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Autore: pika7    23/02/2017    0 recensioni
Marie, una ragazza come le altre, piena di aspettative, di sogni e di desideri. La sua vita è sempre stata piena di gioie e sventure ma non saranno queste a farla perdere d'animo.
L'università è la sua tortura e lo stesso saranno i suoi amati fratelli che, nel momento del bisogno, non esiteranno a prender parola. Il sesso è ciò che lei più adora e ciò che lei considera come la "via del successo" ma pare proprio che questo desiderio non potrà mai venire appagato...
Genere: Comico, Demenziale, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lime, Raccolta | Avvertimenti: nessuno
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La via del successo
 
Giorno 24, Gennaio, 2017
 

Periodo di esami: la sessione invernale è già iniziata.
Mi chiamo Marie, frequento l'università, come avete ben capito, precisamente la facoltà di lettere. Il mio sogno è di diventare insegnante e di educare quelle giovani menti a come realmente funziona la vita.
Ho 21 anni, ancora giovane. Adoro fare shopping, uscire, incontrare diverse persone e stringere amicizie con tutti… ma non quel genere di amicizie che pensate voi.
Ebbene si, ho una seconda vita sotto quella di studentessa universitaria. Una vita che sinceramente preferirei nascondere e rimuovere del tutto ma in fondo in fondo io la adoro. Vivo per il sesso in quanto questo è la chiave di tutti i problemi e la chiave di ogni cancello che ti si pone dinanzi alla vita.
Nessuno sa di me, solo io e questo diario che tengo segretamente dove nessuno potrebbe mai trovarlo sappiamo la verità.
Domani mi aspetta un grande giorno: l'esame di filosofia moderna mi aspetta e il professore non ha una buona reputazione a detta dei suoi allievi. Non l'ho mai visto (esatto, mai seguito una sua lezione proprio come voi potreste immaginare) e domani toccherà a me.
Ma ora, diario, dovrò abbandonarti. Dovrò aiutare mia madre in faccende di casa. Ritornerò presto!
 
Questa storia parlerà di me e della mia vita e so che riderete di essa in quanto mai nulla è andato per il verso giusto.
 
Sono le 9:00 del mattino. E' ora di alzarsi e di programmare questa splendida giornata. «Sarà un grande giorno oggi, mi sento davvero in forma!» dissi tra me e me. Spesso mi capita di parlare da sola; molti potrebbero considerarla pazzia, io la considero solo come un momento di sfogo/liberazione. Mi avvicino alla finestra e alzo la serranda. Diluvio. Peggio del diluvio universale che durò per 40 giorni con Mosè… o era Noè? In questo minuto poco mi importa. La giornata è ancora lunga.
 
