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Autore: lightvmischief    22/02/2017    1 recensioni
Una ragazza.
Un gruppo.
La sopravvivenza e la libertà.
Le minacce e i pericoli della città, delle persone vive e dei morti.
Prova a sopravvivere.
Genere: Azione, Drammatico, Science-fiction | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Violenza
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CAPITOLO 1
 
 
«Merda» impreco, sbattendo il petto contro il muro, mentre cerco di aggrapparmi ad una scala e scappare dai quei mostri.
Non poteva andare peggio: sono sola, intrappolata in un’orda di zombie, senza un’arma – ho una pistola, ma è senza proiettili – e cerco di salire su una scala che non so nemmeno dove mi porterà.
Andare nel centro della città in cerca di cibo e armi non è stata esattamente una buona idea.  Sinceramente, farei meglio a pensare prima di agire.
Salto un’altra volta e riesco ad aggrapparmi con una mano al primo scalino della scala e uso tutta la mia forza per aggrapparmi anche con l’altra mano. Cerco velocemente un appoggio con i piedi contro il muro di quell’edificio.
Si stanno avvicinando.
Devo essere più veloce.
In fretta e furia, mi aggrappo al secondo scalino, poi al terzo, al quarto, fino a quando riesco a toccare il primo scalino con il ginocchio.
Mi fanno male le braccia.
Piego le ginocchia e faccio leva sui piedi.
Riesco a salire; cerco di farlo più veloce che posso.
Arrivo all’ultimo scalino e mi butto di peso sul tetto della struttura. È una fortuna che quei cosi non riescano ad arrampicarsi. Nonostante non sia molto in alto, loro non possono raggiungermi.
Sono al sicuro.
Mi manca il fiato; mi siedo e mi sfilo lo zaino dalle spalle, lo metto tra le gambe.
Poteva andare peggio, penso.
***
Una volta essermi ripresa dallo sforzo fisico, mi rimetto in piedi e cerco una via tra gli zombie. Niente da fare. È passato troppo poco tempo.
Il sole sta tramontando. Devo sbrigarmi se non voglio girare per la città al buio con il rischio di essere attaccata.
Devo trovare un rifugio o, almeno, un posto in cui io possa dormire. Ne ho davvero bisogno.
«Non c’è via d’uscita» dico, liberando la mia frustrazione.
«Già.»
Mi giro, ho il cuore che batte a mille.
A meno che quei mostri non abbiano cominciato a parlare – cosa che trovo molto difficile, dal fatto che molti di loro neanche ce l’hanno una bocca – o qui sopra non sono sola.
Ho la mano sulla pistola, potrei usarla per spaventarlo, perché c’è un ragazzo.
C’è un ragazzo.
O sono in pericolo, o mi vuole aiutare, cosa che trovo molto improbabile. In ogni caso, gli punto la pistola contro.
«È senza proiettili, non sono idiota.» dice il ragazzo.
«Seriamente?!» quasi grido dalla frustrazione. Nonostante sappia che non ho proiettili – cosa che mi sorprende -, tengo la pistola ben puntata contro il suo petto. Non mi fido.
«Senti, non voglio farti niente. Voglio solo aiutarti.» dice e si avvicina.
«Hey! Non avvicinarti.» lo avverto.
Non mi fido.
«Okay, okay» alza le mani e si ferma dov’è.
«Credo che siamo messi nella stessa situazione. Entrambi dobbiamo tornare dai nostri gruppi» continua.
Con la sola differenza che io, un gruppo, non ce l’ho, penso.
Non è una cosa che deve sapere, però. Così annuisco.
«Io potrei sparare alcuni colpi da quella parte, così da aprire una via d’uscita e scappare.» Il piano è buono.
Vedo che il ragazzo possiede una pistola alla cintura, oltre al fucile che ha sulla spalla. Decido di approfittarne; dopo tutto, lui ha un gruppo di persone su cui appoggiarsi, io non ho nessuno e, prima che trovi un’altra arma o dei proiettili, passeranno giorni.
Così, con un cenno della testa, indico la sua pistola.
«La vuoi?» mi chiede, guardandola e sfiorandola.
Annuisco e la sfila dalla cintura, tenendomela.
Abbasso la mia pistola e la infilo dietro la schiena. Tendo la mano sinistra e prendo la sua.
Non so se quello sia stato un gesto di gentilezza o pena. O entrambi.
Il piano ha inizio.
Il ragazzo si porta dalla parte opposta alla mia sull’edificio e punta il fucile verso il basso.
Mi guarda e mi fa un cenno con la testa, mentre comincia a sparare il primo proiettile.
Guardo in basso: si stanno muovendo. Funziona.
Il ragazzo spara un altro proiettile.
Devo saltare, ora o mai più, penso.
Lancio uno sguardo al ragazzo. Non posso lasciarlo lì sopra.
«Hey! Muoviti!» gli urlo, mentre mi siedo sul cornicione della struttura, pronta a buttarmi.
Devo fare attenzione, potrei rompermi una caviglia.
Conto fino a tre. E mi butto.
I miei piedi toccano terra, ma non riesco a mantenere l’equilibrio e cado in avanti, sulle mani. Mi rialzo velocemente, subito pronta a correre via, mentre il ragazzo è atterrato al mio fianco.
