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Autore: Galgith    22/02/2017    0 recensioni
Una procuratrice distrettuale, un investigatore privato, un caso di sicurezza nazionale.
Una coppia mal assortita in un intreccio di cospirazioni e pericolo. Lui, ex poliziotto della polizia di stato di Boston, lei, fredda avvocatessa dei tribunali americani. Un venditore di cosmetici un po' cascamorto li ha portati a conoscersi, una imminente crisi dietro le quinte della nazione li porterà a lavorare insieme. Che gli piaccia o no.
Genere: Azione, Suspence, Thriller | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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CAPITOLO 3

La sensazione che John provò quando riprese i sensi gli ricordò vagamente il doposbronza della festa di San Patrizio di cinque anni prima con i suoi ex-colleghi misto a quella volta che era caduto giù per le scale del condominio dove abitava coi suoi genitori quando andava alle elementari. Per quanto fosse stato piccolo al tempo, il ricordo dell’avvenimento era annebbiato, il ricordo del dolore no. Quello era bene impresso nella sua mente.
Si ritrovò sdraiato. Non sapeva dove, né quando. Tentò di aprire gli occhi e di ignorare il dolore, ma una forte luce al neon proveniente dall’alto glielo impediva, costringendolo a socchiudere le palpebre e a prendersi una dozzina di secondi per mettere a fuoco l’ambiente circostante. Con la mano destra a coprire gli occhi, John tentò di alzarsi, sentendo fitte di dolore praticamente ovunque. Dopo pochi tentativi si arrese allo stare sdraiato, cercando di fare mente locale sugli ultimi ricordi che possedeva.
Il treno… il forte odore del whiskey…quella donna, Eva…i due tizi, poi il nulla.
Sospirò, come a rendersi conto che i ricordi erano tutti lì, e se voleva capire di più, doveva alzarsi e stringere i denti.

«In che guaio mi sono cacciato stavolta?» si chiese a mezza voce, guardando un punto impreciso del soffitto.

«Me lo sto chiedendo da almeno tre quarti d’ora.»

John non ci mise molto a riconoscere di chi fosse quella voce. Lo capiva più dal tono usato che da altro.
Come rinvigorito da quelle parole, si sforzò di mettersi seduto, sentendo promesse di dolore su ogni parte del corpo. Si resse la testa mentre si guardava intorno, cercando di rendersi conto di dove diavolo fosse.
Era una stanza perfettamente quadrata, con una porta in legno massiccio, una lampada al neon sul soffitto e due panchine in legno attaccate alle pareti, una di fronte all’altra. E su una di queste, appoggiata con la spalla e la testa all’angolo del muro, c’era Eva.

«Se mi avessi detto da subito che avevi guai con la legge, me ne sarei andata. Almeno mi sarei risparmiata tutto questo.»

Dallo sguardo e dal tono si capiva che era arrabbiata, ma nei suoi occhi veniva celata la nascita di un timore nuovo. In genere era lei che aveva a che fare coi criminali, non aveva mai pensato che un giorno sarebbe stata presa per tale.
Con un malditesta che avrebbe fatto venire i brividi ad un cefalalgico, John cominciò a tastarsi i pantaloni ed il cappotto, come in cerca di qualcosa.

«Non ho guai con la legge, mai avuti. Al massimo qualche diverbio con chi dice di farla mantenere, ma niente di più…»
«E allora perché quei poliziotti ti cercavano?» chiese senza riuscire a mascherare il suo essere allarmata e irritata per la situazione.

John dal cappotto estrasse il pacchetto di sigarette, ne prese una e lentamente, più per il dolore che per altro, la portò alle labbra.

«Non erano poliziotti…» disse accendendosi la sigaretta con lo zippo.

Eva rimase ad occhi semi-spalancati.

«Come?»

L’uomo, dopo avere richiuso l’accendino con un rapido gesto della mano, espirò il fumo dai polmoni, socchiudendo gli occhi e lasciandosi andare a quella piacevole sensazione. La prima dal suo risveglio.

«Per prima cosa noi abbiamo ancora tutti i nostri effetti personali. Tu hai ancora la tua ventiquattrore, e i poliziotti perquisiscono e requisiscono tutto ad un arresto. Poi questa non è una cella, è una stanza. Strana, inquietante. Molto alla “X-files”, ma pur sempre una stanza. Un altro particolare è il manganello: i poliziotti possono utilizzare solo sfollagenti o armi d’ordinanza, anche se in borghese. Quello era telescopico, la polizia non usa niente di simile. In alcuni paesi è anche illegale. Infine sapevano i nomi di entrambi. Anche ammettendo che stessero cercando me, come potevano sapere il tuo nome se ci siamo conosciuti da poco? Tutto ciò a cui riesco a pensare è che ci volessero entrambi…nello stesso posto alla stessa ora.»

