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Autore: francyalterego    19/02/2017    0 recensioni
Una ragazza viene costretta ad entrare in un'organizzazione segreta da un contratto firmato dai suoi genitori anni prima. Perché costringerla ad entrare in un progetto così rischioso? Perché l'organizzazione vuole lei? Ma soprattutto, chi è che sta giostrando gli attacchi per farla fuori?
Genere: Azione | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Molte storie iniziano con “C’era una volta”, altre con “Un giorno…”, la mia semplicemente inizia così come la state leggendo.
Ai tempi dei fatti che sto per narrarvi, stavo concludendo felicemente il terzo anno mio istituto tecnico informatico, senza alcun problema stavo raggiungendo il massimo dei voti ed altrettanto facilmente mi ero rifatta una vita, nuovi amici, nuove conoscenze.
Trascorreva tranquillo maggio, tra interrogazioni, compiti ed ultime verifiche riguardo mezzi voti sparsi, la solita vita studentesca, no? Filava tutto liscio, ma una mattina qualcosa mi stravolse del tutto la vita. Dovevo capirlo che non dovevo uscire di casa quel giorno, ma forse sarebbe andata comunque così in un modo o nell’altro… comunque pioveva a dirotto, stranamente, ed io dovevo andare a scuola in bicicletta volente o nolente in quanto ero in tremendo ritardo. Non ero mai entrata alla seconda ora, ma quel giorno arrivai con un quarto d’ora di ritardo, congelata, e rimasi fuori dall’aula per quarantacinque minuti a causa della professoressa poco predisposta a farci sconti.
Entrai in aula non appena lei uscì, sperando di non averla guardata in modo troppo rabbioso; non appena fui dentro mi si avvicinò uno dei miei migliori amici, preoccupato per il mio ritardo.
«Tutto bene, ritardataria?» domandò ironico sistemandosi il solito ciuffo di capelli che come sempre teneva su un lato. Sogghignai rubandogli il copri collo mentre era distratto, per vendicarmi della sua ironia.
«Si, va tutto bene tappetto…», ridetti portando il copri collo in alto, mentre lui cercava di saltare per prenderlo guardandomi male. Lo prese solo perché alle spalle qualcuno mi mise un cappello abnorme in testa, coprendomi gli occhi.
«Fregata» esclamò intanto il moro mentre mi toglievo il cappello, confusa.
«Chiunque sia stato me la pagherà cara!» urlai in modo che il colpevole mi sentisse, mentre lasciavo il cappello su di un banco e mi sistemavo i capelli ormai disordinati.
«Comunque sul serio, come mai sei in ritardo?»
Mentre gli spiegavo il tutto iniziai a portare la cartella al mio banco, tirando fuori il libro dell’ora successiva. Era il mio compagno di banco Ronald, quindi parlammo tranquillamente per il resto dell’ora grazie all’udito poco funzionante della professoressa di matematica, la giornata non tardava a dimostrarsi sempre più sfortunata quando ci ritrovammo tutti con un compito a sorpresa di inglese ed interrogazioni a raffica nella altre tre ore.
Quel giorno uscivo alla sesta ora, dunque fu una giornata più pesante del previsto, ma non sapevo ancora che sarebbe stato lo standard per i giorni successivi. Ero abituata ad uno stile di vita abbastanza normale: sveglia, mi preparo, scuola, pranzo, studio, serie tv, sonno. Non avrei mai immaginato che la mia routine potesse sconvolgersi in solo poche ore, ma vi spiego con calma. Uscii da scuola e subito mi cadde sulle spalle un avvenimento orribile: mi avevano rubato la bici. La catena era stata perfettamente tagliata, e non mi spiegavo come nessuno si fosse accorto di nulla durante l’avvenimento, ma decisi che me ne sarei comprata una usata il giorno seguente. Tornando a piedi mi ritrovai nel traffico di gente più totale, la mia scuola è accanto a due università ed un liceo, dunque a quell’ora c’era una vera e propria bolgia infernale, ed a completare il quadretto ogni semaforo che trovavo era sul rosso. Decisi di cambiare strada, riuscii a trovarne una più isolata in quanto