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Autore: _Dafne Johnson_    11/03/2017    1 recensioni
STORIA PRESENTE ANCHE SU WATTPAD: Don't be a sunflower @DafneJohnson
Siamo nel XIX secolo, Minneapolis (America del Nord). 3 ragazzi, in seguito a un incendio, si ritrovano a scappare di casa e a viaggiare per il continente, in cerca di un posto in cui possano essere sé stessi, al di fuori dai pregiudizi, le segregazioni razziali e gli abusi di potere. Un po' come gli ebrei alla ricerca della Terra Promessa, affronteranno molti pericoli, separazioni e difficoltà ricercando il posto giusto in cui essere sé stessi. Un luogo che sognano perché sono adolescenti, e il sognare, oggi e allora, fa parte di noi.
Tutti cerchiamo qualcosa, la ricerca che si prolunga per tutta la vita: un percorso che spesso inizia dall'adolescenza, un periodo in cui si lotta per affermare la propria identità e diversità che, specialmente con lo schiavismo, non è facile da ottenere.
Genere: Avventura, Drammatico, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Si trovavano, come ogni mattina a quell'ora, davanti alla casetta, aspettando che arrivasse il vice stabilimento per fare l'appello. Era pieno inverno, ma nessuna di loro era vestita a sufficienza: le più continuavano a sfregarsi le mani l'una contro l'altra o a nasconderle nelle tasche delle vecchie gonne stinte, per evitare che venissero loro i geloni. La maggiorparte rimaneva ferma, ma alcune tra le bambine e le ragazze più giovani dondolavano spostando il peso da un piede all'altro, come a compiere una specie di danza sul posto. Ogni mattina rimanevano al freddo per circa mezz'ora ad aspettare che qualcuno che si fosse accorto che aspettavano venisse a fare l'appello. Ma, come ne erano tristemente consapevoli tutte, era pressoché inutile: nessuna aveva mai tentato di scappare dalla Browley Cotton Industries; apparte la scarsità di coperte di lana- il che poteva sembrare strano, per un'industria tessile- tutti gli schiavi venivano trattati quasi umanamente. Certo, mangiavano una volta al giorno, ma mangiavano quasi a sazietà e avevano circa cinque ore di sonno. Erano soliti interpretare tutte quelle premure come una pallida imitazione di un sentimento, di un vago affetto: non riuscivano a comprendere che le minime attenzioni servivano solamente per renderli più docili e operosi. Ma Jamila iniziava ad intuire che le cose non fossero così, perché spesso si sentiva questo agli occhi dei padroni: una bestia venuta al mondo solo per lavorare, faticare affinché altri si arricchissero. E la fede... la fede cristiana che i padroni instillavano in loro, proclamando uguaglianza... Di certo fra di loro l' uguaglianza c'era, nessuno schiavo veniva trattato meglio degli altri. Forse erano una sottocategoria degli uomini, per cui questo discorso non valeva? "Abbiamo la pelle più scura, ma lavoriamo più di loro. E se potessimo studiare, saremmo intelligenti quanto loro" Spesso le veniva in mente tutto questo e si sentiva così diversa dalle altre schiave: più le osservava, più vedeva la luce spegnersi dai loro occhi, cosicché il minimo segno di vitalità andava a sfumarsi con le tinture delle stoffe colorate su cui ogni giorno dovevano applicare la massima cura. 
Jamila, però, era giovane. Una giovane adolescente che supponeva di sapere tutto del mondo, solamente per aver ricevuto qualche frustata in più delle sue coetanee per la sua arroganza. Credeva che una volta uscita da quella maledetta fabbrica, sarebbe stato tutto meglio: ormai, malgrado i suoi 16 anni, ne aveva passate parecchie. Stava giusto pensando su quanto fosse stata ingiusta la sua vita fino a quel momento, che il vice stabilimento arrivò. Scese da cavallo e barcolló pestando il piede nel fango e schizzando molte gonne e caviglie, forse apposta. 
-O forse perché ieri ha bevuto troppo- sussurrò una ragazza sui 23 anni, dai capelli cortissimi.
-No, Adenike, guardalo, l'ha fatto apposta- le rispose Jamila, corrugando la fronte. Per fortuna loro, vennero zittite immediatamente dalla madre di Jamila, Afya, che squadrò entrambe con sguardo severo. Il vice stabilimento si avvicinò a ognuna di loro con passo goffo e fece il conto puntando il dito: non appena si avvicinò a Jamila, questa sentì l'odore dolciastro dell'alcool stantio della sera prima, o forse di quella mattina stessa. 
