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Autore: Spettro94    21/11/2016    5 recensioni
Storia partecipante al contest "Divinità dell'Olimpo" indetto dall'utente Dollarbaby.
Ares ha sempre combattuto per inseguire l'eccitazione e la brama della battaglia, crogiolandosi nell'esaltazione delle emozioni a scapito di ciò che il suo cuore più desiderava. Può un dio, fautore di atti vili ed empi, sfuggire al proprio fato, che ha imposto lui la fama di essere crudele e meschino, ed elevare la sua condizione, o resterà per sempre schiavo del suo destino?
Genere: Guerra, Malinconico | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: AU, OOC | Avvertimenti: Contenuti forti
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Autore: Spettro94
Titolo: L'ascesa del conquistatore
Pacchetto: Ares
Elementi del pacchetto utilizzati: Sangue, Guerra, Rosso, Cinghiale e citazione.
Tipo di coppia: Het
Genere: Guerra/ Malinconico
Rating: Arancione
Avvertimenti: Contenuti forti
Nda: La storia non è in "itagliano", ma essendo io molto acerbo come scrittore ti prego di bastonarmi senza pietà per qualsiasi errore ^^

La calma prima della tempesta: l'istante prima che lo scontro cominci e che i corni risuonino sul campo di battaglia. 
Ares un tempo aveva odiato quei momenti che antecedevano battaglia, dove la paura, la titubanza e la voglia di ritardare l'inizio degli scontri regnavano incontraste. 
La guerra era violenza, eccitazione e passione. 
Per migliaia di anni gli uomini avevano combattuto tra loro, dando prova delle più abiette azioni mai viste, ed egli era sempre stato in prima fila: guerrafondaio, crudele ed egoista come pochi. 
Un piacere perverso lo percorreva ogni qual volta poneva fine alla vita di un avversario, il suo sguardo che in un istante diventava vitreo e il sangue che erompeva come un fiume in piena dal suo corpo, come se non attendesse altro che scivolare lungo le ferite e imbrattare il campo di battaglia con la propria essenza. 
Combattere era un'arte: le grida, le azioni, quel liquido scarlatto che bagnava la terra e le centinaia di corpi ammassate in modo casuale, a occhio disattento, ma che nascondevano una perfezione che in pochi erano in grado di cogliere; ogni caduto rappresentava un percorso, una vittoria, la gloria che avrebbe pervaso il campione fino alla fine dei tempi. 
E lui era il dio che rappresentava tutto questo, che rappresentava la violenza, l'ebbrezza e la febbre della battaglia, dello scontro imminente, il quale privava gli uomini della lucidità e li faceva sprofondare nella follia, nel caos. 
Distruzione, violenza, amoralità. 
C'era una bellezza nella guerra che nessuno era mai stato in grado di comprendere: quella seduttrice brama di sangue, che portava quei mortali esseri a comportarsi come animali, che li avvicinava alla natura più di qualsiasi altra cosa. 
Che cos'era l'uomo, se non un parto di Gaia? Perché allontanarsi dalla retta via, la via del caos, dei Titani e del cosmo, per inseguire... che cosa? La razionalità? La morale?
Che Atena si gingillasse con la tattica, che Demetra provasse a civilizzare le piante selvagge, che Dioniso tentasse di sperimentare quell'ebbrezza con l'artificio del vino. Non gli era mai importato di loro, non avevano mai capito: era sempre stata la guerra a muovere il mondo, il cosmo e le stelle; erano forse ricorsi alla razionalità Zeus, Poseidone e Ade per abbattere i loro nemici? 
E i Titani avevano forse spodestato Urano con la morale? 
Avevano combattuto, si erano ricoperti di gloria e meritati il loro posto al tavolo del vincitore, del conquistatore. 
Il più forte aveva sempre prevalso sul più debole: era la legge della natura, quella che aveva sempre sorretto il mondo dalla sua creazione. 
Solo Afrodite era stata in grado di capire, di sperimentare la stessa esaltazione che s'impossessava di lui, la stessa eccitazione che gli annebbiava i sensi e al tempo stesso li carezzava, come fosse il nettare più pregiato, la melodia più pura, la morbida pelle di una donna, la visione di sangue e i corpi privi di vita degli sconfitti, o l'odore di sangue e sudore. 
Essere sopraffatti da quel senso di onnipotenza, esserne schiavi... non esisteva nulla di più piacevole al mondo. 
Canzoni erano state intonate, ballate erano state scritte su di loro, su quelle sensazioni che li innalzavano al di sopra degli uomini, degli dei stessi, e che le parole non avrebbero mai potuto descrivere.
Perché la razionalità era un costrutto che mai avrebbe potuto concepire quelle emozioni, quel fuoco che poteva divampare nel corpo di un uomo e portarlo a superare i propri limiti; la sterile e fredda ragione non avrebbe mai raggiunto quelle vette, l'essenza stessa dell'universo. 

"Allora per quale motivo la natura ci ha donato l'amore verso il prossimo, la compassione e l'amicizia? Quel senso di unità dato dallo scopo comune?" aveva chiesto Thekla, stretta al suo petto, i loro corpi che avevano raggiunto l'appagamento della carne.
"Solo i deboli si preoccupano di queste inutili facezie" le aveva risposto, gli occhi levati al soffitto del di lei modesto capanno.
La risata argentina della fanciulla si era levata nell'aria ed ella si era sollevata quel tanto da guardarlo in volto.
"In tal caso sono debole, mio amore."
