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Autore: czerwony    03/02/2017    0 recensioni
【 ✦—rating vacillante tra giallo e arancione ♦ azione, avventura, commedia, ma anche un tocco di fantasy】
Elenoire Morales ha vent’anni. È una comunissima ragazza il giorno, mentre la notte diventa, insieme ai suoi cinque amici, un’eroina di Roma. Cercano di salvare Roma da un malvagio nominato “The Ninja”, che intende sbarazzarsi di loro per conquistare Roma e forse oltre. Come se la caveranno?
Genere: Avventura, Azione, Commedia | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Slash, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Note: riferimenti a nome e persone realmente esistenti sono puramente casuali. No, scherzo, in realtà sono dei miei compagni di classe a cui voglio bbbene. Spero che questo primo capitolo possa piacervi - wow bello, l'avevo iniziato tipo a ottobre e l'ho finito oggi.
 


Capitolo 1: Una sconfitta inaspettata


Non era giornata, quella. Anzi, per Elenoire non era mai giornata. Per nulla. Erano le sette del mattino e alle otto e mezza doveva essere a scuola. Si preparò con calma, indossando una maglietta nera a mezze maniche, che arrivavano fino al gomito, il colletto le lasciava libera la clavicola; dei jeans grigi che arrivavano a metà polpaccio e delle ballerine nere, mentre i lunghi capelli castani e lisci con frangetta li legò in una coda di cavallo bassa. Prese lo zaino – pronto già dalla sera prima – e corse fuori casa verso la scuola, arrivando persino in anticipo. Non le piaceva arrivare in ritardo, figurarsi arrivare in anticipo; ma una via di mezzo mai?
La cosa positiva era che almeno non era da sola, era con il suo compagno di classe Ishan, era italiano, però aveva i genitori e i parenti indiani. Era alto sul metro e sessantaquattro, la pelle era scura – non tanto da essere completamente color cioccolato, ma quasi – i capelli erano castano chiaro e vaporosi, con un codino legato verso sinistra, un ciuffo lungo dalla fronte fino alla fine della guancia nella parte opposta, e si vestiva in modo abbastanza elegante per essere un quindicenne. Sorrise a Elenoire, ma lei non ricambiò, no. Lei ricambiò solo il saluto, mormorando un flebile “ciao”.
Più lo guardava, più lo invidiava. Non sapeva se odiarlo o no, se accettare la “richiesta di amicizia” da parte sua o no. Era il suo rivale, la sua nemesi. Erano praticamente l’uno il contrario dell’altro. Elenoire: vent’anni, stata bocciata quattro volte, non andava bene in alcune materie e in alcune sì, alta – o bassa – un metro e cinquantacinque e odiava sorridere o mostrare qualsiasi sentimento. Ishan: quindici anni, mai bocciato, andava bene in tutte le materie, alto un metro e sessantaquattro – nella media per la sua età tra l’altro, sorrideva, adorava stare con gli altri e fare sempre più amicizie. Era il ragazzo perfetto, lei no. Ma stranamente Ishan la voleva come amica, o almeno, stranamente per lei.
«Vogliamo entrare in classe insieme? Stare qui in piedi per molto senza fare nulla stanca dopo un po’» le propose, interrompendo i suoi pensieri. Elenoire si voltò verso di lui, sempre con quel suo solito sguardo serio, annuendo e andando con lui verso l’entrata dell’edificio scolastico, entrando poi in classe. Ishan si sedette nel suo posto al secondo banco della fila centrale, e la ragazza – sempre nella fila centrale – si sedette all’ultimo banco, tirandolo un po’ indietro in modo tale da appoggiarsi al muro. Che senso aveva stare in classe in anticipo senza fare nulla? Quasi quasi era meglio arrivare in ritardo.
Ishan andò verso la finestra, a guardare il cielo mattutino e, qualche secondo dopo si voltò verso Elenoire, ancora con quel docile sorriso, che lei guardò con gli occhi assottigliati. «Ele, vieni qui» le disse, con tono gentile. «Oggi è proprio una bella giornata». Lei non si alzò dalla sedia, anzi, lo ignorò. Lui invece sospirò e andò da lei, prendendole la mano e portandola con sé davanti alla finestra.
