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Autore: underpressure    23/01/2017    1 recensioni
Theo era in piedi d’avanti all’enorme libreria in mogano, leggeva ad uno ad uno i titoli dei libri che erano riposti in ordine sugli scaffali, mentre ogni tanto scriveva qualche nota sul piccolo taccuino che teneva in mano.
Secondo Theo si poteva sapere tutto quello che c’era da sapere di una persona guardando la sua libreria e quella libreria non faceva eccezione.
Genere: Generale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Theo era in piedi d’avanti all’enorme libreria in mogano, leggeva ad uno ad uno i titoli dei libri che erano riposti in ordine sugli scaffali, mentre ogni tanto scriveva qualche nota sul piccolo taccuino che teneva in mano.

Secondo Theo si poteva sapere tutto quello che c’era da sapere di una persona guardando la sua libreria e quella libreria non faceva eccezione: Era enorme, ricca di volumi costosi, tra cui aveva individuato anche qualche prima edizione di grandi classici, ma dal leggero strato di polvere sullo scaffale aveva notato che i libri che erano stati presi più recentemente erano un piccolo gruppetto di volumi situati nell’angolo in basso a destra della libreria. I volumi in questione erano saggi sulle religioni Sudamericane, un paio di libri sulla cultura Polinesiana, diversi trattati sulle antiche civiltà Americane e un grosso atlante. Lo aprì, vide che c’erano dei tratti in penna rossa che segnavano questo o quel paese, collegandoli tramite questa o quella strada, all’interno trovò anche degli appunti scritti a mano che indicavano degli orari o qualche luogo di interesse storico.

Un piccolo tavolo in legno con due cassetti e una poltroncina rivestita di velluto bordeaux erano posizionati sotto un’ampia finestra, Theo si avvicinò e si sedette sulla poltroncina, osservò ciò che era disposto sul tavolo: un portatile dall’aria costosa, un portapenne con all’interno qualche penna e qualche matita e un registratore audio. Aprì il cassetto di sinistra, tre quaderni vuoti ed un pacco di penne nere ancora chiuso, in quello di destra invece trovò, catalogati in ordine alfabetico, diversi fascicoli con i resoconti dei suoi viaggi e le osservazioni sulle popolazioni autoctone dei paesi che aveva visitato.

Theo immaginò un uomo abbronzato, dall’aspetto curato, dal fisico vigoroso, e magari anche con un gran bel paio di baffi, mentre, seduto sul tavolino in legno con le gambe intagliate, sfogliava l’atlante e sceglieva il prossimo itinerario di viaggio.

 

Che poi era esattamente l’uomo disteso sul pavimento della sala da pranzo. Tranne che per i baffi.

 

« Theobald! Finalmente! » il giovane dai capelli rossi che lo stava chiamando era Victor, il socio con il quale divideva la sua agenzia investigativa.

«Stavano quasi per portare via il morto!» Quando vide gli occhi della signora Magnusson sbarrarsi con orrore si affrettò a correggersi, scuotendo la testa con fare contrito, esagerando i movimenti come un attore teatrale. « … Ehm, il corpo del caro defunto, il signor… Magnusson. Che tragedia!»

«Non chiamarmi Theobald! » rispose l’uomo con aria stizzita mentre si avvicinava al corpo. Lo sapeva che al suo socio divertiva farlo irritare.

 

 Il povero sventurato era il signor Ludwig Magnusson, antropologo tanto conosciuto nell’ambiente accademico quanto in quello delle corse dei cavalli.

Theo si chinò per osservarlo più da vicino. La causa della morte era piuttosto ovvia: sul lato sinistro del petto, all’altezza del cuore, c’era il foro di un proiettile.

« Si sa niente dell’arma? » aveva parlato senza staccare gli occhi dalla ferita nella gola dell’uomo.

« No, niente, Beauregard » La voce che gli rispose gli era familiare. Theo inspirò e roteò gli occhi. «bisognerà aspettare il referto della balistica sul proiettile, ma non potremo sapere niente se non dopo l’esame autoptico, dato che non c’è nessun foro d’uscita, quindi si dia una mossa. »

« Grazie, ispettore Humphrey. » Theo non si preoccupò nascondere una nota di irritazione nella voce, sapeva di non essere simpatico al famoso ispettore Jacob Humphrey, ma d’altronde l’antipatia era largamente ricambiata.

Guardò le mani del signor Magnusson: a parte a delle macchie dovute al sole e a qualche piccolo callo non vide nulla di significante. Neanche un’unghia era spezzata.

