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Autore: SanjitaSwan    26/02/2017    0 recensioni
Giada, ventun'anni, è una ragazza estremamente ansiosa e disillusa che, dopo aver perso in contemporanea il suo primo amore e la maggior parte delle sue amiche, si chiude in un guscio fatto di freddezza e cinismo verso il mondo esterno.
Un bel giorno, però, le si presenta l'opportunità di studiare l'inglese a Los Angeles, la città che ha sempre sognato di visitare sin da piccola, in una scuola speciale per ragazzi provenienti da ogni angolo del mondo.
Giada parte quindi alla volta della città degli angeli, ma si accorgerà ben presto che dover cavarsela da sola in ogni situazione per tre mesi in una delle città più grandi del mondo non è esattamente la passeggiata sotto il sole californiano che si aspettava.
Tra una palma e l'altra, una simpatica hostmother, una coinquilina perfettina, un amico speciale, compagni arroganti, nuovi amici e ostacoli più o meno grandi da fronteggiare, Giada vivrà un'incredibile avventura che cambierà la sua pigra e monotona vita per sempre.
Genere: Avventura, Commedia, Generale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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‘Non ce la faccio più, Giada. Non possiamo più andare avanti così, siamo troppo diversi anche per essere amici. Non mi interessa più avere una relazione con te, e i tuoi sentimenti, che a volte mi sembrano davvero un’ossessione, non sono più ricambiati da tempo, e forse non lo sono mai stati veramente. Ora ti prego di non struggerti troppo, di andare avanti con la tua vita e di dimenticarti di me. Buona fortuna in California’.
Così mi aveva lasciato quella mezza checca isterica e mestruata del mio ex fidanzato Marco. Beh, fidanzato… alla fine la nostra non era mai stata una storia seria, in quanto l’unica a darci anima, energie e cuore, alla fine ero sempre stata io.
Lui un giorno c’era, i tre successivi no, un giorno era dolce e tenero, quello dopo stronzo e distante, per un mese mi scriveva e mi cercava, per due non sapevo nemmeno se fosse vivo o meno.
Mi cercava davvero solo quando non aveva più nessuno a cui rivolgersi, e io, stupida, ci cascavo sempre.
Sta comunque di fatto che, dopo avermi mandato questo messaggio quella sera di metà agosto, il codardo, per paura di una mia reazione, mi aveva bloccata dappertutto, ed era scappato senza nemmeno darmi il tempo di mandarlo finalmente a quel paese dopo due anni.
Fu la prima cosa sensata che gli sentii dire in tutto il tempo in cui eravamo stati insieme. Alla fine avevamo davvero idee troppo diverse, e probabilmente la mia era diventata solo ossessione da parecchio. Ma era anche vero il fatto che, in tutti i due anni e mezzo in cui eravamo stati in contatto, lui ce l’aveva messa veramente tutta per farmi arrivare all’esaurimento nervoso.
D’accordo, forse avevo un po’ esagerato quando il giorno prima della rottura, esausta della situazione, mi ero rivolta alla sua migliore amica descrivendola come ‘una puttana ciucciacazzi appiccicata al tuo buco del culo’, ma che cavolo, stavo solo dicendo la verità! Dal giorno in cui l’avevo conosciuto non c’era mai stato un secondo in cui non si fosse intromessa tra di noi anche per le cose minime, a parte quei meravigliosi due mesi in cui avevano litigato perché lei si divertiva a scopare con le poche amicizie maschili di Marco. Adesso mi credete quando, per non cadere di nuovo nel volgare, la definisco una distributrice di favori sessuali con l’hobby di intromettere apparati genitali maschili all’interno del suo cavo orale e non?
In ogni caso, quel messaggio, dopo un iniziale shock, era stato come una liberazione di un peso che ogni giorno, per due anni e mezzo, si era fatto sempre più pesante e opprimente, impedendomi quasi di respirare, e a lungo andare aveva peggiorato notevolmente i miei problemi di ansia già di per loro non indifferenti.
Se solo ripenso a tutte le notti in cui ho versato lacrime, sono stata in piedi fino alle quattro senza sapere dove fosse e a tutte le volte in cui ho avuto crisi di panico seduta sul letto, col respiro affannato e i tremori, mi sento ancora male.
Per non parlare di quella volta in cui il mese prima, durante trentasei ore di totale assenza perché era andato a fare il bagno ubriaco alle sette di mattina dopo una nottata alla Baia Imperiale durante una vacanza a Riccione e aveva annegato il telefono, in preda all’attacco di panico più forte e spaventoso della mia vita, ho vomitato sul parquet della camera di Asia, la mia migliore amica, e poi le sono svenuta in braccio.
