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Autore: Elianapi    11/03/2017    0 recensioni
PRIMO VOLUME DELLA SAGA CONTACT
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Se l'inaspettato stravolgesse d'un tratto la tua esistenza, a cosa saresti disposto per sopravvivere? A quali valori riusciresti ad aggrapparti e quali altri perderebbero invece d'importanza?
Liz non si è mai posta domande del genere. Perché dovrebbe? La sua vita è totalmente, incondizionatamente perfetta: ha una famiglia che la ama, voti alti a scuola e molti, troppi amici che la idolatrano.
Ma se accadesse l'impensabile?
In un giorno come tanti altri, dal cielo arrivano "gli Esterni" e le loro intenzioni, fin da subito, appaiono non esattamente pacifiche.
A questo punto, Liz dovrà scegliere: arrendersi a loro o lottare con le unghie e con i denti?
Rinunciare a combattere vorrebbe dire divenire burattini nelle mani dei misteriosi Esterni.
Opporsi invece significherebbe reagire, combattere, resistere.
Quale sarà la scelta giusta da prendere per Liz, quella che potrà donare ancora un briciolo di speranza in ciò che resta dell'umanità?
Genere: Horror, Romantico, Science-fiction | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti
Capitoli:
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19 - Stella Polare


Dopo l’abbondante cena gentilmente offerta da Finn, sia io che Liam siamo sfiniti. Entrambi sbadigliamo di continuo e facciamo fatica a tenere gli occhi aperti: si tratta senza ombra di dubbio degli effetti della digestione, oltre che della stanchezza.
«Ehi, hai sonno?» chiedo con dolcezza a mio fratello quando, ad appena pochi passi da me, lo vedo stropicciarsi per l’ennesima volta gli occhietti coi pugni, reggendosi in piedi a stento.
Lui annuisce in risposta, poi mi corre incontro e allunga le manine saltellando sul posto, con il fine di farsi prendere in braccio.
Lo accontento, sebbene la stanchezza mi pervada da capo a piedi, e, una volta tra le mie braccia, lo stringo forte al petto. Forse saremo al sicuro, almeno per stanotte. Non riesco a crederci. «Adesso, cucciolo, ci facciamo entrambi una bella dormitina, va bene?»
Liam non sembra affatto contrariato. Anzi, appoggia la testa sulla mia spalla, come se si trattasse del più comodo tra i cuscini, e fa cenno di sì, sbadigliando di nuovo.
Mi sfugge un debole sorriso sulle labbra nello scorgere l’appagamento dipinto sul suo visetto scarno, tuttavia lo cancello in fretta, prima che possa allargarsi troppo. Mi rivolgo invece a Finn, che ci sta dando le spalle, occupato in qualcosa, e gli chiedo in un soffio di voce, timorosa d’irritarlo: «Possiamo stare qui, almeno per stanotte? Ho bisogno di riposare per qualche ora. Domani, appena sorgerà il sole, toglieremo il disturbo. Lo giuro.»
Lui si volta verso di me, lasciando perdere le tazze sporche che stava sistemando nel lavabo, e mi scruta in volto, il capo leggermente piegato di lato come se mi stesse studiando. Nonostante le tenebre regnino sovrane nella stanza che ci ospita, riesco infatti a notare la sua fronte aggrottata, diventata un reticolo di sottili rughe che la attraversano da parte a parte. «E dove andrete?»
Ricambio il suo sguardo, Liam ancora tra le braccia. Pesa un po’, lo ammetto, ma non è certo un fastidio. «Non lo so» replico, scrollando appena le spalle. «Immagino che cercheremo di tirare avanti e basta, come abbiamo fatto finora.» Forse è una decisione stupida, me ne rendo conto, tuttavia non intendo rivelargli le mie intenzioni riguardanti la casa in Oregon: non so ancora quanto possa fare affidamento su di lui. Certo, ci ha salvati da una morte sicura, ci ha sfamati rinunciando alle sue scorte e ci sta persino offrendo un rifugio sicuro per la notte, eppure sento che è ancora troppo presto per concedergli la mia totale fiducia. Ho paura di rimanere... delusa.
 «Non siamo altro che una seccatura per te» proseguo col dire, puntando lo sguardo nel vuoto, alla sua sinistra. Mi mette a disagio guardarlo negli occhi. «E non credo proprio che tu voglia averci tra i piedi ancora a lungo, giusto? Probabilmente ci siamo appena mangiati metà delle tue scorte di cibo, se non di più, e...»