 

Finì di esaminare il corpo e si alzò in piedi, sistemandosi gli occhiali sul naso con l’indice. 

Si voltò a guardare la pallida signora Magnusson che fissava il vuoto con sguardo assente, mentre un uomo piuttosto alto e dalla corporatura imponente le passava una mano sulla schiena per consolarla.

 

Victor vide Theo aggrottare le sopracciglia e lesse la domanda che passava nella mente dell’amico: « È il fratello del signor Magnusson, il suo nome è Martin Magnusson, viveva anche lui in questa casa. »

« Mh. » Theo stava pensando che aveva bisogno di sapere di più sulla vita quotidiana che si svolgeva in quella casa: aveva un paio di teorie, ma non abbastanza dati per poterle verificare, quindi cercò di approfittare della distrazione dei presenti per salire al piano di sopra della grande casa.

Il primo piano era adibito a zona notte: vi erano tre camere da letto e due bagni alla fine del corridoio. Sapeva che si sarebbe dovuto sbrigare, doveva finire di ispezionare tutto il piano prima che l’ispettore Humphrey si accorgesse della sua assenza, o lo avrebbe fatto sicuramente cacciare dicendo che il suo comportamento da ficcanaso avrebbe solo rallentato le indagini.

Tirò fuori dalla tasca un paio di guanti in lattice e li infilò velocemente.

Entrò nella prima camera da letto. Era la camera padronale: al centro dell’ampia stanza troneggiava un grande letto a baldacchino, coperto da un copriletto verde bottiglia. Theo esaminò la camera velocemente, ma senza tralasciare alcun angolo, poi uscì.

La stanza successiva era una stanza che molto probabilmente veniva riservata per gli ospiti: il letto era interamente coperto da un grande lenzuolo grigiastro che arrivava fino a terra e lo strato di polvere sulla superficie del comò faceva pensare che quella non fosse stata usata da un po’ di tempo, era improbabile trovarci qualcosa di utile. Ci diede comunque un’occhiata veloce, per non peccare di inaccuratezza.

L’ultima camera da letto doveva essere quella usata dal signor Martin Magnusson. Si soffermò sul letto, le coperte presentavano alcune pieghe su un bordo. Esaminò i meglio i cuscini, poi passò al resto della stanza. Nel cassetto del comodino trovò una rubrica di numeri telefonici. La sfogliò velocemente, poi la rimise nell’esatta posizione in cui l’aveva trovata e chiuse il cassetto.

Dei due bagni uno era riservato agli uomini e l’altro alla signora Magnusson. Il primo era piuttosto sgombro di prodotti, eccezion fatta per diverse boccette di dopobarba e un’acqua di colonia che aveva l’etichetta scritta in una lingua straniera. Probabilmente un souvenir dei viaggi del signor Magnusson.

Il mobile da bagno della signora al contrario presentava ogni tipo di lozione e profumo, Theo annusò qualche boccetta come se dovesse scegliere un profumo in un negozio, poi rimise tutto al suo posto e decise che era ora di scendere di nuovo al piano di sotto.

Riapparve dopo poco alle spalle di Victor

« Andiamo via. »

Victor sgranò gli occhi: « Come sarebbe a dire “andiamo via”? Non vuoi neanche scambiare qualche parola con la moglie o il fratello del morto?! »

« No, Victor, tutto ciò che potrebbe servirmi in questa casa l’ho già visto. Mi sarebbe piaciuto prendere qualcosa per esaminarlo meglio, ma, sai com’è… »  indicò con lo sguardo un agente di polizia fermo d’avanti alla porta del grande salone.

Uscirono dalla porta di servizio, sperando così di evitare il gruppo di reporter che iniziavano a radunarsi d’avanti all’ingresso della grande casa. Un uomo ricco trovato morto nella sua casa sicuramente era una notizia succulenta.

 

Salirono sull’auto nera di Victor, Theo si sistemò al posto del passeggero e scrisse qualcosa sul suo taccuino. Victor mise in moto, uscì dal parcheggio e si diresse verso la sede della loro agenzia investigativa.

Quando Theo posò la penna, l’amico gli lanciò un’occhiata: era il loro tacito modo per chiedere la parola. Theo alzò gli occhi al cielo e sospirò, sapeva già cosa il giovane stava per dirgli.

