ma aveva un bel sorriso e occhi troppo dolci. Quindi lo fermò. Recitò con fiato smozzicato una poesia di Baudelaire, la cui poetica aveva un ritmo e una malinconia che gli avevano sempre ricordato, se non ispirato, l’incedere tormentato delle sue composizioni.
Byron sentiva le proprie guance bollenti d’imbarazzo, una volta terminata di pronunciare con voce monocorde la strofa iniziale. Era ovvio che l’altro avrebbe assunto quell’espressione, chiunque assumeva quell’espressione, quando lui parlava.
“Che cosa?” disse lo sconosciuto, inarcando le sopracciglia, mentre raddrizzava le spalle e prendeva un respiro profondo.
“Baudelaire” si affrettò a spiegare Byron, cercando gli occhi dell’uomo. Sembrava solo perplesso, non irritato, perché iniziò a balbettare una sequela di parole sconclusionate; Byron si prese qualche secondo per studiarlo meglio. Non poteva avere più di trent’anni, una singola ruga a segnargli la fronte. Aveva grandi occhi chiari, di un azzurro spento, polveroso, che mal si adattava alla dolcezza che Byron riusciva a leggere in essi, ombreggiati da sopracciglia scure, labbra pallide, capelli scuri come la pece, che incorniciavano un viso di una mitezza quasi dolorosa. Intuì che doveva essere una di quelle persone che la gente considera oggettivamente belle, già al primo sguardo.
Quell’uomo non era bello, si ritrovò a pensare Byron, mentre questi sorrideva impacciato verso di lui, come a chiedere un chiarimento, era stupendo. Lo capiva dal modo in cui aveva piegato le labbra in un sorriso timido, dal suo gesto avventato di poco prima, dal suo accostarsi quasi timoroso.
Sorrise. “È il titolo dell’aria che stavo suonando” disse.
L’uomo rimase stupito quando gli disse che quella che aveva suonato era una sua composizione. Fece cenno di volergli consegnare dei soldi, con una stupida battuta, che poteva benissimo avere un fondo di verità. L’aveva visto, quell’uomo, immobile davanti a lui. Poteva essere stato lì anche per venti minuti, quasi una sentinella fedele, al contrario degli altri passanti, aveva ascoltato veramente la sua musica.
Byron esitò un attimo nell’intascare i soldi. Erano troppi, da dare ad un suonatore di strada. Poi però notò la presa ferrea della mano dell’uomo.
Non si sarebbe mai spiegato perché decise di offrire un caffè a quello sconosciuto. Forse era il modo gentile in cui sorrideva.
“Davvero stava per avere un orgasmo in mezzo alla strada?” mormorò Byron, scherzoso.
“Shh, che cosa dice!” rise l’uomo, aggiungendo subito dopo: “Martin.”
“Byron” si presentò lui.
Vide Martin corrugare le sopracciglia, perplesso. “Come?” chiese. Come era ovvio, neanche lui aveva intuito la perversione di sua madre nell’avergli voluto appioppare un nome tanto assurdo.
 “Il mio nome: è Byron” si spiegò, inclinando il capo di lato.
“Quello non è un nome” rise Martin. I suoi occhi si illuminavano, quando rideva, notò Byron.
“Certo che lo è” rispose, posando delicatamente una mano sulla sua spalla per reindirizzarlo in una viuzza laterale.

***

Il Cafe Lalo era imboscato in una traversa di Broadway, circondato da aiuole in fiore. Le grandi vetrate lasciavano vedere l’interno del bar e la luce artificiale aranciata si rifletteva sul marciapiedi, ma in modo discreto, intriso di mestizia; solo l’insegna al neon attirava l’attenzione, quel poco che bastava per fermare i passanti sul posto e invitarli ad entrare. Per un qualche motivo, Martin trovava quel bar perfetto per Byron. Non a caso, quando gli aveva indicato uno Starbucks proprio dall’altra parte della strada, il ragazzo aveva scosso il capo e aveva proseguito per la sua strada, come se avesse perfettamente in mente dove andare.