«Sei sempre così cupa e sola…» le disse ancora. Elenoire non parlò, si limitò a guardare il cielo, mentre Ishan ridacchiava. Dopo qualche minuto la campanella suonò e la ragazza tornò al proprio posto, il compagno fece lo stesso. Lucien entrò per primo e andò a sedersi vicino a Elenoire, come di consueto. Lucien era biondo, dai capelli di media lunghezza e gli occhi azzurri, davanti a quelli dei grandi occhiali di montatura tonda e trasparente. Subito dopo entrarono Mutsumi ed Edwin. Mutsumi era una ragazza dai capelli biondi e lunghi, con delle ciocche tinte di viola, legati in una coda di cavallo, il ciuffo che le ricadeva sull’occhio destro era rialzato grazie a una pinzetta. Per via di un incidente, era costretta a stare in sedia a rotelle, non avendo nemmeno le gambe, ma solo le cosce, amputate a metà. Edwin era un ragazzo piuttosto basso per la sua età, più o meno tra il metro e cinquanta, i capelli erano biondi e legati in una treccia.
E poi entrò anche il resto della classe, con anche la professoressa di spagnolo. La lezione iniziò e per tutti sembrava non finire, ma come al solito c’erano Ishan e altre due persone a parlare con la professoressa; anche se la copertura non durò per molto.
«Signorina Morales».
Elenoire accennò un sospiro – ovviamente cercando di non farsi sentire dall’anziana professoressa, che adorava i vecchi modi di fare delle scuole – e alzò la testa guardando la professoressa che l’aveva interpellata.
«Come si forma il presente indicativo?».
«Si forma… in ar, er e ir».
«Dimmi i verbi in ar».
Ishan alzò subito la mano, ma la professoressa gliel’abbassò passandoci sopra la sua. Elenoire rimase zitta per qualche secondo, cercando di ricordarsi qualche parola. Mormorò solo “amar”, “hablar” e “jugar”, ma quando la professoressa le chiese altro lei non si ricordava. Così chiamò Lucien, che ne disse altri al posto suo. Il risultato? Quella professoressa metteva sempre i voti per ogni domanda che faceva. Fortunatamente presero entrambi la sufficienza, anche se Elenoire aveva preso sei, mentre Lucien aveva preso sette. Ma alla ragazza andava bene, le bastava non prendere l’insufficienza grave e tutto andava bene.
Soprattutto in spagnolo, lei odiava lo spagnolo, eppure lo sapeva parlare discretamente; ma lo odiava e non sapeva nemmeno da cosa era dato questo odio incondizionato. Al contrario le piaceva il latino, e andava anche abbastanza bene, lo stesso valeva per francese, e ovviamente inglese, che era la sua lingua madre. Poco dopo, finita l’ora, arrivò una bidella anziana: comunicò che la professoressa di italiano era assente, così avevano due ore buca. Non c’era nemmeno un sostituto, di conseguenza dovettero stare da soli.
Edwin decise così, insieme a Mutsumi, di accendere la lavagna multimediale e andare su YouTube. Digitarono “Into You – Ariana Grande” e in tutta la classe, a parte gli alunni che chiacchieravano, si sentiva molto la musica, così Edwin abbassò un po’ il volume. Mutsumi canticchiava e ballava con le braccia, invece Edwin ballava veramente, facendo mossette simili a quelle di Michael Jackson, che non ci stavano molto su quella canzone; Mutsumi rideva per questo, e anche Edwin, che guardandola, le faceva quasi tristezza.
Certo, la sua amica era felice comunque, ma prima, quando lei non aveva la sedia a rotelle, ballavano e cantavano sempre insieme. La differenza di altezza era molta, dato che lei era quasi un metro e ottanta e lui un metro e cinquanta, e vederla lì, con le gambe amputate, lo faceva diventare triste. Era dall’anno scorso che conviveva con questo problema, ma Mutsumi non voleva vederlo così.