-Sentito? Te l'avevo detto- Jamila provocò Adenike non appena l'uomo non era più a portata d'orecchi. Quest'ultima la guardò come a dirle "D'accordo, hai ragione, era così fondamentale?" ed entrambe aspettarono che il vice finisse la sua conta. Era un uomo molto preciso e rigoroso, a detta sua, tranne quando si lasciava tentare dall'ebbrezze del vino o del tabacco. E fu così che quella mattina, contò un numero in più: per cui, quando arrivò all'ultima donna della fila, una ragazza diciassettenne di nome Aisha, la prese immediatamente per un polso. Tutte trattennero il fiato, la ragazza compresa: lo guardava terrorizzata con i suoi grandi occhi scuri, senza parlare.
-Tu, da dove vieni? Da quanto sei qui?- le chiese avidamente, scrutandola da capo a piedi e pensando già a cosa fare con una schiava non registrata, la cui presenza non sarebbe stata notata da nessuno. -Mi devi rispondere, hai capito?!? Come ti chiami, ragazza?
La poverina mimò il suo nome con le labbra, ma il vice non comprese. 
-Lei è Aisha, signore. È qui da 6 mesi, quasi.-rispose Jamila al posto suo. Ciò, normalmente, non era permesso e comportava una punizione, ma il vice, stupito da quella notizia nonostante non si ricordasse nemmeno i volti degli schiavi che erano lì da anni, non ci fece caso. Borbottó qualcosa e le condusse verso la fabrica, come ogni giorno. 
Le baracche erano piuttosto lontane dalla fabbrica, ci voleva una mezz'ora per arrivarci: il problema, però, era che dovevano passare per delle vie secondarie delle città, frequentate da ubriaconi che spesso rompevano le bottiglie di vetro lungo i margini della strada. Ogni giorno arrivavano alla fabbrica con le caviglie graffiate e le sottili ciabatte macchiate di sangue, ogni sera tornavano alle baracche senza sentirsi più i piedi. Stavano percorrendo l'ennesimo vicolo quando Jamila si avvicinò ad Aisha. 
-Tutto bene? Voglio dire, di sicuro non te l'aspettavi. Non il fatto che abbia bevuto, cioè, quello è normale, intendo...insomma, hai capito .- esordì lei, scansando qualche coccio nell'angolo della strada. 
Aisha le sorrise timidamente, inclinando leggermente la testa e alzando le spalle, come se ci fosse abituata. Jamila la osservó per qualche secondo, mentre la ragazza cercava di evitare di inciampare nei cocci. Notava- con un po' d'invidia, anche- che aveva lineamenti molto più delicati dei suoi: un viso perfettamente ovale, incorniciato da alcune piccole ciocche di riccioli. Gli occhi scuri, enormi ed espressivi, le sopracciglia folte ma stranamente ordinate riflettevano un'espressione neutra; la bocca, carnosa e delineata, rimaneva quasi sempre seria e concentrata. Jamila si sistemó la fascia facendola scendere più sulla fronte: pensava di avere la fronte fin troppo spaziosa e irregolare a differenza di Aisha, alla quale l'attaccatura dei capelli formava una linea continua. E in più, la carnagione della ragazza era un poco più chiara di quella delle altre: sembrava quasi cubana. L'unica differenza per cui la sedicenne andava fiera, erano i suoi capelli lunghi oltre al fondoschiena, in quel momento raccolti in due lunghe treccie, a cui rivolgeva la massima cura ogni sera. 
Dopo qualche secondo, Aisha posò lo sguardo su Jamila con aria interrogativa, come per chiederle perché la stesse fissando. 
-No, niente. Stavo solo pensando...pensi che mancherà ancora molto?
Aisha alzò otto dita, poi oscilló una mano come a indicare "circa". 
-Menomale...ho i piedi a pezzi- le sorrise, cercando di fare conversazione. La ragazza annuì, poi continuó a camminare. Dopo circa dieci minuti, arrivarono alla fabbrica: la Browley Cotton Industries non era altro che l'insieme di due edifici fatiscenti,di mattoni e con i vetri rotti: si trovavano nella zona più povera di Minneapolis ed erano intervallate da alcune casette mal tenute che, nonostante non fossero nemmeno paragonabili alle piccole ville dei bianchi, facevano invidia alle donne e agli uomini che ogni giorno si dirigevano dalle loro baracche all'industria: anche loro erano neri, ma svolgevano lavori molto meno pesanti (come il calcolare le entrate e le uscite e il rapporto qualità-prezzo) e spesso sapevano leggere e far di conto. La maggior parte di loro lavoravano nell'edificio più piccolo, che si occupava maggiormente dell'imballaggio finale dei tessuti. Nello stabilimento più grande, invece, c'erano moltissimi schiavi, tra uomini, donne e bambini: tutti provenivano dalle stesse baracche, separate però da un filo spinato. Jamila e Adenike si misero al loro lavoro: dovevano tingere le stoffe di colori diversi. Avevano quell'incarico da poche settimane, da quando l'industria aveva deciso di adottare dei nuovi coloranti chimici; loro due ed altre ragazze dovevano tenere le mani a mollo in quell'intruglio per ore, fino a quando il colore non si fosse asciugato, successivamente stenderli su appositi tralicci. Jamila spesso storceva il naso all'onore della tintura e brontolava. Adenike la guardava storta e stringeva i denti: d'inverno le venivano parecchi tagli sulle mani che quasi sfrigolavano a contatto con la tintura. 
