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Autore: volleylover_09    13/02/2017    1 recensioni
Simone Giannelli riceve la telefonata che realizza il sogno di una vita: la convocazione alle Olimpiadi di Rio.
Ma questo significa rivedere il compagno Ivan, per cui si era preso una sbandata stratosferica l'anno prima.
All'entusiasmo si mescola subito l'angoscia.
Simone ricadrà nella passione per il compagno? E Ivan riuscirà finalmente a vedere oltre il palleggiatore?
[Ivan Zaytsev/Simone Giannelli]
Genere: Angst, Romantico, Sportivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Contesto generale/vago
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Why can’t you see me?


1.

 
Simone Giannelli non riusciva proprio a contenere l’adrenalina che aveva in corpo in quel momento.
D’altra parte ne aveva tutto il diritto, visto che la Federazione lo aveva appena convocato per le Olimpiadi di Rio. Si aspettava quella chiamata, ma per scaramanzia fino all’ultimo era rimasto in ansia.
Invece quel pomeriggio la fatidica chiamata era arrivata e si era ritrovato a contenere l’emozione al telefono, mentre invece stava saltando sul letto mordendosi le labbra per non urlare.
Uscì dalla camera come una furia e volò giù per la scala fino in salotto dove trovò i suoi genitori e solo allora si lasciò cadere a terra con le braccia al cielo come un calciatore che esulta per la vittoria dei Mondiali e prese a gridare “Vado a Rio! Vado a Rio!”.
Dopo fu tutto un caos tra lacrime di gioia e abbracci e baci e telefonate e di “Simo, sei grande” e “Simo, siamo così orgogliosi”.
Aveva un sorriso così grande che pensò che sarebbe durato per giorni, niente e nessuno sarebbe stato in grado di spegnerlo.
Saltò in piedi, in preda ad un’idea improvvisa.
«Ma’, scappo da Filo, stasera festeggiamo!» gridò, dopo averle lanciato un bacio ed aver afferrato un mazzo di chiavi.
Cinque minuti dopo, grazie ad una guida più che sportiva,  si ritrovò sotto casa di Filippo Lanza, compagno di squadra e migliore amico. Entrò dal portone lasciato cortesemente aperto da un uomo che l’aveva preceduto e, ancora fremente di adrenalina che non gli permetteva di restare fermo, s’infilò nell’ascensore premendo il pulsante per l’ultimo piano.
Ancora oggi si chiedeva come era possibile che Filippo coi suoi quasi due metri riuscisse a vivere in quella specie di mansarda.
Si attaccò al campanello e una volta che Filippo ebbe aperto la porta, Simone non gli lasciò il tempo di dire nulla che gli si lanciò addosso abbracciandolo.
«Hai ricevuto LA telefonata, eh Gian?» rise Lanza, ripreso l’equilibrio con ancora l’amico attaccato al collo.
«Non ci credo ancora!!» si staccò da lui, prendendo a saltellare per la stanza. «Sono le Olimpiadi, cazzo! Le Olimpiadi!».
Filippo si limitò a fissarlo con tenerezza.
«Come fai a stare così calmo?» lo interrogò Simone, scuotendolo scherzosamente per la camicia «Anche per te è la prima Olimpiade!»
Filippo rise di gusto.
«Dovevi vedermi ieri.» confessò Lanza, quasi in imbarazzo
«Ah stasera usciamo con Colaci e Antonov, si festeggia!» proseguì, alludendo gli altri due compagni di squadra convocati nella Nazionale, per poi allontanarsi per afferrare il giubbotto.
«Andiamo, dai!» Simone lo spinse ridendo verso la porta, mentre l’altro continuava a prenderlo in giro per quell’entusiasmo che l’aveva trasformato in una trottola.
 