Prima cosa da fare durante la giornata: mangiare qualcosa.
Scesi per le scale e andai in cucina a prendere qualche biscotto integrale perché voglio mantenere la linea per saziarmi quel minimo per non farmi svenire dalla fame.
Seconda cosa da fare: lavarmi. Vado per risalire le scale e per dirigermi in bagno. Giro la maniglia. Chiusa.
«Chi c'è in bagno?» chiesi seccata.
«Tua madre, tesoro» rispose mio fratello più piccolo.
E già, ho anche due fratelli, uno più grande, nullafacente, e uno più piccolo che pare essere nato per rompermi le scatole finché morte non ci separi.
«Sbrigati allora, devo lavarmi» gli dissi dalla porta.
Allora scesi nuovamente giù non sapendo cosa fare e mi sedetti nel divano. Mio padre era anche lì, intento nella lettura del suo quotidiano.
«Puoi portare il Rocky fuori a farlo cagare? Io sono impegnato per ora, non so quando mi libero» disse lui a me.
Lo guardai sconvolta, come se non avesse visto che tempaccio si celava al di fuori della casa.
Costretta dai bisogni del cane, mi misi il mio giubbotto, presi il guinzaglio e uscii fuori al freddo. Potevano esserci due gradi all'esterno e con la pioggia se ne percepivano circa sette in meno.
Ma chi me l'ha fatto fare di portare fuori il cane oggi…
Andai verso la cuccia del cane, con ancora le pantofole messe.
Sentii qualcosa sotto il mio piede di morbido e cremoso.
«No, ti prego, dimmi che non è quel che penso…»
Alzo la ciabatta. Era solo il peluche preferito di Rocky fortunatamente.
Non finii di tirare un sospiro di sollievo che sentii nuovamente qualcosa sotto il piede.
«No, ti prego, dimmi che anche questo sia un suo peluche…»
Alzai nuovamente la ciabatta. Ebbene si, era cacca, diarrea precisamente. Di una cremosità tale come quella della philadelphia appena spalmata su una fetta di pane.
Cari lettori, non siate ora sconvolti e disgustati da tale paragone, in quanto esprimo solo la mia opinione critica e di carattere qualitativo (per non dire del lato quantitativo perché,se avessimo analizzato quel lato, avrei potuto dire che ci si poteva riempire un'autocisterna o quasi) riguardo ciò che i miei arti inferiori hanno appena pestato.
«Mio caro, quante volte ti abbiamo chiesto di aspettarci per defecare? Non dovevi aspettare molto, ora per colpa tua devo buttare le mie pantofole pelosette che mi tenevano i piedini al caldo».
Nel frattempo il cane si avvicina a me e mi guardava con quello sguardo di innocenza come se volesse dire "non sono stato io, è stato il cane dei vicini" ma io, sinceramente, avevo voglia di strangolarlo in quel minuto.
Presi le mie pantofole e le buttai nel cestino dell'indifferenziata anche se ho avuto qualche dubbio se buttarle nell'umido visto che si erano sia infradiciate di acqua (rendendole quindi «umide») sia ricoperte di cacca.
Camminai a piedi scalzi fino alla soglia di casa. Entrai.
«Già fatta la cacca? L'ha fatta tutta?» chiese mio padre tranquillo e beato davanti la stufa.
«Chiedilo alle mie pantofole… ne sanno qualcosa» replicai.
Mio padre mi guardò con aria di totale disinteresse verso quella disgrazia.
In fondo era colpa sua se mi sono dovuta separare da quelle adorabili ciabattine rosa di piede 39 e dall'aspetto tenerissimo.
Ritornai verso quel bagno prima occupato e fortunatamente trovai la porta aperta. Entrai di corsa e chiusi la porta. Una bella doccia calda dovrebbe farmi rilassare adesso dopo il gelo esterno, pensai.
 
Una "bella" doccia calda non è proprio come l'avrei definita: giustamente dimenticai di chiudere la porta del bagno a chiave e mio fratello piccolo era entrato e, sapendomi dentro la doccia, tira ovviamente lo sciacquone.
La doccia era calda, è vero, ma le ustioni che mi ritrovai dopo non erano normali. Le imprecazioni che dissi a lui non erano nemmeno normali e, ora come ora, avrei strangolato anche a questa povera creaturina malefica.
«Non devo farmi scoraggiare, devo tenere duro. Sono passate solo un'ora e mezza da quando ho aperto gli occhi oggi».
Ritornai nella mia stanza e presi il mio manuale di filosofia per l'esame che avrei sostenuto il giorno successivo. Mi sentivo meglio che mai e non avevo intenzione di dover ripetere quest'esame di nuovo.
Chiusi la mia porta a chiave questa volta, mi misi nel letto con il libro aperto e iniziai a leggere e rileggere.
 