Ovviamente lei e Melissa, l’altra mia migliore amica anche lei presente in quel momento, sono entrate nel panico, e se non mi fossi ripresa due minuti dopo, mi sarei senza dubbio risvegliata su un’ambulanza.
Se solo ripenso a tutte le volte in cui le mie amiche, vedendomi sull’orlo del crollo nervoso, mi avevano detto di lasciarlo perdere e di mandarlo a cagare con la rincorsa, e a tutte le volte in cui io, stupidamente innamorata e illusa, avevo sperato che lui cambiasse e potessimo iniziare la felice relazione stabile e seria che avevo sempre voluto avere con lui ma che lui ‘non era molto pronto ad iniziare’, mi sento veramente la cogliona più stratosferica della storia umana.
Quanto ero idiota! I bambini viziati e indecisi come Marco non cambieranno mai, è scientificamente provato.
Soltanto quando ricevetti quel messaggio realizzai che avevo buttato via due anni della mia vita dietro a un coglione.
Dopo cinque minuti avevo chiamato a raccolta tutte le mie amiche, e tutte, nessuna esclusa, avevano tirato un lungo sospiro di sollievo, compresa Asia, che, essendo stata lei ad avermelo presentato, non lo odiava e disprezzava come facevano tutte le altre mie amiche.
Beh, insomma… non che ne avessi tante. Dopo che due di quelle che un tempo definivo le mie migliori amiche avevano improvvisamente deciso di non parlarci più dopo che Melissa aveva scoperto che una delle due usciva con il suo ex, le uniche amiche degne di portare questo nome che mi erano rimaste erano proprio lei e Asia.
Era successo tutto nel giro di pochi giorni. Melissa aveva chiesto spiegazioni a questa ragazza e lei si era inventata una strana storia senza né capo né coda su quanto noi tre fossimo possessive per ogni cosa, e in qualche modo fu tirata in mezzo anche l’altra ragazza, Claudia, di cui mi fidavo ciecamente.
Senza motivo, pochi giorni dopo entrambe ci bloccarono su Whatsapp a tutte e tre, e non si fecero più vedere né sentire.
Per quanto ora mi rendo conto di quante persone false, stupide e palesemente immature e infantili avessi intorno,  e per  quanto possa ammettere che senza di loro io, Asia e Melissa stessimo decisamente meglio, a tempo suo questo fu un grande shock per me, e non riuscii più a fidarmi di nessuno per molto tempo.
Questo successe a settembre del 2015, due settimane prima che anche Marco sparì per mesi dicendo che ‘aveva bisogno di tempo per riflettere’, e una settimana dopo che decisi di mollare l’università in quanto i ritmi erano diventati insostenibili.
Caddi così in una profonda depressione che annullò definitivamente tutti gli obiettivi futuri che avevo, non volevo più fare niente.
Smisi di cercare lavoro, e iniziai a passare le giornate chiusa in casa seduta sul letto, guardando serie tv nella vana speranza di tirarmi su il morale e aspettando e sperando inutilmente che quelle troie (e non parlavo solo delle mie cosiddette amiche) tornassero.
Ciò portò i miei genitori all’esasperazione, e ogni giorno era un costante litigio con loro che, giustamente, odiavano tornare a casa e vedermi sul letto senza far nulla.
Le uniche persone con cui potevo parlare liberamente erano Asia e Melissa, che facevano il possibile per starmi vicino in quanto anche loro, in parte, erano nella stessa situazione.
Io però, vedendo tutto completamente nero, ero intrattabile, e bastava il minimo per farmi uscire dai gangheri senza motivo.
Così spesso nascevano delle discussioni anche con loro, e la corazza dentro la quale mi ero chiusa cresceva ogni giorno di più, e ogni giorno mi allontanavo sempre di più dal mondo esterno, odiavo sempre di più le persone e mi fidavo sempre meno di chiunque.
Nemmeno la psicologa che avevo iniziato a frequentare mi era d’aiuto, anche se parlare con lei dei miei problemi alleggeriva la tensione per qualche ora.
Ero davvero convinta che non sarei mai riuscita a uscire da quel lungo e nero tunnel che mi avvolgeva.
Poi, un bel giorno d’aprile, durante una conversazione con degli amici di famiglia, sentii le avventure del figlio di due amici di mio padre che aveva passato un anno a studiare in Australia, e iniziai a interessarmi all’idea di passare un periodo all’estero per studiare una lingua e staccare, almeno per un periodo, da tutto e tutti.