priva di alcun negozio. Io ho sempre odiato il caos, ha sempre provocato in me una sensazione di disagio incredibile, forse per il non poter vedere tutto ciò che succede intorno a me, ma comunque non mi è mai piaciuto. Quella strada era un vero paradiso, ma mi maledissi per il resto della mia vita di averla presa. Non era molto lunga, erano circa 200 metri ed aveva poche stradine laterali. Per fortuna il cielo ora era solo nuvoloso ma sembrava nell’atto di schiarirsi, ciò mi diede una migliore visibilità della sinistra figura che uscì da una stradina all’improvviso. Aveva un lungo cappotto nero da cui vedevo solo le caviglie e le scarpe in quanto era incappucciato. Sembrava indossasse dei jeans neri e delle scarpe del medesimo colore, mentre la statura dava l’impressione di qualcuno di alto, con le spalle larghe e per niente rassicurante. Era distante mezzo isolato da me, ma riuscivo a vedere la sua posizione guardando il riflesso che davano le macchine accostate al marciapiede. Un tratto di strada però era senza auto e mi fece subito salire un brivido lungo la schiena, non mi spaventavo mai per così poco ma avevo una strana sensazione. Presi in mano il cellulare e preparai il numero di mio padre, mi fidavo ciecamente di lui, mi aveva dato sempre grande sicurezza ed in qualsiasi emergenza avrei sempre chiamato lui. Non appena trovai un’altra auto guardai il riflesso e notai con orrore che chiunque fosse la tetra figura, ora era letteralmente a meno di mezzo metro da me. Non appena sentii uno scatto meccanico mi fermai, non potevo vedere il suo riflesso ma non ci volle molto a capire che si era fermato anche lui.
«Lascia a terra il telefono, lentamente…» mi disse con tono fermo «No!» urlò mentre stavo per girare leggermente la testa. Aveva una voce roca e forte, ed io non ero affatto ingenua, preferii assecondarlo sperando volesse solo dei soldi. Posai il telefono a terra lentamente, facendo partire la chiamata con un semplice movimento del pollice. Mi rialzai mentre sentii flebilmente una voce partire dal telefono, sperai che non fosse la segreteria, bensì lui avesse risposto al primo squillo ma ne dubitavo fortemente. L’uomo sorrise, puntando la pistola al telefono e sparando un colpo secco su di esso. Aveva il silenziatore, dunque nessuno in quella stradina aveva sentito il colpo di pistola.
«Molto intelligente… peccato che qualcuno abbia disattivato la tua scheda trenta minuti fa. Ora girati, lentamente e con le mani ben in vista.»
Ubbidii silenziosamente, chiedendomi cosa volesse da me un tizio del genere. Aveva i capelli brizzolati, lo sguardo duro e severo, gli occhi di un nero incredibile e la postura ferma. A prima vista mi sarebbe sembrato un soldato.
«Cosa vuoi da me? Se hai bisogno di denaro te lo darò, non c’è alcun bisogno di usare delle armi…» dubitavo fosse il denaro il suo obiettivo, ma non volevo immaginare quale altro potesse essere.
Sorrise, sembrava quasi mi prendesse in giro!
«Seguimi senza fiatare e tutto andrà bene, fidati», disse improvvisamente in modo calmo, avevo capito il suo gioco, voleva solo evitare di spaventarmi per non farmi opporre. Ma avevo una pistola contro, e mi duole ammetterlo ma con un’arma davanti non avrei fatto passi falsi.
Annuii e lo seguii in modo calmo, non avevo intenzione di peggiorare la situazione, ed ero anche curiosa in fondo. Iniziammo a camminare, lui si tenne dietro di me assicurandosi che sentissi la volata della pistola sulla schiena, camminavamo in una stradina che non avevo mai visto prima, la mia sorpresa fu quando sotto la manica del cappotto intravidi un orologio costoso, di quelli che si collegano allo smartphone, ed un lembo di un’apparentemente costosa camicia nera. Era vestito in modo quasi elegante, e tutto mi sembrava più confuso. Camminammo per una decina di metri prima di fermarci, l’uomo avvicinò l’orologio alla bocca ed esclamò «Domum meam».
«Cosa?» domandai, sembrava latino.
