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Autore: HarryJo    10/01/2017    0 recensioni
«Sezione Cronaca Nera del Verdens Gang» disse la voce metallica dall'altro capo dell'apparecchio «Da dove chiama?»
Adrian esitò. Trattenne a stento l'istinto di rispondere "da Bryggen", ma sapeva che non era quella la cosa giusta da dire.
Non era facile restare lucido con tutto quel sangue che gli colava negli occhi. [...]
Quando ormai era convinto di aver rovinato anche la loro ultima possibilità di uscirne - sua e di Laura - gli venne in mente la prima volta che l'aveva incontrata, al Fuglen Cafè, e le parole uscirono esattamente come le aveva pronunciate lei.
«Dal sud, dal profondo sud, così profondo che più in basso non si può.»

Oslo e Roma. Il misterioso suicidio di Laura, una giornalista incaricata di scrivere la Cronaca Nera per il giornale tabloit più in voga dello stato norvegese, si intreccia con la vita di Federico, un uomo che ormai vive le sue giornate solo per puro automatismo. Quando Federico comincia a vedere il fantasma di una bambina, sarà praticamente costretto a cercare di capire perché Laura ha messo fine alla sua vita, ritrovandosi completamente travolto da una storia dagli inaspettati e terribili risvolti.
Genere: Mistero, Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
Capitoli:
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2. Racchiudere tutto in un piccolo scatto.
 
 
 
Sentii la porta sbattere dalla camera. Ero ancora seduto su quel letto, stavo cercando di rimandare il più possibile il mio ritorno in cucina cercando di trovare cose da fare: avevo aperto la valigia e cercato di sistemare su una sedia i vestiti che avrebbero dovuto servirmi per quei due giorni, poi avevo cominciato a preparare il lettino più piccolo dove avrei dormito, nonostante sapessi benissimo che avrebbe voluto sistemare mia madre quei dettagli, per viziare un po’ un figlio che non vedeva mai. Ma impegnarmi in quei piccoli gesti sembrava oscurare per un momento il caos della mia mente.
«È arrivato, vai a salutarlo» stava dicendo mia madre a Chiara.
Io sospirai, cercando di fingere un minimo di entusiasmo per quando avrebbe varcato l’uscio della camera. L’ultima volta mi era saltata addosso stringendomi le braccia attorno al collo e avevo quasi rischiato un soffocamento.
La porta si schiuse, rivelando la figura esile di Chiara palesarsi di fronte a me: aveva da poco compiuto la maggiore età, i capelli neri, lisci e lunghi le contornavano il volto e facevano a pugni con la sua carnagione chiara. Mi osservava però senza quell’entusiasmo che ricordavo in lei.
«Oh, guarda chi si è ricordato di noi» disse, alzando le braccia con fare eclatante, come se mi volesse abbracciare solo per schernirmi. «Meglio tardi che mai, suppongo.»
«Dai, Chiara, non fare così e vieni qua.»
Sembrò tentennare per un momento, ma non se lo lasciò ripetere due volte: alla fine si avvicinò, senza troppa fretta, e mi abbracciò. Non mi stava stringendo come se dovessi volare via da un momento all’altro, come era sempre accaduto, ma con una grazia e una dolcezza che quasi non le riconoscevo. Forse era più simile a nostro padre di quanto me ne fossi mai accorto.
«Mi sei mancato» sussurrò appena, come se le costasse veramente molta fatica dirlo.
«Anche tu.» Le accarezzai lentamente i capelli con una mano, ma lei scosse la testa.
«Non dirlo. So che non è così. Altrimenti torneresti più spesso.»
Non ebbi nemmeno il coraggio di ribattere. Chiara non era mai stata così: forse era davvero cresciuta un po’ troppo per continuare a fingere che la mia assenza le andasse bene. Avrei voluto sentirmi in colpa, in quel momento, ma non ci riuscii. Sentivo il suo odore solleticarmi il naso e, per quanto sapessi che dovevo rassicurarla e farle cambiare idea tenendola stretta, non potei proseguire quell’abbraccio un secondo più a lungo. Mi sentivo soffocare.
«Non ho il tempo di scendere di più, Chiara.» Ma nemmeno la guardavo negli occhi: ero tornato con lo sguardo alla mia valigia e sentivo sempre più impellente la voglia di inventarmi una qualsiasi scusa e ritornarmene immediatamente a Milano, nella mia stanza, di nuovo nel buio e nella solitudine lasciata da Virginia. Affrontare le mie colpe non era nei miei piani.
«Smettila di mentirmi.» La voce le tremò per un momento e quasi pregai mi venisse un barlume di senso di colpa, per poter reagire, ma non potevo.
«Sono molto belle le tue foto.» Il tono mi uscì freddo, anche se non avrei voluto.
«Grazie.»
E richiuse la porta dietro di sé, lasciandomi ripiombare nella compagnia di me stesso.