“Vengo sempre in questo bar” spiegò, mentre entravano. Il proprietario salutò il ragazzo con un cenno allegro e gli indicò un tavolo d’angolo, accanto alle vetrate.
Martin sedette di fronte a Byron, artigliando le gambe della sedia con i piedi quando sentì le proprie ginocchia sfiorare quelle dell’altro.
Una cameriera li raggiunse quasi immediatamente.
“Byron” salutò, posandogli una mano sulla spalla in un gesto affettuoso. “Cosa porto a te e al tuo amico?”
Byron guardò Martin, che esitò: “Un caffè” disse quindi.
“Due caffè, quindi?” chiese la cameriera, chinando lo sguardo sul violinista.
Byron prese la mano della ragazza tra le sue: “Amy, ci porti un menù, per favore?”
Lei annuì e si diresse al bancone. Byron si sporse verso Martin, posando i gomiti sul tavolo.
“Allora” disse, lentamente.
“Allora” ripeté Martin. Quindi, vedendo che l’altro teneva lo sguardo su di lui ma non parlava, disse: “Si parlava di un caffè. Non le dispiace, vero, se prendo anche una torta? Almeno se la conversazione languisce so dove buttarmi.”
“Approfitti del mio denaro, finché può” mormorò Byron, strizzandogli l’occhio. “Le consiglio di provare i moon pie, sono ottimi, qui.”
“Ma sa che io adoro i moon pie?” disse Martin, smettendo di tenere le gambe nella posizione innaturale in cui le aveva contratte fino a quel momento.
“Credo bene. Ha proprio la faccia di uno che li adora.”
Martin corrugò le sopracciglia, mentre Amy posava due menù sul tavolo e correva a servire un altro tavolo.
“Accidenti” mormorò, piano.
“Che cosa?” chiese Byron, sorridendo impertinentemente. “Stava per venire di nuovo?”
Martin fece un cenno col capo e prese a consultare il menù. “Non mi tenti” commentò svagatamente.
Byron si alzò in piedi, fece il giro del bancone e si mise dietro alla macchina dell’espresso. “Allora vada per tre moon pie e due caffè.” Prese due tazzine che non erano state preparate per loro e ne allungò una a Martin, che l’aveva raggiunto, perplesso. “Zucchero?” Gli tese una bustina.
“Grazie” disse Martin, accettando lo zucchero. “Tre?”
“Non li mangia volentieri, tre moon pie?”
“Di solito li mangio a pacchetti di due, ma ammetto che spesso faccio una combo. Tre è perfetto, sa?” Iniziò a mescolare il caffè, mentre Byron armeggiava intorno alla vetrina dei dolci e metteva in un piattino tre piccoli moon pie rotondi. Amy lo incrociò mentre passava con un vassoio tra le mani e gli lanciò un ammonimento scherzoso.
“Io mangio tutto a pacchetti di tre” commentò Byron, tornando verso il tavolo, il piatto in una mano e il caffè nell’altra.
“Dovrei pensarci.”
“Lo faccia.” Posò i moon pie davanti a lui e intrecciò le lunghe mani pallide sotto il mento.
“Fatto” disse dopo un attimo Martin. “Tre sono troppo pochi e sei sono troppi, se non parliamo di moon pie. Quattro mi andava bene.”
“Dispari è meglio” argomentò Byron.
“Allora facciamo cinque. Lei potrà prendere l’ultimo.”
“Prendo lo scarto, in pratica?”
“Lo può prendere per primo, però.”
Byron annuì. “Potrei averne un assaggio subito?” Lo guardò dritto negli occhi, sorridendo appena.
“Sta flirtando con me, per caso?” chiese Martin, corrugando le sopracciglia. Posò i gomiti sul tavolo, sporgendosi a sua volta verso l’altro.
“Lo sto facendo? Me lo dica lei.” C’era una leggera inflessione divertita nella sua voce.
“Ci spero” sussurrò Martin, quasi sulle sue labbra.
“In tal caso” concluse Byron, lasciandosi andare contro lo schienale della sedia. “Dovrà provare a buttarsi.”
Martin arrossì un poco e abbassò lo sguardo sui moon pie. “Forse prima dovrebbe mangiarne uno” disse. “Mi faciliterebbe molto la scelta.”