Chi lo fece distrarre dai suoi pensieri furono Lucien e Elenoire, che erano intenzionati a uscire dalla classe. Edwin si voltò verso di loro, perplesso. «Ma dove andate? E se vi vedono?» domandò.
«Non andiamo mica a far esplodere un corridoio» scherzò Lucien, «Stiamo andando a prendere qualcosa da mangiare, non c’è nulla di male in questo, no?» e poi uscirono dalla classe, chiudendo la porta dietro di loro.
Mentre camminavano, Lucien canticchiava un motivetto, abbastanza stonato, infatti Elenoire non capiva esattamente cosa stesse dicendo e cosa stesse cantando. Non glielo volle nemmeno chiedere: era troppo concentrata a pensare al cibo che dovevano prendere. Arrivati ai distributori, mentre Elenoire prendeva due pacchi di patatine, due barrette, due pacchettini di Ringo e due Coca Cola, Lucien stava ancora canticchiando.
«Sai cos’ho in testa in questo momento?» chiese l’occhialuto, smettendo di cantare.
«No, cosa?» domandò la ragazza, consegnandogli un pacco di patatine, una barretta, una Coca Cola e un pacchetto di Ringo.
Lucien ridacchiò, «La sigla di DuckTales. La cantiamo?» chiese poi.
«No» rispose seria lei, mentre cominciava ad andare. Lucien sapeva che dentro quel “cuore di pietra” si celava una ragazza fuori di testa e con la voglia di esternare ciò che pensa. Così si mise a cantare, stavolta intonato.
«Life is like a hurricane, here in… Duckburg!» cominciò, ed Elenoire cercava di non ascoltarlo. Ma lui continuava, e non appena arrivarono al ritornello, in tutto il corridoio si sentirono solo loro due che esclamarono «DuckTales, woo! Everyday they're out there making DUCKTALES!».
Inutile dire che la stessa bidella anziana che era andata da loro per la comunicazione dell’assenza della professoressa, era dietro di loro mentre cantavano proprio la parte “D-D-Danger watch behind you, there’s a stranger out to find you” e si voltarono verso di lei, sconvolti, poi scapparono via, tornando in classe; in quel momento Edwin e Mutsumi avevano cambiato musica, e c’era “Daddy” di PSY. Ishan stava filmando loro due che ballavano, poi inquadrò Lucien e Elenoire che entrarono in classe di corsa, mettendosi a ridere.
«Ssshh… mettete muta la musica!» sussurrò Lucien, abbassando il volume, e sentirono la bidella che imprecava in romano. Subito dopo rialzò il volume, e si misero a ridere. Quella scena era davvero esilarante, soprattutto per Ishan che stava filmando tutto con il cellulare; poco dopo interruppe il video, e lo riguardarono insieme, ridendo e scherzando sul fatto. Quel video andò in via diretta sulla sua Instagram Story, con su scritto sopra “le ore buca alternative e i due imbucati alla festa con la refurtiva”.
Dopo quel fatto, Ishan digitò “Lean On” e si sentì per tutta la classe quella canzone. Era il tormentone di quell’estate, ma dato che il video rappresentava dei balli indiani e la canzone era molto orecchiabile, l’aveva sempre adorata. La canticchiò, mentre Edwin si metteva a ballarla. Proprio mentre c’era il ritornello, entrò in classe il professore di geologia, che li guardava perplesso.
«Prof, vuole festeggiare?» domandò Edwin, mentre ballava. Il professore, grattandosi appena la nuca, spostando il codino formato dai suoi capelli, lo guardò ridacchiando. «Che ballo dovrebbe essere? Le ballerine non ballano mica così nel video», a quell’affermazione, Edwin e i compagni che stavano lì si misero a ridere.
