Crossover
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Autore: Rory Drakon    20/02/2017    3 recensioni
Il Regno di Arcadia è avvolto nell'oscurità. Gli dèi dell'Olimpo, protettori di questo mondo, sono stati sconfitti e imprigionati sull'Olimpo.
C'è solo un modo per sconfiggere le forze del Male che si stanno lentamente impossessando di Arcadia: trovare le Dodici Pietre Olimpiche, simbolo ed incarnazione dei poteri degli dèi, ed usare i loro immensi poteri a scopi benefici.
Un'antica profezia pronunziata da un Oracolo declama che solo un semidio, guidato dai leggendari Cavalieri del Drago potrà adempiere ai voleri del Fato.
Questa è la loro storia.
Genere: Avventura, Fantasy, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Yaoi | Personaggi: Anime/Manga, Cartoni, Film, Libri, Videogiochi
Note: AU, Cross-over, Missing Moments | Avvertimenti: Spoiler!, Triangolo, Violenza
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"Un semidio degli dei superiori
Compirà vent’anni seppure tra guai e dolori
I Cavalieri del Drago alla sua chiamata risponderanno
Insieme il potere degli dei riuniranno
E mentre una vita nel male trascinerà
L’anima malvagia una lama maledetta mieterà
Una sola scelta porrà ai suoi giorni fine,
e dell’Olimpo il trionfo decreterà, o la caduta infine."


EPISODIO 1 - NUOVI AMICI (Prima parte)



Tutto iniziò nella parte più oscura dell’intero regno di Arcadia.
Da qualche parte, lì, nella catena dei Monti della Disperazione, sorgeva la Fortezza Oscura, un nero castello abitato da creature malvagie che tramavano per prendere il potere nell’intero regno.
Una figura alta camminava con passo deciso per i tetri corridoi, come se avesse una certa fretta.
Era un uomo dai sottili baffi neri all’insù, i capelli neri lunghi fino alla schiena, naso a patata ed occhi piccoli e neri.
Indossava una casacca rossa ed un cappello con una piuma, una cintura alla quale era attaccata una sciabola. Ma la cosa più inquietante era che al posto della mano sinistra egli aveva un uncino, un uncino di ferro.
Ed era questo a cui doveva il proprio nome.

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Lui era il Capitan Giacomo Uncino. Il nemico giurato di tutti i bimbi sperduti, e di Peter Pan, il Bambino Che Non Cresce Mai.
Uncino ripensò allo scontro che anni fa gli era costato la mano sinistra: quel vilissimo insetto di Peter gliel’aveva mozzata, gettandola in pasto a quel dannato coccodrillo. E per umiliarlo ancora di più, gli aveva offerto in dono quell’uncino, con cui sostituire la mano. Dal quale aveva poi preso il suo nome.
Ringhiando, si riscosse dai propri cupi pensieri e spalancò l’immenso portone che gli compariva dinnanzi, giungendo nell’immensa sala del trono.
I suoi colleghi erano lì, ad aspettarlo.
La maggior parte di loro, come al solito, se ne restava nascosta nell’ombra, impedendo così di distinguere chiaramente i loro visi.
«Sono arrivato, signori. Spero di non avervi fatto attendere troppo» disse Uncino, togliendosi il cappello ed inchinandosi rispettosamente.
Un uomo dalla pelle grigiastra, gli occhi gialli ed una lunga veste grigia emise un finto colpo di tosse che suonò stranamente come un “sì”.
Sembrava un uomo normale, fatta eccezione per l’immensa fiamma azzurra che crepitava sul cranio, in una bizzarra sostituzione dei capelli, e per i denti bianchi ed aguzzi.

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Era Ade, il dio dei morti, sovrano dell’Oltretomba.
«Sei terribilmente in ritardo, Uncino, anzi sei praticamente l’ultimo, dato che ormai siamo arrivati tutti» disse in tono piatto un uomo dalla carnagione ambrata, sottili baffi e un ricciolo di barba nera.
Indossava una lunga tunica rossa e nera, e un copricapo dello stesso colore.
Nella mano destra sorreggeva un bastone con una testa di cobra.

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Jafar. L’ex Gran Visir del Sultano di Agrabah, nonché grande mago e Genio libero.
«Perdonate, ho avuto un piccolo contrattempo» rispose Uncino, accarezzandosi distrattamente…l’uncino, con l’altra mano.
«Ma certo, ed immagino che questo piccolo contrattempo abbia cappello, calzamaglia e si chiami Peter Pan, giusto?» commentò sarcastico un grosso leone parlante, dalla pelliccia color terra, gli occhi verdi e la criniera nera come la pece.

