Storie originali > Avventura
Segui la storia  |       
Autore: EffyLou    04/08/2016    0 recensioni
Quest'avventura comincia a Gerusalemme, 1752. Età d'oro della pirateria.
Sherazade è una giovane ragazza ebrea, appena sposata con un uomo di buona famiglia. Ma, in seguito al rapimento da parte di un famigerato capitano pirata, la sua vita si stravolgerà completamente. Verrà trascinata nei luoghi che vengono considerati leggendari, diventando parte di un mortale gioco tra i pirati assetati di potere: il Rihala.
Rihala è un viaggio mortale, una spietata caccia al tesoro istituita dal dio indù dei mari, Varuna. La corsa contro il tempo e contro altri famelici pirati tra i luoghi creduti perduti: Iram delle Colonne, Shambala, El Dorado e così via, in cerca di indizi fino alla meta finale. fino al tesoro.
Rihala è un viaggio fisico, ma per Sherazade sarà un viaggio spirituale.
Ebrea, di buona famiglia, chiusa nelle sue convinzioni e razzismo verso chiunque non sia ebreo. Dovrà fare i conti con la personalità scoppiettante di Sinbad, il capitano persiano eclettico, la mente aperta ad ogni individuo. Due universi che si scontrano.
In un contesto come il Rihala, Sherazade potrà solo che abituarsi e adattarsi. E cambiare.
Non sarà mai più la stessa.
Genere: Fantasy, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
   >>
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A

Rihala: fino ai confini del mondo.
 

12 maggio, 1752.

Non eravamo ricchi.
Ma di certo non pativamo la fame.
Sembrava di vivere in un’epoca in cui tutto era possibile, ci consolavamo con questo.
In particolar modo la classe povera di Gerusalemme, pensava alla redenzione dopo la morte per tranquillizzarsi. I loro affanni per arrivare a fine giornata non sembravano poi così terribili se pensavano a cosa li aspettava dopo la morte.
Mio padre era un rabbino, aveva il compito di indirizzare le persone sulla retta via. Ma non poteva fare miracoli: non tutti potevano essere ebrei, perché ebrei si nasce e non ci si diventa.
Ed io, per mia immensa fortuna, sono la discendente di una lunga stirpe di sangue ebrea.
Sì, gli ebrei discendono tutti dalla stessa famiglia ed era importante per noi che il sangue non venisse sozzato con quello di qualche altro miserabile.
Per questo motivo, sono stata promessa in sposa ad un delizioso uomo ebreo di nome Emmanuel. Di buona famiglia, ma soprattutto di buon sangue.
Mi crogiolavo al pensiero di una famiglia pura con lui, anche se non l’avevo mai incontrato.
Ma quello era il grande giorno delle nostre nozze, lo avrei visto per la prima volta e ci saremmo giurati fedeltà, in vista di una lunga vita insieme.
Le mie più care amiche erano con me, in casa, ad aiutarmi con l’abito e l’acconciatura. Anche loro erano in età da marito, e fantasticavano sulla vita matrimoniale.
Abbey non era ancora del tutto convinta di volersi sposare, ma nessuno la stava mai ad ascoltare poiché era solo una povera sciocca se non voleva: maritarsi era la fortuna più grande al mondo, e lei aveva un bel faccino, sarebbe stato un vero spreco.
Ruth invece era più in gamba, e si sarebbe sposata nel giro di un paio di mesi. Tempo di organizzare un bel matrimonio, insomma!
«Finito! Giusto in tempo.» dichiarò Abbey con fierezza. C’era poco di cui lei potesse essere fiera: aveva solo fatto due treccine ai miei capelli.
La guardai velenosamente, ma lei non mi degnò di un’occhiata.
«Molto bene. –replicai alzandomi in piedi. –Mio padre è già arrivato?»
«Sì, c’è tutto il corteo qui fuori!» si esaltò Ruth.
Cara ragazza.
 
