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Autore: Annika Mitchell    08/03/2017    0 recensioni
Quando penso che non so parlare, intendo che non so proprio esprimere questa vacanza interminabile all’interno del petto: un vuoto a rendere, o un viaggio a Bruxelles.
Genere: Introspettivo, Malinconico, Slice of life | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Oh, when you look at me like that, my darling
What did you expect?
I probably still adore you with your hands around my neck
Or I did last time I checked
[...]
It seems like once again you've had to greet me with goodbye
Arctic Monkeys, 505.
 

Le lettere che non ti ho scritto, Forse.

 

Quella volta che pensavo di soffocare, annegare: morire. Che poi nessuno te lo sa mai descrivere davvero, il terrore. Della vita, della morte, della pace, della guerra, del respiro che si interrompe, della mano che ti scorre lungo la schiena, del coltello che ti dimostra quanto sei fragile, delle cervella che non ragionano più.
Una volta mi dissero che scrivere è l’unica arma di cui si dispone per salvare chi non c’è più, chi se n’è andato e non ha modo di tornare. Ma quale diavolo è l’arma per salvare chi è rimasto? Chi potrebbe mai salvare i cocci che restano, e continuano a stare, inconsapevoli della propria condizione di inutilità. Utili solo a tagliare nel profondo, a deturpare chiunque entri in contatto con loro.

Se vedessi davvero quello che hai dentro, cosa credi che ci troveresti? Forse, io una grandissima casa completamente vuota ed in rovina, con la scritta “Vendesi” in giardino così consumata dalle intemperie, che ormai quasi si legge soltanto più “vedesi”. Vedesi le rovine di chi non ha obiettivi, non ha passioni: totalmente solo, perso ad abbellire quella dannatissima facciata. La facciata di una casa vuota, ma che vuoi che se ne faccia la gente delle ante dipinte di verde, se poi dentro sei più nero del gracchiare notturno e terrorizzato. Vedete, accorrete tutti, ammirate l’enorme e complicata costruzione che credevo essere la mia anima: piena solo di silenzi ed eco spezzate. Chi diavolo ha deciso che eco è femminile, cristo santo.

Poi vedo il tuo sorriso e penso: “Che cazzo stai pensando, no”. Ma è assurdo che quanto più ti costringi a non fare una cosa tanto più è quella cosa, alla fine, a fare te. Ma perché devi saltarmi in testa ogni stracazzo di maledetta volta. Ma chi te l’ha chiesto. Chissà che stai facendo. Io provo a non pensarti. Mai più. Eppure.
Che finalmente credevo di stare bene, ma ci pensi? Forse, sto bene solo soffrendo. Poi la sofferenza degli altri non è abbastanza, non so. Vorrei farmi carico di tutte le sofferenze del mondo, chissà che riesca a smettere di pensare a quella che vedo nei tuoi occhi.

Mi manca la mia migliore amica. Non glielo dico mai, vorrei ricordarglielo spesso, mi sono trovata a pensarla sempre. Mi piacciono ancora le stesse canzoni, ascolto ancora le stesse parole ed i stessi discorsi, le stesse voci, cerco nella gente gli stessi sguardi, trovo rassicurazione nelle risate fragorose. Ancora penso di scappare di casa, come quando l’infanzia cedeva il passo all’adolescenza e credevo che allontanandomi da tutto ne sarei scampata, intendo all’inesorabile decorrere del tempo, che ti riempie di righe in faccia; la parola rughe è decisamente abusata dalle pubblicità.
Fossi almeno in grado di capire quello che provo, una volta tanto, nella vita. Nemmeno questo ti insegna il tempo. Solo a ridere con la mano davanti alla bocca, per coprire i denti storti. Solo a piangere di nascosto, perché quando ti chiedono che hai, non puoi mica fare sapere loro che in quella casa è tutto così fatiscente da non esserci rimasto più niente. Nulla.

Come ti chiami? Io mi chiamo Peperonata. Non ridere, dico sul serio. Peperonata: pesante, però nata.

Giocare con te non è più divertente come all’inizio. Fa male come quando te ne vai e mi guardi di sbieco, triste, e io rido e ti dico che ti divertirai, ma penso: “Perché diavolo dovrebbe divertirsi senza di me? Non voglio”. Però ti sorrido, che è l’unica cosa che mi hanno insegnato in Accademia. L’accademia, sai? Quella che nella mia testa è la vita. Un’accademia militare senza fine, che ti prepara ad una guerra senza nome; Forse la devono smettere di parlarci di bombardamenti, altrimenti come facciamo a deciderci di viverla davvero, questa battaglia interminabile?