Gli occhi fiammeggianti del Dio della Guerra avevano incontrato i suoi, blu come il mare, e nuovamente Ares era stato avvinto dallo strano incanto in cui questi lo avevano costretto, e al quale non aveva saputo dare spiegazione.
L'aveva vista la prima volta mentre si occupava dei feriti dell'ennesima guerra, quelle vite prive di valore e scopo. 
Il suo impegno, la sua dedizione e la disperazione quando falliva nel suo intento avevano attirato la sua attenzione. 
L'aveva schernita, umiliata e ostacolata anche con la forza dai suoi piani, ma questa aveva sempre persistito, retto il suo sguardo fieramente e sfidato la sua autorità più e più volte, un ardire che in pochi si erano mai permessi di dimostrare. 
Qualcosa si era mosso in lui, infine, nel profondo del suo animo: una sensazione nuova, bruciante e pura, che mai aveva provato. 
Lei era debole, eppure la sua forza non poteva esser messa in discussione, fragile ma resistente come le armature di Efesto, mortale tuttavia eterna ai suoi occhi e bella come una dea. 
"Tu non sei debole" aveva sussurrato, beandosi in seguito del suo incantevole sorriso.
Una nuova forza l'aveva trascinato verso di lei, un potere a cui nemmeno un dio era in grado di opporsi. 
Aveva catturato le sue labbra ancora una volta, stretta a sé con il suo divino vigore, e al sentire il suo gemito qualcosa in lui aveva raggiunto vette più alte dell'Olimpo stesso. 
L'aveva fatta distendere supina sul loro talamo, l'oro della lunga chioma sparso attorno al suo viso come una corona, le labbra dischiuse e sul volto tutto l'amore che provava per lui; il suo cuore immortale aveva perso un battito. 
"Sei bellissima" aveva mormorato, prima farla sua ancora una volta, con una passione che mai aveva creduto di avere. 
L'ambrosia non avrebbe potuto rivaleggiare con le sue labbra, le grida di guerra e terrore non si sarebbero mai elevate al di sopra dei delicati sospiri della sua amata e delle parole d'amore che gli riservava.
Il calore e l'appagamento che il suo corpo gli donava non sarebbero stati eguagliati dall'ebrezza di centinaia di guerre, si beava dell'odore della sua pelle, un nettare più dolce del miele, contro cui nulla potevano il sangue o il sudore.
La vista del campo di battaglia, di corpi smembrati o schiacciati, mai avrebbe retto con il mare nei suoi occhi, con l'amore con cui essi lo guardavano, quasi riuscissero a raggiungere un'anima che lui non possedeva.
 

Non avrebbe mai più udito la sua voce melodiosa, non avrebbe più ascoltato il battito del suo mortale cuore nella notte, goduto delle sue carezze o visto i suoi occhi illuminarsi; il sorriso splendente che riservava solo a lui era ormai un piacevole e doloroso ricordo. 
Indossò la sua armatura nel silenzio più assoluto, un tempo avrebbe fatto baldoria e proposte indecenti ai suoi uomini; aveva persino allontanato Eris, la sua più fidata consigliera. 
Spettri aleggiavano su di lui, ricordi dolorosi e rimorso per non essere giunto in tempo, per la prima volta impotente davanti al destino. 
Afferrò il clipeo con la sinistra e lo Xiphos con la destra, che mise nel fodero. 
Ed eccolo lì, solo, lo sguardo perso nel vuoto e il dolore della perdita come un macigno sul suo animo tribolato, la luce della sua donna che mai più gli avrebbe indicato la giusta via.
Uscì dalla tenda ed osservò con attenzione il suo accampamento: nelle precedenti battaglie sarebbe stato montato in modo disordinato, eppure quella volta si presentava come un insieme gerarchicamente organizzato. 
I guerrieri si affaccendavano celermente per formare le fila e i generali sbraitavano ordini ai loro sottoposti.
Il sole stava per sorgere, una nuova alba donata da Apollo all'uomo, e la sfera incandescente aveva iniziato timidamente a palesarsi dalle montagne a sud, rischiarando e donando colore al grigiume circostante. 
In molti si fermarono ad osservarla, la sfera rossa come il sangue, presagio del massacro che a breve si sarebbe perpetrato tra le due fazioni; fratelli contro fratelli, bellicosi come gli dei a cui avevano giurato fedeltà e sottomissione.
"È giunto il momento, mio signore."
Si girò verso Eris, timida e quieta come non lo era mai stata, e assentì con un cenno del capo, tendendo la mano ai servi che con diligenza gli stavano offrendo le redini della quadriga, e dei suoi cavalli immortali.
Deimos e Phobos si avvicinarono al carro come di consuetudine, ma il Dio della Guerra li arrestò con un cenno della mano: nessuna paura né terrore, quella battaglia sarebbe stata combattuta nel silenzio del suo lutto. 
Afferrò il suo elmo e si portò ai margini del campo, alla testa delle fila spartane che si stavano già ammassando alle sue spalle. 
La piana su cui avrebbero combattuto si estendeva fin dove occhio poteva vedere, e anche oltre, tuttavia sua sorella aveva compiuto un terribile sbaglio nel non trincerarsi dietro le mura della sua città, e a tempo debito ne avrebbe subito le conseguenze.
L'esercito ateniese era già schierato e pronto, i fanti in avanguardia e gli arcieri alle spalle, mentre i cavalieri si erano disposti ai lati. 
Lei era lì, alla testa del suo esercito di poeti e letterati, lo sguardo fiero e un cipiglio soddisfatto sul volto: Atena vestiva della sua armatura dorata, la chioma corvina che svolazzava al vento e gli occhi grigio tempesta; lo sguardo concentrato che aveva affrontato più e più volte, e che l'aveva sempre guardato con sdegno, dall'alto in basso, a schernirlo dopo ogni sconfitta. 
