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Autore: MarcoBacchella    16/10/2016    3 recensioni
Dopo anni in cui Marco essenzialmente non aveva fatto altro che vivere da vegetale, inizia l'università. O meglio. Ci è iscritto. Che poi venga denunciato per contrabbando, si innamori due volte a settimana di tutte le donne che vede sui mezzi pubblici e che tenti di applicare i rudimenti di morale alla sua vita familiare sono un altro paio di maniche.
"E c'è gente che ancora si ostina a dire che questi sono i giorni più belli della mia vita
Beh, belli son belli. Instabili. Sentimentalmente instabili. Però non suona bene. Questi sono i giorni più sentimentalmente instabili della tua vita non è musicale."

http://i.imgur.com/7z8bPTi.png < Copertina
Mi interessa sapere la vostra opinione, visto che voglio che diventi un lavoro sta roba.
Genere: Avventura, Comico, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Parte 1

Il vademecum onnicomprensivo al nulla e a poco più, titolo provvisorio ma che intanto lascerò così perché mi piace e perché ho intenzione di far disperare tutti gli editori a cui manderò un testo chiamato così.




9:40. Via Festa del perdono.

Di fronte a me si apriva un porticato romanico. Colonnati che ho tanto agognato in giovinezza. In mezzo a questo porticato, una sorta di piazza. La pioggia batteva sul mattone a vista dell'edificio. Una pioggia di quelle leggere. Quelle tranquille, senza bacinelle d'acqua lanciate da chissà quale divinità. Spruzzatine leggere di fine estate. Mi avvicinai all'effettiva entrata dello stabile e un ragazzo mi fermò. Mi chiese se mi interessasse il terrore programmatico promulgato dai media. Già mi stava simpatico. Avevo cinquanta minuti d'anticipo, quindi gli diedi il mio numero e stetti un po' a parlarci. Mentre lui mi spiegava come tutto fosse un complotto dei poteri forti, delle Big Pharma e del governo Andreotti, io gli spiegai che era il mio primo giorno di università e non sapessi dove andare, e lui mi disse "Crociera Alta di Lettere". Mi girai per controllare se mia nonna, che mi aveva accompagnato, ci fosse ancora. Non c'era. Sparita, puf. Un po' Batman, un po' Spiderman, mia nonna.



10:30. Aula “Crociera Alta” di Lettere.

Aula Crociera Alta di Lettere, dipartimento di filosofia, secondo piano, entrata balcone. Mi persi cercandola, e ad un certo punto comparì dal nulla. In ogni caso. La trovai, mi sedetti. Da lì ascoltai uno spiegone a otto mani su come il dipartimento di beni culturali fosse uno dei migliori in assoluto. Fu molto avvincente. I professori erano molto disponibili ed esaustivi, devo dire. Avevano un che di particolare, di completamente sconosciuto e di misteriosamente avventuroso.
Eppure non mi sentivo proprio a mio agio. Certo, era da anni che non vedevo l'ora di iniziare l'università, di dialogare coi miei pari, di vendere organi per poter pagare i libri e cose così.


Ma io ero iscritto a filosofia.




11:17

L'unica cosa a cui potevo pensare era “dovrei andarmene”. Per quanto potesse essere avvincente, non era il mio posto. Letteralmente. Non era la mia aula, figurarsi il mio posto.
Nel preciso istante in cui stavo prendendo appunti per scrivere questo testo, la ragazza alla mia sinistra stava leggendo tutto. Stava tentando di capire se stessi prendendo appunti perché mi interessasse o se stessi avendo una sorta di complesso di inferiorità dato che ero uno dei pochi a non prendere appunti. Ma era l'unica cosa potessi fare. Mi vergognavo troppo per alzarmi e andarmene.
Mi farebbe sentire molto meglio sapere che non ero l'unico ad aver sbagliato aula.


12:09 del giorno seguente.

Mi squillò il telefono.

"Marco?"

"Sì?"

"Sono Federico, il ragazzo che ti ha fermato ieri, come ti è andato il primo giorno di università?"

Avrei potuto dirgli la verità e intrattenerlo per chissà quanto tempo, oppure, mentirgli.

Scelsi la seconda.

"Bene! Ma immagino non mi avrai chiamato per chiedermi solo questo."

"Anche per questo. Ma volevo invitarti a un dibattito domani alle tre."

"Ma domani sabato? Perché si sposa mia sorella."

"Giovedì sera allora."



8:43. 19 Settembre. Tangenziale milanese.

Io e mio padre eravamo in coda. Guidava lui. Io non sono mai entrato a Milano in macchina. Sono terrorizzato dai parcheggi, dovutamente alla scuola guida inefficace e a quel cane che mi faceva fare le guide. Una signora al telefono sulla destra, in corsia d'emergenza, ci mandò a cagare perché non la volevamo far immettere. C'era odore di peperonata. Ma Milan l'è on gran Milan!