La cosa, ovviamente, non mi sembrava fattibile, ma nessuno mi impediva di sognare un pochino.
Così scoprii un’organizzazione che si occupava di viaggi studio, stage all’estero e volontariato nei paesi più poveri, e iniziai a scaricare i moduli dei programmi più interessanti che vedevo.
Il giorno che mia madre scoprì ciò, mi aspettavo che si arrabbiasse, visto che non avevo un lavoro e volevo anche andare all’estero.
Sorprendentemente, invece, ne uscì molto entusiasta, e scoprii che avrebbe appoggiato un eventuale viaggio fuori dall’Italia, a condizione che avrei studiato e mi sarei messa d’impegno.
Ne parlò con mio padre, che si dimostrò ancora più entusiasta (ovviamente sempre con le stesse condizioni imposte da mia madre), e anche con la psicologa, che affermò che effettivamente, dopo il lungo periodo di stress che avevo attraversato, un viaggio sarebbe stato l’ideale non solo per cambiare aria, ma anche per un’esperienza stupenda che senza dubbio mi avrebbe fatta maturare.
Rimaneva da scegliere solo la destinazione e il programma di studio.
Con il mio misero diploma di istituto d’arte, non potevo andare a fare stage o programmi au pair, che erano la cosa che mi interessava di più, e avendo finito la scuola ormai da due anni non potevo fare un anno scolastico.
Restava solo un corso di lingua come opzione, e le alternative erano inglese, francese, tedesco, spagnolo e portoghese.
Optai per un approfondimento della lingua inglese, che tutto sommato mi era sempre piaciuto, ma le destinazioni erano così tante che non riuscivo a decidermi.
Poi, in mezzo alle decine di città proposte, la notai.
La città che avevo sempre sognato di visitare da quando ero piccola.
La città più assolata degli Stati Uniti.
La città delle celebrità e dei sogni.
Los Angeles.
Iniziai a supplicare i miei di mandarmi lì a tutti i costi.
Cazzo, Los Angeles era la città dove avevo sognato di vivere durante tutta l’adolescenza! E quale occasione migliore di quella per visitarla?
Oltre a ciò, la scuola selezionata vantava quattro stelle e mezzo su cinque, con ottimi insegnanti che garantivano un alto livello di apprendimento, un ambiente molto accogliente composto da studenti provenienti da ogni angolo del pianeta, una bella zona vicina a Beverly Hills, Hollywood e Santa Monica, ma soprattutto con incredibili attività ricreative proposte tutti i giorni dopo la scuola quali passeggiata per Rodeo Drive e per la Walk Of Fame, cena alla Cheesecake Factory, biglietti per i Dodgers, pedalata lungo la spiaggia di Santa Monica e Venice Beach, pomeriggio al luna park del Santa Monica Pier, gita di un weekend intero a San Francisco, Las Vegas e San Diego!
Insomma, in poche parole: un biglietto per il sogno di tutta una vita!
Ovviamente, però, il tutto aveva un bel prezzo, e quando lo vidi iniziai a scoraggiarmi.
Soldi non ne avevo, e chiederli ai miei per la miliardesima volta mi faceva sentire male, specie per una cifra tanto spropositata.
Ma ecco che, sorprendentemente, per la prima volta nella mia vita, i miei mi vennero incontro a braccia aperte.
“Spenderemo questi soldi molto volentieri se investiti per il tuo futuro” mi disse mia madre. “A patto che, quando sarai là, prenderai lo studio come priorità e molto seriamente, e ti impegnerai al massimo per ottenere risultati eccellenti, al contrario di come hai sempre fatto. Siamo intesi?”
Intesi? Per vedere Los Angeles mi sarebbe andato benissimo anche lavare i cessi della scuola!
Finalmente iniziavo a vedere la luce alla fine del tunnel, e già mi immaginavo girare per la Walk Of Fame in shorts e occhiali da sole e passeggiare per Rodeo Drive come Julia Roberts in Pretty Woman.
Non stavo più nella pelle per l’emozione, e per dimostrare ai miei che prendevo la cosa sul serio, iniziai anche a ripassare inglese, che non prendevo in mano da due anni.
L’idea di parlare una lingua che non era la mia non mi spaventava più di tanto; in inglese avevo sempre preso buoni voti, e comunque andavo lì per migliorarlo. Nel giro di un paio di settimane, non avrei dovuto avere più di troppe difficoltà.
E in men che non si dica, il viaggio fu organizzato: tre mesi a Los Angeles nel periodo tra metà settembre e metà dicembre, ospitata in una famiglia americana.