La donna si rimproverò silenziosamente per non essere arrivata da sola al pensiero degli oggetti. Si disse che era perché pensava ad altro, ignorando la verità che dentro di lei sapeva essere ben diversa. Mentre la sigaretta faceva propagare il suo forte odore per tutta la stanza, creando una rada nebbia di fumo evanescente, entrambi stavano pensando al perché fossero li, dove fossero e come uscire.
Eva dopo qualche istante si accorse che John la stava guardando, con intensità, mentre la sigaretta si consumava lentamente nella sua mano destra.

«…cosa c’è?» chiese sbattendo un paio di volte le palpebre stanche.

L’uomo si alzò in piedi senza staccarle gli occhi di dosso e, lento e dolorante, arrancò verso di lei. La donna non comprese la motivazione che spingeva l’uomo ad avvicinarsi, e rimase ferma a guardarlo stranita.

«Permetti?» chiese giunto a meno di un metro da lei, allungando una mano verso il suo volto, che all’ultimo deviò dietro la nuca, sfilando dai suoi capelli una forcina. Eva tentò di scostarsi, per appena un istante, ma lo lasciò fare.
Ottenuto ciò che gli serviva, John si avviò verso la porta, armeggiando con la forcina. Giuntovi di fronte, si chinò con lentezza e guardò la serratura che li costringeva in quella stanza, mentre spegneva la sigaretta al suolo.

«Vuoi scassinarla?» chiese Eva alzandosi e avvicinandosi di un paio di passi.

«Ci provo…» rispose l’uomo mentre cominciava a persuadere la serratura con la forcina. Era un po’ arrugginito, ma sperava di non aver perso il suo tocco.
Il rumore che proveniva dalla serratura sembrava per entrambi risuonare quanto un interminabile serie di rintocchi di campana. Speravano che non ci fosse nessuno a guardia della porta, che nessuno sentisse quei suoni. Lui cercava di ignorare il dolore, lei cercava di ignorare il pensiero che stavano infrangendo la legge.

«Ci sono quasi.» disse John, come a volere rassicurare entrambi.
Poi la porta si aprì. Non perché l’investigatore portò a termine il suo “sporco” lavoro, ma perché una chiave dall’altro lato della porta si inserì con prepotenza nella serratura, sbloccandola.
Ci mancò poco che John si prendesse la porta in legno dritta sul naso, mentre una donna fece capolino sul ciglio della porta.
Lunghi e ordinati capelli castani le ricadevano sulle spalle. Un ordinato completo femminile ne vestiva la figura esile ed ordinata. Lo sguardo acceso faceva compagnia ad un semplice sorriso diplomatico.

«Buongiorno. Mi chiamo Jill Webster. Vi prego di seguirmi.»
Senza dire nient’altro, la donna diede le spalle alla coppia contusa e confusa e si allontanò. John ed Eva non poterono fare altro se non seguirla.
Appena usciti dalla porta notarono come ai lati della porta si trovavano due uomini. Gli stessi uomini che erano presenti negli ultimi ricordi di entrambi.

«Ah, Miss. Webster, potrebbe attendere un momento?» chiese John alla donna, mentre guardava i due uomini. Lei ed Eva si fermarono, entrambe all’ignaro del perché di quella richiesta.

John guardò i due uomini, per poi avvicinarsi a passo tranquillo a quello coi baffi.

«Qualche problema?» chiese l’energumeno guardandolo arcigno.
L’investigatore si passo una mano sulla barba, come a pensarci su.

«Beh, no…sempre se non consideri un problema il fatto che picchi con la violenza di una modella con i polsi rotti.»

All’altro uomo scappò una risata trattenuta appena tra i denti, mentre lui guardava con uno sguardo assassino John.

«Smettila di dare aria alla bocca o te ne farò pentire.»
«Già. Tremo tutto. » Rispose l'investigatore con uno sguardo di sfida e un sorriso rilassato.

Tutto avvenne con estrema rapidità: l’uomo coi baffi tirò un diretto mirato a John, che però schivandolo sferrò una ginocchiata alla bocca dello stomaco dell’avversario, seguito da un pugno sul naso portato con una forza degna di un pugile esperto, tant’è che tradiva la sua muscolatura non scultorea.
Eva rimase a guardare quella scena di puro machismo costellato da battutacce provocatorie con impassibilità, mentre l’uomo coi baffi si reggeva il naso sanguinante subito dopo essere caduto a terra per le percosse. Il suo compagno stava già per muoversi, quando la signorina Webster lo fermò.

«Signor Green, se si ritiene soddisfatto la pregherei nuovamente di seguirmi senza infortunare ulteriormente il nostro personale.»

L’investigatore dopo un respiro profondo, si sistemò il cappotto sulle spalle e disse placido:

«Certamente, perdoni la scena.» e mentre si stavano accingendo a riavviarsi si voltò verso l’uomo sanguinante con un sorriso, dicendo a mezza voce «Non fai più lo spaccone senza il tuo manganello,vero?»

I tre ripresero a camminare, lasciandosi i due uomini alle spalle, percorrendo un lungo corridoio bianco ben illuminato con porte su ogni lato ogni 4 metri circa.