«Zitta tu!» mi guardò con sguardo truce prima di ammanettarmi le mani dietro la schiena e bendarmi. Non avevo visto porte in quella via, che ce ne fossero di segrete? Non l’avrei scoperto troppo tardi, ma intanto ero ignara di tutto mentre lentamente sentivo un fischio nelle orecchie aumentare d’intensità. Il rumore era così forte da far quasi male, ma non fiatai sentendo ancora la pistola, mi tolse la benda ed eravamo in un posto totalmente diverso. Era una stanza con le pareti bianche, piccola, con una scrivania ed una libreria al centro e dietro la scrivania una costosa sedia da ufficio. Si sedette lì mettendo la pistola nella fontina, si tolse l’impermeabile e lasciò in mostra un’elegante camicia nera in seta, i jeans in tessuto, l’auricolare bluetooth si ultimo modello, un bracciale sottile con delle scritte in latino ed una collana bianca che manteneva un ciondolo a forma di goccia con apparentemente un pulsante blu sopra di esso. Ignorò il mio sguardo interrogativo e prese il proprio cellulare iniziando a messaggiare con qualcuno, guardandomi di tanto in tanto con sguardo curioso. Cercando di non fare rumore cercai di liberarmi dalle manette, ma erano decisamente troppo strette. Stavo cercando un modo di fuggire, e la porta dietro di me sembrò la cosa più plausibile, era socchiusa. Indietreggiai leggermente, con la paura che mi guardasse all’improvviso e capisse il mio piano, non avevo tutti i torti; non appena alzò lo sguardo io ero troppo vicina alla porta e lui troppo confuso dalla situazione. Con uno scatto indietro aprii la porta (con la speranza che non ci fosse nessuno dietro a bloccarmi) e corsi via il più velocemente possibile. Mi sembrava una struttura sotterranea, in quanto priva di finestre e con molte ventole sulle pareti, i corridoi avevano qualche fotocopiatrice e qualche pianta da arredamento e c’era molta gente che camminava in giro, ma nessuno mi fermò. Sentii i passi di quell’uomo che correva e degli spari dietro di me, sentii un proiettile passarmi vicino la spalla che per due millimetri mi avrebbe colpita. Girai di scatto a sinistra, poi a destra, e quando capii che l’uomo era troppo vicino mi lanciai in una stanza chiudendo la porta di scatto, avevo ancora le mani ammanettate ed ogni movimento mi riusciva lento e macchinoso, per questo non chiusi bene la porta. Comunque non mi preoccupai per questo, in quanto un altro uomo alto e serio, con i capelli più neri che avessi mai visto, mi comparve di fianco puntandomi una pistola alla tempia. Guardò lo schermo che dava verso il corridoio e sorrise, facendomi segno di stare in silenzio, a quel punto uscì e lo sentii parlare con il mio “rapitore”, non capivo le parole ed ero troppo in ansia per ciò che mi avrebbero fatto, magari insieme, per vendicarsi. Ogni mia aspettativa fu buttata giù in un soffio quando il moro entrò da solo nella stanza e chiuse in modo tranquillo la porta, puntandomi ancora la pistola contro. Accese la luce prima di prender parola.
«Ora ti giri, io ti metto in mano la chiave per liberarti e tu poi ti siedi lentamente davanti alla mia scrivania con le mani bene in vista, chiaro?»
Annuii in silenzio ubbidendo e sedendomi davanti alla sua scrivania, la stanza era identica a quella precedente se non per i libri in libreria che erano di più e differenti. Lui si sedette davanti a me e posò la pistola sulla scrivania, guardandomi curioso. Era vestito in modo meno elegante nonostante avesse gli stessi oggetti tecnologici dell’altro, compresa la collana; aveva dei jeans blu strappati alle ginocchia, un maglione marrone a collo alto e delle scarpe da ginnastica consumate.
Mi sentivo osservata, analizzata, e così era.
«Devi essere importante, se sei qui alla tua età», dedusse guardandomi ancora, «comunque piacere, io sono l’agente Martini, ma chiamami Alex se ti va, diminutivo di Alessandro.»
Nonostante il suo repentino cambiamento ero ancora spaventata, ma cercai di non darlo a vedere.
«Non so perché sono qui… comunque piacere mio, mi chiamo Allison Sanders ma chiamami Allison. Voi qui siete tipo… agenti speciali? O meglio, dove mi trovo?»
«Allison, che nome carino…» replicò ignorando la mia domanda, si allontanò verso un mobile con dei cassetti che non avevo notato prima. Stavo quasi per prendere la pistola lasciata incautamente sulla scrivania, quando lo sentii ammonirmi.
«Prendila e non arriverai intera dove devi arrivare» disse con tranquillità, prendendo una cartella e posandola sulla scrivania prima di tornare a sedersi. Iniziò a sfogliarla e mi vennero i brividi quando vidi una mia foto recente, sulla prima pagina.
