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Autore: _Sherazade_    26/12/2016    4 recensioni
Quanto è difficile essere Regina? Tanto, e lo è ancor di più quando il proprio amatissimo marito, continua a perdere tempo dietro una sfilza infinita di altre donne. Come può la Regina degli Dei sopportare tutto questo e tenere a bada le malelingue? Come può una donna sopportare la vista del proprio matrimonio che sta affondando sempre di più?
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Quinta classificata al contest “Divinità dell’Olimpo” Indetto da Dollarbaby sul forum di EFP.
Genere: Introspettivo, Malinconico, Sovrannaturale | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: Missing Moments | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Le catene di Eros

Questa immagine non è opera mia. Ogni diritto appartiene al legittimo creatore
 


Spesso il perdono non è che una forma di vendetta.”
(Paul-Jean Toulet)


La Regina entrò nei suoi appartamenti col viso contratto dalla rabbia. Con una mano reggeva il vestito strappato e con l'altra si massaggiava il seno offeso. Di tutte le stupidaggini fatte dal marito, quella era stata senza alcun dubbio la peggiore. Come poteva anche solo pensare di poterla fare franca? Credeva davvero che lei non si sarebbe accorta di nulla?
Suo marito, il potente Zeus, entrò nella stanza della moglie dopo qualche minuto, trafelato e con la guancia che ancora mostrava i segni del potente schiaffo ricevuto.
- Mia diletta... - disse lui avanzando qualche passo verso la consorte, ma il fedele Neilos, il pavone bianco che sorvegliava gli appartamenti di Era, gli impedì di procedere oltre.
L'uccellò gli gridò contro mentre la potente Dea, visibilmente scossa per quanto era appena accaduto, continuava a mostrargli le spalle. Non voleva ascoltare le solite scuse.
- Mia amata Era, lo sai che le altre non contano nulla per me. - il Dio provò ancora ad avvicinarsi, cercando di evadere dalla stretta sorveglianza del pavone, ma questi si stava rivelando davvero molto più vigile e attento di quanto Zeus non avrebbe mai potuto immaginare.
- So che sei arrabbiata, ma cerca di capire... - Il Dio del Cielo cercò di far impietosire la moglie, di farle capire il suo punto di vista e di ottenere così il suo perdono.
Come poteva però una donna, una qualsiasi donna, accettare le continue scappatelle del marito? Come poteva una qualsiasi moglie accettare di subire tutte quelle continue umiliazioni? Non si trattava di una sola donna... Zeus aveva giaciuto con quasi ogni donna del loro mondo, che fosse essa mortale o immortale.
E lei, la Regina degli Dei, si sentiva schernita, mortificata, annullata... Lei era stata messa in un angolo da tutte quelle numerose donne che le avevano portato via l'uomo che un tempo lei aveva amato.
“Non è solo colpa loro”, le aveva detto un giorno sua sorella Estia, “Lo sai che, nella maggior parte dei casi, lui le prende senza il loro consenso. A volte prende anche le sembianze dei loro amanti, dei loro sposi... Che colpe hanno queste donne se non quella di essere state l'oggetto del desiderio di tuo marito?”.
Quelle parole l'avevano spiazzata: Estia aveva ragione, eppure lei non poteva fare a meno di odiarle e di dare loro una parte di colpa per il declino del suo matrimonio.
La Dea amava profondamente il marito e aveva sempre fatto di tutto per soddisfare ogni sua richiesta, anche la più strana. Lei aveva sempre fatto di tutto pur di renderlo felice e appagato dal loro rapporto.
Lui le aveva sempre detto quanto amasse i suoi capelli scuri dai riflessi di rubino, in netto contrasto con le splendenti iridi verde smeraldo.
Più di una notte, mentre giacevano esausti l'uno accanto all'altra, il Dio si era attorcigliato fra le dita le ciocche di quei lunghi capelli, inspirandone poi il dolce profumo alle rose, dicendole quanto lei era bella e quanto lui fosse contento.
Ma se era davvero felice al suo fianco, che motivo aveva di andare a cercare compagnia dalle altre donne? O dagli uomini?