La vide impugnare la lancia nella destra e l'egida brandita dall'altra, il volto raccapricciante di medusa a decorare i colori argentati dello scudo.
La furia montò in lui dal primo istante in cui posò gli occhi su di lei: una collera silenziosa e mortale, ma tanto potente quanto quella del mare.

Ares aveva combattuto un'altra guerra, contando i minuti che lo stavano separando da lei. 
Non aveva potuto sottrarsi al suo impegno: la sua statua dove era raffigurato in catene simboleggiava una promessa di vittoria fatta alla gente di Sparta, che doveva essere onorata a dispetto di ogni altro desiderio; ma ciò non lo avrebbe fermato dal tornare dalla sua donna dopo averla adempiuta.
"Mio signore!" 
La voce del suo messaggero giunse a lui urgente e disperata.
"Vieni al dunque" l'aveva esortato, mentre si appropinquava a ripulire la lama sul corpo di uno sconfitto.
"Thekla, padrone. Lei è..."
Si era risollevato subito, di scatto, e aveva volto lo sguardo verso ovest. 
Non aveva perso altro tempo e subito si era precipitato da lei, il suo rapido e disperato incedere che tradiva la sua paura, e che molti artisti avrebbero decantato, la stessa che gioiva nell'infondere ai suoi avversari.

Il sangue era stato presagio dell'innominabile e il corpo senza vita del servitore al quale aveva ordinato di proteggerla non aveva conferito adito a speranza alcuna. 
E in un mare di sangue l'aveva trovata: un cinghiale si stava cibando delle sue carni, il suo animale protetto che si stava nutrendo di ciò che di più sacro aveva al mondo.
"No!" 
Il suo urlo era risuonato in tutto l'ambiente circostante, in tutta la vallata e fino alle cime dell'Olimpo, angosciato e furibondo. 
Il Dio della Guerra si era scoperto in lacrime: mai aveva provato il freddo abbraccio dello sconforto, del terrore, che l'aveva reso inerme come un infante; si era sentito al pari degli uomini che si dilettava a spaventare, che derideva con tanto sdegno, una sensazione nuova che l'aveva lasciato come stordito.
La fauna aveva abbandonato la zona circostante, spaventata dall'urlo agghiacciante, eppure una bestia aveva avvertito il suo richiamo: una fiera argentea ed elegante, che con ferocia era emersa dalla nera foresta, teatro dell'amore e della passione dei due amanti, e aveva azzannato la scellerata bestia alla gola. 
Una lupa si era lanciata senza remore in soccorso della fanciulla. 
I lamenti strazianti del cinghiale si erano spenti in poco tempo e sotto lo sguardo attento dell'argenta fiera Ares si era ridestato, raggiungendo la sua amata.
Anche nell'agonia che precede la morte Thekla aveva mantenuto intatta la sua bellezza, un incantevole luce del quale valore si era reso conto troppo tardi; era stato l'amore che provava per lei a elevarla al di sopra di Afrodite stessa, a renderla splendente come gli astri nel cielo, non la sua invidiabile avvenenza o l'appagamento che gli donava nelle fredde e silenziose notti.
La sollevò con accortezza e la depose sulle sue gambe, il di lei capo poggiato sulla sua spalla.
"Amor... mio" aveva sussurrato la fanciulla, gli occhi umidi per le lacrime.
"Resisti! Ti salverò. Non lascerò che ti portino via da me."
Lo sconforto si era impadronito di lui, ma non era stato ancora avvinto: avrebbe dato la sua vita immortale per lei.
La mano delicata della fanciulla si era posata sulla sua e subito l'aveva stretta con forza.
Ares aveva chiuso gli occhi per un istante e al riaprirli questi si erano posati repentinamente su quelli dell'amata.
"Hai la presa di un guerriero" aveva asserito, suscitando in lei il suo ultimo sorriso, che ben presto si era trasformato in una smorfia di sofferenza.
"Ti salverò, amore mio, l'immortalità non è nulla se non posso dividerla con te."
Lei non aveva risposto, non ne aveva avuto la forza, limitandosi a posare le labbra sulle sue per l'ultima volta; non avrebbe mai sentito le ultime parole della sua amata, si era spenta tra le sue braccia e a nulla erano valse le sue grida, le sue sollecitazioni. 
Il Dio della Guerra aveva gridato il suo sconforto, la disperazione che l'aveva pervaso, e aveva stretto quel corpo senza vita a sé, le lacrime che incontrollate avevano solcato il suo viso. 
Il cielo stesso aveva cominciato a piangere, come se suo padre fosse intervenuto personalmente a consolarlo per quella perdita, mentre dei passi si erano distinti alla sue spalle.
"Sembra che io abbia posto fine al tuo svago, fratello."
L'inconfondibile voce atona di Atena l'aveva destato dal suo turbamento.
Si era girato, iracondo come non era mai stato.
"Cosa significa? Cos'hai fatto?"
La Dea della Saggezza l'aveva guardato con freddezza, prima di rispondere alle sue domande.
"Mostra gratitudine, fratello. Nostro padre era furibondo per le tue continue assenze. Quella donna era la causa delle tue continue distrazioni come dio ed era necessario estirparla. Ho pensato che porre fine alla sua vita con il tuo animale sacro fosse un gesto raffinato" aveva spiegato, aprendosi in un ghigno di scherno.
