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Autore: Himenoshirotsuki    08/01/2017    6 recensioni
[Seguito di "Fuoco nelle Tenebre"]
Dopo gli ultimi eventi, il destino di Esperya sembra ancora più incerto. Lyssandra muove i fili da dietro le quinte, Mirya e i bambini sono rintanati ad Alabastria, mentre Ledah è stato catturato. Sembra che il ritorno di Aesir e della sua era dell'oscurità sia inevitabile, ma c'è ancora qualcuno che si oppone, qualcuno che ha pagato un prezzo di sangue per diventare ciò che è. Con un nuovo corpo e un solo anno a disposizione, Airis dovrà adempiere al suo compito di Guardiano affinchè i drow e il dio dell'oscurità non facciano di nuovo piombare Esperya in un caos di morte e distruzione.
Battaglia dopo battaglia, incontro dopo incontro, in un lungo viaggio attraverso lande desolate e città e regni meravigliosi, Airis scoprirà così i dettagli di una macchinazione destinata a cambiare le sorti del mondo, ma, soprattutto, la verità sul suo passato, una verità che potrebbe distruggerla.
Genere: Avventura, Fantasy, Guerra | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lemon | Avvertimenti: Contenuti forti, Violenza
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- Questa storia fa parte della serie 'Guardiani'
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Prologo

Davanti ai miei occhi si svolge il filo del Destino.
Feroce urla il Corvo dinanzi alle Schiere Oscure,
gracchia nei cieli del mondo alla ricerca del sangue perduto,
trama contro i figli di Yggrasil.
Dalle stelle del Nord, il sole arrossa la terra,
là dove Vita e Morte camminano fianco a fianco.
Nel tempo del lupo, la terra
si impregnerà di sangue innocente.
Il Guardiano spezzerà i lacci
per combattere la guerra del Mondo nato dal Nulla.
Arriverà alla fine dell'orizzonte, con la Morte come sua fedele compagna e seguace.
Sprofonderà nel cuore della terra, con la luce del Padre a fargli da guida.
Calcherà le Lande dei Primordi, con Amarnwyn e i figli di Yggrasil.
Allora il Protettore dell'Abisso vestirà le carni del figlio del Corvo.
[La Profezia della Veggente, parte perduta]

L’odore del sudore e il tanfo della morte aleggiavano nella stanza, permeando ogni cosa. Ciotole di sangue nero giacevano ai piedi del letto, dimenticate dai chierici. Lysandra le guardò appena, mentre attendeva che la serva, nonché ultima amante viva di Voren II, terminasse di aiutarlo a indossare l’armatura: quella mattina il re, suo marito, era riuscito a parlare e aveva ordinato che gli venisse portata. Ovviamente quell’umana, una donna che Lysandra non considerava nemmeno, era accorsa subito, pronta a obbedire agli ordini del suo sovrano, nonché benefattore. Con tutti i soldi che le aveva dato in quegli anni, la sua famiglia avrebbe vissuto negli agi della città alta per almeno altre tre generazioni.
Il re grugnì qualcosa tra i denti, spalancò gli occhi e aprì la bocca inspirando quanta più aria poteva. Lysandra si girò a guardarlo. Il baluginio dorato dell’armatura imperiale le riempì gli occhi. Era ancora perfettamente integra, lucida, senza nemmeno un’ammaccatura. Voren II non era mai stato un uomo forte né di mente né di corpo, ma aveva sempre amato definirsi “Re guerriero”, anche se lui la guerra l’aveva vista solo attraverso gli specchi magici. Un lieve sorriso arcuò le labbra di Lysandra quando la serva si chinò per asciugargli il rivolo di bava rossa che gli colava da un lato della bocca.
- Mio signore… - esordì incerta, - non sarebbe meglio aspettare che arrivi il chierico di corte?  -
L’uomo scosse la testa e una scintilla di consapevolezza si accese in fondo alle iridi offuscate. Poi, facendosi aiutare dalla sua amante, si puntellò sui gomiti e tentò di mettersi seduto.
Lysandra osservava, immobile, le braccia incrociate sul corpetto nero, ricamato con merletti e gemme d’ossidiana lucente, e le labbra lievemente storte in una smorfia piena di biasimo. Voren non aveva nulla di Sejrel, il suo defunto padre. Era un sempliciotto, un uomo di ormai quarantacinque anni che non aveva concluso nulla. Se non fosse stato per lei, a quell’ora le casse della capitale sarebbero state vuote e la guerra che lei lo aveva spinto a dichiarare sarebbe già stata perduta da un pezzo.