- Cosa dovrei capire, Zeus? Tu, che mi hai tradita così tante volte, cosa vorresti che capisca? Che non hai saputo tenere a freno i tuoi istinti di fronte all'ennesima gonnella svolazzante? Che il tuo desiderio deve essere soddisfatto a qualunque costo, anche se questo poi mi arrecherà dolore e rabbia? Tu sei più importante di me, è questo che mi stai dicendo? - Era parlò senza nemmeno guardarlo, mentre Neilos beccò la gamba del Dio con tanta forza da farlo perfino sanguinare. Zeus avrebbe voluto prendere quel maledetto uccellaccio e affidarlo agli addetti delle cucine: ne avrebbero saputo trarre un ottimo piatto, ma se lo avesse fatto, Era non glielo avrebbe mai perdonato. - Vieni qui, Neilos. - lo chiamò lei. L'uccello la raggiunse, lanciando uno sguardo trionfante al Dio, sedendosi accanto a lei sul letto, appoggiando la testa sul grembo della sua adorata padrona.
Il fedele pavone amava moltissimo Era, ed era arrabbiato con Zeus perché continuava a farla soffrire, nonostante la donna lo amasse più di ogni altra persona al mondo.
La Dea gli accarezzò con delicatezza il candido manto piumato. Le lacrime che aveva trattenuto, avevano cominciato a rigarle il volto, ma non un fremito, non un solo singhiozzo scosse il suo corpo. Esse scendevano inesorabili, e lei rimase impassibile, ferma e rigida sul suo posto.
Neilos strofinò la sua testa contro di lei per farle capire che lui le era sempre vicino, che lui la amava e che non l'avrebbe mai lasciata sola.
La Dea sorrise, quasi impercettibilmente, e si portò istintivamente la mano al seno dolente, ancora arrossato per l'incredibile forza con cui il pargolo le si era attaccato, prosciugandola del latte divino.
Ricordava ancora il giorno in cui Zeus aveva annunciato l'imminente arrivo dell'ennesimo figlio illegittimo, avuto con una mortale di nome Alcmena.
La donna, che era già incinta di suo marito, rimase gravida anche di quel bastardo senza cuore e coscienza di Zeus; nove mesi dopo quella sacrilega unione, la donna diede alla luce due splendidi bambini.
Uno divino e l'altro mortale.
La donna e l'uomo non potevano certo sapere che quelli non erano entrambi figli del loro amore, e che uno di loro era invece il frutto divino di un terribile inganno.
Non appena il bimbo nacque, Era, furiosa come non mai, fece di tutto per eliminare il nuovo pupillo del marito, risparmiando invece l'altro bambino e la donna che li aveva messi al mondo.
La Dea decise di fare tesoro dei consigli di Estia, e di non punire anche gli innocenti. Nonostante avesse giaciuto con suo marito, Alcmena era una vittima, e non la carnefice. La donna le era sempre stata devota e fedele, così come lo era stata nei confronti del marito, che aveva amato teneramente tanto quanto lei amava il suo Zeus. Era poteva accusarla di essere stata troppo bella e di aver affascinato suo marito, spingendolo addirittura ad assumere le sembianze di Anfitrione, il marito di Alcmena. La Dea sapeva che non poteva essere così ingiusta nei confronti di quella donna, così decise di risparmiare sia lei che l'altro bambino.
Era capì che non poteva riversare, ancora una volta, la sua furia verso l'ennesima vittima delle mire lussuriose di Zeus. Avrebbe voluto punire lo stesso Dio ma, ogni volta che i due passavano del tempo insieme, ogni volta che lui le parlava o che la guardava, che la baciava e giaceva con lei, ogni arrabbiatura, ogni dolore, venivano spazzati via.
Era non capiva come mai lei riuscisse a cadere vittima del fascino di quel marito che non mostrava il benché minimo pentimento per tutto quello che faceva alle sue spalle. Si era accorta da diverso tempo che ogni volta in cui lei si arrabbiava col marito per qualcosa che lui aveva fatto, a lui bastavano poche lusinghe, una battuta e un bacio per farle dimenticare tutto.
L'amore che Eros aveva instillato in lei era più potente perfino della rabbia stessa.
La Dea all'inizio vacillò, chiedendosi se poteva davvero fare del male a quel bambino innocente. Anche lui era una vittima delle stupide azioni di suo marito... Doveva davvero essere punito per qualcosa che non aveva fatto?
Era si trovava di fronte ad un bivio, divisa fra quello che avrebbe voluto fare e ciò che invece avrebbe dovuto fare. Quando però vide il modo in cui il marito ne parlava, mostrandosi fiero di quel neonato, asserendo che un giorno sarebbe stato più grande perfino di Ares, la Dea si incupì nuovamente, meditando un modo per vendicarsi del marito e per ristabilire un equilibrio. Un mortale non avrebbe mai surclassato un Dio. Mai!