Ares non aveva mai provato tanta rabbia come in quel momento e si sarebbe scagliato contro sua sorella con tutte le sue forze, se le attenzioni per il corpo di Thekla non avessero avuto maggiore importanza della vendetta nel suo cuore in tumulto.
"Questo affronto non sarà impunito, sorella" aveva sibilato, la voce tremante per la rabbia.
"Mi hai trafitto al cuore e farò altrettanto. Seminerò caos e distruzione ad Atene, la tua città prediletta; strazierò il tuo cuore di pietra e ti farò assistere in catene alla disfatta della città! Spargerò sale sui confini di quell'indegna polis e la darò alle fiamme."
La sua minaccia eruppe con tono basso e contenuto, che fece arretrare la dea di un passo: nessuno l'aveva mai visto controllare la furia e nessuno poteva prevedere cosa sarebbe accaduto.
"Scappa e prepara il tuo esercito, la guerra incombe" aveva sentenziato, prima di raccogliere con delicatezza il corpo della sua donna e dirigersi verso i piedi delle montagne più a est, dove era sempre stato suo desiderio essere sepolta.
 

La lupa lo fiancheggiò, lo sguardo apprensivo e attento.
"Non dovevi seguirmi in un luogo pericoloso come questo" affermò con gratitudine, eppure la fiera non si mosse, persistendo al suo fianco: un silenzioso protettore che mai avrebbe vacillato.
Il Dio della Guerra annuì grave, colpito dal coraggio di quella creatura così fragile eppure così indomita nello spirito, proprio come lei.
Si girò, le sue truppe che riflettevano ben altro: ansia, terrore sotto lo sguardo freddo, confusione. 
Gli Spartani vivevano per la battaglia, soldati nello spirito che altro non conoscevano se non guerra e sangue; erano pronti a morire per la loro patria, per darle il giusto prestigio, ma questo conflitto non era destinato a soddisfare bieche ambizioni, piuttosto a rendersi giudice nei confronti delle scellerate azioni di Atena. 
Guardò ad uno ad uno i suoi soldati e per la prima volta capì di essere stato in errore, di essere la causa del suo stesso male: l'ebbrezza fugace della battaglia non avrebbe unito la Grecia, non avrebbe reso questi uomini fratelli, non l'avrebbe ricondotto tra le braccia di Thekla; avrebbero potuto vincere o perdere, ma Sparta non avrebbe mai retto il mondo, non ne aveva il cuore né le capacità. 
Aveva addestrato dei cinghiali: feroci, possenti e letali, ma disordinati come la furia che li pervadeva; erano vincitori, non conquistatori. 
"Un sole rosso sorge, presagio di morte e distruzione, e i nostri nemici sono già schierati all'orizzonte" iniziò.
"Guardateli bene: freddi, impassibili e sicuri della loro strategia. Hanno sempre avuto ragione di noi, del nostro ardore, e Atena stessa mi ha sconfitto più volte di quanto il mio orgoglio voglia ricordare... tuttavia questo è il passato. Mia sorella ha addestrato mercanti e poeti, non soldati. Ripugna la forza bruta, ripugna il vigore delle nostre braccia e crede che saper muovere i suoi uomini con accortezza sia la soluzione, non è così. La guerra è passione, un fuoco che divampa e incendia i nostri animi, che ci fa combattere con tutte le nostre forze per un comune obiettivo!" 
Alle sue parole gli uomini alzarono le lance al cielo ed esultarono come un sol uomo.
"Quest'oggi non è un giorno come tanti, quest'oggi adempirò al mio voto e spezzerò le catene donandovi la vittoria promessa! Ma non sarà per mera brama dello scontro, non sarà per vendetta! Siamo stati sconfitti in precedenza perché avevamo paura, io per primo, non degli ateniesi ma della loro razionalità, della loro tattica, che li fa apparire ai nostri occhi come mostri irraggiungibili. È il momento di affrontare le nostre paure! Guardate l'uomo al vostro fianco, osservare il terrore che attanaglia il suo animo. Noi siamo uguali: sanguiniamo, siamo terrorizzati allo stesso modo, e così lo sono anche i nostri nemici. La mia richiesta è questa: abbiate coraggio" asserì con voce calda e sicura.
"Superate le vostre paure per l'ignoto, superate le vostre divergenze e abbiate la volontà di affrontarle. Abbiamo sempre combattuto senza un vero scopo e abbiamo perso la nostra dignità: riguadagniamola! Troviamo nel nostro animo la forza di affrontare il mostro della ragione e diamo battaglia per l'unico e vero obiettivo: la vittoria!!" 
Ares levò al cielo il suo grido di guerra e gli spartani risposero a gran voce, i loro cuori più leggeri.  
"All'attacco!" ordinò, indossando l'elmo e spingendo avanti la sua quadriga.

Spinse il suo carro verso il centro dello schieramento avversario, il suo esercito al seguito. 
Atena aveva ordinato di attendere, di far stancare i loro nemici, ma come un uomo non può predire il moto delle stelle, così questa non avrebbe potuto prevedere la furia con cui i suoi uomini si sarebbero abbattuti contro gli emissari della ragione.
Fu il primo a rompere le linee nemiche, il primo sangue, e molti soldati ateniesi vennero privati della vita dalle lame affilate sui fianchi del suo cocchio. 
Il sangue zampillò dalle loro membra e si unì al rosso dell'alba, dando ancora più enfasi al massacro di cui la piana sarebbe stata teatro. 
Mulinò la spada in tutte le direzioni, falciando coloro che miracolosamente riuscivano a evitare le lame del carro. 