“L’unica cosa buona che tu possa fare è morire, mio caro.”
La porta della camera si aprì con uno schianto e Rogar, il chierico di corte, fece il suo ingresso col respiro ansante a l'aria trafelata. La lunga veste bianca frusciava ad ogni suo passo, donandogli un’andatura leggera, aggraziata, in netto contrasto con l’espressione torva del viso e le mani callose e tozze tipiche della sua razza.
- Delia, cosa stai facendo? Il re deve riposare. -
La ragazza occhieggiò nella sua direzione, per poi tornare a concentrarsi sulle labbra del sovrano che, adesso, si erano schiuse in una smorfia tremante e grottesca. La malattia che gli anneriva il sangue e lo gettava in lunghi periodi di catatonia stava di nuovo prendendo possesso del suo corpo. Ormai, pensò con piacere Lysandra, la coscienza lo abbandonava per settimane, a volte per mesi interi.
- Ho… ho il permesso della regina e del re. - si difese con un fil di voce, stringendo appena il braccio del sovrano.
Rogar spostò lo sguardo sulla donna che Delia aveva appena chiamato regina, squadrandola con una delle sue solite occhiate inquisitorie. Lysandra però rimase impassibile, trattenendo un sorriso dietro la linea pallida delle labbra serrate. Le sarebbe bastato poco per farlo condannare, uno sguardo insolente di troppo e le guardie non avrebbero esitato a trascinarlo giù nelle prigioni, ma sapeva che con un gesto del genere avrebbe perso l’appoggio di Cal’doran e di Valakas e non poteva permettersi di inimicarsi due tra i senatori più influenti del Consiglio, non ora. Questo però non significava che avrebbe lasciato correre qualora quel nano spocchioso avesse tentato di mettersi palesemente contro di lei. Non era così stupido da osare sfidarla apertamente, ne era consapevole, ma la sua rabbia silenziosa costituiva un ottimo spettacolo nell’attesa del momento propizio.
Dopo un lungo silenzio, Rogar sospirò. La luce obliqua del sole invernale si rifletté sulla fascia di bronzo e ferro battuto che gli cingeva il capo chino.
- Permettetemi di dargli un po’ di latte di papavero, maestà. - disse rivolto alla regina.
- Come volete, maestro. Siete voi l'esperto. - rispose Lysandra.
Il nano serrò i pugni e per un istante parve sul punto di scoppiare, tanta era la collera che stava reprimendo. Poi parve calmarsi, prese una delle fiale che portava alla cintura, la stappò e si avvicinò al re, ma questi lo allontanò con un debole gesto della mano.
- Non mi serve, Rogar. - rantolò sofferente.
- Vostra altezza… -
- Ho detto di no. - ripeté con più decisione, prima di piegarsi in un eccesso di tosse.
Il sangue gli sporcò le labbra e gocciolò in lacrime scarlatte sui gambali dell’armatura lucente. Delia lo pulì con un fazzoletto e, in silenzio, tutti rimasero in attesa che recuperasse il fiato.
- Volete anche l’elmo, sire? -
- No, quel coso mi soffoca. Portami la spada, piuttosto. -
Il chierico aprì la bocca per ribattere, ma bastò un’occhiata del re per metterlo a tacere. Un’altra delle sue buone qualità, pensò distrattamente Lysandra, era la sua cocciutaggine infantile, quella testardaggine insofferente che manifestava ogniqualvolta uno dei suoi Consiglieri tentava di dissuaderlo. Voren si era sempre impuntato, forte della sua autorità e del presunto rispetto che pensava i suoi sudditi nutrissero per lui, senza mai rendersi conto che qualsiasi scelta avesse fatto negli ultimi quindici anni di regno era stata decisa da lei.
“Sei debole, Voren, debole come un bambino, sia nella mente che nel corpo.”
Quando si era infiltrata a corte sotto le spoglie di una normale umana era stato difficile conquistarsi la fiducia di Sejrel Varaldien. Il monarca, per quanto giovane, era un uomo acuto, intelligente, che non si faceva abbindolare dal fascino o dalle parole di Wecilia Mallus, l'identità che aveva assunto per avvicinarci a lui. Aveva dovuto fargli terra bruciata intorno e instillare il seme del dubbio sulla fedeltà dei suoi sudditi per averne il pieno controllo e, anche dopo che l’unico che gli era rimasto accanto era Xerxas Ascrocell, il precedente sovrano di Esperya non si era mai totalmente piegato al suo volere. Quando era venuto il momento di ucciderlo, le era quasi dispiaciuto.