Quando comunicai a Marco questo viaggio, lui non ne restò colpito più di tanto, ma la cosa mi ferì solo per pochi minuti. Mi aveva già ferita tante di quelle volte che ormai ero diventata insensibile a ogni altro coltello che mi trapiantava nel cuore.
Due settimane dopo, mi spedì il famoso messaggio, e chiudemmo definitivamente.
Meglio così, non volevo che quella mezza chiavica mi rovinasse una simile esperienza anche a migliaia di chilometri di distanza.
Non volevo che niente e nessuno me la rovinasse. Vedevo quel viaggio come una specie di rinascita, e volevo godermelo appieno, sperando che la mia ansia onnipresente non me lo impedisse.
Mia madre, tra l’altro, non smetteva di mettermene addosso di più man mano che la partenza si avvicinava, spaventata dalle enormi dimensioni della città in cui stavo per andare.
Per la prima volta in vita mia, però, l’ansia non vinse sull’entusiasmo. Certo, ce n’era tanta, ma ero così contenta ed emozionata che era completamente passata in secondo piano.
Era il mio viaggio. E la data della partenza si faceva sempre più vicina senza che me ne rendessi conto.
Fu allora che l’ansia tornò a provare ad aggiudicarsi il primo posto su tutto.
 
***
 
Milano, agosto 2016
 
“Bene Giada, mi sembra che sia tutto a posto. Sei agitata?”
“Beh, un po’ sì. Ma sono anche molto contenta!”
Faceva molto caldo nell’ufficio dell’organizzazione che mi assisteva il giorno che andai a prendere tutta la documentazione finale.
Mancavano meno di tre settimane alla partenza, e tensione ed emozione crescevano di giorno in giorno.
Sara, la ragazza che mi aveva aiutato con tutta la parte burocratica del viaggio, come sempre era gentilissima, e mi stava spiegando nel dettaglio ogni documento.
“Bene, sono molto contenta. Allora, Giada, qui c’è il foglio per ordinare il tuo biglietto aereo. Consegnalo al check-in, ci penseranno loro a stampare i biglietti. Poi questi sono i documenti d’assicurazione, in caso tu ti faccia male o rompa qualcosa a casa della tua famiglia. Questo è il documento I20 che dovrai presentare all’aeroporto e il primo giorno di scuola insieme al tuo passaporto. Non lasciarlo mai in giro, è molto importante. Questi sono i fogli con la descrizione della scuola, del programma del primo giorno e la mappa. Segnati l’indirizzo, così puoi cercare su Google Maps e vedere quanto è distante dalla casa della tua famiglia, che è scritta su quest’altro foglio. Guarda”
Mi mostrò un foglio pieno di indirizzi e numeri telefonici, e iniziò a illustrarmi i dettagli sulla mia hostfamily, dettaglio che aspettavo più di qualunque altro.
“Ti ospiterà Tiffany Hudson, un’insegnante di musica in pensione che vive da sola a Santa Monica. Ha dei figli che vivono per conto loro che ogni tanto vengono a trovarla, e sono certa che ti troverai molto bene con lei. Sono anni che ospita studenti stranieri a casa sua, e ha molta esperienza”.
Ottimo! Considerato il mio amore incondizionato per la musica, non avevo nessun dubbio che mi sarei trovata bene, mi sarebbe bastato quello!
“Ah, interessante!” commentai, prendendo la cartelletta coi documenti. “Posso rintracciarla?”
“Certo. Qui ci sono numero di cellulare e indirizzo email. Ti consiglio di metterti in contatto con lei tra qualche giorno, per una presentazione iniziale. Per qualsiasi dubbio, chiamami e ne discuteremo insieme”
Poi tirò fuori da sotto il tavolo un grosso zaino e una maglietta.
“E questi sono lo zaino e la maglietta della nostra organizzazione, in modo che il transfer che verrà a prenderti all’aeroporto ti possa riconoscere. Ricordati, ti aspetterà per due ore dopo l’atterraggio, quindi cerca di fare il più in fretta possibile. Se non riesci, il numero è scritto in questo documento qui”
Mi mostrò un altro numero di telefono sotto quello della scuola, e poi mi mise la maglietta davanti al busto.
“Beh, direi che la taglia ci sta. Tu che porti, una… M?”
“Sì, esatto” risposi, prendendo la maglia e mettendola nello zaino. “è perfetta!”