Era già immerso nello schieramento avversario quando i suoi uomini si scagliarono contro gli ateniesi e abbatterono le prime due linee dell'esercito con la loro foga.
Mentre continuava la sua avanzata verso Atena, la lupa ringhiò in avvertimento e il Dio della Guerra si voltò: il centro dello schieramento degli ateniesi stava arretrando, e mentre i suoi uomini guadagnavano terreno le truppe nemiche iniziavano ad accerchiarli; la cavalleria ateniese che li aveva completamente aggirati e si apprestava a caricarli alle spalle. 
Gli spartani erano stati circondati e gli arcieri, da Atena posti dietro la fanteria, avevano iniziato a bersagliarli con una pioggia di frecce. 
La rabbia montò in lui nel sentire le grida d'agonia e di morte dei suoi soldati, ora prede degli assalti degli uomini a cavallo alle spalle e della fanteria sui fianchi. 
Era pronto a lanciarsi contro sua sorella, il suo consueto agire, quando le parole di Thekla risuonarono lentamente nel suo spirito come una dolce melodia.
Perché la natura ci ha donato quel senso di unità e scopo comune?
Scosse la testa, gli occhi infine aperti alla verità.
Aveva sempre combattuto senza uno scopo, semplice vincitore come i suoi uomini e schiavo delle sue emozioni per celare il disagio di essere alla ricerca di qualcosa che non comprendeva, e ora che aveva perso ciò che più amava si era reso conto del suo più intimo desiderio: non era la guerra né la vittoria che bramava, ma la conquista; non era l'auto esaltazione ciò che più gli premeva ma la fratellanza, l'unità di una causa, non era una fugace eccitazione che cercava morbosamente ma un sentimento eterno e puro come l'amore, per una patria o un luogo dove tornare.
Aveva sempre agito come il suo animale sacro, un cinghiale votato all'autodistruzione e al soddisfare le sue più infime voglie, e per questo aveva costantemente fallito.
La fiera l'aveva ammonito in tempo dal fare l'ennesimo sbaglio della sua immortale esistenza: l'esercito non era una disordinata massa di facoceri ma un branco di lupi, ed egli ne era il capo; non sarebbe mai esistita l'unità senza scopo comune e non sarebbe mai esisto esercito senza comandante. 
Sparta non avrebbe mai compreso quella differenza, tuttavia, per una sola e unica volta, avrebbero combattuto come un branco unito e agguerrito; aveva instillato in loro uno scopo, ora spettava a lui prendere in mano la situazione. 

Spronò i cavalli verso il centro, falciando le linee nemiche con ritrovato entusiasmo. 
"Uomini, alle armi!!" 
Il suo urlò riecheggiò lungo tutta la piana e alla sua vista gli spartani tornarono a combattere con ritrovato entusiasmo. 
Scese dal carro, primo tra i pari, e cominciò a combattere al fianco delle sue truppe.
Ondate e ondate di avversari giunsero da ogni dove, stringendo l'esercito in una morsa, eppure nessuno spartano cedette terreno. 
Il sangue scorreva a fiumi, i corpi ammassati in pile disordinate, le urla di guerra e clangore di spade si erano fatti assordanti. 
Un uomo a cavallo attirò la sua attenzione, diretto verso di lui. 
Il Dio della Guerra si piegò sulle ginocchia e tranciò con un fluido movimento le gambe dell'animale. 
Afferrò il soldato disarcionato per la chioma disordinata e recise la sua gola con facilità, il sangue che colò a fiumi dallo squarcio. 
Dalla polvere levatasi dalla carica dell'animale giunsero tre ombre, che ben presto presero la forma di soldati ateniesi: usò lo scudo per scagliare lontano il primo con la sua divina possanza, deviò il fendente del secondo con la sua arma e lo decapitò con il bordo del clipeo, infine ruotò attorno al terzo, esibendosi in un montante che gli squarciò la schiena; questo cadde in ginocchio e Ares lo prese per il capo, sgozzandolo l'istante successivo.
Il sole persisteva e illuminava con i suoi raggi il liquido scarlatto che imbrattava i corpi dei soldati, i cadaveri e il terreno: il rosso sembrava dominare la scena e sovrastare ogni altro colore, persino gli steli d'erba che si ergevano coraggiosi ne erano macchiati in modo indelebile.
Soldati ne uccidevano altri, frecce trafiggevano bravi guerrieri, uomini a cavallo falciavano alle spalle altri combattenti e le picche li disarcionavano con facilità. 
I due eserciti erano ormai allo stremo e Ares si sentì fiero dei suoi, del loro coraggio e del fuoco dei loro occhi.

"Ares."
Atena si era infine decisa a farsi avanti, codarda nell'aver manovrato i suoi uomini come bestie ed essere rimasta in disparte.
Il Dio della Guerra aveva aspettato da tempo quel momento: avrebbe posto la testa della Dea della Saggezza su una picca e portata al cospetto di suo padre, da fargli prender atto dell'abominevole parto della sua mente. 
I due schieramenti continuarono a combattere, tuttavia un cerchio venne di comune accordo destinato al divino duello. 
I due si studiarono girandosi attorno per molto tempo, poi fu il guerriero a iniziare quella danza mortale; Atena era sempre stata guardinga e passiva, sempre alla ricerca di una tattica precisa piuttosto che attaccare con il cuore e la volontà, non fu da meno neanche quella volta.
Ares si spostò rapidamente a destra e sinistra, prima di esibirsi in un affondo preciso ed elegante, che la dea deviò con l'egida, sfruttando in seguito la lunghezza della lancia per contrattaccare. 