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Era Scar. Il fratello minore del re della Savana, Mufasa.
«Fatti gli affari tuoi, gattaccio rognoso!» scattò subito Uncino.
«SOLO IO POSSO CHIAMARLO GATTACCIO ROGNOSO! NON TI PERMETTERE, RAZZA DI STOCCAFISSO!» s’infiammò Ade. Letteralmente. Sulla testa e in tutto il corpo comparvero delle immense fiamme giallastre, e la pelle grigia diventò rossa come il sangue.
«NON AZZARDARTI A CHIAMARMI STOCCAFISSO, BRUTTO…!»
«Basta così!» tuonò una voce, una voce potente, profonda e tetra, che risuonò nell’intera sala. Proveniva dal centro della sala, che era oscurato, perciò non si poteva vedere chiaramente quali fossero i tratti di colui che aveva parlato. Uncino ed Ade si zittirono all’istante.
Il Capitano si prostrò umilmente a terra. «Oh, siete voi, padrone!»
«Ma certo, pezzo di deficiente! Chi credevi che fossi? Peter Pan?» inveì la Voce.
«No, no, certo che no!» si affrettò a rispondere Uncino, balbettante.
«Ehm, scusate! Se non sbaglio – ed io non sbaglio mai – dovevamo iniziare una riunione!» intervenne Ade, prima che il Signore della Fortezza Oscura, questo era uno degli appellativi del padrone che tutti i presenti servivano, potesse ribattere.
«Precisamente» ringhiò la Voce. «Vi ho qui riuniti per sapere come procede il piano per impossessarci dell’intero regno di Arcadia. E allora, Ade, la conquista dell’Olimpo è andata a buon fine?»
«Certo, capo! Adesso l’Olimpo è in nostro potere! Gli dei sono stati trasformati in statue e poste nell’atrio come desideravi!». Chissà perché, Ade era l’unico dei servitori che osava rivolgersi al padrone dandogli del tu.
«E quei fastidiosi Guardiani? Sono stati sistemati a dovere?» domandò il Signore della Fortezza Oscura, rivolgendosi a qualcun altro che era nell’ombra, alla sua destra, di cui si riusciva ad intravedere solamente gli occhi, grandi e gialli.

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«Non ancora, ma ci sono molto vicino, mio signore. Presto non saranno più un problema». La misteriosa figura era un uomo, e la sua voce era calda, melodiosa, pastosa, così innocente e gradevole all’udito, così bugiarda…
«E voi? Avete portato a termine la missione che vi ho affidato?» chiese ancora la Voce, rivolgendosi a Scar, Uncino, Jafar e ad un individuo che era nell’ombra, ma che aveva la strana silhouette di un pavone.
«Certamente, ecco perché io sono arrivato tardi. Adesso tutta l’Isola Che Non C’è mi appartiene» rispose trionfante il pirata.
«La Rupe dei Re ora è mia di diritto. E quel sempliciotto del figlio di mio fratello Mufasa non potrà darmi alcun fastidio perché è negli Inferi a far compagnia al padre!» intervenne Scar, sogghignante.

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«Tra non molto l’intera Cina s’inchinerà a noi, mio signore!» disse il pavone in tono solenne.
«Finalmente, dopo anni e anni di prigionia e atroci sofferenze il regno di Arcadia e l’Olimpo saranno di nuovo miei!» esultò il Signore della Fortezza Oscura, a quelle parole.
«Non canti vittoria troppo presto, mio signore. Purtroppo c’è ancora un ostacolo che si frappone fra lei ed il potere» disse un ragazzo, i cui lineamenti non erano facilmente distinguibili perché come molti era nascosto nell’ombra, a pochi metri dal centro della sala.

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«I Guardiani non saranno un problema. Ve l’ho detto, ormai li ho praticamente in pugno» replicò l’uomo dagli occhi gialli.
«Oh, ma non si tratta affatto dei Guardiani!» disse una voce del tutto ignota, una voce di donna dolce quanto falsa, anch’essa nascosta nell’oscurità.

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«Esattamente. C’è un gruppo di persone che sta dando del filo da torcere ai nostri piani» intervenne un ragazzo alto e smunto, dai corti capelli biondi e gli occhi azzurri.