Dal canto suo, Finn scrolla le larghe spalle con uno sbuffo, come se la faccenda fosse di poco conto, e mi interrompe: «Non essere sciocca, voi non siete affatto una seccatura per me. Se credi che il problema maggiore sia quello del cibo, beh, se ne può trovare altro nei dintorni. Nel caso voleste stare con me per qualche altro giorno, non ho niente in contrario.»
Per diversi secondi non so cosa dire, non trovo le parole adatte per esprimere ciò che provo. Riesco solo a domandare, nel più tenue dei sussurri: «Stai... stia dicendo sul serio? Non mi stai prendendo in giro, vero?» Sono incredula, quasi commossa. Non sono solita piangere di felicità, credo di non averlo mai fatto in vita mia, tuttavia questo potrebbe essere il momento perfetto per iniziare. Finalmente non sono più sola. Finalmente non grava più tutto sulle mie stanche, deboli spalle. Possibile che sia vero? Non è che sto sognando?
«Dico davvero. Non voglio farvi andare di nuovo in giro da soli, oltretutto completamente disarmati. Non con quello che c’è là fuori.»
Non ho fiato quasi nemmeno per respirare, eppure mi sforzo di ringraziarlo con un soffio di voce, al limite del pianto, il mento che mi trema.
Finn sorride appena in risposta, un sorriso che però arriva a stento agli occhi verdi; dopodiché cambia radicalmente argomento e indica Liam con un gesto, dicendo in tono vago: «Hai intenzione di fargli da cuscino per tutta la notte?»
Come se mi fossi appena risvegliata da un sogno a occhi aperti, abbasso lo sguardo su mio fratello e mi accorgo che, com’era prevedibile, si è addormentato con la guancia premuta sulla mia spalla, un rivoletto di saliva che gli cola da un angolo della bocca aperta.
Mi sfugge un sorriso, un sorriso che stavolta non nascondo nel notare la serenità che per una volta aleggia sul quel visino smunto, e imprimo un bacio sulla sua fronte, liscia come dovrebbe essere quella di ogni bimbo. «Non mi dà fastidio» mormoro a bassa voce, per non rischiare di svegliarlo. Ed è la verità.
«Beh, magari a te no, ma alle tue braccia credo di sì» insiste l’uomo, tirando la bocca in un sorriso storto.
Sospiro, lasciando fluire assieme al fiato anche le mille preoccupazioni che fino a qualche istante fa mi opprimevano il cuore, rendendomi difficile ogni respiro. «Dove possiamo sistemarci?» Lo sguardo mi corre al divano dalle fodere macilente con aspettativa. Sarà più che sufficiente per noi: in confronto all’asfalto duro e freddo ci sembrerà di dormire su soffici nuvole.
Ma Finn ha in mente altro, evidentemente. «Seguimi» dice. E senza esitazione si avvia verso un rettangolo che si staglia, nero, sulla parete di fronte a dove ci troviamo, che mi rendo presto conto essere un corridoio buio, situato appena oltre il mobile con il vecchio televisore, senza nemmeno verificare se mi sto accodando a lui. In fondo, sa bene di essere la mia Stella Polare, il mio faro nella notte.
Difatti, non appena lo vedo scomparire mi affretto sulla sua scia, sperando di non perdermi nel buio. Per fortuna, il salotto e la cucina sono illuminati dalla tenue luce lunare che entra dai vetri delle finestre, così da poterlo raggiungere senza troppi problemi. L’inghippo arriva solo quando, una volta nel corridoio, mi ritrovo immersa nell’oscurità e, privata della vista, devo proseguire totalmente alla cieca, senza sapere dove sto mettendo i piedi, né tantomeno se sto andando nella giusta direzione.
Alla fine, com’era prevedibile, vado a sbattere contro qualcosa.
Mi ci vuole un istante per comprendere che non si tratta né di un mobile né di altre cose del genere, bensì della schiena di Finn. «Scusa»  borbotto in un ansito, indietreggiando subito di qualche passo.
Lui, anziché sprecarsi a rispondermi, allunga una mano e mi prende per un gomito, con l’intento di farmi strada nel buio. Appena mi tocca e stringe le dita attorno al mio braccio, avverto un senso di vuoto farsi largo nello stomaco. Provo subito l’impulso di liberarmi di quella presa e allontanarlo, tuttavia deglutisco, costringendomi a mettere da parte le paranoie e a fidarmi di lui, seguendolo senza una parola.
