Storie originali > Thriller
Segui la storia  |       
Autore: VaultHunter    22/02/2017    1 recensioni
Un nome, un obbiettivo, un oggetto, nessuna memoria della propria vita: questo è ciò che accoglie i Revenant - i fantasmi che, per un motivo che neanche loro ricordano, sono ancorati a questo mondo - al loro risveglio. Tra di loro vi è un uomo, Purple Haze, il cui compito è uno solo - uccidere.
Genere: Mistero, Sovrannaturale, Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Violenza
Capitoli:
   >>
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
È sorprendente quante persone diverse uno possa incontrare su un semplice autobus - uno di quei numerosi autobus di linea che attraversano le strade fumose sotto il cielo terso. Uno sta fermo lì, la mano appesa alle sbarre gommate per non perdere l'equilibrio - ed eccoli arrivare tutti, il vociare confuso delle persone che si accalcano, sudate, nervose, immerse nei propri pensieri. La donna anziana carica di borse di plastica piene fino all'orlo di carciofi verdi e incarti oleosi di formaggi, mentre si guarda intorno implorando con gli occhi per un posto a sedere; il ragazzo con gli auricolari piantati nelle orecchie, mentre dondola i piedi ascoltando uno di quei terribili ritmi moderni, dondolando i piedi a ritmo di musica contro lo zaino lasciato a terra, la testa fuori dal finestrino, gli occhi piantati fuori che pensano ancora alle tette della sua compagna di classe; l'uomo d'affari incravattato, con le macchie scure sotto le ascelle che si allargano a vista d'occhio, mentre strepita al telefono nel tentativo di farsi sentire sopra al fracasso del vicino - ugualmente al telefono, impegnato anche lui in una conversazione a tutto volume. L'autobus diventa una sorta di mostra artistica: ognuno può entrare e godere delle mille sfaccettature dell'uomo per pochi spiccioli - o, nel mio caso, per nulla. Ogni tanto sale anche uno di Loro - o meglio, di Noi. Non si parla. Non so se sia perchè non ci è concesso o cosa, ma è una sorta di contratto non verbale, scritto tutt'intorno a noi: un'occhiata di sbieco, un brevissimo incrocio di sguardi, talvolta un impercettibile segno di assenso con la testa. Anche Loro sono di tanti tipi - tante diverse sfaccettature: l'individuo pensieroso che guarda fuori dal finestrino, tamburellando le dita sulle ginocchia; il tipo imbronciato, appoggiato ad una sbarra con noncuranza, gli occhi bassi e le mani nelle tasche; la donna smarrita, ancora scioccata da ciò che la circonda, dalla naturalezza della sua situazione. Una volta anche un gatto - arancione, magro, salì di corsa e, guardatosi rapidamente intorno, si accoccolò su un sedile, leccandosi la zampetta. Ma sono rari - molto rari: la maggior parte ha semplicemente paura di stare con la gente. E comunque non sono mai sempre la stessa persona: solo io sono diventato un passeggero abituale. Con il fischio dei freni, il mezzo si ferma, getto lo sguardo ad un cartello macchiato di scritte confuse, loghi di una qualche gang di vandali. Tiro fuori il foglio di carta spiegazzato dalla tasca della giacca, e facendo scorrere lo sguardo cerco il nome che mi serve sulla lista. Gli indirizzi coincidono. Sono arrivato. Passando la mano sulle porte scorrevoli, scendo sull' asfalto bollente, urtando la spalla di un ometto baffuto che incespica, facendo cadere il fascicolo di fogli che ha sottobraccio. Si guarda intorno, seccato e stizzito, ma - ovviamente - non vede nessuno. Lo guardo di sottecchi mentre mi allontano, sospira rassegnatosi a dover raccogliere i fogli caduti. Mi piacerebbe aiutarlo - o quantomeno scuasarmi - ma tiro dritto. Anche io, come i miei simili, preferisco avere meno contatti possibile con i vivi. Il mio nome è Purple. Purple Haze. Almeno, è il nome che mi sono dato. Ho un altro nome - un nome vero - ma quello è andato perduto per sempre. Non ricordo nulla. Il mio passato - la mia vita - sono come guardare una lavagna appena pulita da un cancellino: resti lì a fissare la pietra nera, cerchi vanamente di cogliere qualcosa nelle scie di polvere di gesso. Tutto ciò che ricordo comincia a partire da un mese fa - il giorno in cui mi sono svegliato nella stanza d'albergo 817. Ho aperto gli occhi, sdraiato sul pavimento, fissando la carta a motivi lignei sul soffitto. Mi sono messo a sedere, guardando le pareti color crema e la finestra dai vetri appannati. Il tavolinetto di legno al centro, con le sue tre gambette traballanti. Quando mi svegliai - lo ricordo chiaramente - la mia testa era vuota. Non un singolo pensiero, non una preoccupazione - non un ricordo che mi consolasse, o mi affliggesse. Mi ero alzato in piedi, osservando la stanza, e allora li avevo notati, appoggiati sul tavolinetto: un foglio di carta spiegazzato - e un coltello. Avevo sollevato il foglio per primo. Parole battute a macchina, leggermente consumate, inchiostro nero. "Il tuo nome è - e qui l'angolo era strappato. Per giorni mi ero concentrato sul bordo frastagliato, nel tentativo di scorgere anche solo una goccia di inchiostro che indicasse un' iniziale - o solo una lettera -. "Uccidi questi uomini" - seguito da una lunga fila di nomi e indirizzi. La mia prima reazione era stata, stranamente, stupore. Perchè mai io avrei dovuto uccidere costoro, pensavo mentre prendevo il coltello tra le mani, facevo scivolare l'impugnatura perlacea tra i guanti delle mani, osservavo la luce rifrangersi sulla stretta lama argentea. Ancora oggi me lo chiedo. Nessuno mi sta costringendo. Nessuno mi ha detto il motivo - perchè questi uomini debbano morire. Nessuno mi ha spiegato che succederà, a incarico finito. Ma lo ho accettato lo stesso. Perchè? mi chiedo. Forse - ed è solo un forse - perchè, in un modo o nell' altro, anche i morti hanno bisogno di qualcosa - di uno scopo qualunque, pur di motivare la propria esistenza.
   
 
Leggi le 1 recensioni
Segui la storia  |        |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Capitoli:
   >>
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Thriller / Vai alla pagina dell'autore: VaultHunter