15:09. Aula 208. Via Festa del perdono.

Le aule magne, imparai presto, sono un brutto posto. Puzzano, sono sempre troppo piene, e soprattutto, non permettono a quei poveri ragazzi ipovedenti come me di vedere il professore, o tanto meno tutto ciò che sta a più di 5 metri di distanza dalla mia posizione. Ad un certo punto, circa mezz'ora dopo l'orario ufficialmente stabilito e riportato ovunque, entrò il prof. O almeno, ad oggi non so se fosse veramente il prof , in ogni caso, entrò qualcuno che iniziò a parlare, spiegandoci come i libri che avremmo dovuto utilizzare erano talmente innovativi e talmente una novità nel campo della ricerca filosofica che sarebbero usciti pochi giorni prima della data dell'esame.


15:37

Ringrazio tutt'oggi la ragazza di fronte a me che, con un mac da 28 pollici, prese appunti in modo abbastanza chiaro affinché io potessi rubarli.

Girandomi vedevo solo gente appisolata.

Macchia, nel frattempo, si (o ci) chiedeva come facessero i bambini a tirare fuori la lingua per imitazione.

Di colpo, un flashback. Certo, non è il modo migliore per introdurre un flashback, ma il budget per esplosioni e transizioni a stella per questo genere di medium artistico è veramente basso, e l'ho già speso in libri per dare gli esami.

Tutto comincia in una piovosa mattina del primo aprile del millenovecentonovantasette. Nasco. Giorno fortunato. Non ci sono prove che miei genitori fossero presenti alla mia nascita. Passarono gli anni, ma fino al mio sedicesimo compleanno è tutto un grigio paesaggio di provincia. A questo punto potrei dare una svolta letteraria a questo testo, spiegandovi come nella visione distopica di Chicago in cui io, Kattris Everprior, sono cresciuta, le persone sono divise in caste e io sono innamorata di due ragazzi diversi, entrambi amici d'infanzia ed entrambi equamente muscolosi;

Oppure su come sono un ragazzo normale ma prescelto per le mie particolari abilità per salvare il mondo, pur rimanendo nello spettro statistico di "ragazzi normali che ad ogni capitolo si sottovalutano e sostengono di non essere all'altezza del piano che gli altri hanno pensato per loro";

Oppure di come sono una ragazza innamorata di un vampiro;

Oppure ancora di come mi devo sobbarcare il peso atlantico della scelta di con che compagnia di ragazze equamente bianche ed equamente magre andare da Starbucks.

Tuttavia questo vuole far finta di essere un diario di "viaggio" realistico, indi per cui mi tocca raccontarvi della mia esperienza universitaria.



15:08. 23 Settembre. Metro Lilla.


Il riflesso era lì. Un riflesso che mi assomigliava vagamente. E a questo punto della mia vita probabilmente mi assomiglia ancora. A quel punto della mia vita ero già riuscito a metabolizzare le giornate di merda. Appena diciotto ore prima avevo chiuso una relazione piena, vera, una relazione bellissima. Appena diciannove ore prima mi avevano detto che sarei dovuto andare in Svizzera il 28, lo stesso giorno in cui avrei dovuto fare il trasloco. Appena venti ore prima mia madre mi disse che non so essere indipendente. Eppure quel riflesso sbarbato, coi capelli corti, diceva solo "ancora cinque giorni". Cinque giorni e poi sarei entrato in casa mia, dove uno vale uno, e dove i genitori tirannici non avrebbero avuto voce in capitolo. Eppure pure il riflesso la vedeva come una cosa terribile. L'auto isolazionismo per fine ultimo la crescita personale e la stabilità emotiva. Non metto in dubbio che abbiano fatto errori, ma forse non se ne sono mai accorti. Oppure quel riflesso si stava facendo troppi problemi per nulla.


17:06. Aula Pio XII, via Sant'Antonio.


Un gran problema, mio ma non solo mio, è l'attualizzazione dei concetti che ascolto. Mi è sempre bastato poco per trovare collegamenti con la mia vita e con i miei problemi. In questo modo sono sempre riuscito a farli miei e a auto analizzarmi.

A quanto pare, la mimesi umana è quello che fa nascere i conflitti in quanto l'umanità cerca affermazione individuale attraverso il "primato".

Prendendo d'esempio la relazione conflittuale con i miei genitori, Io, che primato voglio nei loro confronti?