«Dai su, spegnete, che le bidelle vi sentono fino alla segreteria con la musica, e alcuni professori si sono lamentati» disse subito dopo, e Ishan spense la lavagna multimediale. Da quel momento capirono che il professore di geologia doveva sostituire quella di italiano. Almeno non c’era da annoiarsi con lui: era l’unico più giovane, poteva avere appena trentacinque anni e capiva bene i problemi dei suoi alunni, era molto legato a loro.
In quello stesso momento, Lucien e Elenoire erano nel loro banco, a mangiare e ascoltare musica. E a parlare di educazione fisica, che ce l’avevano dopo la ricreazione e per due ore consecutive. Entrambi non ne avevano voglia, e tra l’altro «la facciamo ogni giorno» aggiunse Elenoire, ma Lucien le tappò la bocca con una patatina, nessuno doveva assolutamente sentire, a parte Mutsumi e Edwin, ovvio. Ma non c’erano Ettore e Maria, che erano entrambi in una gita scolastica; tra l’altro gli unici promossi di quella classe, quell’anno erano in 3-F. I professori erano davvero stupiti. Non tanto perché loro fossero “intelligenti”, anzi, in realtà anche loro due rischiavano la bocciatura, ma dato che erano solo rimandati, fecero l’esame e furono promossi in via diretta. “Che fortuna”, pensava Elenoire. Anche lei, Lucien, Mutsumi e Edwin fecero l’esame, ma vennero bocciati. “Siamo sfigati”, pensava Lucien.
Elenoire e Lucien erano tutte e due le ore a giocare a Pokémon Rubino dal cellulare di quest’ultimo, si divertivano fin troppo, soprattutto con certi dialoghi che leggevano, e ovviamente nel mentre mangiavano e bevevano ciò che avevano comprato poco prima; conoscendoli, sicuramente sarebbero voluti andare a comprare altro durante la ricreazione, l’avrebbero fatto di sicuro.
E così successe: presero altri due pacchi di patatine e due barrette di cioccolato, insieme a Edwin e Mutsumi; subito dopo andarono in giro per la scuola, a fare le gare di corsa per le scale, a scivolare per il corrimano delle scale, a giocare a calcio con un pallone fatto di carta stagnola dei panini – ormai finiti – di Edwin e Mutsumi. Lucien guardò quest’ultima, pensava che magari, oltre che usare le protesi per le missioni, poteva dargliele anche per usarle nella vita quotidiana. Ma dato che dopo l’ultima volta si sono rotte, dovette per forza ripararle – ed erano ancora da sistemare.
Dopo la ricreazione, la classe dovette dirigersi in palestra per educazione fisica. La professoressa chiamò Mutsumi per parlarle in privato, ma gli altri tre, fin troppo curiosi, decisero di seguirla e di vedere la scena di nascosto. Videro che la professoressa aveva portato per lei delle protesi per le gambe, poi la donna, vedendo che i compagni della ragazza stavano guardando, chiamò lì da lei Lucien.
«Sbaglio o tu sei bravo con queste cose?» domandò la donna, sorridendo.
Lucien era quasi commosso, non ci poteva credere, prese le protesi tra le mani, ridacchiando, «I-io non so se…».
«Vi ho visti prima, giocando con la carta stagnola. Gliele metti queste protesi, sì o no?».
«Professoressa… non sappiamo come ringraziarla… è come se lei ci avesse letto nella mente…» mormorò il ragazzo, sorridendo, quasi in lacrime; e in quello stesso momento tra l’altro, si ricordò anche che le protesi che aveva inventato lui erano molto fragili, mentre analizzando quelle date dalla professoressa, sembravano molto più resistenti e, stranamente anche facili da riparare nel caso si rompessero, tra l’altro sembravano anche gambe vere.
Lui le impostò le protesi, facendo attenzione a non farle male; l’impostazione era leggermente diversa da quelle che aveva inventato lui stesso, ma riuscì comunque a farcela. Mutsumi si alzò dal lettino, riprendendo appunto la sua altezza – letteralmente. Mise una mano in testa a Lucien, ridacchiando.