“Bene. Allora, se non ci sentiremo più, buon viaggio e buon divertimento! Vedrai, Los Angeles ti piacerà da morire, e ti porterai nel cuore quest’esperienza per tutta la vita”
“Ne sono convinta, Sara” risposi stringendole la mano. “Grazie mille di tutto, davvero. Se non fosse stato per te non so se ce l’avrei fatta a completare tutti quei documenti da sola”
“Dovere, Giada. Vieni, ti accompagno alla porta”
Una volta fuori da quell’ufficio, l’afa milanese mi colpì come il getto di un phon acceso alla massima potenza.
Mi specchiai nel finestrino di una macchina. Il trucco non mi era colato più di tanto, e i capelli non erano così impresentabili come pensavo.
Mi sistemai il fiocco della fascetta per capelli che portavo sempre e mi incamminai verso la metropolitana.
Milano stava ricominciando a popolarsi con l’avvicinarsi di settembre, e io avevo il terrore di trovare in giro Marco.
Magari con quella troia della sua migliore amica Rebecca.
Se mi avessero vista, mi avrebbero senza dubbio umiliata in qualche modo.
Prendere per il culo le persone e spettegolare era il loro sport preferito, manco fossero due troiette tredicenni mestruate.
Beh, a parte l’età alla fine comunque lo erano entrambi.
Mi avviai il più velocemente possibile al treno, e appena ci fui dentro, dopo aver controllato che quei due non ci fossero, aprii lo zaino, tirai fuori la cartelletta e rilessi il profilo della mia futura hostmother.
‘Ti ospiterà Tiffany Hudson, una simpatica insegnante di musica in pensione che vive da sola a Santa Monica. Adora lo sport, la musica e cucinare, specialmente cucina giapponese. Tiffany è divorziata e ha due figli che vengono spesso a trovarla con le loro famiglie. Qui di seguito troverai un recapito telefonico e l’indirizzo email…’
Appassionata di cucina giapponese?!
Dio santo! Io con quella ci sarei andata decisamente d’accordo!
Dopo Los Angeles, il Giappone era il secondo paese nella classifica dei posti che avrei voluto assolutamente visitare almeno una volta nella vita!
Le persone giapponesi mi ispiravano molta simpatia, e da quello che avevo capito erano molto leali e rispettose verso il prossimo.
Inoltre, io e le mie migliori amiche eravamo grandi appassionate di anime e manga, e ogni tanto andavamo alle fiere organizzate apposta, dove avevo anche fatto qualche cosplay.
Il cibo, poi, non parliamone! Se non mangiavo sushi almeno una volta a settimana impazzivo!
Chissà se a Los Angeles sarebbe stato buono.
Soddisfatta, riposi il foglio e sfogliai il catalogo della scuola.
Cazzo, era enorme! E vista da fuori sembrava un albergo di lusso! I soldi che avevo speso li valeva senza dubbio tutti.
L’affluenza di studenti proveniva grossomodo da tutto il mondo, ma quella maggiore era giapponese.
Avrei anche avuto amici giapponesi! Avrei potuto vedere da vicino la cultura più interessante del mondo, oltre che quelle di decine di altri paesi.
Cercai anche su google Maps la distanza tra la casa e la scuola come consigliatomi da Sara.
Non era molto lontano, venti minuti di macchina tra Santa Monica e Westwood.
Meglio di così si moriva!
Avrei vissuto per tre mesi a Santa Monica, con una signora che aveva i miei stessi interessi, e avrei frequentato una scuola meravigliosa in compagnia di persone provenienti da tutto il globo.
E inoltre, avrei potuto finalmente esplorare la città dei miei sogni!
Insomma, non vedevo l’ora che quelle fatidiche tre settimane passassero!
Scesi dalla metropolitana con un largo sorriso sulle labbra, quasi dimenticandomi di dover controllare se Marco fosse nei paraggi.
Era tutto perfetto, e il mio sogno stava per avverarsi!
Cosa mai avrebbe potuto andare storto?









NOTE DELL'AUTRICE:
Ciao!
Avevo già pubblicato questa storia un mesetto fa ma l'ho tolta per apportare alcune modifiche.
Questa storia è ispirata a un viaggio realmente fatto dalla sottoscritta a L.A., che si immedesima un pochino in Giada, anche se, più o meno, il 20% delle cose che leggerete nel corso della storia sono inventate per renderla un po' più interessante (ovviamente non dirò quali XD).
Spero tanto che sia di vostro gradimento, che questo primo capitolo vi abbia incuriosito almeno un pochino e che mi farete sapere cosa ne pensate con una recensione (non siate troppo crudeli, però :D).
Un bacio e alla prossima! ;D
SS
   
 
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