« Amico mio, così non va! È da un mese e mezzo che non risolviamo nessun caso! Neanche una moglie adultera o un cane smarrito! »

Theo rise: « Beh, vuol dire che per una volta il mondo gira per il verso giusto. Dovremmo esserne contenti! »

« Dai un’occhiata ai nostri conti in banca, poi vediamo come ridi! Tutta colpa di quel detective col nome ridicolo, quel, come si chiama Herlock Sholmes, o qualcosa del genere. Ci ruba il mercato!» Borbottò Victor, mentre svoltava nella via che ospitava la loro agenzia.

« Sherlock Holmes, Victor, il nome è Sherlock Holmes. » 

« Poco importa è comunque un nome ridicolo. »

Theo non poteva che lasciarsi sfuggire una risata per il comportamento vagamente infantile dell'amico, Victor sapeva benissimo che la penuria di casi dell'ultimo periodo si poteva facilmente ricondurre ad uno spiacevole evento di qualche mese prima che coinvolgeva loro due, un pianoforte ed un auto della polizia e che non aveva nulla a che fare con il consulente investigativo di Baker Street.

Scesero dall’auto e si diressero verso la porta dell’agenzia. Il cartello all’ingresso recitava “Beauregard & Leiter Investigation Agency.” Le lettere erano nere su sfondo bianco e al posto della lettera o nella parola “investigation” c’era una piccola lente d’ingrandimento. Niente di troppo elaborato, ma spiccava abbastanza sul muro in mattoni rossi della struttura.

Theo aveva detto più volte a Victor che chiamare l’agenzia con entrambi i loro cognomi sarebbe risultato troppo lungo e poco pratico. Aveva proposto, anche un po’ per timidezza, di lasciare soltanto il cognome di Victor, ma il rosso aveva insistito. Theo aveva commentato il nome dicendo che più che il nome di un’agenzia investigativa sembrava quello di una casa di moda e il giorno dopo Victor fece trovare nell’ingresso al posto dell’appendiabiti un manichino femminile con una brutta parrucca verde acido con indosso un trench e con una lente d'ingrandimento incollata alla mano con la colla a caldo.

Quando aprirono la porta sentirono il familiare suono della campanella, che nelle ultime settimane non aveva suonato se non per il loro ingresso. Victor si tolse il cappotto e lo poggiò su un braccio del manichino, poi si accasciò sul divanetto verde, poggiando i piedi sul basso tavolino da salotto in legno scuro. Theo si sedette alla sua scrivania ingombra di fogli svolazzanti, ne prese uno bianco e iniziò a riscrivere i suoi appunti in modo da avere una visuale più completa.

«Victor, non ci pagheranno per questo caso, nessuno ci ha richiesto di indagare. »

«Beh, intanto nessuno l’ha ancora risolto. Nessuno ha la più pallida idea di ciò che sia successo, quindi cerca di vedere il bicchiere mezzo pieno per una volta, Theobald! »

L’uomo scosse la testa con fare rassegnato, odiava quel nome tanto da firmarsi con una semplice T puntata seguita dal suo cognome. Maledì mentalmente il giorno in cui lo rivelò all’amico e tornò ai suoi appunti.

Quando Theo guardò l’orologio erano le sette e trentadue, fuori era già buio da un pezzo e l’orario di chiusura era passato da due minuti.

« Io vado a casa, a domani. » disse mentre raccoglieva le sue cose dalla scrivania e il cappotto dallo schienale della sedia.

« A domani! Salutami Bea e ricordale che sono ancora libero, nel caso fosse interessata. »

Theo rise: « Va bene, ma ti ricordo, nel caso in cui te lo fossi dimenticato, che mia sorella è fidanzata e si sposa tra un anno. »

« Ti ho già detto che dovresti iniziare a vedere il bicchiere mezzo pieno Theo! Un anno è lungo! Succedono tante cose in un anno! »

« Sei incredibile. » Disse prima di chiudere la porta e avviarsi a piedi verso casa.

 

Arrivò in pochi minuti davanti al grosso portone della casa che divideva con sua sorella e i suoi genitori, inserì le chiavi nella toppa ed entrò.

Salutò velocemente i suoi genitori in salotto, poi salì al piano di sopra ed entrò nella sua camera, gettò in maniera disordinata sul letto il suo cellulare e il suo taccuino e si diresse verso il bagno per rinfrescarsi dalla lunga giornata appena passata. Si guardò allo specchio cercando di sistemare i capelli alla bell’e meglio, ma guardando le sue occhiaie decise che i capelli erano l’ultimo dei suoi problemi e lasciò perdere. Theo aveva poco più di una trentina d’anni, ma non li portava affatto bene: gli occhi color nocciola erano nascosti dietro ad un paio di occhiali con la montatura in metallo tipica di un vecchio professore, come tipico di un vecchio professore era anche il resto del suo abbigliamento. Come se non bastasse i capelli, castani e mossi, non vedevano un paio di forbici da quando il suo barbiere abituale aveva chiuso per fallimento due anni prima.