«Ti stai comportando male con lei, non credi?»
Mi voltai appena, di nuovo la sensazione di brivido alla schiena e quella voce infantile da essere così familiare e spaventosa allo stesso tempo; ma non c’era nessuno accanto a me, in quella stanza.
«Devo andarmene da qui, prima di impazzire completamente» sospirai, e finalmente ebbi il coraggio di entrare in cucina.
Quei corridoi mi trasmettevano una sensazione quasi innaturale, come se non fosse un mondo realmente umano quello che cominciavo ad attraversare. Ci avevo vissuto per tanti anni eppure avevo la netta sensazione di essere un estraneo, in quel posto. Non era cambiato nulla, da come la ricordavo, se non un leggero quanto innocuo spostamento di suppellettili dalla credenza di legno al piccolo comodino accanto al divano nel salone, ma tutto aveva perso di familiarità. Quei pochi passi che mi separavano alla tavola da pranzo furono eterni e calpestati come se temessi di rovinare qualcosa all’interno di quel piccolo angolo di paradiso familiare che non mi apparteneva più.
Mio padre mi rivolse un sorriso, sincero, alzando gli occhi dalla televisione che riportava l’ennesimo servizio di cronaca nera. Cercai di ricambiare, imbarazzato, poi mi rivolsi a mia madre: «Posso aiutarti?» Magari impiegarmi in qualche modo mi avrebbe fatto inserire nuovamente nel loro equilibrio, in quei due giorni. Anche se, considerando il treno che ripartiva il giorno dopo, forse non era una grande idea.
Mia sorella la anticipò: «No, tranquillo, faccio io.» Non si premurò però di nascondere il suo risentimento dietro a un sorriso, ma continuò ad apparecchiare la tavola quasi con parsimonia, e con una precisione che non le avevo mai visto porre. Cercava di aggiustare tovaglioli e posate in modo simmetrico e aveva scelto con occhio attento i colori da giustapporre, con un centrotavola di tulipani bianchi. Mi incantai a osservarla creare l’armonia, poi afferrare la macchina fotografica e racchiudere tutto in un piccolo scatto.
«Hai fatto?» chiese mia madre, che reggeva intanto la teglia delle lasagne appena sfornate.
«Quasi. Un paio di scatti ancora, la luce non è delle migliori» commentò Chiara di rimando, spostandosi leggermente.
«Fa sempre così?» domandai a mio padre, nel tentativo di instaurare una conversazione.
«Solo quando c’è un’occasione importante.»
«Io sarei l’occasione importante?»
«Prego, Sua Maestà» mi schernì Chiara. La guardai negli occhi e vidi che non provava realmente rancore: sorrideva, ed era sincera. Magari avrebbe voluto essere risentita per come le avevo risposto, per averla trattata come una bambina, ma non era capace. E forse fu proprio quello sguardo che per la prima volta in quelle ore mi fece sentire un reale senso di colpa, per essere sparito per tutto quel tempo ma, e soprattutto, per essere ripiombato nelle loro vite solo per scappare dalla mia sofferenza.
Serrai forte gli occhi e mi rilassai, sedendomi alla sedia che mi aveva indicato Chiara. Lei poggiò la macchina fotografica sopra al tavolo e poi tornò nel posto di fianco a me, mentre mia madre cominciava a riempire i piatti. L’odore sprigionato mi fece aprire lo stomaco; impugnai la forchetta con la stessa fermezza con cui i più valorosi eroi greci impugnavano la propria spada per farsi largo nella battaglia.
«Allora, Federico» cominciò mia madre, una volta messasi seduta. La guardai di sottecchi, un po’ a disagio. «Come vanno le cose?»
«Bene» risposi, fin troppo in fretta. Guardavo il piatto davanti a me e, sentendo tre paia di occhi puntati addosso, cominciavo a percepire un nodo alla gola che lo faceva diventare sempre meno invitante. Sospirai. «Milano è sempre un po’ stancante, ma il lavoro mi piace.»
«E sinceramente parlando?»
Osservai Chiara, ancora una volta sorpreso dalla sua perspicacia. Era come se non riuscissi a capirla per davvero. Erano davvero lontani i tempi in cui uno sguardo mi bastava per intuire che cosa si arrovellasse nel suo cervello da bambina. Era cresciuta, ed era diventata più criptica.
Mi sforzai di sorridere. «Chiara, va tutto bene. Sono solo molto stanco.»
«Lavori tanto?»
«Come tutti.» Silenzio, intramezzato da qualche fastidioso tintinnio delle forchette contro i denti. Cercai di non farci caso e aggiunsi: «A te, Chiara? Come va? Com’è l’università?»
«Non c’è male» sorrise lei. «Direi che mi piace, le persone sono quasi sopportabili.»
«Chiara!» la rimproverò nostra madre, mentre nostro padre tratteneva a stento una risata.