Mi conduce in una stanza spaziosa e piuttosto ordinata, dalla cui finestra entra la dolce luce argentata della luna, la quale delinea con nitidezza la sagoma di un grosso armadio biancastro sulla parete laterale e di un letto matrimoniale sulla sinistra. Antistante a me, vicino alla finestra, c’è una grossa poltrona sformata e, accanto a essa, un cassettone abbinato al resto del mobilio. Nonostante mi sforzi di acuire la vista, nella penombra è difficile identificare con precisione il colore delle pareti, così come quello delle tende merlettate tirate di lato, eppure, come in un déja vu, l’insieme di questi elementi mi ricorda in qualche modo la mia vecchia camera da letto, con le pareti azzurre e i mobili di legno chiaro. Devo sforzarmi per scacciare il pensiero e non cedere alla tentazione di correre stupidamente nelle stanze adiacenti a questa in cerca dei miei genitori.
«Non è una suite, ma per riposare qualche ora non è malaccio» interviene Finn con un soffio di voce, così da farmi tornare del tutto in me. Con la coda dell’occhio noto che mi sta scrutando, come in attesa di una risposta.
Io mi limito ad annuire distrattamente e, con una certa prudenza, prendo ad avvicinarmi al letto matrimoniale che domina la stanza, ben sapendo di avere gli occhi dell’uomo incollati alla schiena, che non perdono un mio movimento. Appoggio con delicatezza Liam sul materasso incredibilmente morbido, assicurandomi di non svegliarlo, dopodiché mi accuccio con circospezione a terra per sbirciare sotto il letto: niente di rilevante, solo un leggero strato di polvere e un paio di calzini appallottolati. Subito dopo mi dedico all’enorme armadio che svetta alla mia destra, controllandolo anta per anta. Questo, però, non contiene altro che vecchi vestiti fuori moda e un paio di scarpe da ginnastica maschili.
«Sembra sicura» affermo alla fine, strofinando tra loro le mani per togliere la polvere rimasta appiccicata e tornando in fretta dove ho lasciato Liam.
«Ovvio che è sicura» replica Finn in tono spiccio, le mani sui fianchi e un sopracciglio aggrottato. Sembra parecchio infastidito dalla mia ispezione, probabilmente sta pensando che io sia un’ingrata, per di più paranoica.
«Beh, dovevo accertarmene» mi difendo allora, evitando di rivolgergli l’ennesimo sguardo. Non che debba giustificarmi con lui, comunque: sa a malapena ciò che abbiamo passato fino a ora, non può giudicarmi. E poi, del resto, prevenire è sempre meglio che curare, no?
«Certo» fa lui, sospirando e lasciando perdere. Poi, dopo un attimo di profondo silenzio, prosegue dicendo: «Beh, ora io vado...»
Non gli lascio nemmeno terminare la frase. «Dove? Dove devi andare?» esclamo subito, allarmandomi immediatamente a quelle parole. Non voglio che se ne vada e ci lasci di nuovo soli: lui è il mio miracolo, non posso perderlo di già.
Finn sembra quasi compiaciuto dalla mia reazione esagerata, come se fosse ben conscio di ciò che ormai la sua presenza rappresenta per la sottoscritta. «Pensavo di tornare di là. Qualcuno dovrà pur montare la guardia mentre tu dormirai, no? Ma se avrai bisogno di qualunque cosa basta che me lo farai sapere e io vedrò cosa posso fare in merito.»
Mi sento terribilmente stupida nel fare una richiesta del genere, eppure lo stesso mi ritrovo a implorarlo: «Ma non... non potresti fare la guardia da qui?» Ottimo, sembro una bambina di quattro anni che chiede alla mamma di vegliarla mentre si addormenta. Devo risultare parecchio patetica.
Come se non mi sentissi già abbastanza idiota, lui ripete la mia domanda: «Vuoi che stia qui con voi?»
Annuisco, a disagio, sfregandomi ferocemente un polso. «Per favore. Mi sentirei più... più al sicuro.»
Lui scrolla le spalle per l’ennesima volta. «Come vuoi. Per me non fa differenza. Lo facevo per lasciarvi soli, tu e lui.»
Sospiro, tranquillizzandomi nell’udire quelle parole. Forse per una notte riuscirò a dormire decentemente. Non desidero altro al momento. Non perdo altro tempo, dunque: scosto le coperte intatte e prendo in braccio Liam, con l’intendo di sistemarlo sotto di esse, al caldo.
Vedendomi in difficoltà, Finn si avvicina di qualche passo e chiede: «Ti serve aiuto?»