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Luke Castellan, un semidio, figlio di Ermes, il dio dei ladri, dei mercanti e dei viaggiatori, nonché messaggero degli dei.
«Che storia è mai questa? Chi sono questi sciocchi che osano sfidare la mia potenza?» ringhiò il Signore della Fortezza Oscura.
«Sei dannati mocciosi che però hanno saputo tener testa a molti dei nostri soldati, a GongMing» rispose la voce di una donna, ben diversa dall’altra che si era udita prima. La sua era lievemente rauca.

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«Mostratemi i loro volti. Di tutti quanti» intimò la Voce.
«Ma certamente, mio signore! La mia sfera di cristallo ci sarà molto utile» disse un’altra voce di donna, molto più profonda e pastosa delle precedenti, anch’essa nascosta nel buio. Di lei si potevano intravedere solamente gli occhi piccoli e blu.

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Qualcosa di nero e viscido molto simile ad un tentacolo afferrò una sfera di cristallo, che subito s’illuminò di una luce azzurra. Lentamente, sulla superficie della sfera, iniziò a delinearsi un volto. Era una giovane donna di circa trent’anni, dalle labbra carnose, occhi scuri e penetranti e capelli castani raccolti in una treccia.

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L’immagine rimase nella sfera per un po’, perché i presenti potessero osservarla bene, poi lentamente il viso svanì per far posto ad un’altra. Era il volto di un ragazzo di circa diciotto, diciannove anni, dai folti capelli neri e occhi di un blu più intenso delle acque dell’oceano.

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Il Signore della Fortezza Oscura ebbe un invisibile fremito. Quegli occhi li aveva già visti, li conosceva benissimo, non poteva dimenticarli tanto facilmente, erano gli occhi di Poseidone, il dio dei mari e di tutte le acque…possibile che il ragazzo fosse suo figlio? Che fosse un semidio?
Sì… non poteva essere altro… inspirò… ecco, sentiva chiaramente l’odore del sangue attraverso la pelle… brezza marina e acqua salata… lo stesso identico aroma del padre… chissà se aveva anche il suo stesso identico sapore… si leccò le labbra divertito, ripensando a quando aveva avuto modo di assaggiarne la carne…
«Ma quello è Percy Jackson! Uno dei figli di mio fratello Poseidone, per giunta uno dei miei nipoti più odiati!» esclamò Ade, sgranando gli occhi.
«Nonché mio acerrimo rivale» ringhiò Luke Castellan.
Il Signore della Fortezza Oscura percepiva l’aura del giovane, attraverso la sfera di cristallo. Era potente, incredibilmente potente. In lui era racchiuso il potere del mare e della terra. Doveva sicuramente essere lui, il ragazzo a cui si riferiva la profezia, se era vero, un potere come quello non poteva lasciarselo sfuggire…
Il volto del ragazzo scomparve. Al suo posto era apparso quello di una ragazza che doveva avere circa la stessa età del giovane. Aveva lunghi e lisci capelli castani, e gli occhi azzurri, grandi ed intelligenti.

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Odore di ferro e seta. Era semidea anche lei, una figlia di Atena, senza alcuna ombra di dubbio. Aveva gli stessi occhi della madre. Ma anche qualcosa di più. Uno sguardo strano, sognante, come se si perdesse sempre in un mondo tutto suo, estraniandosi da quello in cui viveva. Alquanto strano, aveva sentito dire che i figli di Atena avevano sempre uno sguardo attento, arguto e coraggioso. Invece quella ragazza dimostrava tutto il contrario.
Poi fu la volta di un altro ragazzo. Non avrebbe saputo determinare che età avesse, era molto strano, perché i suoi lineamenti sembravano sempre mutare. Una volta era un ragazzino di dodici anni dai capelli rossi, orecchie da elfo e cappello a punta verde con una piuma rossa, un’altra era un giovane di sedici anni dai ricci capelli biondi, occhi azzurri e vestito intrecciato di foglie verdi.

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«Ma è quel ragazzetto di Peter!!! Allora adesso sta con loro!!!» esclamò Uncino.
Il viso di Peter Pan scomparve. Al suo posto apparve quello di una ragazza di circa diciassette anni, dai capelli neri e lucidi ed occhi dello stesso colore. Indossava un lungo abito azzurro e al collo portava una catenina d’argento con appesi due anelli nuziali.