«Ma prof… dove le trovo delle scarpe adesso?» domandò, accorgendosi che in effetti, a parte i pantaloni che erano piegati e doveva solo togliere i risvolti, non aveva delle scarpe. I suoi compagni avevano tutti un paio doppio di scarpe, ma non erano del suo numero, di conseguenza non poteva fare nulla.
«Mmh… c’è un negozio di articoli sportivi qua vicino. Potrei mandare qualche tuo compagno. Che numero porti?» domandò la professoressa.
«Quarantasei…» mormorò la ragazza, ridacchiando.
«’Mazza oh!» esclamò la donna, ridendo, «Ci mandiamo qualcuno di alto, che loro non sono credibili, uno più basso dell’altro».
I ragazzi si misero a ridere, poi la professoressa andò a vedere chi – a parte Mutsumi – fosse uno dei più alti della classe. Scelse un ragazzo di nome Filippo, che raggiungeva il metro e settantadue, poteva andare. Ma la professoressa scelse anche qualcuno che potesse accompagnarlo, così ci mandò Lucien. Dopo più o meno trenta minuti tornarono, con delle scarpe dell’Adidas blu. Mutsumi le indossò e li ringraziò, contenta.
Elenoire sperava solo di non stancarsi troppo, e lo sperava anche per i suoi compagni; di certo alle missioni non dovevano essere sempre impreparati, tra l’altro ogni giorno che facevano educazione fisica. Ma nessuno di loro voleva essere rimandato in quella materia, almeno sei dovevano prenderlo, anche perché nella pratica erano bravi tutti.
 
Successe in effetti un po’ come aveva immaginato lei: qualcuno aveva colpito di nuovo, e sapeva per certo che non era il Ninja, sapeva riconoscere le sue tecniche, dopo anni di esperienza. Erano le otto di sera, nessuno aveva voglia di uscire di casa, ma dovevano, per forza, come sempre.
Elenoire si slegò i capelli, indossando una maschera nera e una tuta a collo alto, del medesimo colore: prese il nome di Shadow. Lucien invece si tolse gli occhiali, indossando le lenti a contatto, una maschera indaco e una tuta dello stesso colore: prese il nome di Lightning. Edwin invece indossò una bandana che gli copriva la bocca e la punta del naso, un berretto e una tuta grigia: prese il nome di Whisper. Anche Mutsumi si slegò i capelli, si tolse le pinze dal ciuffo, lasciandolo cadere sull’occhio destro – non prima di essersi indossata la maschera e, subito dopo, indossò la tuta viola: prese il nome di Robin.
Tutti e quattro uscirono dalle loro case, in silenzio, uscendo dalla finestra. Si riunirono nello stesso tetto del palazzo in cui andavano sempre, vicino al Colosseo. Era lì che Lafayette, uno dei compagni del Ninja, stava attaccando. Lafayette era un ragazzo non molto alto, capelli biondi, rasati nel lato sinistro e a destra un ciuffo che gli copriva l’occhio; indossava una maschera rossa, una bandana rossa legata al collo e una tuta nera a collo alto, aveva gli occhi azzurri e il sopracciglio sinistro era rasato in una piccola parte. In quel momento stava per mettere a soqquadro la città, e loro quattro non glielo potevano permettere.
Partirono subito e si diressero, con acrobazie, corse sui tetti, muri e salti, verso Lafayette che, vedendoli, si mise a ridere fragorosamente e, smise non appena se li trovò davanti, ma rimanendo con un sorriso beffardo.
«Vedo che con voi non ci sono Kamauu e Kaze…» commentò, «Non vorrete mica farmi annoiare?».
«Vuoi scherzare? Sei tu che ci farai divertire, Lafayette!» esclamò Shadow, «Voglio proprio vedere che cosa hai in serbo per noi oggi!».
«Tsk, non vi conviene sfidarmi!».