Stava decisamente passando una piacevolissima serata, al locale in cui si erano trovati con gli altri ragazzi.
Non avevano fatto altro che ridere e scherzare, immaginare come sarebbe stato a Rio tra una manciata di mesi, e bere birra, in effetti.
Le risate erano aumentate a dismisura e Simone, ormai al terzo bicchiere, aveva preso a farsi stupidi scatti con Lanza e gli altri e aveva cominciato a scorrere la lista dei contatti di whatsapp dei suoi colleghi di Nazionale per mandare una di quelle foto di gruppo con la scritta “Convocatiiii!”.
Aveva già inviato a Buti e a Juantorena, quando l’indice, scorrendo nell’elenco, finì sul nome di Ivan Zaytsev e inconsciamente lasciò andare un sospiro.
Fissò il viso scanzonato del compagno e si passò una mano sulla nuca, in crisi.
La loro ultima conversazione risaliva a…in realtà nemmeno se lo ricordava. Quasi un anno prima, a rifletterci, dopo la fine degli Europei.
«Non pensavo che qualcosa sarebbe riuscito a toglierti il sorriso proprio oggi.»
La voce di Filippo lo distolse dallo schermo del cellulare e si ritrovò ad arrossire come fosse stato colto a far chissà cosa.
Filippo sapeva tutto, della sua cotta di un anno prima per Ivan, durante quel maledetto ritiro.
Niente era successo, figurarsi, il compagno di squadra non sapeva nulla di tutto ciò, altrimenti sai che imbarazzo.
Una sbandata adolescenziale, così la definiva, e alla fine se l’era fatta passare, complice la fine dell’Europeo e lui che giocava in Russia.
Ad un certo punto aveva solo smesso di pensarci, o di ritrovarselo nei sogni la notte, e aveva ricominciato a respirare normalmente.
Adesso invece si sarebbe ritrovato a Rio con lui e tutto l’entusiasmo che aveva provato quel giorno svanì all’istante. Rabbrividì.
«Dai, è solo un innocuo messaggio.» cercò di convincerlo Lanza, con una pacca sulla spalla, tornando poi a chiacchierare con gli altri due.
Simone tentennò ancora qualche secondo, poi premette il pulsante Invia e apparve subito quella foto di gruppo nella schermata della chat.
Sospirò con sconforto e rimise il telefono in tasca, determinato a non controllarlo più.
 
 
Ore dopo, sdraiato nel letto di camera sua, non riusciva a prendere sonno.
Sbuffando, si rigirò per l’ennesima volta scalciando via il lenzuolo e scoprendosi. Con un braccio sugli occhi per coprirsi la luce del lampione che filtrava dalla tapparella, cercò di convincersi che quell’insonnia improvvisa era legata all’adrenalina che aveva ancora in circolo.
Scacciò i pensieri che lo additavano come bugiardo e stava per nascondere la testa direttamente sotto al cuscino, quando sentì una vibrazione venire dal suo comodino.
Aprì un occhio in quella direzione e notò il bagliore provenire dal suo cellulare. Allungò un braccio per afferrarlo e sbatté un paio di volte le palpebre prima di abituarsi a quella luce improvvisa.
Scattò seduto come una molla quando vide che il mittente era Ivan.
 
Non avevo dubbi, ragazzino. ;)
 
Simone si morse il labbro, cercando d’impedire ad un dispettoso sorriso di uscire fuori e si lasciò andare a peso morto sul letto.
Rilesse di nuovo il messaggio. Più di una volta, a dire il vero.
Magari sarebbe andata meglio. Magari.
 


Angolo Autrice:
Tanto di cappello per chi è riuscito ad arrivare fin qui!
Premetto che la squadra di pallavolo maschile delle ultime Olimpiadi mi ha emozionato e la mia testolina ha finito per shippare tutti con tutti.
Non trovando in giro molte storie sul volley, ho deciso di cimentarmi in prima persona.
Il titolo viene dalla canzone "Dancing on my own", interpretata magnificamente da Calum Scott.
Grazie a chi ha letto, ogni commento sarà enormemente apprezzato!
Al prossimo capitolo,

Cla
   
 
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