«Poi le lezioni non sono male. Un po’ di disorganizzazione, ma ero partita prevenuta.»
«Sì, mi ricordo che i miei compagni del liceo se ne lamentavano spesso» convenni, ingoiando l’ultimo boccone del piatto. Avevo finito molto più velocemente di quanto avessi creduto possibile. Era davvero troppo tempo che non mangiavo qualcosa di così buono: la mia cucina, per quanto fosse accettabile, non avrebbe mai potuto competere con i pranzi di Valeria Santoro. E l’unica cosa che Virginia cucinava era…
«A proposito dei tuoi vecchi compagni» disse mio padre, che d’un tratto aveva assunto un’espressione cupa. Lo ringraziai mentalmente per aver interrotto il mio flusso di pensieri. «Hai sentito di Laura Fabrizi, la bambina con cui andavi in classe alle elementari?»
Lo guardai con gli occhi sbarrati. «No, cosa?»
Mia madre posò la forchetta sul piatto, mogia. In quel brevissimo momento di silenzio, mi sentii travolto da una strana angoscia. In quei giorni percepivo ogni mia sensazione amplificata e, essendo particolarmente abituato a una sorta di apatia mal celata, era strano essere pieno di emozioni, peraltro scomode. Ma sentire nominare l’unica persona che avevo appena scorto in due momenti di delirio e allucinazioni non mi faceva sentire per niente tranquillo. «Allora?» incalzai, dato che nessuno sembrava volermi rispondere. «Ricordo che era andata a studiare in Norvegia. Non la sento da allora. Cos’è successo?»
«La madre l’ha saputo solo ieri, poverina. Ci hanno messo un bel po’ a ricontattarla perché pare avesse cambiato cognome, la figlia, una volta trasferita.»
«Cosa?»
«È morta.»
Mi si gelò il sangue. I brividi che mi percorsero lungo la schiena mi fecero chiudere gli occhi per un istante, nel tentativo di non agitarmi. «Come…?»
«Si è suicidata, Francesco.» Chiara lo aveva detto sussurrando piano e accarezzandomi un braccio con una mano, ma a mala pena percepivo quel contatto caldo sulla mia pelle.
«Ma come!» sbottai, incredulo; le mie mani erano completamente ghiacciate.
«Sembra assurdo, vero?» Il mormorio di mio padre mi arrivò come un sospiro di vento freddo. «Tra l’altro, pare che abbiano fornito pochissime informazioni anche agli stessi genitori.»
«Ma… perché? Cosa si sa?»
«Purtroppo molto poco» iniziò mia madre, tenendo lo sguardo basso. Nessuno aveva più voglia di mangiare, in quel momento. «Come diceva tuo padre, non sono stati di grandi parole. Ho provato a parlare con Luca, il padre, ma chiaramente è sconvolto e non è stato molto specifico. Il motivo o non si sa, o non l’hanno voluto rivelare. E come biasimarli, d’altronde» sospirò, «non vedevano Laura da quasi tre anni.»
«C’eri molto legato?» chiese Chiara. Incrociai il suo sguardo per pochissimo tempo, ma bastò per vedere la sorpresa nel suo volto. Evidentemente dovevo aver assunto un’espressione piuttosto sconvolta.
«Da bambino, sì» sussurrai, involontariamente. Poi alzai un po’ la voce. «Veniva allo stesso liceo mio, ma a parte qualche saluto distratto non avevamo più un rapporto stretto, fece le scuole medie private.»
«Va tutto bene, Federico?»
«Sì, non vi preoccupate.» Cercai di ricompormi, nonostante lo trovassi davvero molto difficile.
Non ero legato a Laura, non più almeno; non avevo legami praticamente con chiunque da diversi anni e c’era solo da ritenersi pazzi a soffrire per la perdita di qualcuno che praticamente mi risultava un estraneo. Probabilmente il fatto di essere stati tanti uniti da bambini era il motivo per cui ero tanto scosso. Fiumi di ricordi che si riversavano inevitabilmente nella mia mente, dalla prima volta in cui l’avevo conosciuta, a quel pomeriggio maledetto in cui… ma non era nemmeno quello a farmi stare così, non era il senso di responsabilità per quel giorno in cui la nostra amicizia finì. Era la sensazione – la magra, cupa, tetra sensazione – che ci fosse qualcosa di anormale nell’averla immaginata davanti ai miei occhi per ben due volte nell’ultima ora. Di averla sentita parlare, con quel tono bambinesco e quasi fastidioso che ricordavo sin da quando ero piccolo.
Mi ero aggrappato alla speranza di non essere impazzito, avevo dato la colpa al caldo e alla stanchezza, ma ora non potevo fare altro che stringermi la testa tra le mani e sperare che quella follia svanisse così com’era venuta, ignorando quella voce bambina che sembrava sussurrarmi all’orecchio: «Fede, stai male?»
   
 
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