Passarono altre due ore e mi resi conto di aver letto solo 3 pagine su 400. Mi resi conto allora di essere con l'acqua alla gola. «E ora come faccio? Non ce la farò mai in un giorno…».
Mentre la disperazione prendeva il sopravvento, un'illuminazione divina mi apparve nella mia mente. «Ho trovato, ora so come passare l'esame».
Ero finalmente felice, piena di me. Ho trovato la via per il successo e per proseguire nella vita.
Si era già fatta ora di pranzo; mi diressi verso la cucina e un bel piatto di pasta alla carbonara mi attendeva su quel piatto davanti al mio posto. Sentivo il «ribollir degli acidi» nello stomaco, avrebbe detto qualche poeta famoso di cui in questo momento non ricordo il nome, ma poco importa.
Ricordate cosa dissi stamattina riguardo la mia colazione? Io tengo alla mia dieta, ed è proprio per questo che non la mangerò solo per essere coerente con ciò che voglio. Presi una busta di insalata, la aprii e ne versai il contenuto su un piatto. Sembrava un peccato lasciare quella pasta lì davanti, così sola e abbandonata… dovevo fare qualcosa.
Misi da parte l'insalata, avvicinai il piatto di pasta, presi una forchetta e via con la prima forchettata. Finii per fare anche il bis e il tris ma quelli sono solo dettagli irrilevanti.
 
Era ormai pomeriggio, chiusa come sempre tra quelle quattro pareti rosa shocking come piaceva a me. Io sempre lì, distesa nel letto con quel tomo immenso e indecifrabile. Distolsi lo sguardo da quelle parole insensate e mi guardai intorno: un armadio si stagliava di fronte a me, una scrivania a destra con computer e sedia, un tappeto giallo finiva per riempire gli occhi di vivacità di colori tanto che chiunque fosse entrato nella mia stanza, ne sarebbe uscito accecato da così luminosi colori. Ecco perché porto gli occhiali (anche se in realtà li metto per sembrare più provocante alla vista di certuni).
Perfetto, non ho intenzione di stare qui a casa a non fare nulla: devo uscire.
Chiamo la mia amica Jessica e le dico di darci appuntamento al nostro pub per fare un po' di baldoria, lei accetta.
Prendo la macchina di mio padre e mi precipito subito lì e dopo pochi minuti arriva anche lei. Bisogna dire però che quel subito durò circa un'ora e mezza visto che dovevo decidere l'abito da mettere e qualche colore di mascara si fosse abbinato meglio alle mie scarpe.
E' ormai sera, siamo in questo pub. Due ragazzi ci adocchiano.
«Ehi belle fanciulle, siete qui tutte sole solette?» disse uno con uno sguardo provocante.
La mia amica annuì e cominciò a sbottonarsi piano piano il suo vestito facendo intravedere parte del suo seno.
Già, anche lei aveva la mia mania del sesso, ecco perché siamo amiche ancora.
Presi uno di loro per mano e me lo portai in bagno.
Lì iniziarono a scoppiare le scintille: baci, mani che raggiungono certi posti al buio, i vestiti sfilati via, lui che ci dà dentro, un vecchietto che esce dalla porta del bagno…
In quel momento mi sentii morire dall'imbarazzo… vedere il proprio nonno uscire da quella porta della toilette mentre la propria nipote sta facendo cose sconce non è il massimo. Mi guardò con uno sguardo sconvolto. Io ero talmente arrossita e imbarazzata che scoppiai in lacrime, lui che non capiva nulla di quello che fosse successo.
Dovevo scappare da lì, ora e di corsa.
Presi tutto quanto, presi la mia amica che stava baciando l'altro tizio e la portai via senza permetterle di fare domande.
Insomma, proprio una giornata stupenda, eh?
Ed è così che arrivò il momento della notte, domani sarebbe stato un altro gran giorno, forse come quello di oggi, forse l'esatto opposto… chissà, tutto è possibile.
Mi misi a letto e pregai: «Dio, ti prego, fammi passare domani una giornata tranquilla, dammi aiuto durante l'esame e portami fortuna, amen».
Ah sì, fai anche in modo che domani non sia una giornata di m***a come questa.
  
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