Per eliminare ogni possibile problema futuro, la Dea si liberò degli scrupoli che l'avevano tormentata, e inviò dei velenosissimi serpenti in modo da poter uccidere il bambino. Era però non conosceva ancora la forza sovrumana di quel pargolo che, prima ancora che i serpenti lo mordessero, li prese per la coda e li stritolò. La Dea non si arrese e continuò la sua crociata verso quel bambino frutto del peccato. Le sue azioni spinsero così Alcmena a chiedere l'intervento di Zeus: la donna non sapeva più cosa fare e come proteggere il bambino da quei continui attacchi. Lei e il marito erano dei semplici mortali, e non avrebbero potuto proteggere per sempre il piccolo dall'odio della Dea. Inoltre, la mortale temeva che la Regina degli Dei potesse rivolgere in seguito le sue ire anche contro di lei e contro l'altro suo figlio se avesse continuato a difenderlo.
Il Dio dei Cieli accolse le richieste della donna e mandò Hermes a prendere il piccolo, in modo che potesse portarlo da lui nella loro Reggia, sul monte Olimpo.
Il bambino, non appena Hermes lo diede al padre, cominciò a piangere e strillare: aveva fame e Zeus, impacciato e impanicato, fece l'ultima cosa che avrebbe dovuto fare. Il Dio non pensò alle possibili conseguenze delle sue azioni: lui era il Re degli Dei, e tutto gli doveva essere concesso. Del resto, perché mai avrebbe dovuto preoccuparsi? Sapeva che la moglie avrebbe potuto arrabbiarsi, ma sapeva anche che, alla fine, tutto gli sarebbe stato perdonato.
Approfittando di un momento in cui la Dea si stava riposando nei meravigliosi giardini fra le profumate rose che lei amava tanto, Zeus le attaccò il piccolo al seno in modo che, bevendo il latte divino, il piccolo Eracle potesse un giorno diventare invincibile e potente quanto un Dio.
Tutto sembrava andare nel migliore dei modi: suo figlio stava mangiando, ed Era era caduta in un sonno così profondo che non si sarebbe svegliata per un bel po'.
Ma il Signore dei Cieli però non aveva previsto che il bambino, una volta succhiato tutto il latte, ne avrebbe voluto ancora, mordendo la Dea e facendola svegliare di soprassalto. Il piccolo le strizzò l'altro seno e fuoriuscì un potente schizzo di latte che giunse fino al cielo creando quella che sarebbe stata chiamata poi “Via Lattea”. Una scia luminosa ricca di stelle che avrebbe illuminato i cieli notturni per secoli e secoli.
Era, dapprima disorientata, una volta capito cosa era accaduto, guardò con rabbia il bambino e lo prese in braccio, diretta verso lo strapiombo del Monte Olimpo, decisa a gettare il pargolo per punirlo. Hermes arrivò giusto in tempo, togliendole il piccolo prima che la Dea commettesse una tale atrocità.
Infuriata e delusa, la donna lasciò il giardino per ritirarsi nei suoi appartamenti, meditando ancora di vendicarsi per l'ennesimo affronto subito.
Zeus le corse dietro per i corridoi della Reggia, nella speranza di farla calmare, ricoprendola di dolci parole e di scuse, ma prima che lui potesse continuare con quelle bugie, lei, carica di tutta quella rabbia a lungo repressa nei confronti del marito, riuscì a piantargli il più sonoro schiaffo che mai gli avrebbe dato. Una schiaffo così forte che fece tremare perfino le pareti della loro dimora.


Il marito la guardò preoccupato: non era certo quella la prima volte in cui lui l'aveva delusa, ma di rado l'aveva vista così distaccata e persa in chissà quali pensieri. Si chiese se non avesse davvero superato il limite.
- Mia cara... lo so che questo figlio per te rappresenta un grande dolore, ma il bambino non ha colpe. Prenditela con me, piuttosto! - disse Zeus, prendendo posto accanto a lei. Neilos alzò la testa, pronto a beccarlo di nuovo, ma Era gli fece cenno di non muoversi.
Lei avrebbe davvero preso in parola il marito: se avesse potuto lo avrebbe strozzato lei stessa e scaraventato negli abissi più profondi del Tartaro a far compagnia agli Esiliati.