Lo sferragliare dell’armatura la ridestò dai ricordi e, quando puntò lo sguardo su Voren, lo vide infilarsi i guanti d’arme per poi alzarsi per prendere lo spadone dalla rastrelliera. Strinse l’elsa tra le mani e con un gemito lo sollevò. La luce morente del giorno rifulse sulla lama affilata, scivolando in una dorata carezza liquida sulla guardia rastremata, sul pomo pesante istoriato con le fauci snudate di un leone. Quando tornò a sedersi, il suo respiro era un rantolo affannoso. La coscienza, la scintilla di vita che si era accesa in fondo a quelle iridi torbide, lo stava lentamente abbandonando.
Lysandra non sapeva a cosa fosse dovuta quella malattia che lo consumava da dentro, ma ciò di cui era sicura e che aveva davvero importanza era che non era curabile, nemmeno con la magia. Non con quella così primitiva degli umani, almeno.
- Fate chiamare i membri del Consiglio… -
La sua voce era un sibilo appena udibile. La mano tremava appoggiata all’elsa della spada, così come tutto il suo corpo, piegato dal peso dell’armatura.
- Ho già mandato un messo, mio re. - Lysandra si sedette vicino a lui e gli prese delicatamente la mano, - Arriveranno a momenti, non ti preoccupare. -
Mentre lo diceva, al suo orecchio giunse il rumore di una moltitudine di passi. Si concentrò un istante e subito identificò dodici cadenze differenti, alle quali associò ad ognuna i vari sussurri che riusciva a captare, anche se tra lei e gli undici Consiglieri c’erano due doppie porte e un lungo corridoio.
Posò piano le labbra su quelle del re, ignorando il sapore maleodorante del suo alito, intrecciando con voluta lentezza le dita con quelle tozze e callose di lui. Quando le due guardie si spostarono per far entrare i membri del Consiglio, Lysandra si allontanò lentamente da Voren, incrociando gli occhi falsamente tristi con quelli sinceramente afflitti di Eron Ked’Alith e Ferul Cordwyn, che le risposero con un impercettibile segno di assenso.
- Vostra Altezza… -
- Niente formalismi, oggi. -
Arduin Valakas assentì, fece un passo nella stanza e si inchinò, seguito da tutti gli altri che, fino a quel momento, si erano limitati ad abbassare il capo in un silenzioso segno di rispetto, trattenendo le smorfie di disgusto e raccapriccio alla vista del sangue nelle ciotole. A Lysandra non era sfuggita l’ombra che aveva attraversato i suoi occhi neri quando li aveva visti scambiarsi quell’effusione, ma la regina era al corrente di quanto quel giovane diplomatico allampanato dai lunghi capelli chiari avesse sempre disapprovato le numerose amanti del re, fin da quando la sua legittima consorte era morta. Ovviamente, a causa dei numerosi nemici che brulicavano alla corte.
- Prego, sedetevi, ho un annuncio da fare. -
Lysandra, che nel frattempo si era alzata, schioccò le dita e dei servitori entrarono portando dodici sedie. Li aveva avvertiti preventivamente la mattina stessa, quando Voren aveva consegnato il sigillo reale nelle mani di Eron e Ferul. Delia, assieme a Rogar, si erano defilati non appena i dodici erano entrati, a malincuore, consapevoli che qualsiasi cosa sarebbe accaduta tra quelle quattro pareti loro non l’avrebbero saputa prima di qualche tempo. Ancora una volta, Lysandra dovette ricacciare indietro un ghigno compiaciuto.
Calò il silenzio, interrotto solo dal respiro spezzato del sovrano. Anche se non lo stimavano, erano costretti a rimanere lì, in attesa che fosse lui a prendere la parola, amaramente consci che quell’uomo che per quindici anni avevano osteggiato o supportato rimaneva comunque il loro re, superiore a tutti loro in quanto autorità e forza. Se avesse voluto, sarebbe bastata una semplice parola per portar via le loro terre, il denaro e l'influenza a corte.
