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Autore: Momoko21    27/02/2017    1 recensioni
A me piacciono le storie romantiche. Non potevo cominciare la narrazione senza questa premessa iniziale, altrimenti non avrei nemmeno spiegato il motivo che mi ha spinta a raccontare le vicende qui presenti (sempre ammesso che qualcuno sia così folle da voler leggere questo, seppur inusuale, romanzetto rosa).
Mia sorella minore mi ha convinta a leggere una delle storie cui è tanto appassionata ed io, pur inizialmente perplessa, beh, l’ho apprezzato. Ovviamente non sopraggiungerò mai e poi mai ai livelli (patologici) di April, dopotutto non ho alcuna intenzione di cominciare nella mia libreria una collezione intitolata “AMORI ZUCCHEROSI E SBACIUCCHIAMENTI ASSORTITI” come lei, però sono convinta che non sarebbe particolarmente difficile scriverne uno.
Quindi perché non provare?
Genere: Generale, Romantico, Slice of life | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lime | Avvertimenti: nessuno
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CAPITOLO UNO
Nel primo capitolo di tutti i romanzi rosa, generalmente, la protagonista non sopporta “l’acuto e fastidioso suono dell’aggeggio infernale di plastica gialla, meglio noto come ‘sveglia’”, e dopo averla ripetutamente ignorata o buttata giù dalla finestra, viene costretta da uno dei genitori ad alzarsi dal letto per andare a scuola e, guardandosi allo specchio abitualmente affisso durante il percorso per raggiungere la cucina, fa una descrizione di sé.
Dovrei cominciare il mio racconto nella medesima maniera?

In realtà non ce ne sarebbe alcun motivo, durante le vacanze estive solo un cretino azionerebbe la radiosveglia e soprattutto, appena destata da un coma durato circa undici ore, nessuna ragazza vorrebbe guardarsi allo specchio con l’unico scopo di notare la sfumatura da panda che ha assunto il proprio contorno occhi per non essersi struccata la sera precedente, lasciando che il mascara “SUPER-IPER-MEGA-STRA-RESISTENTE (TENUTA 48H SU 24)” si spargesse su tutto il viso; la mattina durante la quale è cambiato tutto avevo assunto un aspetto molto simile alla brutta copia della maschera di “Pulcinella”.

“Sono magrissima, anche se mangio chili di gelato a colazione, pranzo, cena e spuntini, solo grazie al mio mirabolante metabolismo”.
Le protagoniste dei tipici racconti rosa non hanno tutte lo stesso super potere che consente di ingurgitare quattro cartoni di una pizza super condita (la mia preferita è quella ai quattro formaggi), notando di essere dimagrite il giorno successivo?
Essendo la scrittrice della storia probabilmente potrei anche far finta che sia così, ma la triste verità è che nella vita vera la maggior parte delle ragazze deve sudare, in senso metaforico e soprattutto letterale, per cercare di mantenere un bel fisico; io non rappresento, purtroppo, un’eccezione di alcun tipo.
Pratico nuoto da quando ero molto piccola per tre volte alla settimana e controllo minuziosamente le calorie che immetto con l’alimentazione, a causa della mia deformazione professionale da atleta: ecco il segreto del “successo”.

…d’accordo, per onestà sono moralmente costretta ad ammettere che questa attenta alimentazione non dipende esclusivamente da me: parte del merito lo devo anche a mia madre che non permette a nessuno di acquistare e introdurre in casa alimenti che non abbiano specificato, a caratteri cubitali, ‘integrale’ oppure ‘senza zuccheri aggiunti’  o ‘ad alto contenuto di fibre’ (anche se una volta la settimana mi concedo lo sfizio di ignorarla e assaggiare una delle nuove merendine super zuccherate pubblicizzate in tv).

A questo punto voi lettori dovreste decidere se continuare o meno la lettura di questo racconto in base alla mia risposta alla fatidica domanda “sono una ragazza carina?”.
Sarebbe un po’ scorretto dare un giudizio su me stessa e difficilmente potrei essere oggettiva.
Non incarno certo la tipica eroina da storia d’amore che dall’alto del suo metro e cinquanta scarso d’altezza (d’accordo, scusate la sottile ironia!) parlerebbe di sé come di una ragazza minuta. L’ultima volta che ho preso le misure (circa un millennio fa) ero alta 179 cm, con un seno normale (la mia coscienza continua a ripetere “seno, quale seno?”. Ho ovviamente mentito, io non ho seno) ed un naso di proporzioni elefantesche reso accettabile dalla presenza di fittissime lentiggini; com’è ovvio ho anche le spalle sviluppate, ma non così tanto da essere paragonabili a quelle di un ragazzo.
La cosa che amo davvero del mio corpo, però, non sono né gli occhi chiari né tantomeno i capelli scuri e folti capitati in natura. Io sono molto fiera dei miei denti. (Lo so, verosimilmente in un romanzo rosa solo un cavallo direbbe una frase simile, privilegiando espressioni come ‘ho un sorriso mozzafiato’. Ma io mi riferisco, nello specifico, ad una dentatura perfetta, senza carie, spazi e di un bel bianco splendente).