Una parte di lei lo odiava profondamente: i suoi comportamenti sconsiderati l'avevano portata a diventare una Dea vendicativa e cattiva. Era amata dagli uomini, ma anche temuta e non perché lei fosse la Regina degli Dei, ma perché i mortali temevano di urtarla anche per la più sciocca delle dimenticanze. Nessuno poteva dirsi al sicuro dalle sue ire, soprattutto le giovani donne avvenenti. Anche se erano loro stesse delle vittime di suo marito Zeus, la Dea non poteva fare a meno di riversare tutto l'odio su quelle povere ragazze.
A volte, quando la sua vendetta si compiva, Era tornava in sé, e, capito cosa aveva fatto, si sentiva male, come se l'aria stessa le fosse venuta a mancare. Aveva condannato a morte moltissime giovani donne, e lei sapeva bene che se l'era presa con tutti tranne che con l'unico vero colpevole.
Avrebbe voluto odiarlo, avrebbe voluto punirlo e fargliela pagare per tutte le sofferenze che aveva causato a lei e, di riflesso, anche ad altre persone, ma quando si voltò, pronta a dirgliene quattro con la sua espressione più truce, il suo sguardo si distese di colpo. Sentì come se la rabbia e la frustrazione provata le fossero state portate via.
Guardando negli occhi chiari del marito, la Dea capì che non sarebbe stata in grado di fare nulla di quello che invece avrebbe voluto fare: sentì che non avrebbe mai potuto farcela ad odiarlo fino in fondo, anche se lui l'aveva tradita e ferita innumerevoli volte.
Lei lo amava e lo odiava in egual misura. Divisa tra quello che la ragione le continuava a ripetere da secoli, e ciò che invece il suo cuore continuava a trasmetterle.
Per quanto ci provasse, Era lo avrebbe amato sempre, incolpando le altre e sentendosi una nullità e un mostro ancora per molto, molto tempo.
- Ti prego, mia amata, non litighiamo mai più. - lui la abbracciò teneramente, come era sempre stato solito fare ogni volta che discutevano a causa delle sue scappatelle. Lui sapeva che l'avrebbe fatta ancora franca. Gli bastava fare gli occhi dolci alla moglie, e tutto gli sarebbe stato perdonato. - Lasciamoci tutto alle spalle e ricominciamo di nuovo da capo. - disse lui con convinzione, baciandola teneramente sulle labbra.
In quel momento, Ares entrò negli appartamenti di Era, invitando i genitori a seguirlo nel grande salone: era stata preparato un fastoso banchetto e i Sovrani del Cielo non potevano mancare.
Come se nulla fosse accaduto, Zeus si voltò verso la consorte, suggerendole di sistemarsi: quando Eracle le aveva strizzato il seno, le aveva anche strappato la manica della veste.
- Tu precedimi pure, io vi raggiungerò a breve. - Zeus sorrise, ed Era osservò quei meravigliosi riccioli dorati che aveva sempre adorato. Suo marito aveva un aspetto meraviglioso, ma celava un animo oscuro e dannato.
Era lo osservava e sapeva che lui era consapevole del suo fascino. Consapevole al punto da sfruttarlo in ogni occasione.
“Vorrei non amarti così tanto, Zeus”, pensò lei tristemente.
Arrivò anche Hermes, per informare il Dio del fatto che aveva riportato il bambino alla sua famiglia, suggerendo loro di rivolgersi in seguito al centauro Chirone, in modo da poter dare al bambino una degna educazione.
Lei sorrise, ma non appena i tre Dei richiusero la porta, il suo cuore si riempì ancora di rabbia... ma non verso il marito: verso se stessa.
Lei lo avrebbe continuato ad amare, odiando ogni donna verso cui lui avrebbe mostrato interesse e verso i figli nati da quelle relazioni, e avrebbe provato vergogna e odio verso di sé perché aveva visto come lui riusciva a renderla malleabile. Un giorno, però, lei sarebbe riuscita a spezzare quelle pesanti catene che l'avevano legata a lui.
- Un giorno, mio caro Neilos, - disse la Dea rivolgendosi al suo fedele amico, - pagherà per tutto questo. Un giorno, la freccia che Eros ha scoccato verso il mio cuore, si dissolverà, e allora, la mia vendetta non conoscerà limiti. Fino a quel momento, continuerò ad amarlo, ad odiarlo e ad odiarmi per essere così debole e stupidamente innamorata di un Dio che non saprà mai cosa significa davvero amare.


 
  
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