- Ormai la mia ora sta per arrivare. - esalò Voren con un fil di voce, - Rogar e i chierici continuano a dire che se mi curassi, la mia vita si allungherebbe ancora di qualche anno, ma io, come penso tutti voi, so che questa è solo una bugia. Bisogna essere coraggiosi e sinceri di fronte alla morte, che prenderà tutti noi prima o poi. Scansarla non serve a niente. -
Si interruppe per riprendere fiato, le labbra screpolate schiuse nel tentativo di ispirare ancora più aria. Anche in quel momento, con il viso contratto in un’incrinata maschera severa e la bocca serrata in una smagrita linea pallida, sembrava solo il simulacro di un re, una statua di cera sciolta dall’espressione risoluta liquefatta dalla malattia.
- Non ho avuto eredi e l’unico che ho potuto stringere tra le braccia è morto assieme alla mia adorata regina. La lady qui vicino a me, - allungò la mano tremante, cercando quella di Lysandra, - mi è stata di conforto, ma gli Dei non ci hanno concesso il dono di un figlio maschio. La tradizione vorrebbe che io nominassi uno dei miei cugini o nipoti, ma, ahimè, nella famiglia di mio padre si sono insediate delle terribili serpi, vermi che attendono solo la mia dipartita per mettere le mani su un trono che spetta ai Varaldien per diritto di nascita. -
Lysandra prese il bicchiere di cristallo sulla scrivania di mogano intarsiata con fiori e foglie d’edera sui bordi e lo aiutò a bere. Il sudore lo faceva apparire ancora più pallido, malato, e le guance scavate e le profonde occhiaie violacee non facevano che accentuare quell’impressione.
- Cosa avete dunque deciso di fare, sire? -
A parlare era stata Kitiara Azlan, la consigliera più anziana assieme a Ferul Cordwyin. Indossava la lunga tunica quasi monacale della sua casata, con il giglio bianco ricamato sul petto e i capelli striati di grigio raccolti in una coda laterale. Per un istante, quando i loro occhi si incrociarono, quelli del re sembrarono riprendere vita. Sbatté le palpebre un paio di volte per riscuotersi dall’intorpidimento che stava lentamente prendendo possesso del suo spirito e sostenne il suo sguardo impassibile. L’aveva sempre considerata una sorella maggiore ed era stata l’unica a cui aveva dato retta, anche contro il volere di Lysandra.
La regina la osservò di nascosto e digrignò i denti.
“Un’altra amica di Xerxas che dovrò premurarmi di far sparire.”
- Ho intenzione di fare la cosa giusta, Consigliera. - replicò in un sibilo affannoso, - Ho discusso a lungo con i giuristi, nel nostro codice è previsto che io debba passare il potere a uno dei miei consanguinei, ma ci sono stati casi in passato che hanno visto una regina sedere sul trono. Io reputo che, visti tutti i nemici che anelano ingiustamente a prendere il mio posto, sia il caso che sia Wecilia, la mia amata consorte, a sostituirmi. -
Un brusio costernato riempì la camera. I Consiglieri, a parte Ked’Alith e Cordwyn, si scambiarono delle occhiate preoccupate, senza che però nessuno trovasse il coraggio di aprir bocca. Persino Kitiara era rimasta pietrificata, sbigottita da quella decisione di cui lei era totalmente all’oscuro.
- Vostra Altezza, con tutto il rispetto per voi e per lady Wecilia, non mi sembra una scelta saggia... - tentò di dissuaderlo, ma il sovrano scosse la testa.
- Ho già deciso. - la interruppe brusco, - Wecilia è la scelta migliore. In tutti questi anni è rimasta sempre al mio fianco ed è capace di governare anche meglio di alcuni di voi. Non ho intenzione di cambiare idea. -
Kitira chiuse gli occhi, mordendosi la lingua. Era ovvio che non fosse d’accordo, ma non poteva opporsi alla decisione del suo sovrano. Forse avrebbe tentato nuovamente di convincerlo se, come da copione, Ked’Alith non si fosse intromesso.
- Io sono d’accordo con voi, mio re, anzi, penso che sua maestà lady Wecilia si sia dimostrata più volte all’altezza di saper governare. -
Occhieggiò in direzione di Cordwyn, che continuò: - Appoggio pienamente quello che è stato detto. Posso capire che sia un evento assai inusuale, ma abbiamo dei precedenti di una certa importanza. Se il nostro sovrano pensa che questa sia la scelta migliore, chi siamo noi per opporci? -
Un coro di assenso si diffuse tra gli astanti che, poco dopo, annuirono. L’unica che rimase immobile con le mani strette a pugno fu Kitiara.