«Cos’è quel fascicolo?» chiesi agitata, ormai ignorando la pistola. Sorrise alla mia preoccupazione e continuò a sfogliarlo noncurante di me che mi ero ormai poggiata con le braccia sulla scrivania per sporgermi verso quei fogli completamente scritti e con qualche appunto a matita. Dopo poco c’era una pagina con due foto, una di mia madre ed una di mio padre, in una specie di divisa simile a quella dell’uomo che mi aveva portata lì, ma con un logo sulla camicia.
«Cosa c’entrano i miei con tutto questo?»
«Più di quanto pensi… futuro agente speciale.»
Non capivo, ero completamente spaesata, ma non ebbi tempo di pensare a nulla che Alex subito si alzò, prese la pistola ed il fascicolo e mi fece cenno di seguirlo, uscendo dalla stanza. Restai dietro di lui tutto il tempo fin quando non si fermò.
«Entra qui, saluta educatamente ed aspetta che sia lui a dirti di accomodarti. Non fare idiozie e non ti succederà nulla di troppo spiacevole».
Mi spinse dentro una stanza e chiuse la porta alle mie spalle, lasciandomi in una stanza più grande delle altre, era piena di mobili con cassettoni probabilmente pieni di documenti, la scrivania era in legno pregiato e l’uomo dietro di essa era addirittura meno rassicurante degli altri due. Aveva i capelli davvero corti, neri ed impeccabili. Era vestito in modo più elegante di tutti, ed aveva un computer costoso dinanzi a sé, con tastiera e mouse wireless. Inoltre, diverse armi da fuoco antiche erano esposte come una specie di trofeo dietro di lui. Aveva un sorriso falso, sembrava una persona di quelle che ti odiano e non hanno premura di nascondertelo.
«Buongiorno…» dissi comunque, sperando di avere spiegazioni in modo immediato. Con un cenno della testa mi concesse di sedermi, e così feci badando bene a mantenere uno sguardo impassibile.
«Dimmi cosa vuole mio fratello da te.»
«Cosa?» non capivo.
«Mio fratello ha richiesto la tua cattura, dimmi cosa vuole, avanti. Se non parli con le maniere buone dovrò portarti ai piani inferiori» i “piani inferiori” non sembravano affatto rassicuranti.
«Sul serio, non so di cosa parli…»
«I tuoi devono pur averti detto qualcosa di questo posto.»
In quel momento collegai i tasselli del puzzle.
«I miei?» ero confusa, molto. E la mia confusione non si placò nemmeno quando un tizio identico a quello seduto alla scrivania entrò in modo minaccioso.
«Sempre a fare casini tu, esci!» era furioso, e subito l’uomo con cui avevo parlato poco prima se ne andò sbuffando. «Perdona mio fratello gemello… lui è Adriano, io invece sono Stefano, piacere di conoscerti», esclamò stringendomi la mano, mentre nell’altra manteneva il mio fascicolo.
«Potrei avere qualche risposta? Perché tutti hanno quel fascicolo? Dove sono? Perché sono qui? Ma soprattutto, cosa c’entrano i miei con tutto questo?» ero stata fin troppo paziente, e Stefano l’aveva capito. Era possibile distinguerlo dal fratello solo grazie alla collana che indossavano, in quanto il pulsante sulla sua era nero e la collana grigia.
«Hai ragione, sarai confusa…» si sedette al posto del fratello, prima di continuare. «Sei nella società segreta ALTEREGO, acronimo di Aiutare Lavorare Trasformare Eccellere Realizzare Esaminare Giustiziare e Organizzare, questi sono i nostri principali principi. Sei qui perché crediamo che tu abbia buone possibilità di entrare nella nostra organizzazione».
«A parte il nome davvero lungo… cosa vi fa credere che io accetterò?»
«Beh…» non sapeva cosa rispondere, e si notava. «Nulla, ma non hai scelta.»
«Spiegati…» sapeva che non mi sarebbe piaciuto ciò che avrei visto, infatti mi porse un foglio da dentro il fascicolo con sguardo basso. Era una specie di contratto, notai subito le firme dei miei genitori sul fondo ed iniziai a leggerlo con calma, cercando di capire ogni singola parola.
In poche parole, era solo un capitolo di un chissà quanto lungo contratto. La pagina era numerata con “20”, ma non avevo idea di dove fossero le altre. Nel foglio c’era una specie di richiesta ai miei genitori da parte della “ALTEREGO” di poter arruolare il loro primo figlio, e loro avevano accettato e firmato… ma non me lo spiegavo.