Non appena Lafayette attaccò, lanciando delle lame e vari shuriken, la prima a rispondere all’attacco fu Robin, insieme al suo bastone, facendolo roteare per contrattaccare, saltando e cercando di schivare alcuni shuriken, ma uno le finì proprio nel fianco, strappandole un pezzetto della tuta e lasciandole una ferita. Il modo di contrattacco di Whisper fu apparirgli dietro e dargli semplicemente uno sgambetto in aria, ma non funzionò, Lafayette era già preparato: gli bloccò la gamba, per poi lasciar cadere Whisper per terra.
Lightning invece, tirò fuori la sua corda elettrica, cercando di colpirlo e fulminarlo, ma Lafayette schivò tutti i colpi, lo stesso fece con Shadow, che cercava di lanciargli delle frecce con l’arco, di nascosto.
«Ma come fa a sapere da dove e come attacchiamo?!» esclamò Robin.
«Siete diventati prevedibili… forse non ve lo dovrei nemmeno dire, ma Ninja mi ha sottoposto ad un allenamento così intensivo al quale voi non potete competere!» rispose, rimettendosi a ridere; in quello stesso momento fu legato da una corda formata di edera velenosa, che non sapeva dove proveniva, «Ma che succede?!».
«Ma io questa corda la conosco…» mormorò Shadow, seguendo la via della corda e, alzando lo sguardo verso il tetto di un palazzo, vide che c’erano Kamauu e Kaze, «Non ci credo…!».
Kamauu si avvicinò a Lafayette, facendolo poi roteare in aria con la sua corda di edera velenosa e, non appena lo mollò, lo guardò mentre volava via. La ragazza ridacchiò, «Vi siamo mancati?» domandò, sorridendo.
«Ancora non ci credo, come sempre siete dei grandi!» esclamò Lightning.
«Sì, lo sappiamo…» ridacchiò Kaze, «Torneremo a scuola domani, siamo così contenti di rivedervi».
Kamauu era una ragazza dai capelli lunghi, tinti di verde, pelle mulatta, occhi verdi e, in quel momento indossava una tuta verde e una maschera del medesimo colore, alta un metro e sessantotto. Kaze invece era un ragazzo dai capelli lunghi e lisci che arrivavano fino a metà collo e castani, pelle pallida, occhi verdi e, in quel momento indossava una tuta azzurra e una maschera del medesimo colore, alto un metro e settantasette.
In quello stesso momento, una lama shuriken volò verso di loro. Si voltarono da dove proveniva e trovarono Lafayette insieme a Sztuka. Quest’ultima era una ragazza bionda, con delle ciocche tinte di rosa, occhi azzurri, e indossava una bandana che le copriva la punta del naso e la bocca e una tuta rosa.
«La pagherete per ciò che avete appena fatto!» esclamò, «Credevate davvero di esservi sbarazzati di noi, vero?».
«Noi credevamo di esserci sbarazzati di te! Si può sapere come hai fatto a sopravvivere dopo quell’esplosione?!» domandò Whisper.
«Dopo quella missione… il Ninja mi ha fatto allenare duramente per essere più forte di voi, e lo stesso ha fatto con Lafayette. Non rivedrete più la luce del sole se non riuscirete a sconfiggerci…».
«Credete davvero di superarci? Vi ricordo che noi siamo sei e voi siete due» commentò Kamauu.
«La vostra forza non è paragonabile alla nostra… ci siamo allenati il doppio di quanto facevamo prima, e la nostra forza è diventata il doppio della vostra! Con Lafayette avete solo avuto fortuna, per un momento… ma adesso vedrete che cosa vi combineremo, vi conceremo per le feste!».
Sztuka fece cenno a Lafayette di passare all’attacco, lui sparì, mentre lei cominciava ad attaccare; tolse le protesi a Robin con due colpi della sua spada, in modo tale che lei non potesse contrattaccare, e la coprì di vernice rosa. Contrattaccò Lightning prendendogli la corda elettrica e lo legò con quella, in modo tale che lo fulminasse, stessa cosa fece con Kamauu e la sua corda di edere velenosa. Fece lo sgambetto a Kaze mentre si avventava verso di lei con i pattini a rotelle, e lui cadde dal tetto del palazzo.