-Quando mai la smetterai di lamentarti, Jamila?- la ragazza si giró e sentí una voce gioviale e calda che conosceva bene. 
-Ben!-gli sorrise- come va, cugino?-tolse una mano dalla tinozza, per battergli il cinque, ma lui le fermò il polso. 
-È una scusa per lavorare di meno?-ridacchió lui.-Datti da fare, su.
Jamila sbuffó, si scambiarono ancora qualche battuta e tornarono a lavorare.Ben era suo cugino, si conoscevano da quando erano piccoli ed erano praticamente cresciuti insieme. La ragazza incroció lo sguardo di Adenike, che guardava Ben. 
-Ti piace, vero? Ammettilo!-esordì Jamila trionfante. Adenike non rispose, ma anzi intinse il tessuto più velocemente: il vice stabilimento stava facendo un giro d'ispezione e si stava sempre di più avvicinando a loro. Jamila insistette con il suo fare pedante, ma venne presa per i capelli. Sapeva di non dover dire niente, era una delle prime lezioni da imparare non appena ci si trasferiva in una nuova fabbrica... tuttavia non se l'aspettava, così si fece scappare un gemito: subito dopo si morse la lingua, ma senza risultato.
-Le conosci le regole della Browley, negra?-le sibiló il vice stabilimento tirandola verso di sé e stringendo la presa. Jamila annuì. Evidentemente gli effetti dell'alcool erano passati, perché il vice sembrava più sveglio e crudele. Fece finta di lasciarla andare, ma tenendola sempre per una spalla, agguantó un paio di forbici e le tagliò una treccia di buona misura, di qualche centimetro sopra le spalle. Il vice la tirò di nuovo verso di sé per l'unica treccia rimasta, facendola inginocchiare per terra con violenza. 
-Ti meriteresti molto di peggio- sibiló lui- ma oggi mi sento particolarmente clemente.- Jamila sapeva che era un uomo dalle molte minacce e poche azioni, oltre al fatto che aveva una carica poco importante per mantenere le proprie sadiche promesse. Era, invece, arrabbiata sia per la treccia, per la quale ci aveva messo anni a fare crescere, sia perché aveva le ginocchia che bruciavano per l'impatto.  Avrebbe dovuto stare zitta, lo sapeva. Ma non era così facile, non le veniva naturale... avrebbe solo voluto tornare al lavoro per poi sotterrarsi nel letto, magari piangere: per ogni schiavo, era un'umiliazione grandissima essere rimproverato davanti a tutti, significava non aver svolto bene il proprio lavoro. Jamila, inginocchiata, si guardava intorno, le donne quasi affrante e partecipi, gli uomini che scuotevano la testa, contrariati.
-Avanti!- avrebbe voluto gridare- avanti! Ditelo che non sono una brava schiava, che non sono capace. Ma a me non importa - avrebbe sussurrato, nelle lacrime -perché posso fare le cose anche da sola. Anzi, tutti voi potreste! Guardatevi intorno, potreste cambiare ogni cosa, liberarvi! Ma invece no...rimanete qui. Restate nell'ignoranza e crogiolatevi nella fede perché sì, un giorno vi salverà! -sarebbe stato questo il pianto, lo sfogo che Jamila avrebbe voluto urlare a tutti quegli imbecilli, che non erano nemmeno in grado di scegliere di propria volontà cosa mangiare per pranzo. Invece rimase zitta. Perché si rese conto che anche lei contava poco, esattamente come loro. Fu presa dallo sconforto e lacrime sottili iniziarono a sgorgarle dal viso.Avrebbe voluto non darlo a vedere, ma aveva anche lei la sua buona dose di emotività. 
 

Angolo dell'autrice: 
Salve gente! Ho in mente questa storia da parecchio tempo, e mi sono finalmente decisa a scriverla. Inutile dire che ho parecchie idee, anche se la tematica può essere particolare. E per quanto riguarda la frequenza di pubblicazione...spero di riuscire ad aggiornare almeno ogni 15 giorni, magari in una settimana. Vedrò che riesco a fare. E per quanto riguarda il capitolo, abbastanza corto per il mio solitò, è solamente perchè la storia, essendo presente anche su wattpadd, cerca di mediare in lunghezza fra entrambi i siti.
Che dire...hope you enjoy!
Dafne Johnson

   
 
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