Byron sorrise, sinceramente divertito. “La prego” mormorò, la voce bassa. “Trovi un taxi.”
“Prima mangi un moon pie” ribatté Martin, prendendo un dolce in mano e spingendo il piattino verso di lui. Vide il ragazzo esitare, quindi addentare con voracità la tortina. Sorrise, quasi intenerito, anche se la tenerezza era probabilmente l’ultima delle emozioni che avrebbe dovuto provare in quel momento.
“Abito a TriBeCa. È un po’ lontano da qui” disse.
Byron sollevò lo sguardo su di lui. “Io abito a Greenwich Village” disse. E aggiunse, in fretta: “Perché me l’ha detto?”
Martin registrò con sollievo che il ragazzo non abitava per strada, anche se l’aveva già intuito dal modo in cui era vestito. Non rispose. Si limitò a fare un cenno col capo.
Byron sorrise, schiudendo lentamente le labbra in un sorriso che gli illuminava il viso bellissimo.
“Ma sa una cosa? Credo che un hotel sarebbe più vicino.”
“Trovi un taxi” ripeté Byron. “Pago io.” Si alzò precipitosamente, afferrò la custodia del suo violino e uscì, lasciando cadere sul bancone del bar quello che a Martin sembrava un centone. Seguì il violinista. Si era fatto completamente buio, fuori.
“Passano molti taxi da queste parti?” chiese, mentre si gettava di corsa lungo il marciapiede, dietro al ragazzo. Si chiese brevemente e incoerentemente chi fosse – probabilmente un pazzo o un maniaco o una puttanella di strada, in quel momento non gli importava, aveva disperatamente bisogno di lui. Un’occhiata in tralice lo convinse che era così anche per lui.
Byron scosse il capo, stringendogli la spalla: “Non lo so. Non mi importa. Ne trovi uno.”
Martin sospirò, prese la mano del ragazzo e lo trascinò in mezzo alla strada. Sollevò un braccio verso un taxi giallo che arrivava nella loro direzione. Riuscì a fatica a far salire a bordo Byron, che sembrava in preda a una trance, gli occhi socchiusi, le mani tremanti.
“Per dove?” chiese il tassista, con un forte accento indiano.
“Il primo hotel che incontra” balbettò Martin, imbarazzato. Portarsi a letto – e neanche il suo letto, per giunta – il primo ragazzo che incontrava per strada: quello non era da lui. Ma del resto, era da un po’ di tempo che un bel po’ di cose non erano da lui.
“Ti prego, ti prego, ti prego” continuava a mormorare Byron, passando la pallida mano affusolata sul suo petto, artigliando a tratti il tessuto della camicia.
Il tassista sfrecciò lungo la Amsterdam Ave quasi a tempo record, quindi imboccò una stradina laterale e li scaricò, appena cinque minuti dopo, davanti all’Excelsior Hotel.
“Merda” imprecò Martin, notando l’ingresso pretenzioso. “Chiederanno un sacco di soldi.”
“Non è un problema, Martin, te l’ho detto. Pagherò io” disse Byron, che sembrava aver ripreso almeno un poco il controllo su sé stesso. Martin strinse le labbra, contrariato, ma non poté fare a meno di notare che Byron aveva usato il suo nome per la prima volta. Annuì.
Byron gli prese la mano, come aveva fatto lui pochi minuti prima e quasi lo trascinò di peso attraverso le porte girevoli. Prendere una stanza non fu difficile. Difficile fu aspettare lungo tutto il tragitto che li separava dall’ascensore, e poi dal corridoio, e poi dalla camera 118, e poi dal letto.
Affondare l’uno sul corpo dell’altro fu quasi liberatorio, baciare l’uno le labbra dell’altro quasi trascendente. Martin non ricordava di aver mai visto un viso più bello di quello di Byron quando, sotto le sue carezze, il ragazzo si offriva totalmente e incondizionatamente a lui, come fosse stato agnello sacrificale, o pallido angelo.
   
 
Leggi le 0 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
   >>
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Drammatico / Vai alla pagina dell'autore: CalimeNilie