 
Il matrimonio era andato.
Una grandiosa festa in mio onore, e in onore del giovane che avevo sposato.
Era di bell’aspetto: i suoi capelli erano corti, le basette lunghe e molto curate, la barba ramata era impeccabile.
Non potevo ancora trasferirmi con lui, nella sua grande e bella casa. Mio padre mi consigliò di aspettare quaranta giorni, quelli in cui era vietato avere rapporti sessuali.
Un uomo saggio, mio padre, e lo ascoltai. Avrei avuto tutto il tempo per preparare le mie cose con cura.
A cena, gli parlai delle mie fantasie: il nome che avrei voluto dare ai miei bambini, come immaginavo sarebbe stato Emmanuel durante la vita coniugale e con i figli.
«È la femmina che deve occuparsi dei figli, bambina mia. Il marito deve soltanto seminare e lavorare.»
Già, aveva ragione. I doveri di una buona moglie era occuparsi della casa, onorare il marito e crescere i figli; il buon marito doveva lavorare e portare quindi il cibo in casa. Uno scambio equo.
Ripensai ad Abbey, la prima donna ebrea che non voleva sposarsi proprio per questo scambio di favori tra coniugi: ma d’altronde quella ragazza non era poi così intelligente, e pretendeva sempre troppo dagli uomini, dimenticandosi qual era il suo posto nella società.
Fortuna che io avevo un padre così presente nella mia vita, ogni volta che andavo ‘fuori strada’ con un pensiero inadeguato, lui mi riportava sulla retta via.
Mia madre? Morì poco dopo avermi dato alla luce, e fu a causa dell’immenso dolore dovuto a questa perdita che mio padre divenne rabbino. Non mi parlò mai di lei.
 
──

29 maggio, 1752.
 
Quel giorno accompagnai mio padre a fare compere al mercato. Le ultime spese prima di andare a vivere da Emmanuel.
C’era una bancarella con tendoni neri, gestita da due persone scure.
Vendevano del pesce fresco. Dapprima mio padre li guardò con sospetto, se erano arabi erano anche musulmani, ma poi si avvicinò incuriosito dal pesce.
In effetti aveva proprio un bell’aspetto, e a Gerusalemme non sempre si mangiava roba dal mare.
L’uomo, di possente stazza, aveva la pelle più scura di un arabo e pensai che venisse dall’Africa. I capelli neri erano rasati e la barba era corta e curata; era a petto nudo e portava solo dei larghi pantaloni scuri.
L’altra persona era una donna che, a giudicare dai lineamenti, veniva dalla Persia. Grandi occhi verdi dominavano il suo viso, i capelli castani erano raccolti in una coda alta di dreadlocks.
Ci sorrise amabilmente, scoprendo una dentatura candida. L’incisivo laterale destro era fatto d’oro.
Aggrottai le sopracciglia, qualcosa non mi tornava.
«Cosa mi consigliate?» domandò mio padre, diffidente.
«Dipende da quanto ha nelle tasche.» replicò scherzosamente quella donna, con un forte accento farsi.
«Abbastanza da poterli comprare tutti.»
La persiana inarcò le sopracciglia. «Sono tutti ottimi, signore. Decida in base a quale l’attira di più.»
Mio padre continuò a fissare la mercanzia con sguardo critico. Li voleva tutti, era chiaro.
Ma donare così tanti soldi a degli arabi miserabili non era il caso.
Per questo motivo, immagino, si strinse nelle spalle e guardò la donna con disprezzo.
«Non comprerò del cibo da sporchi musulmani. Non avrete i miei soldi.»
La mercante persiana annuì con calma, e un sorriso rilassato sul volto. Alzò gli occhi e guardò me.
Il suo sguardo fu così penetrante che sentii i miei pensieri invasi, come se la mia anima fosse un libro e quell’araba lo stesse leggendo. Con un moto istintivo, mi coprii il petto.
Vidi la donna accennare un sorriso, e tornare a guardare mio padre. «Shukran.»
Mio padre divenne paonazzo. «Non parlare la lingua del diavolo con me!»
«Wadean!»
Indispettiti, ce ne andammo.
Come osava quella creatura immonda rivolgersi a noi usando quella lingua diabolica? Che Yahveh abbia pietà di noi, dopo aver ascoltato quelle parole!
E che abbia pietà di me, dopo esser stata guardata così da una donna musulmana!
Mi sentii sporca per questo. Come avrei fatto a guardare Emmanuel, dopo che quella persiana mi aveva guardata così? Non c’era malizia in quegli verdi, solo una profonda… intelligenza.
Impossibile! Quelle scimmie non erano intelligenti. Si accoppiavano come bestie per mandare i loro figli ad uccidere gli ebrei, era il loro unico scopo.
La loro lingua scritta era fatta di trattini e puntini, un altro segno della loro pochezza.
 
