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Autore: RobynODriscoll    05/03/2017    1 recensioni
Giappone, Epoca Ōei (XV secolo).
Eito è un samurai di poco conto e scarso valore; tuttavia, è lui che gli dèi hanno scelto per debellare la maledizione del ciliegio bianco. L'albero è posseduto da uno yōkai, e uccide ad uno ad uno gli abitanti del villaggio. Il samurai con la cicatrice a forma di petalo di ciliegio è l'unico che può svelare l'origine della maledizione: ma chi è la donna che gli viene in sogno, mostrandogli la vita piena d'amore che Eito non ha mai avuto? E perché solo posare lo sguardo sul ciliegio bianco porta le lacrime ai suoi occhi?
Genere: Angst, Drammatico, Storico | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate, Violenza
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Venticinquesimo anno dell'epoca Ōei

 

 

I petali di ciliegio danzavano nella brezza, gocce di primavera contro le nubi d'acciaio che ancora stentavano a diradarsi. La pioggia di poco prima aveva lasciato nell'aria odore di buono, di cambiamento, di purificazione. Lo scalpiccio degli zoccoli sul terreno bagnato era la canzone che scandiva il viaggio del samurai;  lo schioccare di una goccia occasionale sul cappello di paglia le faceva da contrappunto.

Eito inspirò l'aria fresca, e il sollievo gli pervase i polmoni. All'inizio della fioritura, nulla di turpe poteva esistere al mondo. Sotto i rami carichi di fiori rosa, il samurai si sentiva in pace.

Eppure, in uno sperduto villaggio ai confini delle terre del daimyō, un albero di ciliegio aveva ucciso una donna.

Questo sosteneva il sacerdote del villaggio. Aveva trovato il cadavere appeso tra le fronde più alte, con il petto, le mani, le gambe trafitti dai rami. Appesa come una bambola, la testa china di lato e i capelli d'argento sparsi sulle spalle. Pallida, come se l'albero ne avesse bevuto il sangue.

La vittima era la levatrice del villaggio, una vecchia donna onesta su cui tutti facevano affidamento da sempre. Il sacerdote non aveva perso tempo e aveva scritto al suo signore, chiedendogli aiuto per debellare lo spirito maligno che aveva preso possesso del ciliegio.

Il daimyō aveva riso di quella richiesta, fino a che i suoi attendenti non gli avevano mostrato il contenuto dell'involto che era arrivato con la missiva.

Un ramo su cui, essiccati, si aprivano grappoli di fiori di ciliegio. Completamente bianchi.

Alberi del genere non esistevano più nelle terre di Nihon, da quando, secoli prima, l'imperatore aveva ordinato che i samurai morti in battaglia venissero sepolti sotto le loro radici. Da allora, i fiori pudichi del ciliegio si erano tinti di rosa, suggendo il sangue valoroso dei soldati che avevano difeso l'Impero.

Il daimyō aveva accolto la notizia dell'esistenza del ciliegio bianco come un segno nefasto. Aveva inviato un messaggero al tempio, per consultare i sacerdoti. Gli era stato risposto che avrebbe dovuto mandare al villaggio un guerriero nato nel quinto anno dell'epoca Ōei, nel giorno in cui a Edo i ciliegi erano fioriti. Quell'uomo, per lo sconcerto dei fedelissimi del daimyō, era proprio Eito. Un samurai di basso rango, nemmeno tra i più valorosi. Ciò aveva gettato nello sconcerto tutto il feudo.

Hideki-sama aveva comunicato a Eito della sua prossima partenza con le sopracciglia aggrottate, consegnandogli un messaggio per il sacerdote del villaggio in cui si sarebbe dovuto recare. Gli aveva ordinato poi di andare nelle stalle, dove avrebbe trovato un cavallo già sellato e una scorta di viveri.