«Sono firme false», esclamai in tono fermo.
«No… mi spiace, guarda bene le firme, sai che sono le loro», ed in effetti aveva ragione, ma ancora non me lo spiegavo.
«Allora perché avrebbero accettato un contratto del genere, sentiamo.»
«Perché loro già facevano parte di quest’organizzazione prima che tu nascessi… non hai trovato strano che si conoscessero da tanto, fin da giovani?»
«In effetti, è vero… ciò non giustifica il mio coinvolgimento forzato.»
«Questo lo discuterai con loro… io ora devo solo svolgere il mio lavoro e dirti cosa farai qui.»
«Io non voglio starci qui! Non potete costringermi!» ero delusa, amareggiata, ma soprattutto furiosa. Non potevano costringere una persona a fare qualcosa.
«Invece possiamo, secondo contratto. Quindi o collabori e poi ne discuti con i tuoi fuori da quest’edificio, oppure non collabori e ti costringiamo a collaborare. Che sia con le buone o con le cattive, ma prima di scegliere ti ricordo che qui siamo tutti armati e se continui così tu non lo sarai per molto tempo», era all’improvviso serio, si era spazientito anche lui della situazione. Volevo uscirne, ma non c’era modo, dovevo sottostare al gioco almeno fin quando non fossi tornata a casa.
«…collaborerò, ma quanto starò qui prima di tornare dai miei?»
«Devi capire un po’ la routine che c’è qui, quindi potrai uscire di qui domattina, andrai a scuola come se niente fosse ed infine tornerai a casa. Ti do un’ora, poi dovrai tornare qui per il week end intero», annuii, ma si scordavano che tornavo durante il week end. Quella storia sarebbe finita, o almeno lo speravo «Bene, ora ti faccio fare un giro del posto! Intanto vorrei che Mike si scusasse con te per i modi bruschi di sta mattina, per averti minacciato con la pistola senza parlare eccetera… sai, è un tipo simpatico dopotutto, devi solo imparare a conoscerlo…» continuò sistemando il mio fascicolo in un cassetto ed alzandosi, facendomi cenno di seguirlo. Non fiatai, ero nervosa e cercavo ancora di spiegarmi come avessero potuto farmi quello, i miei genitori. Il tipo dai capelli brizzolati era davanti alla porta, pronto a stringermi la mano, ricambiai la stretta notando in lui uno sguardo diverso.
«Mi dispiace averti spaventata, eseguivo solo gli ordini», esclamò fiero davanti a Stefano, che subito gli diede una pacca sulla spalla.
«Ottimo lavoro Mike, sta tranquillo.»
«Scuse accettate…» mi fece un cenno della testa per salutarmi prima che io tornassi al fianco del moro che camminava a testa alta per il corridoio. Non avevo potuto soffermarmi sui dettagli, ma ogni cosa in quell’edificio era strutturata nei minimi dettagli. Era tutto bianco e luminoso, le ventole d’areazione erano poste ognuna a distanza di dieci metri ed il soffitto era alto minimo cinque. C’erano dispositivi antincendio ogni quindici metri e mobili con cassettoni pieni di carte ovunque, ma tutti rigorosamente in ordine. Sui mobili, bianchi anch’essi, c’erano alcune foto di agenti in divisa tutti insieme o vincite di medaglie o trofei. La mia analisi fu interrotta dall’uomo che iniziò a parlarmi, mentre mi chiedevo quanto lungo fosse il corridoio.
«Comunque, io sono il comandante qui. Chiamami comunque agente Keynt, se ti va. Se hai domande da farmi dimmi pure, sono a tua disposizione.»
«Beh, agente Keynt… come mai la tua collana è diversa dalle altre? Tuo fratello che voleva da me?»
«È diversa in quanto io sono il capo, con quella comando tutti. Mio fratello invece…» fece una leggera smorfia, come se non volesse parlarne «È solo scontroso, maleducato, spregevole ed anche cretino, quindi ignoralo, tutti lo odiano qui», sorrisi a quel commento, allora non era una mia impressione. Ci fermammo davanti ad una porta in vetro che si aprì al nostro passaggio, rivelando un enorme bar gastronomia.
«Mi hai portata… a pranzo?»
«Dobbiamo parlare, e perché non farlo davanti ad un buon panino!»
Avevo fame in effetti, ed una pausa per schiarirmi le idee serviva, soprattutto in quel momento.
  
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