Una risposta possibile è nell'identificazione dell'identità personale. Un'identità che mi sono dovuto creare essenzialmente da solo, attraverso l'isolazionismo auto imposto adolescenziale in cui studiai, crebbi, scrissi, ma che ha creato un'identità scomoda da gestire per i miei genitori. Eppure questa identità è la stessa, o meglio, è stata creata nello stesso modo, della loro: attraverso un distacco progressivo e programmatico dai loro nidi natii.

Sembra un concetto complicato, ma c'è gente che lo riassume con un semplice “Siamo il remix dei nostri genitori”i. E qui non si tratta di essere perennemente malinconici e citare Battisti ogni due per tre. Anche perché a me Battisti faceva cagare.
Parliamo di tre identità distinte create nello stesso modo e si può aggiungere come il conflitto in realtà nasca solo in caso ci siano somiglianze tra i soggetti. Quindi si può dedurre che il conflitto in realtà sia solo un conflitto tra me, me, e me. Rousseau vedeva il bisogno di auto identificazione e di differenziazione come generale nel mondo, ovviamente rispetto sempre a qualcun altro. Io non ho mai voluto identificarmi come “il figlio di”: il mio obiettivo è sempre stato quello di trovare il mio posto nel mondo, una mia identità di individuo a parte. Eppure non si può “superare” il modello imitativo per evitare lo scontro. Si può ingannare, scegliendo un modello imitativo lontano. Non vorrei suonare blasfemo, e non è di certo questo il mio intento, ma se prendessi a modello Cristo, non potrei mai entrare in conflitto con lui, in quanto ci sarebbe l'ostacolo primo della differenza di vita nei riguardi dei periodi storici. Eppure è crudele escludere la mia famiglia dai modelli imitativi. Alla fine della fiera, perché è nato il conflitto nella mia famiglia?

Mia nonna, colei che mi prese sotto la sua ala da quando ho ricordi, credo sia stato il mio modello imitativo. Sessantottina, progressista, giramondo, non guidatrice. Il primato del genitore femminile lo prese lei, o meglio, glielo diedi io in età pre-adolescenziale e in seguito mia madre, pur non sapendo nulla sul processo imitativo di Girard, si è sentita minacciata. Probabilmente i litigi in casa sono nati lì. Almeno credo.

Analizzare le disfunzionalità della propria famiglia è più difficile di quanto pensassi.

10:50. 28 Settembre. Dogana italo-elvetica. Stabio. No. Clivio. Non ricordo. Gaggiolo?


La mattina partii verso le otto per accontentare mio padre. Dovevo solo aiutarlo ad effettuare una consegna di dei pezzi di macchina da corsa. Arrivai a Varese per le nove, da lì avrei proseguito verso il confine. Passai la dogana per le 10:30, mi addentrai in territorio elvetico senza preoccupazioni, dato che avevo pure la fattura di vendita di quei pezzi lì. Alla polizia di confine che mi fermò non interessava molto. Da lì partirono perquisizioni dovute a un problema che ancora non ho capito. Mi interrogarono per scoprire se avessi o meno dei complici. Non gli bastava la spiegazione “sto solo aiutando mio padre, sono uno studente normale”. La denuncia che mi fecero era per contrabbando. Da quel giorno sono interdetto dalla federazione elvetica. O almeno, così mi minacciarono i funzionari. Non mi arrivò più nulla a casa.


18:06. Stazione di Arona. Binario 1. Treno Trenord della linea Domodossola-Milano.


Un guasto alla linea mi fece accumulare 30 minuti di ritardo. Arrivai in casa, in quella in cui mi sarei dovuto trasferire nel primo pomeriggio, e mi accorsi di non avere piatti, pentole, o lenzuola. Quindi, la mia cena fu carne in scatola in tazza da caffè. Io l'avevo detto che era una settimana di merda.
Però era casa mia. Il giorno dopo avrei cominciato a pulire e mettere a posto e in pochi giorni sarebbe stata una casa vera e propria. Le mie longboard in mezzo al salotto, le mie maglie a tinta unita arrotolate come piace a me, i miei maglioni sulle sedie, un plaid sul divano consunto. Era la sensazione di casa che mi mancava dai miei genitori. Non mi sentivo a casa. Certo, potrebbe essere dovutamente al fatto che io sono nato a Milano e quindi era destino che io ci tornassi in qualche modo, oppure era per una questione di proprietà.

Casa mia. Dirlo mi rendeva felice. Dormii sul divano scomodo quella notte.

Ebbi freddo perché non trovai coperte.

Ebbi fame perché la carne in scatola non mi saziò.

Dormii male, dormii poco.

Ma ero contento.

Dovevo anche andare dai comunisti, ma mi ero completamente dimenticato.

iSiamo il remix dei nostri genitori, Edoardo Cremonese, Siamo il remix dei nostri genitori , 2013, Libellula Music

  
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