«No, ce la faccio da sola» replico io in risposta mentre sollevo mio fratello e lo adagio sul materasso. In effetti pesa parecchio per le mie braccia stanche, tuttavia non voglio che quell’uomo pensi di avere a che fare con una totale rammollita.
Mentre sono indaffarata a rimboccare amorevolmente le coperte a mio fratello, con la coda dell’occhio intravedo Finn che si avvicina alla poltrona malconcia appostata vicino alla finestra e ci si lascia cadere con uno sbuffo.
«Dormirai lì?» chiedo, quasi timidamente, mentre mi tiro su.
«Non dormirò.»
Mi do subito della stupida, riportando alla mente quanto ha affermato appena poco fa. «Oh, già... vero.» È rassicurante il pensiero di avere qualcuno che terrà d’occhio la situazione mentre io riposerò. Mi siedo sul bordo del letto, avvertendo immediatamente la morbidezza del materasso che si abbassa sotto il mio peso, e penso già a quanto sarà bello coricarmi sotto le coperte a fiori, poggiare la testa sul cuscino soffice e pulito e chiudere gli occhi senza il terrore di essere trovati da un istante all’altro da un mostro. Forse stanotte non mi sveglierò all’improvviso in preda ai brividi, dopo l’ennesimo incubo. Ci spero.
«Non vorrei sembrarti indiscreto» mormora d’un tratto Finn, mentre io sono intenta a togliermi le scarpe malridotte con un calcio. «Forse, però, avresti bisogno di lavarti e cambiarti quei vestiti, prima di metterti sotto le coperte. Non è per offenderti che te lo dico, ma quelli che indossi al momento sembrano un po’... malconci. Inoltre, non credo che disdegneresti un bagno caldo, giusto?» Probabilmente deve essermi comparsa un’espressione parecchio buffa in faccia perché gli sfugge un sorrisetto. «Questo casolare dispone di un sistema di raccolta dell’acqua piovana» aggiunge, indicando con un cenno vago della testa l’ambiente che ci circonda. «Funziona ancora sufficientemente bene e, dato che in questi giorni non ha quasi mai smesso di piovere, di acqua ne abbiamo in abbondanza. Scaldarne un po’ non sarebbe un grosso problema. Ci vorrà solo un po’ di pazienza.»
Un bagno caldo. Di nuovo, mi sembra di essere immersa in un sogno. È da mesi che non faccio un bagno degno d’esser chiamato tale. I vestiti che indosso non sono altro che cenci sporchi di terra, sangue, sudore e, sì, anche lacrime. E i miei poveri capelli hanno davvero un bisogno disperato di essere lavati e pettinati per districare i nodi.
Un istante dopo però, mi ritrovo a sospirare, rassegnata: vorrei davvero approfittarne, concedermi un po’ di pace e distendere i nervi, eppure non voglio separarmi da Liam. Gli lancio un’occhiata: non posso rischiare che gli accada qualcosa di brutto, specialmente non perché mi sono assentata per uno stupido bagno.
Tuttavia Finn intuisce in men che non si dica ciò che mi frulla per la testa. Difatti soggiunge: «Pensa a te stessa, lo terrò d’occhio io per un po’, il piccoletto.»
Alle sue parole vengo presa immediatamente dal panico. Scuoto la testa, travolta da un’improvvisa ondata di nausea, e il mio sguardo prende a passare freneticamente da lui a mio fratello. Lo sapevo. Lo sapevo! È questo il suo piano: ci vuole dividere! Vuole separarci per... per farci del male!
«Io... io non...» farfuglio senza riuscire a trovare le parole, posando istintivamente una mano sul fianco di Liam, ignaro di ciò che sta accadendo. Devo pensare ad un modo per andarmene di qui, devo...
L’uomo sospira e alza gli occhi al cielo notando la mia reazione nel sentire la sua proposta. Ancora affossato nella poltrona, si sporge col busto in avanti, intrecciando le dita tra loro, e mormora: «Se dobbiamo stare insieme per qualche tempo, tanto vale che cominciamo a fidarci l’uno dell’altra. Non trovi?»
Okay, Liz. Calmati. Ora calmati.
Probabilmente ha ragione. Anzi, è sicuro che sia così. Eppure non voglio lasciare mio fratello nelle sue mani. È più forte di me. E se poi gli facesse del male? E se un mostro ci trovasse e lui, Finn, pensasse solo a se stesso, scappando e lasciando il mio Liam solo al suo destino, senza nemmeno che ci sia io a difenderlo? No, no, non posso rischiare. Non posso...
«Kristen.»