Nel dubbio non faccio altro che fare domande. La gente risponde, sai, ma non trovo mai quello che cerco. Che cazzo cerco, dico. Penso. Non a te, giuro. Forse.

Quando penso che non so parlare, intendo che non so proprio esprimere questa vacanza interminabile all’interno del petto: un vuoto a rendere, o un viaggio a Bruxelles.

Più semplicemente mi manca quando la spensieratezza mi guidava a chiederti un ferro da stiro alle 3 di notte, così che potessimo restare a dirci i segreti fino al mattino dopo, che poi non era per nulla un segreto che non combinerò mai nulla di buono nella vita ed invece tu sì.

Però ci pensi mai a quante volte ci si incontra per sbaglio? E se ci si incontra per sbaglio, chi dei due deve scusarsi? Ti ho detto così tante volte scusa che ho inflazionato la parola ed adesso devo inventarne un’altra, solo per te. Berotro, va bene? O preferisci Zencivon? Credo sia meglio Ulnanuara.
Ulnanuara se ti ho incontrato, dannazione. È tutto uno sbaglio della guerra a cui siamo stati iscritti per diritto di nascita. Ci hanno iscritto in questo schifo di palestra, chissà chi poi, e non sappiamo nemmeno dove guardare. Forse nelle televisioni, forse negli specchi: sicuro se ci guardiamo negli occhi possiamo solo piangere. Ma tu sei bello pure quando piangi, che poi non è vero. Che piangi quando sei bello. Nel senso, non piangere, ti prego.

Non sono più sicura di nulla. Se dovessi descriverti con una parola direi che ti chiami Forse, ma che cazzo ne so io di cosa si deve dire in questi casi; perché mi guardi come se potessi avere qualche risposta? Mio caro Forse, non ho altro che domande e sorrisi, sono le armi che mi hanno dato e non so che farci. Però te le mostro volentieri, magari tu sai consigliarmi da quale parte sia meglio attaccare. Se te lo chiedono, la casa l’hanno bombardata prima che nascessi. Quella in vendita, dico. No, no, sono ancora online, l’unica cosa sconnessa è la verità. Nel senso che c’è da qualche parte, qui dentro, però non si possono unire i puntini per lo stesso motivo per cui se hai paura del buio preferisci spaventarti e gemere di terrore, piuttosto che darti la possibilità di porre fine al lamento, accendendo la luce.

Forse. Dico a te, ehi. Mi manchi. Ma chi, poi? Forse.

Lo spettro della casa è sempre più lontano, un miraggio. Saranno riusciti a venderla, chissà che qualcuno non ci abiti adesso. Ma se ci abitano in 25, perché ancora pensi di poterla visitare, un giorno? Non c’è spazio per la matematica nell’approssimazione per eccesso. Ad esempio, ci hai mai pensato che due settimane sono quattordici giorni, ma dire che sono quindici suona in qualche modo sempre più esatto? Non matematico, ma approssimativamente giusto.

Forse, non sono mai stata in grado di finire niente. Quindi ti prego, la devi finire di tormentarmi, che io non ci riesco da sola. A volte mi addormento e mi ritrovo a sognarti, ma la realtà arriva sempre a schiaffeggiarmi, fortissimo, e i lividi che mi lascia mi ricordano che non c’è spazio per i Forse, quando sei in bilico su di un cartello illeggibile in un giardino trascurato di una casa vacante che non verrà mai ristrutturata. Piantala, Forse.
Scrivimelo tu, un addio, anche con gli occhi, se proprio con le parole non riesci a farlo.
Forse, non ti penso più. Pensami tu, Forse. Ma mettici un addio alla fine del pensiero, ti supplico.

 
Centosette volte: addio.



 

Note per nulla sensate.
Io che della vita non ci ho mai capito nulla, della morte men che meno, e dai sentimenti scappo in ordine sparso perché non mi sommergano, butto nel vento le parole sconclusionate e caotiche che vorrei poter definire davvero come insensate, ma che contengono più verità di quanto potranno mai dirci davvero gli orologi.
Però se scrivo è solo per il mal di testa. Per fortuna la "Carica dei 107" non si può sentire.
Il vuoto a rendere, nel senso che prima o poi lo spazio sconfinato ed il silenzio lugubre vanno restituiti; in questo caso ad una pagina che possa parlare al posto mio. Almeno la mente si sgombra e torna ad esserci posto per le eco sorde.
Ma sempre in gamba. Oppure, gambe in spalla.

Ann.
 
   
 
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