Eito non aveva fatto domande. Sapeva che non bisogna farne, quando i kami  elargiscono doni. Era rincasato, aveva annunciato a sua moglie Kazue l'importante missione che gli era stata assegnata e le aveva assicurato che gli avrebbe portato lustro presso il suo signore. Lei aveva sorriso, ma freddamente. Gli aveva versato il sake. Eito aveva bevuto per non farle uno sgarbo, poi se ne era andato in fretta. Sua moglie non gli aveva nemmeno rivolto uno sguardo mentre si allontanava.

Credeva che il viaggio sarebbe stato difficile, se non impervio. Invece, di dieci notti di cammino, soltanto cinque le aveva passate all'addiaccio; di queste, soltanto una era stata piovosa. Il favore dei kami l'aveva accompagnato, proprio come aveva chiesto al tempio. La buona gente che aveva incontrato non gli aveva negato di riposare nel loro granaio, né di dividere con lui una ciotola di riso. Ora, il sole stava tramontando. All'orizzonte si stagliava una fattoria.

Sorrise a quella vista. Avrebbe dovuto lasciare una buona offerta al tempio, quando fosse tornato a casa.

 

***

 

Il contadino si dimostrò un uomo semplice e gioviale: gli offrì un angolo al proprio focolare, e un posto alla sua tavola. Aveva una moglie bella, ma sfatta dal lavoro e dai molti figli che cicalecciavano nella stanza. Mentre serviva loro una povera cena, la donna sfiorò spesso la spalla del marito, la sua mano. Lo sguardo che lui le rivolgeva era colmo di tenerezza.

«Dunque, servite il nostro amato daimyō.»

Eito accettò il sake che la donna gli porgeva. «Come mio padre prima di me, ho questo onore.»

«Che cosa vi porta così a sud, Eito-sama?»

Mentre suggeva piano il liquore, Eito lo osservò. Pareva un sempliciotto chiacchierone: tuttavia, era meglio mantenersi sul vago. «Una faccenda importante preoccupa il mio signore.»

Il volto del contadino si aggrottò. «Quel villaggio. Ne ho sentito parlare. Secondo me è maledetto.»

«Come vi siete fatto quella cicatrice? In battaglia?» disse il più grande dei bambini, puntando il dito verso il suo volto. Aveva un faccino furbo: non poteva avere più di otto anni.

Il contadino colpì con uno schiaffo la nuca del figlio per il modo in cui gli si era rivolto, ma Eito intervenne timidamente, per evitare che fosse picchiato più forte.

«Non ce n'è bisogno, ve ne prego.»

Il padre rivolse al primogenito uno sguardo torvo. «Seishiro, chiedi scusa al nostro nobile ospite.»

Il bambino si inchinò profondamente, ed Eito gli sorrise. Si puntò l'indice sulla guancia, dove stava la cicatrice bianca e tonda.

«Avevo all'incirca cinque anni. Mio padre mi ha portato ad assistere mentre il Mastro Spadaio forgiava quella che sarebbe diventata la mia katana. Mi sono avvicinato un po' troppo all'incudine, e una scheggia incandescente mi è volata proprio sul viso. Come vedi, non è una cicatrice molto gloriosa.»

Una delle bambine, fissando il padre con un certo timore, osò dire: «Sembra un petalo di ciliegio.»

Eito annuì. «Anche mia moglie lo diceva sempre.»

Un nodo gli strinse la gola. Succedeva sempre, quando parlava di Maiko.

Forse un po' della tristezza che provava gli trasparì dal volto, perché la moglie del contadino disse:

«Mi dispiace per la vostra perdita.»

«Non doletevene. E' successo cinque anni fa. Mi sono risposato.»

Il contadino annuì, come se approvasse. «Spero che la vostra nuova unione vi porti conforto.»

Eito accennò a un sorriso, e scacciò il sapore amaro che gli si spandeva in bocca con un sorso abbondante di sake.

