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Autore: Balder Moon    12/03/2017    2 recensioni
Trama: In un futuro molto lontano il tasso di omicidi è diminuito del 70% perché è stata inventata una macchina, la ghosthunter machine, in grado di intrappolare gli ectoplasmi e di proiettarle come ologrammi.
Lavorare alla omicidi è una noia mortale e non è altro che pura procedura meccanica che i poliziotti non vogliono fare, così, il dipartimento di New York si trasforma in una piccola unità di venti persone tra novelli, agenti prossimi alla pensione e i puniti. È facile riconoscere quest'ultima categoria, sono quelli che hanno fatto un casino e vengono spediti alla omicidi per punizione e il detective Ford, insieme al suo androide Taylor, ne hanno fatto uno e bello grande.
Arresi all'idea di una carriera nella omicidi, una mattina come le altre, le due si recano sulla scena del delitto, ma questa volta non sarà come tutte le altre.
Genere: Generale, Introspettivo, Science-fiction | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Capitolo IV – Il funerale
 
- Ford, ho parlato con il giudice – la voce di Neuman non era pulita e la figura distorta.
La detective si fermò in un punto, procedendo sapeva che avrebbe perso i contatti.  Il cimitero di Nuova York si trovava su di una zona di confine, e, a pari della Zona 3, non c’era linea.
Ai morti non servivano i ripetitori e quindi per risparmiare non erano stati messi.
- Ci darà il mandato? – chiese Taylor avvicinandosi alla ragazza.
Visto che Marc Chang sembrava non avere nulla a che fare con la morte della sua ex-fidanzata, visto che le molte prove facevano supporre si trattasse di qualcuno nella polizia, Taylor e Ford volevano seguire la pista del Distretto e volevano chiedere al procuratore il permesso per contattare e leggere gli archivi della Birckham corporation.
Una volta ottenuti sarebbe stato così facile trovare l’assassino.
- Purtroppo no – disse Neuman scuotendo la testa – ha bisogno di prove materiali.
Ecco, appunto. Ford sospirò, sembrava che il mondo avesse deciso che Adele non dovesse aver pace e che loro non dovessero trovare chi aveva ucciso la ragazza.
- Ma se noi non abbiamo il mandato non possiamo trovare le prove! – disse Taylor esasperata.  
Ford aveva notato la sua irritazione crescere. Nel vecchio distretto c’era più libertà di movimento, alla omicidi invece bisognava chiedere il permesso anche per respirare e per una “prima sparo poi domando” come lei doveva essere l’Inferno.
No che per Ford non lo fosse, ma c’era passata molti anni fa e sapeva come le cose funzionassero e aveva più pazienza di Taylor.
- Capitano, non può provare a parlare con un altro giudice? Noi cerchiamo qualcosa di più concreto intanto. - Vedrò cosa posso fare – disse l’uomo e, dopo essersi congedato, la telefonata si interruppe.
- Dove dovremmo trovare delle prove concrete? – chiese Taylor allargando le braccia.
- Io… non ne ho idea, dovevo prendere un po’ di tempo per pensare – disse Ford infilando il cellulare nella tasca della divisa e camminando verso la piccola chiesetta del cimitero.
Adele Klee era cattolica e, come tale, lì sarebbe stata celebrata la funzione.
Di recente costruzione, la struttura era piccola e bianca, ampie vetrate colorate creavano uno stupendo effetto scenografico all’interno. Una decina di banchetti in legno erano disposte in due file parallele e solo i primi due erano riempiti.
Adele era una ragazza benvoluta e amata, così Marc Chang aveva fatto capire, ma quell’amore l’aveva trovato solo nella zona Tre e nella Zona Tre si intendeva la morte in un modo completamente diverso dagli altri.
La maggior parte di essi erano pagani e i funerali venivano celebrati con danze, balli e antichi riti per accompagnare il morto nell’aldilà.
Per tanto, nessuno era entrato in chiesa, fatta eccezione per Marc e qualche amico di vecchia data.
Al contrario, quando il corpo senza vita, ben chiuso nella bara di legno, era stato calato all’interno della tomba, decine di persone si erano raccolte e, piangendo, si erano stretti l’uno all’altro.
- Perché siamo venuti qui? – chiese Taylor sussurrando per non farsi sentire.
Ford non sapeva cosa stava cercando, ma il suo sesto senso gli aveva detto di presentarsi lì il giorno del suo funerale.
- Io… forse sono i sensi di colpa perché non stiamo andando da nessuna parte, ma mi sembrava la scelta giusta da fare – rispose Ford posando lo sguardo su Marc Chang.
Il ragazzo sembrava distrutto, violacei cerchi erano comparsi sotto i suoi occhi, il corpo piegato in avanti, come sul punto di cadere per la fatica. Sembrava di avere a che fare con un fantasma piuttosto che col giovane con cui avevano avuto la possibilità di parlare.
In quei giorni aveva pensato molte volte sia a Marc che ad Adele. Adele era stata una ragazza davvero fortunata. Amata da un uomo che, pur di vederla felice, aveva messo da parte i propri sentimenti, non l’aveva ostacolata né l’aveva fatta sentire in colpa per aver scelto se stessa piuttosto che la loro relazione.
Ford di ragazzi ne aveva avuti, ma niente di troppo serio, perché quando si finiva per raggiungere quelle vie, nessuno riusciva a sopportare l’idea che lei non volesse lasciare il suo lavoro, i suoi turni massacranti o la sua ambizione ad ottenere promozioni e quindi, semplicemente, sparivano, come se non fossero mai esistiti.