Bando alle ciance, credo sia giunto il momento di cominciare la vera narrazione.
Il mio racconto ha inizio poche settimane dopo il ritiro del famigerato diploma della scuola superiore, prima dell’ingresso all’università: stavo godendo del periodo di relax che separa i due diversi cicli di studio svegliandomi quotidianamente a mezzogiorno e dirigendomi in spiaggia nel pomeriggio con Ruth, la mia migliore amica (che essendo partita due giorni prima della vicenda per l’Europa con la sua famiglia, sarà raramente presente nella narrazione).
Notai un post-it appiccicato al frigorifero su cui era scritto “MESSAGGIO PER EMILY: PORTA FUORI LA SPAZZATURA”. Tipico. Gli adulti notano una cosa fuori posto ma difficilmente vi pongono rimedio senza prima esporre manifesti che dichiarino a caratteri cubitali quale sia la colpa  e il peccatore che l’ha commessa. Solo perché ho dimenticato di buttarla per una settimana di fila! E che sarà mai.
Pur riluttante diedi ascolto all’angioletto sulla spalla destra che, eccezionalmente, aveva messo k.o. il piccolo belzebù all’altro lato. Mi soffermai un attimo ad osservare con nostalgia il tranquillo quartiere di periferia in cui vivevo elaborando l’idea che di lì a un mese sarebbe cominciata la mia vita nel prestigioso college di Stanford, in California, lontana dalla costa dell’Atlantico dov’è ubicata Richmond Hill. Un bel cambiamento, insomma.

Erano solo le 12.30 di un tipico venerdì ed ero già depressa. Che bella la vita dell’eroina di un racconto romantico! Però se entro le successive ore non si fosse verificato un evento eccezionale probabilmente non avrei nemmeno cominciato a raccontare questa storia. Preferite che salti direttamente a quel momento, senza soffermarmi ulteriormente su ciò che ho fatto nel frattempo (per esempio tagliare le unghie dei piedi, lavare i capelli…)?  D’accordo, l’avete vinta voi, benché io sia più che certa che vi sarebbe piaciuto leggere del momento in cui ho depilato le gambe. (O, ripensandoci, forse no…)
Erano circa le 18.30 e da poco i miei genitori ed April erano rientrati a casa, quando un rumoroso strombazzamento nel vialetto, prolungato nel tempo, turbò la tranquillità nel vicinato.
-April, puoi dare un’occhiata fuori per dirmi cosa succede?- domandò mio padre alla ragazzina dodicenne che stava spaparanzata sul divano, assorta nella lettura di “Come Cupido scoccò la sua freccia”, e che pur controvoglia decise di accontentare la faticosa volontà del genitore.
-E’ DAVE!- urlò April affacciata alla finestra.
-In che senso?- mia madre era visibilmente perplessa nell’udire il nome del suo primogenito, che attualmente frequentava la Berkeley, in California.
-E’ tornato Dave e ha portato con sé qualcuno!”- spiegò meglio la ragazzina. Ancor più perplessa, la mamma andò a controllare di persona alla finestra e non appena vide sbucare David Branford dalla propria utilitaria si precipitò fuori dalla porta.
-Dave, tesoro, non mi avevi detto che saresti tornato! Ci sei mancato tantissimo!- Disse lei correndo ad abbracciare il figlio maggiore. -Hai portato degli amici con te!- Continuò poi con una vocetta particolarmente stridula, certamente perché spiazzata dalla situazione, mentre dei ragazzi imbarazzati facevano un cenno di saluto con la mano.
-Ragazzi- (Dave questa volta si stava riferendo alla famiglia, riunitasi nel vialetto) -devo presentarvi qualcuno. Lei è Rosie, la mia fidanzata- Indicava una ragazza con i capelli corti e biondi, anche piuttosto carina. -Loro invece sono Micheal, che già conoscete, e Jas: anche lei frequenta il mio stesso college. Ragazzi, loro sono mamma e papà, mentre le più giovani sono, in ordine, April ed Emily-
Fatte le presentazioni, ridacchiai osservando la mamma che cercava di trattenere un commento poco gentile riguardo la “bella” sorpresa fatta dal figlio maggiore. Certamente con un minimo di preavviso lei sarebbe stata più che lieta di ospitare chiunque, ma così si trovava completamente impreparata. Dopotutto aveva preparato i fagioli, per cena, che non avevano di certo profumato di un gradevole aroma al gelsomino l’ambiente domestico.
-Ragazze potreste venire un momento con me?- Domandò la donna di casa chiamando a raccolta le figlie più giovani e radunandoci in cucina.
-Non sei contenta che Dave sia tornato a casa?- Domandò April euforica, certamente per cercare di rabbonirla richiamando il suo istinto materno e cercando di risvegliare i sensi di colpa latenti per il fatto di poter vedere raramente il primogenito.
-Certo, ma avrei gradito almeno di essere messa a conoscenza dei suoi piani!-
-Lo sappiamo mamma. Cosa possiamo fare per aiutarti?- Domandai io per concludere la discussione sul nascere. Una strana fiamma cominciò ad ardere nei suoi occhi.
-Speravo proprio che lo dicessi. April, per favore, va’ al supermercato e compra tutto ciò che c’è sulla lista che sto scrivendo adesso. Emily, tu mi dovresti aiutare a preparare la casa. Dobbiamo sistemare i divani, le camere da letto e tutto il resto! Prima però apri tutte le finestre e i balconi, dopo aver cucinato dei legumi sembra che qualcuno abbia fatto le puzzette in casa. Bene ragazze, avanti, march!-
Ecco un’altra cosa che mi distingue da un’eroina romantica: non ho la servitù. La storia sarebbe stata perfetta se avessi avuto il mio Ambrogio o un Alfred personale al quale delegare tutte le mansioni domestiche prima che la signorina “Spezzindue” (alias mamma) cominciasse a mietere vittime a causa della sua mania di organizzazione.
Prevedo un’estate estremamente sanguinaria.