«Non abbiamo molto tempo.» afferma. Prende il fucile in mano e comincia a correre.
Scuoto la testa; avrei potuto lasciarlo benissimo su quel tetto.
Decido di muovermi e comincio a correre dalla parte opposta alla sua; preferisco cavarmela da sola, d’ora in poi.
Mi fanno male le gambe, ma non posso fermarmi adesso che ho la strada libera.
Li vedo. Stanno tornando indietro. Non può essere.
Sono in un vicolo cieco; dietro di me c’è l’edificio dal quale sono saltata giù, ai lati ci sono degli zombie qua e là, mentre davanti a me, se prima c’era una via d’uscita, beh, molto presto non ci sarà più. Ucciderne anche solo uno, di zombie adesso, sarebbe un suicidio.
Questi cosi sono molto sensibili ai rumori, la loro sopravvivenza – se così si può definire – è basata solo ed esclusivamente sull’udito.
Ah, e anche su qualche sconsiderato che decide di sparare in mezzo a un’orda enorme di zombie. E questo sconsiderato non può essere nessun altro, se non quel ragazzo.
Non credo che ci sia qualcuno più idiota di lui a questo mondo. Non lo conosco nemmeno e già sta facendo di tutto per farsi odiare.
Tengo ben stretta la pistola tra le mani, sentendo il metallo scaldarsi sotto al mio palmo. Mi guardo alle spalle: l’idiota è dietro di me e sta indietreggiando.
Mi giro di scatto e sparo ad uno zombie che stava per attaccarglisi al braccio: si comincia.
Faccio uno scatto e corro fino al ragazzo. Mi abbasso, evitando uno zombie e sparo alla testa ad un suo compare.
Fuori due.
«Questa volta, ascolta me.» gli dico, una volta essergli arrivata alle spalle.
«Facciamone fuori più che possiamo, poi, appena si crea un buco, scappiamo. Okay?» continuo, mentre sparo ad un altro zombie.
Annuisce e ne uccide uno.
Più andiamo avanti e più stento a credere che ne usciremo vivi, ma vale la pena provarci.
Sento che presto finirò i proiettili e spero di riuscire a cavarmela con la lotta fisica, ma non so fino a che punto potrei resistere. Dovrei mettere in conto anche la corsa e non credo che riuscirei a fare entrambe le cose; ho già avuto abbastanza sforzi fisici per essere una ragazza che è a digiuno. Ero stata già abbastanza fortunata per avere trovato dell’acqua.
«Al mio tre, seguimi.» Mi istruisce il ragazzo.
Non se fidarmi oppure no: l’ultima volta che l’ho fatto sono finita in un’orda di zombie assassini che cercano di mangiarmi il cervello.
«Uno…»
Non so che fare.
«Due...»
Sono stanca di combattere, voglio trovare un posto al sicuro dove poter riposare.
«Tre!»
Faccio uno scatto e seguo il ragazzo: aveva creato una via di fuga.
Lui rallenta, ma continua a correre. Lo seguo; non so perché io lo stia facendo, forse non sa nemmeno che io sono dietro di lui, forse pensa di avermi già seminato.
Eppure lo sto seguendo.
Rallenta sempre di più, fino ad arrivare a camminare.
Deve sentirsi al sicuro in questa zona, penso.
«Sapevo che mi avresti seguita fino a qui. Sono arrivato alla conclusione che, probabilmente, un gruppo non ce l’hai.» Appura il ragazzo, sicuro di ciò che dice, voltandosi dalla mia parte.
Non ho il fiato per rispondergli, ma lo guardo male.
«Io sono Wayne, comunque» continua, questa volta facendo comparire un leggero sorriso sulle labbra.
Lo fisso per qualche secondo e, dopo, riporto lo sguardo davanti a me.
Non ho intenzione di dirgli come mi chiamo e nemmeno di ricambiare il sorriso; non credo sia il caso e non sono una che si fida facilmente delle persone. Anche se fino ad ora l’avevo fatto e, per questo, mi ritrovavo qui, con lui.
«Senti, avevi… Avevi una bella mira, sai, là fuori… Vorresti unirti al mio gruppo?» mi propone e nel frattempo si ferma davanti a ciò che mi sembra una specie di portone.
«Sto bene da sola, grazie.» Gli rispondo con un sorriso falso.
Ormai aveva scoperto che non avevo un gruppo, non c’era bisogno di mentire ancora.
«Sei sicura? Non hai bisogno di riposare e di cibo?»
Scoppio a ridergli in faccia.
«Me lo stai chiedendo seriamente?»
«Ti sembro uno che sta scherzando?»
Scuoto la testa; non avevo intenzione di restare, o almeno, non avevo intenzione di farlo fino a pochi secondi fa.
Ora avevo davanti a me la possibilità di riposarmi sul serio e di mettere sotto ai denti qualcosa.
I pensieri stavano facendo a botte nella mia testa.
«Va bene. Ma solo per una notte, dopo me ne andrò.»
«Okay, ma se vorrai restare per più di un giorno, sarai la benvenuta»
   
 
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