L'arma colpì il braccio del Dio della Guerra, l'icore fuoriuscì dalla lieve ferita e questi strinse i denti. 
Non arretrò, non sarebbe mai scappato, caricò la sorella con una serie di fendenti e colpi sgualembrati, che s'infransero sul possente scudo della corvina dea. 
Questa reagì: lo colpì al petto con la sua egida, rompendo la sua guardia, poi piegò le ginocchia e affondò la lancia verso il suo ventre. 
Ares deviò a fatica l'assalto mortale, sbilanciato della precedente offensiva, tuttavia un taglio profondo fu aperto dalla punta dell'asta sul suo fianco. 
Ruggì di rabbia, pronto ad attaccare a testa bassa, come un cinghiale preda di un'insana furia, ma ancora una volta l'ululato della lupa lo distolse dai suoi propositi.
Arretrò, picchiando il fianco più volte per contenere la perdita di sangue dorato, e chiuse gli occhi; il respiro si regolarizzò, lo spirito si quietò e un nuovo istinto prese possesso del suo corpo. 

Li riaprì di scatto, la calma ritrovata e così un senso di pace, nonostante il ribollire della sua brama di attaccare nelle viscere. 
Atena era rimasta guardinga e fredda, un gufo che attendeva un passo falso della sua preda per colpire mortalmente; un cinghiale avrebbe perduto senza dubbio alcuno, ma egli era diventato una nuova bestia: un lupo affamato pronto a stanare la presa e azzannarne la gola. 
Si mosse rapidamente, arrivando a pochi passi da lei, fintò un dritto ridoppio per poi colpirle il volto alla destra con l'elsa dello Xiphos. 
Atena barcollò all'indietro e il Dio della Guerra ne approfittò per afferrare la lancia con la mano della spada, poi la disarmò colpendole il braccio con il clipeo. 
La dea arretrò, visibilmente sorpresa, ed egli sfruttò l'occasione per spezzare l'arma con il ginocchio; quando la sorella si riebbe, estrasse una spada, lo sguardo che esprimeva la sua gelida furia. 
Allora il dio ghignò sprezzante e abbandonò il suo scudo a terra.
"Visto che desideri affrontare solo chi ti è inferiore, dovrò disarmarmi" affermò con un verso di scherno.
Si privò dell'elmo, dell'armatura, degli schinieri e dei bracciali, vestito della sola tunica di seta rossa. 
Brandì la spada, i piedi nudi che calcarono la terra, e scattò verso di lei. 
Tentò un'imbroccata, ma Atena pose immediatamente lo scudo a difesa del corpo; la visuale occlusa dalla grandezza dello scudo non le permise di osservare il seguito dell'offensiva del Dio della Guerra, che calciò l'egida, facendola arretrare nuovamente.
La incalzò, continuando a tenerla sulla difensiva, e quando la dea tentò un affondo scartò di lato, le afferrò saldamente il polso, tirandola verso di sé, e menò un fendente che le squarciò l'armatura. 
Le girò l'arto dietro la schiena, disarmandola, e la colpì alle spalle. 
Atena si abbandonò a una smorfia di dolore mentre cadeva in ginocchio, infine si vide privata dell'elmo dal fratellastro; cercò di cogliere l'opportunità e sgambettarlo con lo scudo, ma quel disperato tentativo fu così prevedibile che Ares si disgustò di quanto fosse vuota dietro quella fredda maschera, una fanciulla spaventata che giocava a fare la guerra.
Scartò di lato e schiacciò con il piede il braccio della Dea della Saggezza fino a spezzarlo: Atena urlò, avvinta dalla sofferenza, eppure la sete di vendetta del fratello esigeva maggiore soddisfazione. 
La colpì più volte, le divine ossa che si ruppero sotto i possenti pugni, il di lei volto divenuto una maschera di sangue dorato. 
Gridò il suo dolore e lo sfogò sul corpo della sorella, beandosi delle sue deliranti richieste di perdono, di smetterla, di risparmiarla. 
"Dov'è la ragione di cui ti vanti tanto, sorella?" sussurrò al suo orecchio, prima di strattonarle i capelli verso l'alto.
"Dov'è finita la tua spavalderia?"
La mano chiusa a pugno la colpì al volto con ferocia.
"Sono sempre stato dipinto come un essere cinico e crudele, eppure non sono nulla confronto a te: Aracne, Medusa e le sorelle gorgoni... Thekla. Le tue mani sono lorde di sangue, scorre a fiumi dai tuoi palmi. Sappi che darò in pasto ai miei cinghiali i tuoi resti, la tua testa guarderà Atene bruciare e l'appenderò in cima al mio tempio, un trofeo di caccia di cui nostra sorella Artemide sarà invidiosa per l'eternità. Ora, dammi soddisfazione: grida come ha fatto la mia amata."
Levò la spada al cielo, pronto a decapitarla.
"Basta!" 

Un tuono scosse il cielo e i colori scarlatti del sole e del sangue assunsero un grigio plumbeo, come le nubi ora addensate sopra di loro. 
Fulmini e saette annunciarono la sua venuta, ed entrambi gli eserciti s'inchinarono immediatamente, dimentichi del conflitto di cui erano partecipi fino al precedente istante.
Accompagnato da un rombo di tuono, Zeus apparve di fronte alle due divinità, il volto austero.
"Ares, deponi la tua arma" lo esortò il Sovrano degli Dei.
"Non rinuncerò alla vendetta, padre."