 

 

Disteso sul futon che la famiglia gli aveva ceduto, Eito ascoltò i molti respiri che si sovrapponevano negli angoli della stanza. Un lieve russare. Il lamento di un bambino nel sonno.

Tenne gli occhi fissi al soffitto, e vide gli occhi neri di Maiko in quelli della notte.

Tredici anni. Non era un giorno più vecchio,  quando l'aveva sposata; lei ne aveva già compiuti quindici. Tuttavia, non l'aveva mai trattato come un bambino. Lo aveva rispettato, consigliato e confortato come la più cara degli amici. Era bella, gentile e onesta, era tutto ciò che un uomo potrebbe desiderare. Eppure, Eito non sentiva l'anima sanguinare quando era lontano da lei. Camminavano allo stesso passo, finivano le reciproche frasi, ma la mano di lei sul braccio non richiamava il battito nei polsi; al ritorno dalla guerra lei era felice di accoglierlo a casa, ma non piangeva di sollievo, e non lo stringeva più forte nel buio. Lui non perdeva lo sguardo a fissarla mentre si spazzolava i capelli. Dalle canzoni, dalle storie antiche, Eito aveva imparato cosa fosse l'amore; il caldo, affettuoso rispetto che li univa non aveva lo stesso profumo. Anche giacere con lei era poco più di un dovere per ottenere un erede. 

Al momento in cui, finalmente, l'erede era arrivato, aveva stroncato la vita di sua madre, morendo a sua volta durante un difficile travaglio. 

A volte, quando bruciava incenso di fronte all'altare, Eito piangeva pensando che non era riuscito ad amare Maiko come lei avrebbe meritato.

Kazue si era rivelata una donna molto diversa. L'unione era stata decisa ben prima che Eito ne conoscesse il vero carattere. La sua nuova moglie si faceva vanto della propria bellezza, e aveva vissuto come uno scorno il fatto di essere stata promessa a un uomo di scarsa avvenenza e dubbio valore. Eito aveva sperato che, dandole un figlio, il rancore che Kazue provava nei suoi confronti si sarebbe placato. Ma la bambina che aveva dato alla luce non aveva superato la prima settimana di vita: da allora, Kazue aveva cessato di rivolgergli la parola se non era costretta, ed Eito aveva evitato di visitarla nel suo letto. Forse, al suo ritorno avrebbe trovato la casa vuota. Dopo tutto, poiché non avevano figli, di fronte alla legge non erano sposati per davvero. Se Kazue fosse fuggita al tempio durante la sua assenza, lo avrebbe almeno sollevato del fardello di dover prendere una decisione a riguardo. Eito avrebbe evitato volentieri quella responsabilità, come tutte le altre. Il loro peso sulle spalle gli ricordava la sua pochezza.

Se davvero il ciliegio bianco era maledetto, un samurai di basso rango come lui avrebbe potuto fare ben poco. Un sacerdote, o quantomeno un monaco guerriero, sarebbe stato d'aiuto molto di più di quanto lui avrebbe potuto esserlo. Perché i kami avevano indicato un uomo inutile come lui?

Con quei pensieri nella testa, cullato dal tepore emanato dalle braci del focolare, Eito chiuse gli occhi e si addormentò.

*

Non sognava mai. Piombava sempre nel sonno come un sasso: i suoi compagni glielo avevano spesso rimproverato, quando si trovavano in guerra. Al risveglio, si sentiva riposato e non ricordava nulla. Eppure, quella notte, Eito sognò.

La luce delle stelle si rifletteva su un manto candido di neve, rendendo irreale il blu della notte. In quella pianura senza confini, si ergeva il ciliegio bianco. Pareva una colonna tra il cielo e la terra.

I petali candidi danzavano, come se soffiasse il vento: ma l'aria pareva ferma tutto intorno a lui. Il fiato gli si mozzava per l'insopportabile calura. In lontananza, il ciliegio tremolava, pronto a svanire nell'afa. Gli sembrò una di quelle anime smarrite che si scorgono di tanto in tanto nelle notti di Tanabata.