───
 
22 giugno, 1752.
 
Il pomeriggio seguente, mi trasferii finalmente dal mio amato coniuge.
Mi accolse rispettosamente. La sua dimora era luminosa ed arieggiata, molto grande per la casa di un normale ebreo, ma era evidente che lui fosse ricco.
Uscimmo a fare una passeggiata, lui mi parlò a lungo della sua famiglia e di come avessero fatto i soldi a Tel Aviv grazie alle loro attività commerciali. Vendevano navi.
Sono sicura che i miei occhi brillarono mentre me ne parlava: sognavo segretamente di viaggiare e, chissà, magari scrivere un racconto sulle mie mirabolanti avventure.
Ma anche in quell’occasione, quando ne parlai con mio padre, lui mi disse che non era dovere di una donna perché le donne dovevano onorare gli uomini, crescere figli e badare alla casa.
Tuttavia fu l’unico pensiero che non volò via. Me lo tenevo stretto, gelosamente.
«Sei mai stata fuori Gerusalemme, Sherazade?» mi chiese, strappandomi ai miei sogni.
«No.»
«Il mondo è vario. –I suoi occhi divennero tristi. –Essere ebreo è una fortuna. Ma non ci deve impedire di guardare al di là del proprio naso.»
Annuii. Non condividevo il suo pensiero, perché non mi importava di chi non era ebreo, però come donna non potevo certo replicare, o gli avrei mancato di rispetto.
Qualcosa mi diceva, però, che Emmanuel non era un uomo come gli altri. Era un uomo di mondo, temprato da mille viaggi. Forse non mi vedeva come un corpo da seminare.
Ma la paura di restarne delusa era troppa, e dunque non replicai comunque.
A salvarmi da quella situazione, fu la folla. Correva e si agitava per andare verso la piazza.
Mi venne quasi da ridere, sembravano tutte formichine impazzite.
Emmanuel fermò con garbo un commerciante, domandandogli cosa stesse accadendo.
«Hanno catturato il capitano Sinbad e uno dei suoi! Li stanno scortando al patibolo!»
Mio marito inarcò le sopracciglia, con espressione stupita.
Evidentemente, lui sapeva di chi parlava quel tipo. Ma io no. Osai chiedere.
«Il capitano Sinbad infesta il Golfo Persico, il Mare Arabico e l’Oceano Indiano fino allo Stretto del Bengala. In caso non avessi capito, è un pirata. Occupa quelle acque da quasi un decennio ormai, rendendo quasi impossibile il commercio. Tu non puoi saperlo, ma ci sono ciurme di pirati in tutto il mondo che sorvegliano varie terre: gruppi minori che danno retta ad un unico capitano, ce n’è uno per ogni zona. E Sinbad è uno di quei capitani.»
Caspita! Che mondo!
Decisi di seguire Emmanuel nella sua corsetta composta verso la piazza in cui sarebbe tenuta l’esecuzione.
Mio marito era estremamente curioso  di vedere in faccia il fantomatico capitano Sinbad e per questo si fece strada a spintoni e gomitate tra la folla, fino a raggiungere le guardie che delimitavano l’area.
C’era un palco e due cappi.
Poi, i condannati entrarono in fila.
Li guardai, e li riconobbi tutti e due. I pescivendoli al mercato. E quella donna dallo sguardo terribile, per nulla umiliata da quella misera fine.
Per poco non gridai. Quei due erano pirati? E quell’uomo scuro, dall’atteggiamento così pacato, era proprio Sinbad!
Il boia si appostò al lato, dove c’era una leva.
Un omino piccolo, ridicolo nella sua armatura, estrasse una pergamena per cominciare a leggere.
«Shombay, dall’Etiopia. Sinbad, dalla Persia. Siete accusati di pirateria, truffa, furto, omicidio, rapimento. Pertanto, siete stati condannati all’impiccagione.»
Ebbi un brivido lungo la schiena.
Sinbad dalla Persia.
Quella donna, la persiana. Allora, Sinbad era lei. Il capitano pirata. Ed era così giovane!
Abbassò lo sguardo sulla folla e incrociò i miei occhi. Socchiuse i suoi, piegando la testa da un lato, con un qualcosa di felino nell’atteggiamento. Quasi come un gatto che stava per saltare sul topo.
Poi, accadde tutto così in fretta.
Improvvisamente, nessuno di loro due era sul palco. Erano tra la folla e avevano le mani slegate, e c’era un terzo pirata con loro, probabilmente il liberatore.
Avevano disarmato le guardie e ne avevano fatte fuori parecchie.
Io, spintonata dalla folla in fuga, non trovavo più mio marito. Non sapevo cosa fare, come comportarmi.
Dovevo fuggire, tornare a casa, ma lui?
Mi guardai intorno, avevo raggiunto un muretto. Avrei potuto scavalcarlo e correre a casa.
Ma d’improvviso sentii il gelo sulla mia gola, una linea fredda e affilata che premeva sulle vene pulsanti.
Il respiro affannoso di qualcuno dietro di me, appollaiato sul muretto.
E la folla si quietò e mi guardò, come se avesse visto un fantasma.
L’uomo dell’Etiopia e l’altro pirata, un ragazzo dai ricci capelli scuri, si avvicinarono a me, bloccandomi le braccia.