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Anche lei in quanto a potenza non scherzava, pensò il Signore della Fortezza Oscura. Ne percepiva l’aura dalla sfera, era quella di una maga, una maga molto potente. Non si accorse di Jafar, che si mordeva il labbro fino a farlo sanguinare, mentre guardava la ragazzina riflessa.
Infine, fu la volta di un altro ragazzo, sui diciotto anni. Forse era il personaggio più bizzarro del gruppo. Aveva i capelli molto corti, inspiegabilmente candidi come la neve e spettinati e magnetici occhi blu ghiaccio. Nella mano sinistra stringeva un bastone uncinato di legno, ricoperto di neve e crepitante di energia. Nonostante l’aspetto apparentemente fragile, quel ragazzo irradiava potere, come lo irradiava uno dei suoi servi, quasi come una divinità minore. Era forse un dio? Ma quale? Il Signore della Fortezza Oscura era certo di non averlo mai visto. Anche l’aura di lui era incredibilmente potente, era forte in lui il potere del ghiaccio, del gelo e della neve.

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«Ecco, sono loro gli sciocchi che hanno osato intralciarci senza alcun riguardo» disse la donna nell’ombra con gli occhi blu.
«Ebbene, annientateli, cosicché non possano più creare fastidio. La prossima volta potrebbero fare anche di peggio, ed io non voglio alcun ritardo né problemi che possano impedire la riuscita del mio piano» disse il Signore della Fortezza Oscura.
«D’accordo, mio signore! Ed io ho già in mente un piano infallibile per intrappolarli tutti quanti ed eliminarli in un colpo solo!» esclamò Scar, alzandosi in posizione eretta, con fare vanesio.
«Perfetto, allora tu, Jafar, Ade ed Uncino lo metterete in atto» decise il Padrone. «Ad una condizione».
«Una condizione?» fece eco Jafar.
La sfera di cristallo s’illuminò, mostrando nuovamente il volto di Percy Jackson.
«Sia risparmiato il figlio di Poseidone e consegnato a me, vivo ed incolume. Uccidete gli altri suoi compagni senza alcuna pietà» rispose il Signore della Fortezza Oscura.
«Così avete ordinato e così noi faremo, mio signore» replicò Jafar, inchinandosi rispettosamente.
«Uffa! Avrei tanto voluto vendicarmi!» borbottò Ade.
«Be’, allora anch’io voglio porre le mie condizioni! Peter Pan, è mio, mio, mio!» sbraitò Uncino, stringendo i pugni come un bambino piccolo.
«Va bene, va bene, basta, abbiamo capito! Ma sei proprio fissato con questa storia!» sbottò Scar.
«Illustraci or dunque il tuo piano, Scar» intervenne Jafar, prima che Uncino potesse replicare.
«Rapiremo la principessa di Agrabah, Jasmine!» esclamò il leone parlante.
«Geniale! E poi che cosa facciamo? La costringiamo a farci da schiava?» sbottò Ade, l’aria visibilmente scocciata. Era di nuovo sul piede di guerra contro il leone; quei due non erano mai riusciti a sopportarsi, e ciò aveva provocato non poche irritazioni nella malvagia congrega.
«Rifletti prima di parlare, mangiavermi!» lo rimbeccò Scar. «Questi ragazzetti mi paiono delle persone alquanto oneste e nobili, non trovate?»
«E allora? Dove l’inghippo?» domandò Uncino.
«E be’, lo sapete, no? Le persone nobili sono molto facili da manipolare!»
«E con questo?! Arriva al punto!» sbottò Jafar, visibilmente impaziente.
«Se noi rapiamo la principessa Jasmine, i nostri cari “eroi” saranno disposti a fare di tutto pur di salvarla! La porteremo in un luogo sicuro e faremo in modo che loro lo vengano a sapere. A quel punto noi saremo lì ad aspettarli!»
«E poi, siccome è la moglie del mio acerrimo nemico, Aladdin, sicuramente si precipiterà anche lui a salvarla, ed io potrò finalmente compiere la mia vendetta! Fatti fuori tutti in un colpo solo! Geniale!» esclamò Jafar, il piano di Scar cominciava davvero a piacergli, si chiese come aveva fatto a non pensarci lui per primo.
«Bene, procedete dunque come ha detto Scar» ordinò il Signore della Fortezza Oscura.
«Benissimo, capo! Vedrai, presto quegli stupidi ragazzini non ci daranno più alcun fastidio! Noi conquisteremo Arcadia e ci impossesseremo delle pietre!»