Rimasero solo Shadow e Whisper, la prima era pronta con il suo arco e le sue frecce, mentre lui non sapeva come fare per attaccarla. Shadow, correndo e saltando verso di lei, le puntò una freccia, ma Sztuka la coprì di vernice rosa, facendole del male agli occhi, e la freccia arrivò nella sua caviglia, facendola cadere anche lei dal tetto; per Whisper invece, che cercava di colpirla da dietro, lei lo fermò con la spada, facendogli un’enorme ferita alla gamba destra, dopodiché lo coprì di vernice mentre cadeva.
«Che noia… sono così deboli…» mormorò Lafayette, riapparendo, «Non hai avuto nemmeno bisogno del mio aiuto».
«Hai ragione… perché non li lasciamo qua a marcire? Se lo meritano…» sghignazzò Sztuka, attivando il suo auricolare con microfono, «Ninja, li abbiamo appena sconfitti».
«Eccellente… tornate nella base, vi aspetto…», e loro due sparirono dal tetto di quel palazzo.
Un ragazzo dalla pelle scura, per la precisione color caramello bruciato, i capelli erano castano chiaro tendente al salmonato, vaporosi, con un ciuffo che andava verso destra, gli occhi erano rossi; portava una maschera verde scuro, una tuta del medesimo colore e una bandana verde chiaro legata intorno al collo, ridacchiava, seduto su una sottospecie di trono.
Poco dopo quella risatina si trasformò in una fragorosa risata malefica, e il volume della voce non faceva altro che aumentare.
«Avete assaporato la mia vendetta… ma questo era solo un assaggio di ciò che vi farò…».
 
I sei ragazzi furono portati in una sala buia, per ognuno di loro c’era un lettino, e ci erano coricati sopra. Erano stati curati e ripuliti dalla vernice rosa di Sztuka. Un ragazzo dai capelli tinti di viola scuro, vaporosi e di media lunghezza, con un ciuffo alla “emo” che va verso sinistra, occhi castani, pelle pallida e vestito con un camice da scienziato, un maglione a collo alto verde, jeans blu e Vans nere, si avvicinò al lettino dove c’era Shadow, o meglio, Elenoire.
«Cugina mia…» sussurrava lui, «Ragazzi… avete fatto fin troppo per oggi… per questa sera. Adesso riposate, non vi muovete… rilassate i muscoli… cercate di riprendervi in fretta. D’ora in poi, ho deciso che vi aiuterò anche io, sebbene dall’interno, nelle vostre importanti missioni. E ho deciso che nei casi di emergenza, chiamerò al nostro cospetto degli aiutanti, seppur provengano da altri pianeti, sconosciuti all’essere umano… per adesso. So che non mi sentirete, ma tra poco ricorderete, ne sono sicuro: voi siete stati curati proprio da loro. Lasciate or dunque che vi spieghi… siete stati portati qui, nel mio laboratorio… e io, con il loro contributo assai grande, vi ho curato. Tra poco vi sveglierete… e crederete che sia stato tutto un sogno. Non vi sveglierete presto, ma non appena lo farete, succederà. Me l’hanno confermato i miei amici, guarda caso… provengono dalla vostra stessa scuola. Ah, è piccolo il mondo, vero? Ora vi lascio… arrivederci, o meglio, a quando vi sveglierete…».
Alessandro si allontanò da loro, poi si voltò e, mentre li guardava un momento, si aggiustò gli occhiali all’altezza del setto nasale, subito dopo andò ad accendere completamente le luci. Si mostrarono in quella stanza quattro ragazzi, per la precisione tre ragazze e un ragazzo.