- Consigliere Azlan, voi…? -
La donna ispirò profondamente. Erdarwel, il secondo membro più anziano, le strinse forte la spalla, come per avvertirla del pericolo in cui il suo astioso silenzio la stava mettendo, ma lei non parlò comunque, chiusa in un mutismo interrotto solo dal respiro controllato. Man mano che il tempo passava, la tensione cresceva e le facce, da allibite, divennero sempre più nervose. Quello del re si era ormai offuscato, adesso la sua testa gli ciondolava sul petto. Una parola aleggiò nell’aria, muta e inespressa negli occhi spaventati dei Consiglieri.
Con passo aggraziato, Lysandra si chinò su Voren e gli accarezzò i capelli sudati, resi ribelli dai nodi che nessuno aveva voluto sbrogliare.
- Non siete ancora d’accordo, Consigliera? Eppure mi sembra che voi siate sempre stata la prima a millantare l’importanza della democrazia. -
I loro sguardi si scontrarono. Lysandra sorrideva, sfidando apertamente la donna a dire la sua, mentre con la mano accarezzava la spalla del re. Per un lungo momento assaporò quel momento di vittoria, quel silenzio che stava per diventare un pretesto per accusarla di tradimento. Alla fine, però, la Consigliera abbassò il capo. Bastò quel gesto di sottomissione perché la tensione si allentasse.
- Bene, allora la decisione è presa. - dichiarò Lysandra, prendendosi il suo tempo per scrutare uno ad uno tutti i Consiglieri, - Se non avete altro da aggiungere, lasciateci soli. Voglio passare gli ultimi momenti con mio marito. -
Nessuno osò ribattere.
Quando udì i passi svanire in lontananza, si concesse una lunga risata, cristallina, squillante, vittoriosa.
Il re si riscosse un istante dal suo intorpidimento e alzò la testa, incrociando i suoi occhi. Annegò in due iridi di brace, di un rosso scuro e denso come quello del sangue nelle ciotole ai piedi del letto. Esalò un lungo e sibilante respiro, con gli occhi strabuzzati in un’espressione di profondo terrore che fece ridere la Lich ancora più forte. Poi il suo cuore smise di battere e la bellissima spada d’oro scivolò dalle sue mani inerti, sbattendo sul pavimento con un tonfo metallico.
La Lich abbandonò il cadavere di Voren sulle coltri sudate e allungò le gambe, facendosi scrocchiare il collo. Che il re avesse capito qualcosa in punto di morte non aveva importanza, i morti non possono parlare.
“Non se io non lo desidero.”
Si umettò le labbra e, da sotto il colletto alto dell’abito, sfilò una piccola sfera blu perfettamente circolare. Il laccio argentato a cui era legata, sottile come un capello, rifulse del lucore perlaceo della prima luna. Non importava se il re aveva capito qualcosa, né se c’era ancora qualcuno che avrebbe osato opporsi al suo volere, avrebbe avuto tempo per schiacciarli. Ora che possedeva il Cuore di Sershet, nessuno avrebbe più potuto fermarla.

Angolo Autrice:

 Ebbene sì, dopo quasi due anni, sono tornata. Mi dispiace avervi fatto aspettare così a lungo, purtroppo avevo bisogno di buttarmi su altro, scrivere altro, non perchè Fuoco non mi piacesse, ma perchè assorbiva ogni mia energia. Adesso, con l'inizio del nuovo anno, ho deciso di riprendere in mano e farvi leggere le avventure di Ledah e Airis, non senza un po' di timore (le mie solite paturnie mentali, ormai le conoscete... .) Allora, prima le informazioni di servizio: la storia verrà aggiornata ogni 10/12 giorni questo mese e forse anche il prossimo, questo perchè la seconda parte di Fuoco è un po' contorta e quindi preferisco prendermi più tempo per rileggere. In secondo luogo... in questi giorni metterò un sunto del primo libro sulla mia pagina così potrete rinfrescarvi la memoria qualora non vi ricordaste gli avvenimenti precedenti. Uhm... credo di aver detto tutto... sì, direi che non c'è altro da dire a parte che spero che questa seconda parte vi piaccia e vi appassioni come la precedente. Vi chiedo solo di non sparire e di farmi sentire la vostra presenza, anche solo con un messaggio privato in cui mi dite “ehi, bella, continua.” Mi servirà per tenere a bada le mie continue seghe mentali XD
Ora vi lascio al capitolo, prossimo appuntamento fissato al 20 di gennaio.
Hime

  
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