***


Il sole splendeva alto nel cielo della città di Agrabah, e l’immenso e grande mercato era come al solito affollato, pieno di bancarelle, mercanti e prodotti. Da un’immensa costruzione di granito due donne stavano chiacchierando amichevolmente, quando ad un certo punto qualcuno si avvicinò a loro con una certa fretta.
Era un’altra donna…no, nient’affatto, lo poteva sembrare, perché si era messo addosso una tunica femminile color crema per nascondersi.
Era un ragazzo di diciotto anni, dalla carnagione ambrata ed i capelli neri mossi e gli occhi di un marrone cioccolato. Aveva i piedi ed il petto nudi, indossava solamente un gilet viola, fez rosso e pantaloni bianchi.

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«Buongiorno, signore!» salutò cordialmente il ragazzo sfoggiando un sorriso scaltro.
«Già nei guai di prima mattina, oggi, eh? Non è un po’ presto, Aladdin?» disse la donna più anziana, agitando il dito a mo’ di rimprovero ma sorridendo maternamente.
«Nei guai? Macché! Uno è nei guai solo se lo prend…»
Aladdin non poté finire la frase, che qualcuno da dietro di lui gli strappò la tunica di dosso e lo afferrò per il collo.
«PRESO!»
Era Razoul, il capitano delle guardie di Agrabah, un uomo massiccio dal pessimo carattere, che da sempre odiava Aladdin e sperava di sbatterlo in galera.

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All’improvviso, una scimmietta vestita in modo del tutto simile ad Aladdin, sbucò da dietro la schiena di quest’ultimo. Abu balzò sopra la testa del capitano delle guardie e gli calò il turbante sugli occhi. Razoul urlò e mollò la presa.
Aladdin cadde a terra, tossendo e massaggiandosi la gola, ma subito due guardie lo bloccarono per le braccia, Razoul si risistemò il turbante e fermò Abu prendendolo per la coda. Scoppiò in una volgare risata.
«Sei mio, piccolo straccione! Non puoi più sfuggirmi! Ti getterò in prigione e ti ci lascerò a marcire!»
«Questo è tutto da vedere, barile di grasso!» ribatté Aladdin, ostentando sicurezza.
Razoul ringhiò. «Hai pronunciato le tue ultime parole, straccione! Addio!»
E sollevò la propria spada, pronto a conficcargliela nel petto.
Aladdin trasalì. Faceva sul serio, allora!
«Non ti hanno mai insegnato che combattere contro un avversario disarmato e per di più intrappolato è da codardi e villani?» gridò una voce femminile, poco lontano.
Razoul abbassò la spada e si voltò.
Sei ragazzi, tre maschi e tre femmine, erano comparsi all’improvviso nel mercato. Aladdin non poteva saperlo, ma erano i ragazzi che erano comparsi nella sfera del Signore della Fortezza Oscura.
A parlare era stata la ragazza dall’aria più matura, con la lunga treccia castana. Stava al centro rispetto agli altri, fiera e maestosa; nelle mani stringeva due pistole puntate contro Razoul.
«E voi chi sareste, piccoli ficcanaso?!» sbraitò quest’ultimo.
«Dei tipi a cui i grassoni vigliacchi non vanno affatto a genio!» rispose il ragazzino dal cappello verde, le orecchie da elfo e i capelli rossi. Ad Aladdin parve stranamente familiare: dove l’aveva già visto?
«Lascia andare il ragazzo, Razoul» intervenne la giovane dai lunghi capelli castani lisci e penetranti occhi azzurri. Nella mano destra stringeva una daga, una spada di media lunghezza dall’elsa sottile.
Il tono con cui parlò era fermo ed autoritario, ma Razoul non si lasciò intimidire.
«Altrimenti?» domandò, con aria di sfida.
«Altrimenti di qui a poco ci saranno delle belle statuine di ghiaccio a forma di guardie di Agrabah!» replicò con un sorriso malandrino il ragazzo dai corti e candidi capelli, facendo girare distrattamente il bastone ricurvo che teneva tra le mani.
Razoul scoppiò a ridere. «Ah ah ah! Questa sì che è buona!»
«Amico, non ti conviene sfidarci, sai? Tu e le tue guardie non ci fate paura!» affermò coraggiosamente l’ultimo ragazzo, con i capelli neri e gli occhi di un blu stupefacente. Ad Aladdin ricordò molto l’oceano in una giornata di sole. Anche il ragazzo aveva con sé una daga, di bronzo, che però era molto più bella e decorata di quella della ragazza castana. Sull’elsa era disegnato un tridente.
«Stupido ragazzino! Ti farò pentire amaramente della tua impudenza!» sputacchiò Razoul.
Sollevò la spada. «Prendiamoli!»
I soldati, tranne quelli che tenevano imprigionato Aladdin, sguainarono le proprie sciabole ed attaccarono.
Fu allora che il ragazzo dai capelli bianchi puntò l’estremità uncinata del bastone; un getto di ghiaccio si sprigionò e colpì tre delle guardie, congelandole sul posto.
Aladdin rimase a bocca aperta, ma non ebbe il tempo di articolare nessun pensiero, che subito altre guardie partirono all’attacco.
La donna dalla lunga treccia ripose le pistole e con una rapida mossa di karate ne stese tre.
La ragazza dai capelli lunghi castani ed il ragazzo dai capelli neri incrociarono le lame delle loro spade con le sciabole di altri due soldati ed iniziarono a combattere fianco a fianco, rapidi, coordinati e feroci come leoni.
Il ragazzino dai capelli rossi fece un salto e, sotto gli occhi stupefatti di Aladdin, si sollevò in aria, come se fosse privo di peso, come se a sorreggerlo ci fosse un tappeto volante invisibile. Sguainò un pugnale dalla cintura che indossava e cominciò a punzecchiare il sedere di Razoul.

