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Autore: Emmastory    25/01/2017    3 recensioni
Un mese è passato, e la povera Rain si scopre sola dopo la partenza per il pericoloso regno di Aveiron da parte del suo amato Stefan, che l'ha lasciata in compagnia della loro piccola Terra, di una promessa, e di una richiesta. Conservare l'anello che li ha uniti, così come i sentimenti che li legano. Nuove sfide si prospettano ardue all'orizzonte, e armandosi di tenacia e forza d'animo, i nostri eroi agiranno finchè un'ombra di forza aleggerà in loro. (Seguito di: Le cronache di Aveiron: Oscure minacce.)
Genere: Avventura, Azione, Dark | Stato: completa
Tipo di coppia: Het, Shonen-ai, Shoujo-ai
Note: Lime | Avvertimenti: nessuno
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- Questa storia fa parte della serie 'Le cronache di Aveiron'
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Capitolo XL
Piccola grande Terra
Sono passate ore, ma il nostro cammino ci ha condotti a quella che ricordo benissimo essere la piazza principale di quest’intera e bella città. Umile nei suoi usi e costumi, e non troppo sfarzosa nelle sue costruzioni, vantava una grandissima popolarità fra i viandanti stanchi e bisognoso di un letto o un pasto caldo, ma ora quasi spoglia delle sue bellezze e dei suoi abitanti. In molti hanno incontrato la morte cercando di lottare e difendersi, o privandosi del dono della vita di fronte al troppo dolore. C’è ancora silenzio, e la battaglia deve ancora iniziare, e mentre aspettiamo, ci muoviamo furtivi. Soren e Stefan hanno già sguainato le spade, ed io ho fatto lo stesso con la mia daga. Pronta e silenziosa, Terra mi guarda, leggermente incerta sul da farsi. “Resta vicina a papà, capito?” l’avviso, guardandola con fare apprensivo ma allo stesso tempo incredibilmente orgoglioso. È una bella bambina, e nonostante la sua dolcezza, unita ad un’ancora esistente infantilismo e ad una minore forza fisica rispetto ad un bambino, un ragazzo o un uomo, è stoica. Non vuole cambiare assolutamente idea, e appare pronta a difendere con le unghiette e i dentini per far valere le sue idee. Un gesto nobile e lodevole da parte sua, che continuo difatti a lodare, e che spero produca il risultato che lei desidera ottenere. Mentre questo pensiero mi galleggia in mente, il silenzio si spezza. Un urlo ci perfora e buca i timpani. Quelle che sentiamo sono voci unite e indistinte, ma maschili. In un attimo, sono tutti davanti a noi. Eccoli. Loro. I Ladri. Criminali di prim’ordine, hanno in qualche modo scoperto il nostro arrivo, e ora hanno un solo piano. Eliminarci. Le armi vengono quindi sollevate, e la battaglia ha inizio. Per la prima volta, quei vili vermi scelgono di affrontarci a viso scoperto, ma i loro connotati non ci interessano. In fondo, il contatto visivo deve essere limitato, dovendo durare soltanto quanto uno scontro ad armi pari. Decisa a difendere me stessa e il mio gruppo, mi muovo sinuosa, sferrando attacchi potenti, ma al contempo calcolati e leggiadri. Riuscendo incredibilmente a mantenere calma e compostezza in un momento di tale calibro, so bene di stare ferendo e uccidendo un numero imprecisato di individui, e benché sia la mia daga che le mie stesse mani si stiano ora sporcando di sangue, ed io ne sia mortalmente spaventata, ora la vista di quel rosso liquido non pare tangermi. Sarà la mia grande concentrazione, o forse l’altissimo livello di adrenalina presente nel mio corpo, ma una cosa era certa. Non avevo più paura. Stavo combattendo, e assieme ai miei amici, membri del mio seppur piccolo gruppo, desideravo ardentemente vincere questa battaglia. Una delle tante che negli anni avevamo anche metaforicamente combattuto, ma che si stava rivelando più ardua del previsto. Ad ogni modo, i minuti scorrevano, e con la stanchezza che si faceva sentire, commisi lo sventurato errore di mettere un piede in fallo e cadere battendo la testa, avendo, nei miei ultimi attimi di coscienza, il tempo di vedere i miei compagni di viaggio, vita e lotta, combattere fino allo stremo delle loro forze per rendermi onore ora che ero caduta, ma soprattutto qualcos’altro. Gli occhi di uno sporco e ignobile Ladro incatenarsi ai miei mentre mi fissava, pronto a finirmi e infliggermi il corpo di grazia. Ero già al tappeto, stanca e incapace di muovermi, tanto che temetti di non farcela e aver perso, quando improvvisamente, sentii una voce. Seppur stordita, riuscii a distinguerla chiaramente, nonostante, questa complice l’attuale stato in cui versavo, mi giungesse ovattata. Un grido di speranza, accompagnato da lacrime di tristezza. “No, mamma!” un grido che non scorderò mai, e che terrò in mente finchè avrò vita. Fingendomi morta, evitai il pericolo, e una volta in piedi, la vidi. Terra. La mia amata bambina. Aveva mantenuto la parola data, e aveva tentato di proteggermi, e benché fossi salva, non potei evitare di crollare in ginocchio e piangere accanto al suo corpicino. La schiena solcata da una profonda ferita, i verdi occhi ormai chiusi. In quel momento, tutto per me ebbe fine. Assieme al tempo, il mio cuore si fermò, e perfino il mondo smise di ruotare. Non sapevo se era ancora viva, né se respirasse, in breve non sapevo nulla, ma ero divisa in due, e come sempre, orgogliosa di colei che mi aveva ora salvata da un destino funesto e da morte certa. Mia figlia. La piccola grande Terra.


Un caloroso saluto a tutti i miei cari lettori. Con questo quarantesimo e ultimo capitolo, la quarta parte di questa saga si è appena conclusa. Ringrazio ognuno di voi, compresi coloro che leggono in silenzio, dandovi appuntamento alla prossima parte, che dovrebbe essere online nel giro di pochi giorni. Non ne sono completamente sicura, ma conto di farcela, anche se solo il tempo potrà dirlo. Fino ad allora, vi ringrazio nuovamente. Alla prossima,


Emmastory :)
   
 
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