La divinità osservò un punto imprecisato alle spalle del Dio della Guerra, che volse lo sguardo nella medesima direzione, incontrando quello della lupa argentea; gli occhi sembravano chiedere a gran voce di risparmiarla ed egli si sorprese di riuscire a comprendere la volontà della creatura.
"Ascoltala, figlio mio. Hai ottenuto giustizia, non privare il mondo della sua."
Fece un cenno con il capo verso la figlia.
"Perché dovrei lasciare in vita ciò a cui tieni, quando con tanta leggerezza hai ordinato la morte di colei che io amo" esclamò a denti stretti.
"Ho sempre agito per il bene di tutti" rispose suo padre.
"Taci! Che nessun'altra menzogna esca dalla tua bocca."
La voce di Ares, piena di rimorso e rabbia, espresse tutto il suo sconforto.
La fiera di portò a pochi passi da lui, uggiolando. 
I suoi continui lamenti lo fecero esitare, eppure la brama di vendetta ribolliva come lava. 
Un tempo, il Dio della Guerra l'avrebbe decapitata senza esitazione, esaltandosi del suo operato, eppure lo scorrere degli anni aveva intaccato anche il suo spirito, donandogli e strappandogli dalle mani il tesoro che più era importante.
Abbandonò la spada a terra, nulla aveva valore senza la amata, persino il racore.
"Atene deve cadere, i luoghi sacri di mia sorella distrutti, ed esigo il totale asservimento dei suoi sudditi ai miei: se i termini non saranno accettati, neanche tu potrai fermarmi dal porre fine alla sua vita, padre" sentenziò il dio.
"Acconsento" affermò Zeus, facendo svanire il corpo martoriato della figlia con uno schiocco delle dita.
"Prodi guerrieri di Sparta, prestatemi orecchio. La vittoria promessa è giunta e con la mia benedizione vi esorto ad assediare e fare di Atene ciò che più vi aggrada. Andate, gloriosi guerrieri greci, avete vinto" asserì il Sovrano degli Dei, levando le braccia al cielo.
I soldati esplosero in un'ovazione continua e roboante, inneggiando cori al proprio comandate e imprigionando le truppe ateniesi che, sconfitto il proprio generale, si sottomisero docilmente ai loro nuovi padroni. 
Cori e inni vennero intonati a favore del loro impavido generale, ma Ares non si unì a questi, preferendo la solitudine e il silenzio.

Zeus lo raggiunse alle porte dell'accampamento, arrestando il moto al suo fianco, le braccia conserte e lo sguardo a contemplare l'orizzonte.
"Un tempo... l'avresti assassinata a sangue freddo, senza mezze misure."
"Un tempo l'avrei fatto" confermò il figlio.
"So cosa significa amare, ho ceduto fin troppe volte alla passione tradendo tua madre e ti ho più volte fatto un torto, anteponendo ai tuoi bisogni tutti i miei altri figli. Avevo visto per te un grande futuro, eppure più crescevi e più iniziavi a somigliarmi in tutto e per tutto: l'arroganza, il vigore della gioventù e un orgoglio smisurato. Tua madre resterà sempre nel mio cuore, ma non ha mai avuto la forza di cambiarmi, di rendermi migliore. Non ho avuto la tua fortuna" spiegò suo padre.
"L'hai fatta uccidere per invidia?" 
Il dio scosse la testa.
"Siamo creature crudeli, figlio mio. Forze più grandi di noi ci hanno posto al di sopra degli altri e come la terra non si cura dei suoi abitanti così noi non ci interessiamo alle vicende dell'uomo. Ho avuto tante donne, ma mai nessuna è stata in grado di guardare nel mio cuore, forse solo Era, eppure ella non ha avuto la forza di persistere. Hai dimostrato di essere più saggio di me, per la prima volta hai rispecchiato ciò che ho sempre sperato diventassi: un dio fiero, giusto, fonte d'ispirazione per i suoi sudditi. Hai compiuto un'impresa degna di me, infine mi hai reso fiero" disse Zeus.
"Non mi hai ancora spiegato perché" sostenne Ares, Thekla era più importante di vuoti elogi, un tempo bramati nel silenzio dei suoi pensieri.
"Sai bene che nemmeno io posso contraddire le Parche, ma ho licenza di farti un dono" asserì suo padre, sparendo in un turbinio di fulmini.
"Amore mio."
Il cuore del Dio della Guerra perse un battito. 
Si girò e la vide: bellissima, i capelli sciolti sospinti dal vento e gli occhi blu che lo osservavano con amore. 
Si lanciò verso di lei, sfiorandole il volto, come avesse paura di disfare una così fragile figura, e un senso di vuoto lo colse quando il suo palmo attraversò l'eterea immagine; lacrime di frustrazione solcarono il suo viso, ma non si premurò di asciugarle, non in sua presenza.
"I Campi Elisi mi hanno chiamato, amore mio. Un infausto destino ci ha voltato le spalle. Non biasimare la tua famiglia, cerca di trovare nel tuo animo la forza di perdonare" lo esortò Thekla.
"Mi stai chiedendo di perdonare chi ti ha portato via da me?" domandò furioso.
La fanciulla lo guardò con malinconia.
"C'era un tempo in cui ti ho odiato: le crudeltà che seguivano al tuo passaggio, gli orrori, la paura... non ero mai riuscita sopportarle. Il tempo passato in tua presenza era un infinito tormento, una tortura, eppure più provavo a odiarti e più il mio cuore diventava tuo. A poco a poco ho iniziato a scoprire sempre nuovi aspetti: il tuo senso dell'onore, la tua dedizione nei riguardi dei sottoposti, la tua forza e il tuo carisma. Nella vittoria e nella sconfitta sei sempre stato in grado di risollevarti, e i tuoi eserciti di rimando. Mi sono infine resa conto che Ares è solo un guscio, la tua vera natura è celata sotto l'arroganza, e la crudeltà."