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Il capitano delle guardie gridò, lasciando andare Abu, che subito sfrecciò da Aladdin e si nascose dietro di lui per la fifa.
Razoul si avventò contro il ragazzino volante, ma questo salì ancora più in alto, restando fuori dal raggio d’azione della sciabola del capitano delle guardie.
Infine, venne il turno di agire della ragazza dai capelli neri e il lungo abito azzurro.
Ella alzò le mani al cielo, e pronunciò, con voce forte e chiara: «Tornado Devastante!»
Un potentissimo e gigantesco vortice d’aria comparve sopra i palmi delle sue mani, fluttuando a mezz’aria.
Con un gesto, la ragazza lo scagliò contro le guardie. Queste urlando e gesticolando cercarono di fuggire, ma inutilmente. Il tornado le risucchiò al suo interno, facendoli girare come una giostra impazzita.
La ragazza fece scattare una mano ed il vortice scagliò lontano le guardie, per poi dissolversi lentamente.
Ma ecco che altre guardie arrivarono a dare manforte. I sei coraggiosi guerrieri non ce l’avrebbero mai fatta a reggere un altro esercito di quella portata!
«Maledizione, sono in troppi! Non riusciremo a fermarli tutti!» imprecò la ragazza dai lunghi capelli castani.
«E non lo faremo» ribatté la donna dalla lunga treccia.
«Ritirata strategica!» gridò il ragazzino dai capelli rossi, facendo una piroetta mentre era in volo.
«Jack, ci occorrerà un po’ di nebbia per scappare!» disse la donna, rivolgendosi al ragazzo con il bastone.
«Ricevuto, Lara! E del ragazzo che ne facciamo?»
«Lo portiamo con noi! Non possiamo lasciarlo tra le grinfie di Razoul!»
«D’accordo, Lara! Allora lo trasporteremo io e Rory!» intervenne il ragazzo dai capelli neri.
«Ricevuto!» rispose prontamente la ragazza dai capelli castani.
Il ragazzo chiamato Jack sollevò il bastone e girò su sé stesso. Dalla punta ricurva si sprigionò del fumo bianco che avvolse tutto, impedendo ad Aladdin e alle guardie che lo tenevano bloccato di vedere.
No, non era fumo, ma nebbia. Aladdin percepì le goccioline d’acqua che gli sfioravano la pelle color sabbia. Rabbrividì per il freddo.
D’un tratto, qualcuno piombò addosso alle guardie che lo tenevano imprigionato, mettendole KO con una sola mossa di karate. Erano il ragazzo moro e la ragazza castana, quella chiamata Rory.
Senza dire una parola, i due lo afferrarono per i polsi e lo trascinarono via.
«Ehi! Ma chi siete?! Dove mi state portando?!» protestò Aladdin.
La ragazza di nome Rory gli lanciò uno sguardo penetrante. «Rimanderemo a più tardi le spiegazioni! Ora vieni con noi, se ci tieni alla pelle!»

   
 
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