E’ arrivato il momento di descrivere i nuovi personaggi (tra i quali, come avrete intuito, si cela anche il mio “eroe” (e considerando che non ho tendenze omosessuali e che non mi innamorerò mai e poi mai di mio fratello, credo che possiate ben immaginare di chi io stia parlando).
Con chi potrei cominciare, se non con la mia probabile-futura-cognata?
Mio fratello ha sempre avuto un gusto impeccabile in fatto di ragazze, non posso dire lo stesso di Rosie che infatti ha scelto proprio Dave come suo fidanzato. Ma dopotutto lui è mio fratello e gli voglio bene, quindi non dovrei considerare questo come un punto a discapito della ragazza. Comunque ha i capelli di un rosso vivo, paragonabile al colore di un estintore, ed un look vagamente punk, ma oltre ad avere un bel viso trasmette un innato senso di sicurezza.

Che dire invece di Jas? Bellissima (abbiamo poi scoperto che ha un ingaggio come modella e come attrice part time), estremamente simpatica, colta ed intelligente. Peccato che io sia costretta ad odiarla. Infatti benché sia lui che Micheal abbiano detto di essere ‘solo amici’ è palese che questa non sia la verità. Perché due amici (che non stanno insieme) dovrebbero andare in vacanza soli con una coppietta felice e innamorata, se non per trascorrere una vacanza romantica assieme?

Ed infine, eccoci al fatidico momento: la descrizione dell’eroe del racconto.
Michel, anche il semplice nome è musicale al mio orecchio. Probabilmente lui è uno dei pochi ragazzi in grado di superarmi in altezza (non di moltissimo, giusto quel po’ che basta per far sì che durante un ipotetico bacio io debba sollevarmi in punta di piedi per arrivare agevolmente alle sue labbra. Questo è incredibilmente tipico per i racconti romantici. Ma che ci posso fare?) ma senza sembrare allampanato dal momento che le sue spalle sono generose e anche il resto del corpo è abbastanza muscoloso.
Capelli color grano e occhi con sfumature color nocciola, resterei impalata a fissarli per ore.
Dave lo portò a casa nostra per la prima volta lo scorso anno e tra noi due ci fu subito affiatamento, benché la cosa non sia mai cresciuta a causa della mia giovane età e della localizzazione geografica, ma non posso negare di aver pensato molte volte a lui durante il mio ultimo anno di liceo e in più di un’occasione ho pensato di andare a trovare mio fratello in California solo per poterlo vedere (anche se puntualmente i miei genitori dicevano cose tipo “tuo fratello deve frequentare le lezioni, non puoi disturbarlo” oppure “come la metti con gli esami di metà semestre?”). E, comunque, è possibile che l’idea di qualcuno che sta con la sorella del suo migliore amico sia alquanto strana.
 
FINE CAPITOLO 1!
(Tranquilli, lettori immaginari, dal prossimo capitolo comincerò a raccontare la storia vera e propria)

L'ANGOLINO DI MOMOKO
Ciao bella gente! Mi spiace essere tornata qui a rompere le scatole a voi poveri sciagurati che state leggendo la storia (sempre ammesso che esistiate!). 
Il mio obiettivo è creare un racconto che abbia 10 o massimo 15 capitoli, in modo da non annoiarmi e abbandonare la storia nel bel mezzo della scrittura.
Se ciò che avete letto non vi ha fatto completamente schifo, potreste lasciarmi un piccolo commento! (In realtà tutte le recensioni sono ben accette, anche solo per farmi sapere che la storia vi ha fatto fare una seduta più lunga del solito in bagno!)

Un bacione! 
Momo
  
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