Sotto la pioggia di petali bianchi si disegnò una figura.

Era alta, ma molto leggiadra. Ammirò le braccia lunghe abbandonate lungo i fianchi, l'ovale del volto che si schiudeva tra i capelli neri. L'assenza di cipria mostrava una carnagione non esattamente candida; la pelle però era liscia, intatta.

Non poteva definirla bella, non nel senso comune del termine. Eppure, quelle labbra sensuali gli provocarono un brivido intenso. La sua veste era iridescente, e a ogni passo i colori splendenti cambiavano uno nell'altro, confondendosi e ricreandosi come l'arcobaleno da un raggio di sole.

Richiamata dal suo sguardo, lei si volse. Lo vide.

Il petto di Eito si lacerò in un lampo di riconoscimento, tanto rapido quanto crudele. Ne era certo, sì: in lei ritrovava qualcosa di amato e perduto. A chi somigliava? Non l'aveva mai vista prima di allora.

Gli occhi castani, caldi come un abbraccio. Il profumo dolce che il vento portava fino a lui, in una pioggia di petali bianchi. I suoi sensi ne conservavano la memoria. Conosceva anche il suo tocco: l'anima si contrasse nella spasmodica attesa che lei compisse un gesto, e gli sfiorasse la pelle. 

Vide la bocca di lei tremare, le lacrime rigarle il volto. La donna mosse un passo, poi un altro, verso di lui. 

Allungò la mano. Eito respirava forte per l'emozione. Chiuse gli occhi, e assaporò la sensazione del piccolo polpastrello che copriva la cicatrice a forma di petalo di ciliegio, sulla sua guancia.

La donna sorrise, tra le lacrime.

Sei tu, mormorò.

E il sogno iniziò a sbiadire.

 

Mini-dizionario dei termini giapponesi

EPOCA ŌEI: comprende gli anni 1394-1428, durante l'era cosiddetta "Muromachi" (1336(92?)-1573). Dunque, l'anno in cui si svolge il racconto è il 1419 d.C., secondo la datazione cristiana occidentale.

DAIMIYŌ  :  Signore feudale.

EDO: Nome antico di Tokyo.

KAMI: Dèi.

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NdRobyn

Eccomi qui, a riproporre una storia iniziata tanto tempo fa, e che adesso sto revisionando dopo averla finalmente portata a compimento. E' un esperimento nato sull'onda di un concorso per fantasy di ispirazione orientale, ma considerato che il bando è scaduto circa sei anni fa...direi che è più saggio trovare un altro impiego a questa breve novella ^^

L'ispirazione, per una volta, mi viene dalla mia realtà. Dopo un'adolescenza spesa a fantasticare sui sakura rosa, mi sono finalmente chiesta perché i fiori degli stessi alberi nella mia città natale, che ci regalano le ciliegie per cui siamo (mi dicono!) famosi, siano di un bianco accecante. Il fatto che in generale molte culture asiatiche associno il bianco al lutto mi ha fatto nascere l'idea per questa storia, che ha per protagonista un anonimo samurai chiamato a indagare su un'anomalia inquietante.
Può un albero uccidere? E perché i kami hanno scelto un samurai di basso rango per risolvere il mistero?

Spero che vi andrà di cercare le risposte a queste domande nei prossimi capitoli ^^


Robyn


ps: ultimamente, grazie a/per colpa della mia socia Giulia, sono in fissa con diversi drama coreani. L'ultimo che mi ha rubato il cuore è Goblin: The Great and Lonely God. Vorrete perdonarmi se la nazionalità è sbagliata, ma nel volto del mio Eito vedo molto facilmente quello del protagonista, Gong Yoo...che ha un'espressività adattissima, anche se lo trovo molto più bello di quanto Eito-san dovrebbe essere ^^ 
   
 
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