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Autore: Crilu_98    12/02/2017    5 recensioni
Secondo capitolo de "The Walker Series" - non è necessario aver letto la prima storia.
Mark ed Elizabeth Walker sono fratelli ma non si vedono da dieci anni, da quando un terribile incidente ha cambiato per sempre le loro vite. Elizabeth è una ragazza insicura e tormentata dai sensi di colpa che all'improvviso è costretta a lasciare la cittadina di campagna dove ha sempre vissuto e a raggiungere San Francisco per salvare il fratello. Aiutata da uno scontroso gentiluomo dalle origini misteriose, da una risoluta ereditiera poco convenzionale e da un impacciato pescatore italiano, Elizabeth dovrà fronteggiare un intrigo molto più grande di lei. Un complotto che potrebbe diventare la miccia di un'incontrollabile rivolta operaia...
Genere: Azione, Romantico, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate, Triangolo | Contesto: Il Novecento
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'THE WALKER SERIES '
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P.O.V. Mark
 
L’aria odorava di pioggia e un’occhiata al cielo grigio confermò la mia sensazione: stava per arrivare un temporale, il primo di quell’autunno. Ben presto il freddo si sarebbe insinuato sotto le vesti e avremmo iniziato a raccogliere la legna da ardere nel camino. Mi alzai riluttante dai gradini del saloon, lanciando un cenno di saluto ad Abraham, il proprietario: lui e mio padre erano amici da prima che Rosenville sorgesse dal nulla, fin dai tempi gloriosi della costruzione della ferrovia. Per me, come per gli altri numerosi operai, il saloon costituiva l’unico svago dopo una faticosa giornata di lavoro e prima di rientrare a casa. Si diceva che prima fosse un bordello e che Abraham, quando l’aveva ricevuto in eredità, aveva convinto le ragazze che ci lavoravano come prostitute a rimanere alle sue dipendenze, ma come cameriere. Sembrava una storia inverosimile, ma i dipendenti del saloon erano tutte donne.
La fabbrica di Rosenville produceva componenti di treni: ruote, locomotive e vagoni vedevano la luce in fucine soffocanti, che ricoprivano la nostra pelle di uno spesso strato di fuliggine.
Ma non mi sarei mai lamentato di qualcosa che contribuiva ad aiutare la mia famiglia, sebbene fosse quasi ora per me di sistemarmi, come ripeteva spesso mia madre.
Mi stiracchiai, facendo una smorfia per le proteste dei muscoli indolenziti e sbattendo le palpebre davanti all’improvvisa luce del sole pomeridiano.
Il quieto chiacchiericcio di Rosenville sembrava uguale a quello degli altri giorni, ma chi era cresciuto in quella cittadina sapeva bene come capire se qualcosa non andava: le donne procedevano velocemente in piccoli gruppi senza fermarsi lungo la strada e gli uomini non si riunivano a parlare come al solito, limitandosi a lanciarsi occhiate furtive oltre il fornello della pipa.
Il motivo di tanta agitazione era un gruppo di pistoleri, di passaggio in città per scortare un carico d’oro per conto di una banca di Washington. Le loro carte erano in regola e l’oro che trasportavano sembrava pulito, secondo i controlli; tuttavia, a Rosenville tutti si chiedevano come fosse possibile che una banca avesse affidato un tale incarico a degli uomini così poco raccomandabili.
Facce maligne e ghigni sdentati spuntavano da sotto i cappelli malandati e le loro mani non si allontanavano mai molto dalle fondine. Ispiravano un reverenziale timore e sapevo che l’atmosfera della cittadina si sarebbe notevolmente rilassata quando il carico d’oro sarebbe ripartito con il treno, la mattina dopo.
-Mark!- mi chiamò la voce rauca di Abraham, giunto sulla soglia:
-Sì?-
-Di’ a Russell di tenere la Colt pronta, questa notte. Quei tizi non mi piacciono per niente, non vorrei che per noia iniziassero a bighellonare per le fattorie!-