La sua voce melodiosa lo carezzò con la solita delicatezza.
"Non sarò mai l'uomo che dipingi, se tu non sarai al mio fianco."
Thekla sorrise, una luce nel cielo pregno di nubi scure.
Si avvicinò lui, i loro visi che si sfioravano, ed entrambi chiusero gli occhi.
"Vorrei stringerti a me, solo un'altra volta" esclamò il Dio della Guerra.
La fanciulla aprì gli occhi, umidi e pieni d'amore.
"L'immortalità senza di te non ha senso alcuno, una tortura a cui non voglio resistere, che mi terrà per sempre lontano da te" sussurrò.
"Io sarò sempre al tuo fianco, Ares" affermò la sua amata.
"Proprio qui."
La sua mano si arrestò al centro del suo petto, dove il divino cuore pulsava solo per lei. 
"Promettimelo, amore mio: sii il dio che sei sempre stato destinato a incarnare, l'uomo a cui ho donato il mio cuore, e porta il tuo verbo al mondo intero. Sei destinato a grandi imprese e alla gloria."
"E se io non la volessi?" le chiese.
Thekla lo fissò intensamente.
"Chi non cerca il proprio tornaconto sarà in grado di vivere per instillare il bene nel cuore del prossimo. Poniti un traguardo, amor mio, e raggiungilo. Ti aspetterò alla fine di quella lunga corsa, quando il tempo e lo spazio perderanno ogni significato, e potremo infine ricongiungerci" mormorò.
"Potrei impiegarvi molto tempo."
"Io ti seguirò a ogni passo, sempre e fino alla fine dei tempi" affermò la sua amata, prima di iniziare a svanire.
Ares sussultò, artigliando ingenuamente il vuoto pur di trattenerla. 
"Fino alla fine dei tempi" sentì sussurrare nel silenzio e scolpì quella frase nel suo cuore, come monito per proseguire, come conforto nella disperazione. 
"Il mio cuore appartiene a te, amore mio."
Le parole del Dio della Guerra furono catturate dal vento, garante della promessa che i due amanti si erano appena scambiati.
Cadde in ginocchio, il peso dell'eternità per la prima volta opprimente e struggente.
Solo il conforto della lupa, giunta nuovamente al suo fianco, sembrò alleviare il tormento della divinità, la fiera che si era accoccolata al suo fianco. 
La carezzò con la stessa premura che aveva sempre riservato a lei, grato di quel conforto conosciuto e sconosciuto al tempo stesso.

"È una fiera così intelligente, non è vero?" 
La voce di suo padre lo riscosse dalle migliaia di pensieri in cui era scivolato, come un abisso sempre più profondo.
Guardò l'argentea e incantevole creatura, e non poté assentire.
"Il lupo è una creatura maestosa, figlio mio: elegante, feroce, cacciatore ma anche capace d'amare e proteggere coloro che fan parte del suo mondo."
Ares scorse un significato latente in quelle parole, qualcosa che si celava in profondità.
"Spiegati" esortò.
"Avevo creduto scioccamente che Atena avrebbe agito con saggezza, eppure non è stato così: non avevo considerato il vostro reciproco astio. Non possiamo contrastare il volere delle Parche, tuttavia non potevo non agire in quella circostanza. Quella donna era troppo importante per te" spiegò Zeus.
"Cosa hai fatto?"
Il Dio della Guerra si tese in un istante, i muscoli rigidi che tradivano la sua apprensione.
"Solo una fiera tra tutte ha risposto al tuo disperato richiamo, una creatura incantevole e coraggiosa come la tua Thekla, l'unica degna di ereditare il suo spirito."
Il discorso del padre lasciò il dio nell'incredulità. 
Questi si abbandonò a un sospiro, prima di osservare la lupa ancora una volta.
Questa sembrava fissarlo con lo stesso sguardo della sua amata, gli stessi occhi pieni di d'amore.
Io ti seguirò a ogni passo, sempre e fino alla fine dei tempi.
Infine comprese e la strinse a sé per molto tempo, il cuore immortale ora sereno e senza il peso del rimorso a gravare come la Volta Celeste.
Si rialzò, incontrando lo sguardo di suo padre.
"È giunto il momento di tornare a casa" affermò Zeus.
"No, non posso più tornare sull'Olimpo. Devo trovare la mia strada e percorrerla fino alla fine dei tempi" rispose il figlio.
Il volto del Sovrano degli Dei si deformò in un'espressione orgogliosa, la prima che gli avesse mai riservato in tutta la sua vita immortale.
"Sei sempre stato il mio degno erede, Ares. Cerca la tua strada, ricoprirti di gloria e torna a sedere al tuo posto nell'Olimpo da principe, e conquistatore, quando il tuo viaggio giungerà al termine. Il tuo destino è a ovest, in una terra giovane e florida. Cerca una donna di nome Rea Silvia: quando l'avrai incontrata, potrai finalmente venire a conoscenza di cosa il fato ha in serbo per te" asserì.
"Andrò, padre, ma tieni bene a mente: Ares è stato un guerriero del passato smarrito e perduto, quel nome non mi identifica più di qualsiasi altro" sostenne la divinità, incamminandosi verso quella terra lontana.
"Chi sei dunque?" chiese Zeus.
"Da oggi, e fino alla fine dei tempi, risponderò a un solo nome: Marte."
   
 
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