 

Victor, al contrario, sembrava più giovane dei suoi ventisei anni, i capelli ramati erano sempre ben pettinati e i suoi vivaci occhi verdi gli davano un’aria quasi infantile, accentuata dalle lentiggini che gli ricoprivano le guance.

Lui teneva molto al suo aspetto: diceva che l’aspetto esteriore è il primo biglietto da visita che mostri a qualcuno, per questo, dopo due o tre tentativi vani di migliorare le doti estetiche di Theo, aveva deciso che sarebbe stato lui a presentarsi per primo ai potenziali clienti. Theo aveva accettato di buon grado. 

Victor aveva anche uno spiccato fiuto per gli affari, per questo motivo tre anni prima aveva bloccato un perfetto sconosciuto dopo un seminario di criminologia proponendogli di aprire un’agenzia investigativa. L’anno dopo era già diventata l’agenzia investigativa più conosciuta dell’intera città.

 

Theo indossò un orribile pigiama blu scuro che aveva due taglie in più rispetto alla sua, scese in cucina, prese dal frigo una mela, una lattina di birra e del prosciutto in fette e risalì nella sua camera. Quando aveva una giornata particolarmente lunga e stancante preferiva cenare da solo nella sua camera, l’idea di dover intavolare qualche discussione di circostanza durante la cena con i suoi genitori lo faceva quasi rabbrividire. Sua sorella, più previdentemente, era rimasta a cena fuori.

Non rilesse più i suoi appunti sul caso di quel giorno, tutto ciò che poteva dedurre dai pochi indizi che aveva a disposizione lo aveva dedotto, ora non gli rimaneva che aspettare.

Finito di mangiare prese la sua copia dell’Iliade, l’aprì alla pagina in cui aveva messo un vecchio biglietto del treno come segnalibro e riprese a leggere finché non si addormentò con gli occhiali ancora sul naso.

 

L’indomani si recò all’agenzia con qualche minuto di ritardo, quando lo scampanellio della porta che si apriva annunciò il suo arrivo, Victor si precipitò ad accoglierlo con un sorriso che gli andava da un lato all’altro della faccia.

Era chiaro che avevano un cliente.

Seduta su una poltroncina c’era una signora bionda, dalla carnagione molto chiara, con indosso un tailleur di sartoria rosa antico e con l’aria molto agitata.

« Buongiorno, signora Magnusson. » Theo salutò educatamente porgendole la mano.

La signora Magnusson balzò in piedi, ignorando la mano tesa di Theo. « Per favore! La polizia crede che sia stato Martin! Non è stato lui! Ve lo giuro, non è stato lui! »

Vincent la guardò confuso: « Come fa ad esserne così sicura, signora? »

« Beh, perché lo conosco… cioè… Martin non potrebbe mai… »

Le labbra di Theo si piegarono in un sorriso soddisfatto, mentre si accomodava sul divanetto, non era un tipo particolarmente vanitoso, ma non poteva negare di provare un sottile senso di compiacimento ed orgoglio nei confronti delle sue doti deduttive. Soprattutto, amava l’espressione esterrefatta che nasceva sul viso dei presenti nel momento in cui faceva una deduzione corretta e, doveva ammetterlo, l’espressione di Victor non lo deludeva mai.

 

« Perché, signora, lei era nella sua camera quella notte e se lo dicesse alla polizia nel tentativo di fornire un alibi al signor Martin Magnusson l’unico effetto che otterrebbe sarebbe quello di essere incriminata anche lei, mi sbaglio? »

Victor spostò lo sguardo dalla signora Magnusson a Theo, per poi passare nuovamente alla signora, attendendo la sua risposta.

La signora abbassò lo sguardo imbarazzata, annuendo col capo. « Vi prego, aiutateci. ».

N.d.A. Avevo già pubblicato questa storia, poi, essendo rimmasta ferma a metà del secondo capitolo, l'avevo cancellata. Voglio darle una seconda chance, visto che ho avuto qualche nuova idea.
Non sono solita chiedere commenti o recensioni, ma per questa storia credo di averne bisogno, perciò, qualora voi vogliate sprecare un po' di tempo per lasciare un commento, positivo o negativo che sia, mi farebbe molto piacere. :)

   
 
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