«Signori! –parlò la voce della donna persiana, dietro di me. –Prendo in prestito la giovane fanciulla qui presente, se non vi spiace.»
«Sherazade!» urlò Emmanuel spintonando la folla.
«Sta’ indietro, ebreo.» lo ammonì l’uomo scuro, puntandogli la punta della sciabola al petto.
«Lasciatela andare, vi prego!»
«Lo faremo. - fu la risposa di Sinbad. -Ogni cosa a suo tempo.»
Vidi il pirata più giovane voltarsi verso il capitano, e farle un cenno col capo.
Lei annuì e si rivoltò verso Emmanuel.
«Suo padre scoprirà la sua scomparsa entro il tramonto. Ciò significa che potrai farti dire tutti i dettagli del patto da lui.»
«Patto?»
«Già, vedo che non hai difficoltà uditive.» commentò sarcastica.
«Farò tutto ciò che è in mio potere per riprenderti, Sherazade.»
Ero pietrificata.
«Oh, lo farai.» fece un gesto del capo al pirata più giovane, e quest’ultimo mi mise un sacco di cuoio sulla testa.
Non vidi nulla, i suoni erano ovattati e lontani.
Mi caricarono, presumibilmente, sulla schiena di un cavallo e sentii che partiva al galoppo diretto chissà dove.
Piansi senza ritegno nel mio sacchetto di cuoio, terrorizzata dalla sorte che mi attendeva.
Mi avrebbero venduta? Dove sarei stata? Come mi avrebbero trattata quelle bestie arabe?
Non sapevo nulla, avevo solo paura. Desideravo ardentemente tornare tra le braccia di Emmanuel al più presto.
Ma in quel momento ogni speranza era perduta. Il futuro che desideravo con lui, con i bambini intorno a noi, sembrava irraggiungibile. Un destino più tetro si stava mostrando di fronte a me.


 

   
 
Leggi le 0 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
   >>
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Avventura / Vai alla pagina dell'autore: EffyLou