Sentir pronunciare il mio nome di battesimo dalla sua voce mi fa uno strano effetto. Solo mio padre si ostinava a rivolgersi a me in quel modo e io odiavo quel fatto. Gli continuavo a ripetere di chiamarmi “Liz”, come tutti, ma non c’era proprio verso di fargli cambiare idea. Forse... forse è per questo che a Finn ho rivelato il mio vero nome. Perché nonostante tutto mi manca.
Lancio un’occhiata a Finn, all’uomo di cui dovrei fidarmi senza remore, e ancora una volta cerco di scorgere i lineamenti del suo volto nel buio della stanza. Intravedo, però, solo il debole luccichio degli occhi e il profilo della mascella.
«Se il mio intento non fosse che quello di aiutarvi, non sarei intervenuto in quel vicolo. Sarei scappato, il più lontano possibile, approfittando del fatto che gli ibridi fossero impegnati con voi. Ma non è questo ciò che ho fatto. Ho rischiato la mia vita per salvare la vostra.»
Annuisco debolmente, sentendomi d’un tratto sotto accusa. «Lo so» sussurro, sforzandomi d’imprimere un tono convincente nella mia voce. Non ci riesco troppo bene però, me ne rendo conto. «Lo so, ma io...»
«So che sei spaventata» mormora sottovoce, con quella che non posso fare a meno di pensare sia dolcezza. «Anche io lo sono, credimi. Sono stanco di tutto questo. Molto. E...» si interrompe un istante, inumidendosi le labbra, per poi riprendere fiato e continuare: «E posso solo immaginare quello che hai passato tu finora per proteggere il tuo fratellino.»
D’un tratto, avverto gli occhi bruciare di lacrime trattenute a stento. Finalmente c’è qualcuno che capisce come mi sento, che comprende il peso che hanno dovuto sopportare le mie spalle in questi lunghi e difficili mesi. Inarco la schiena e mi chino in avanti, conficcando i gomiti spigolosi nelle ginocchia, dunque nascondo il volto tra le mani, così stanca.
Finn si appoggia di nuovo allo schienale della poltrona, infine conclude: «Ora che ti ho trovata, non voglio perderti così in fretta.»
Sono sicura che il mio cuore abbia saltato qualche battito. Mi tiro su e lo scruto nel buio per un attimo, tuttavia, sebbene non riesca a vederlo – e sono abbastanza certa che nemmeno lui possa vedere me –, presto distolgo lo sguardo, confusa da ciò che ha appena detto. Come se io fossi davvero importante per lui.
Però lo capisco: nemmeno io voglio perderlo. Non voglio mai più allontanarmi da lui. Voglio potermi fidare ancora di qualcuno. Voglio avere un alleato, un compagno che mi aiuti a proteggere Liam e a sopravvivere. Voglio un amico.
Senza riuscire a impedirmelo, avverto delle calde lacrime scivolarmi pigramente lungo le guance. Sono però diverse dalle solite, queste: stavolta si tratta di lacrime di sollievo, liberazione, sfogo. Sono lacrime che non ho mai sperato di poter piangere durante i lunghi, infiniti mesi appena trascorsi.
Mi porto di nuovo le mani al viso e mi asciugo gli occhi in una manica sdrucita. Ho sempre odiato il fatto che la gente mi vedesse nei miei momenti di maggior vulnerabilità e ciò non è ancora cambiato.
Nel notare la mia reazione, Finn si alza cautamente dalla poltrona e si inginocchia di fronte a me, in attesa. «Tutto bene?»
So cosa sta pensando. So che non mi vede che come una bambina debole e indifesa. Nonostante questo, lo fisso dritto negli occhi verdi e annuisco freneticamente, ridendo e piangendo al contempo. «Sì. Sì, scusa. Sto bene. È solo che sono... finalmente... insomma io... io non ci speravo più!» riesco a farfugliare alla fine, tra i singhiozzi trattenuti che mi scuotono dolorosamente il petto.
Lui si lascia sfuggire una risata divertita; la prima, vera risata che sento da mesi a questa parte. Infine sussurra: «Non speravi più... in un bagno caldo?»
Per la prima volta dopo mesi, rido a mia volta. Rido di cuore. Rido finché non mi fa male la pancia. Dietro di me, accoccolato sotto le coperte, Liam dorme, eppure per una volta non mi preoccupo di lui, di poterlo svegliare: voglio solo continuare a ridere fino a che non mi rimarrà fiato.
Questo è ciò che più si avvicina al concetto di felicità, al momento. Avevo completamente dimenticato quanto fosse bella questa sensazione: non voglio che succeda mai più.

   
 
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