Una delle ragazze era di media altezza, aveva i capelli castani e lunghi fino al fondoschiena, la pelle era pallida e aveva delle lentiggini e gli occhi erano bordeaux, indossava una tunica a maniche lunghe nera, che verso le ginocchia era aperta e si potevano vedere le gambe, aveva degli stivaletti rosso scuro, di nome Martina, ma il suo vero nome era Marcy, ed era una maga. Un’altra ragazza, un po’ più bassa dell’altra, aveva i capelli neri, pelle pallida e occhi eterocromatici, uno nero e l’altro color ambra, in quel momento indossava una maglietta grigia a maniche lunghe, dei pantaloncini che arrivavano fino a metà coscia in jeans e delle Creepers nere, di nome Federica, ma il suo vero nome era Minor Cydonia. L’ultima ragazza aveva i capelli viola, lisci, che arrivavano fino a metà collo, pelle pallida e occhi verde acqua, che in quel momento indossava una felpa bordeaux, dei jeans blu e delle Vans nere, di nome Giulia, ma il suo vero nome era Cass’keia. Il ragazzo invece aveva dei capelli corti, dalle molte sfumature di blu, occhi del medesimo colore e pelle pallida, indossava una maglietta blu, dei jeans neri e delle Vans nere, di nome Alessio, ma il suo vero nome era Blue Kon’der.
«Gran bel monologo» ridacchiava Federica.
«Oh, non ho bisogno di complimenti, so già di essere bravissimo. Ho imparato dai migliori, no?».
Martina si voltò verso i lettini dov’erano coricati i sei ragazzi, «Ma adesso che li abbiamo curati… dobbiamo per forza aspettare che si risveglino da soli?».
«Volete svegliarli come fanno nei collegi degli anni sessanta? A suon di campane? Farete venire loro un infarto, non vi conviene. Piuttosto… a parte mia cugina conosco solo Lucien. Dovrei vedere le schede degli altri…» disse Alessandro, «E quando si svegliano dovremmo anche farci raccontare che cos’è successo, per filo e per segno. D’altronde, quella vernice rosa è inconfondibile, ma com’è possibile che sia riuscita a sconfiggerli, da sola, poi? Di solito se loro univano le forze, diventavano forti anche senza avere i superpoteri».
«Beh, a quanto pare li hanno appresi» commentò Alessio, sospirando.
«Che vuoi dire?».
«Devono avere anche loro qualcuno che ha fatto imparare loro qualche potere. Avete visto come riuscivano a restare in aria? Da parte di un essere umano è impossibile, infatti non facevano come loro, che se saltavano ritornavano a terra, anzi, volavano proprio. C’è qualcosa di strano, e non mi piace affatto… c’è qualcuno che sta sfruttando i poteri altrui, o se sta sfruttando i poteri di uno solo, quella sola persona potrebbe avere un potenziale così grande da dominare un intero pianeta, o peggio, distruggerlo! Non possiamo assolutamente permetterlo, soprattutto in queste condizioni, la maggior parte della nostra squadra appena formata è costituita della maggior parte di esseri umani… credo non ci sia altra scelta che far apprendere loro un po’ dei nostri poteri, sperando che tutto vada per il meglio».
Alessandro gli sorrise, «Beh, per l’ultima parte… è proprio per questo che vi ho chiamato in aiuto. Voi tre insegnate i poteri a Marcy, in modo tale che lei possa formare un incantesimo per—».
«Mi è venuta un’idea migliore!» esclamò Giulia, «E se invece Martina insegni loro dei poteri che sono adatti al loro nome? Per esempio, Elenoire si chiama “Shadow”, giusto? Potrebbe darle gli stessi poteri di un’ombra!».
«Ehm, sì, sì, stavo dicendo la stessa cosa…».
«Ma non mi dire!» rise Federica.
Alessandro sbuffò, ridacchiando, voltandosi un momento alle loro spalle, poi si voltò di nuovo verso di loro, «Comunque è una bella idea, mi piace» disse, «Dovremmo svilupparla non appena si saranno riposati come si deve».
Il ragazzo spense di nuovo le luci e, insieme ai suoi amici, lasciò il laboratorio, lasciando soli per un po’ i ragazzi coricati ognuno nel proprio lettino, lasciandoli riposare in pace e tranquillità.
   
 
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