Rabbrividii e lo ringraziai, improvvisamente ansioso di tornare a casa: la nostra fattoria era isolata rispetto al centro cittadino e mi sarei assicurato che mia sorella Elizabeth, che a quell’ora era sicuramente a lezione da un’amica di nostra madre, tornasse con me.
Strinsi i pugni, affrettandomi in direzione della casa di Annabeth e Kasper Nowak, anch’essi amici di vecchia data dei miei genitori: era stata mia madre ad insistere affinché sia io che Elizabeth imparassimo a leggere e scrivere correttamente, sebbene mio padre sembrava non comprendere l’importanza della cultura.
Mentre io avevo smesso di prendere lezioni non appena avevo raggiunto l’età per andare a lavorare in fabbrica, Elizabeth studiava con interesse ed entusiasmo e tutti noi eravamo orgogliosi di lei, una ragazza intelligente, solare ed estremamente gentile con tutti.
Fu quindi con grande terrore che mi accorsi di essere arrivato in ritardo: la mia piccola sorellina, di soli sedici anni, era stretta tra le braccia di uno dei pistoleri. A niente servivano le lacrime che rigavano le sue guance o i calci che lanciava contro gli stinchi dell’uomo: quello continuava a ridere divertito, tenendole una mano sulla bocca e l’altra sul seno.
Non appena provai ad avvicinarmi fui bloccato dai compari dell’aggressore, che spedii a terra con un paio di spinte ben assestate.
-Lascia andare mia sorella, bastardo!- ringhiai, rosso per la rabbia. Per tutta risposta, le mani dell’uomo si fecero ancora più avide, scostando il colletto dell’abito di Elizabeth.
Fui colpito da un ricordo che mi fece vacillare, mentre la vista mi si offuscava e nelle orecchie risuonava il lamento ovattato di mia sorella.
Quando avevo quindici anni – ed Elizabeth solamente nove – stavo aiutando mia madre nell’orto, quando la sentii gridare: era stata spaventata da una piccola lucertola sbucata dall’erba all’improvviso. La mia prima reazione era stata quella di scoppiare a ridere, ma mia madre aveva stretto le labbra e mi aveva rimproverato aspramente:
-Tua sorella ha bisogno del tuo aiuto e tu ridi? Male, Mark, molto male! La famiglia è molto importante per i Cheyenne, quante volte te lo devo ripetere? E visto che anche voi siete in parte indiani, è bene che impariate a prendervi cura l’uno dell’altro!-
Incrociai gli occhi scuri di Lizzie che mi fissavano terrorizzati:
“E’ tua sorella, ha bisogno di te!” ringhiò l’istinto dentro di me “Aiutala! Salvala!”
Frugai nelle tasche, alla ricerca dell’unico oggetto che poteva essermi utile in quella situazione; poi, senza esitare, scattai e colpii l’uomo al costato con il coltello. Con un gemito di raccapriccio lo sentii affondare fino all’impugnatura e quando ritirai la mano la vidi coperta di sangue denso e scuro. Il pistolero scivolò a terra con un ultimo gorgoglio sorpreso.
I suoi compari, che nel frattempo si erano ripresi, mi circondarono; Elizabeth, finalmente al sicuro tra le mie braccia, continuava a singhiozzare:
-Cosa hai fatto? Oh buon Dio, Mark, cosa hai fatto…-
Saremmo stati spacciati, se Kasper Nowak non si fosse affacciato sul retro della sua abitazione, stringendo il fucile con cui occasionalmente andava a caccia: con il sangue freddo che lo caratterizzava colpì uno dei pistoleri ad una mano, facendolo imprecare. Non persi tempo a controllare cosa facessero gli altri:
-Corri!- urlai alla ragazza, mentre strappavo il coltello insanguinato dal cadavere dell’uomo che avevo assassinato.
“Sono un assassino!” realizzai, e per un attimo il pensiero mi paralizzò. Poi un acuto dolore alla spalla mi fece capire che ero stato colpito e senza esitazioni seguii mia sorella nella strada verso casa.
Corremmo a perdifiato lungo il sentiero, cercando di mettere quanta più strada possibile tra noi e Rosenville; proprio quando la nostra abitazione apparve all’orizzonte sentii le gambe cedere e mi ritrovai in ginocchio tra l’erba, incapace di alzarmi.
-Mark?- bisbigliò Elizabeth, accucciandosi vicino a me -Mark, siamo quasi arrivati, avanti!-
Ma ero troppo debole anche solo per risponderle e in pochi istanti scivolai nell’oblio.
 