«Non potevi proprio trattenerti vero?» chiese Eva dopo qualche secondo di silenzio al suo “compagno di cella”, con un tono quasi di rimprovero. John fece spallucce socchiudendo gli occhi.
«Evidentemente no.»

Dopo una ventina di metri giunsero ad una porta al fondo del corridoio, con una vistosa targhetta in finto oro con una scritta nera in rilievo. “Ufficio del Direttore”.
La signorina Webster giunta di fronte alla porta fece cenno con la mano ai due di attendere, per poi bussare un paio di volte alla porta. Da dietro di essa provenne una voce profonda per pochi istanti.

«Avanti.»

La donna aprì la porta e rimase sulla soglia, permettendo a John ed Eva di entrare.
Si ritrovarono in un grande ufficio. Di fronte a loro una grande finestra che si estendeva per tutta la lunghezza della stanza. Di fianco a loro c’erano due poltroncine, una per lato. Appesi al muro si trovavano qualche quadro paesaggistico. Ad un paio di angoli qualche pianta per ravvivare l’ambiente, mentre a sinistra, su di un comodino d’epoca in legno scuro, una vetrinetta con dei medicinali.
Al centro della stanza attirava l’attenzione una grande scrivania dello stesso legno del comodino, sulla quale dominavano una lampada da studio ed un’infinita serie di scartoffie. Ai lati un paio di foto bene incorniciate, che ritraevano una donna ed un giovane, entrambi sorridenti e felici. Di fronte c’erano un paio di semplici sedie imbottite. Di fianco alla scrivania un uomo dalla grande stazza, capelli rasati, un completo nero sulla quale spiccava una cravatta rossa, occhiali da sole e le mani tenute compostamente unite di fronte a se.
Dietro la scrivania, su di una accogliente e grande sedia in pelle, si trovava un uomo che sembrava avere passato da poco la mezza età. Capelli brizzolati, con una stempiatura incipiente che faceva promesse di futura calvizie ed un doppiopetto grigio che sembrava essere costoso.
Quando l’uomo staccò i suoi occhi scuri dai fogli che si trovavano sotto il suo viso per incontrare quelli dei nuovi arrivati, comparve un sorriso che mostrò la sua dentatura bianca e perfetta.

«Voi dovete essere il signor Green e la signorina Scarlett.»

Entrambi fecero qualche passo dentro la stanza, mentre la segretaria richiuse alle loro spalle la porta dell’ufficio.
Nessuno dei due disse una parola, mentre guardavano l’uomo alla scrivania. Eva tenne fissi gli occhi sui due uomini, mentre lo sguardo di John vagava per la stanza, osservandola con attenzione nella sua interezza.
Con un accogliente gesto della mano ad indicare le due sedie di fronte a lui, l’uomo continuò:

«Prego: sedetevi.»

John ed Eva presero posto a sedere, in silenzio, come ad aspettare una riposta al perché si trovassero in quel luogo e perché vi siano stati portati.
L’uomo si schiarì la voce, prima di ricominciare a parlare.

«Mi chiamo Gustav Telliman. Mi scuso per i metodi poco ortodossi che hanno utilizzato per portarvi qui.»
«“Poco ortodossi”?» disse Eva inarcando un sopracciglio. «Lei definisce “poco ortodosso” una gratuita dimostrazione di violenza su di un uomo ed una donna. Non so se ne è al corrente, ma in America il rapimento, le percosse ed il sequestro di persona sono reati perseguibili penalmente.»

La procuratrice fu lapidaria nel suo tono, come se fosse in aula e quasi desiderasse esserci.
John rimase tranquillo con un sorriso appena accennato. Non sentiva il bisogno di dire niente in quel momento.
Con un sorriso di repertorio ed un atteggiamento composto, Telliman cinse le mani poggiando entrambi i gomiti sulla scrivania.

«Signorina Scarlett, posso capire il suo sdegno per quanto è accaduto, ma le posso assicurare che avevamo le nostre buone ragioni per agire in questa maniera.»
«Beh, anche Charles Manson avrà avuto le sue buone ragioni, ma non mi pare che lo stato del Texas gliel’abbia fatta passare liscia per questo.» Disse l’investigatore inserendosi nel discorso. Aveva sentito il bisogno di dire qualcosa.
Telliman si concesse una risatina.

«Si, ma io non sono Charles Manson, e le assicuro che non ci saranno conseguenze per la nostra condotta.»
«E chi sarebbe lei, per non averne?» chiese irritata Eva incrociando le braccia. «Il presidente degli Stati Uniti?»
«No.» disse semplicemente l’uomo, portandosi all’indietro abbandonandosi alla comoda poltrona.
«Il direttore dell F.B.I.»

Questo è l'ultimo capitolo che ho scritto de "Il Caso Electric Eye". Al momento non ce ne sono altri. Sono passati 6 anni da quando scrissi queste righe, e non so se riprenderò mai. Magari se ci sarà gente interessata al come proseguono le vicende di John ed Eva andrò avanti. In attesa di opinioni e consigli, vi saluto ;)

   
 
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