La prima cosa che vidi al mio risveglio fu il tatuaggio sul collo di mia madre, china su di me: Elizabeth mi aveva trascinato fino alla fattoria ed ora sedeva in un angolo della stanza, mentre lacrime silenziose continuavano a scendere dai suoi occhi. Mio padre era in piedi accanto a lei, pallido come non l’avevo mai visto e con le braccia incrociate sul petto. Nonostante le rughe ed i capelli grigi, l’avevo sempre visto come un simbolo di incrollabile forza: in quel momento, invece, mi sembrava debole e stanco.
-Riesce a reggersi in piedi?- mormorò, brusco. Mia madre si voltò di scatto verso di lui:
-Stai scherzando, spero! Gli hanno sparato, Russell!-
-Deve andarsene subito.-
Quelle parole mi gelarono il sangue nelle vene.
“Lasciare Rosenville?”
Ero troppo confuso per seguire bene la conversazione.
-E’ debole, non riuscirà mai ad andarsene sulle sue gambe!-
-Deve!- sentenziò mio padre, avvicinandosi al mio letto. Mi passò una mano sulla fronte con un gesto affettuoso:
-Forza, ragazzo, tirati su!-
Obbedii e vincendo la nausea ed il dolore mi tirai a sedere sul letto e poi in piedi. Barcollai un po’, ma rimasi stabile.
-Che ti avevo detto? E’ un Walker, dopotutto!-
Le labbra di mia madre tremarono, mentre sussurrava:
-Non puoi mandarlo via, è solo un ragazzo… Spiegheremo tutto alle autorità e…-
Mio padre la prese per le spalle:
-Ascoltami… Namid, ascoltami! Alla banca non importa un accidenti se la piccola Lizzie è stata quasi stuprata da quella bestia e che Mark l’ha difesa: per loro sono solo soldi in più da spendere e non è una cosa che gli va a genio! Lo manderanno alla forca senza perderci neanche una notte di sonno!-
A quel punto mia madre iniziò a piangere e per me fu un duro colpo: non l’avevo mai vista così disperata in ventidue anni di vita.
-Mamma…- dissi dolcemente, cercando di abbracciarla, ma Namid Walker si scostò con aria orgogliosa, riacquistando la forza che l’aveva sempre resa meravigliosa ai miei occhi.
Ci muovemmo velocemente: mia madre si prodigò a prepararmi qualcosa da mangiare, mio padre mi consegnò buona parte dei risparmi di una vita ed Elizabeth… Elizabeth si limitò ad aggrapparsi al mio collo, supplicandomi di non andarmene.
-E’ colpa mia!- singhiozzava -Non volevo che accadesse tutto questo!-
Le scompigliai i capelli, come ero solito fare quando era una bambina e si indispettiva se le tiravo le trecce:
-Niente di tutto questo è colpa tua, Lizzie!- mormorai, cercando di nascondere il tremito nella mia voce -Rifarei ogni cosa, se servisse a proteggerti.-
-E’ ora!- sentenziò mio padre, affacciandosi sulla soglia -Quei pistoleri arriveranno da un momento all’altro e noi gli diremo che non sei mai arrivato qui.-
Mi abbracciò stretto, stando attento a non premere sulla ferita alla spalla:
-Buona fortuna, figlio mio!-
 
Fu così che lasciai Rosenville al calar della sera di una giornata d’autunno. Ero a piedi, senza una meta né un amico al mondo: potevo contare solo su me stesso. Con un nodo alla gola, mi diressi verso Ovest senza mai guardarmi indietro.
 
 
 
Angolo Autrice:
Sono tornata alle prese con la famiglia Walker e anche prima del previsto J
Questo capitolo è una sorta di prologo alla storia, che prende avvio dieci anni dopo questo "incidente". Vi avviso fin da subito che sarà narrata per la maggior parte dal punto di vista di Elizabeth e che presto lasceremo Rosenville e i due vecchi protagonisti, Namid e Russell, per spostarci a San Francisco… Ma non vi anticipo nient'altro xD
Spero che questa piccola introduzione vi sia piaciuta! Non esitate a lasciare recensioni, lo sapete che mi fate felice :D
Purtroppo gli aggiornamenti di questa storia saranno molto lenti perché in questo periodo lo studio mi tiene molto impegnata, quindi non so quando tornerò a pubblicare… Spero presto!!!
 
Crilu
   
 
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