Così, decidendo di vivere per il lavoro, Ford aveva sacrificato l’amore. Alcune volte si chiedeva se fosse giusta la scelta che aveva fatto, soprattutto visti gli ultimi avvenimenti, ma adesso non poteva tornare indietro e sapeva di dover arrendersi alla realtà: era una donna di trentadue anni, senza un fidanzato e per amica un androide completamente fuori di testa.
- Detective – disse Marc, il sorriso tirato nel tentativo di essere cordiale.
Ford non l’aveva sentito arrivare, persa com’era nei suoi pensieri:- Signor Chang.
- Mi chiami solo Marc, per favore – rispose l’altro. Infilò le mani nella tasca e la detective annuì – ci sono delle novità? – aggiunse.
- Purtroppo ancora no, ma stiamo lavorando, davvero.
-  Oh… – rispose il ragazzo, gli occhi puntati verso il basso, malinconici e tristi – mi accompagna fuori? Ho bisogno di una sigaretta.
Ford avvertì una tremenda sensazione alla bocca dello stomaco, era la sensazione della disfatta, del sentirsi inutili e incapaci di poter aiutare qualcuno che ne avesse il bisogno.
Quel ragazzo voleva solo conoscere chi aveva fatto del male alla donna che amava e lei non era in grado aiutarlo.
Annuì e si voltò per fare cenno a Taylor di seguirla, ma lei non c’era.
Dove si era cacciata? Non aveva voglia di cercarla, l’avrebbe trovata e raggiunta all’auto, si disse.
- Non resta? – chiese Ford seguendolo.
Un gruppo di ragazze stava cantando, altri accendevano dei ceri, qualcuno aveva fatto comparire un tamburo e lo stavano battendo ritmicamente.
Doveva ammettere che, se fosse stata un’altra situazione, lei sarebbe rimasta a guardare, ma sapeva che non era il caso.
- Io sono cattolico quindi… ma i ragazzi ci tenevano a salutarla nel loro stile.
- Amavano davvero Adele, vero?
- Abbiamo investito molto nella Zona Tre, mi ci sono voluti anni a convincere mio padre che il settore primario era importante tanto quello terziario. Lui mi credeva un pazzo, ma Adele è riuscito a fargli cambiare idea. Sa, lei… - provò a spiegare Marc, ma fu bruscamente interrotto da Ford che, camminando a passo svelto, la afferrò per un braccio e la trascinò via.
- Dobbiamo andarcene, dobbiamo farlo in silenzio e velocemente – sibilò.
- Cosa è successo? – chiese Ford, facendosi guardinga.
Se Taylor alzava la guardia allora voleva dire che qualcosa non andava e che doveva preoccuparsi.
- C’è Mendelson!
- Sicura di non esserti sbagliata?
- No, decisamente no! Guarda tu stessa!
La detective si voltò verso Marc, con un gesto della mano gli chiese di scusarla e si congedò da lui, poi portò gli occhi sulla folla. Poco lontano dalla tomba di Adele, nascosto dai ragazzi che pregavano nella lingua della loro religione, Mendelson se ne stava in piedi, col completo e gli occhiali neri.
Le due si allontanarono cercando di non farsi notare: - Credi che ti abbia visto? – chiese Ford uscendo dal cimitero.
- Non penso, altrimenti non sarebbe rimasto lì immobile, ma sarebbe già scappato via – rispose Taylor avvicinandosi all’auto.
La detective la aprì, si sedettero sui sedili anteriori e rimasero in silenzio persi nei loro pensieri.
Mendelson e Klee non avevano nessun legame. Perché lui era lì? Di sicuro il robot non era animato dal senso di colpa che provava lei, però Mendelson era l’androide di Neuman e Neuman era un umano, un umano che poteva provare sentimenti simili e aveva una ghosthunter machine.
Secondo il rapporto della scientifica solo un robot avrebbe potuto tagliare la gola alla vittima in quel modo e Neuman aveva la macchina per eliminare il fantasma.
Si portò le mani sul volto. No, non poteva essere.
- Ford, magari mi sbaglio, ma… abbiamo appena aggiunto il capitano e i suoi androide alla lista dei sospettati? – chiese Taylor schiarendosi la voce.
- Ma non li abbiamo visti nei firmati della videosorveglianza – ribatté Ford – e non hanno legami con la vittima.
Lei adorava Neuman, era sicuro che fosse una brava persona, che non si sarebbe macchiato di un’azione simile, che non era in grado di uccidere qualcuno e poi non c’erano delle prove che portassero a lui!
- Però… perché Mendelson?
- Io non ne ho idea.  E se hackerassimo il Sistema della Birkman per vedere se hanno chiesto della ghosthunter, ne sei capace?
- Certo che sono capace – rispose piccata Taylor – ma non sarà attendibile come prova e non è detto che non ci arrestino, è una cosa illegale. Però forse so come fare. Dammi il telefono.
Ford prese il cellulare dalla tasca e glielo passò, l’androide compose un numero e attese pazientemente.
- Hey, piccoletto! – disse Taylor, la voce allegra.
Dall’altro lato era comparsa la figura del novellino che gli aveva fatto mettere il sale nel caffè.
Sorpreso e terrorizzato, saltò dalla sedia e quasi si mise sugli attenti.
- I-io non ho fatto niente questa volta, giusro! – balbettò.
- Per dire una cosa simile vuol dire che stai architettando qualcosa?
- No…. No signora!
- Bene, adesso fai il bravo e aiutami, ma prima vai in un posto dove possiamo stare soli.
Il ragazzo annuì, le immagini si distorsero e Ford fece quello che faceva dieci volte ogni ora: scosse la testa.
Mise in moto l’auto e uscì dal parcheggio, alcune persone stavano iniziando ad uscire dal cimitero e non voleva che Mendelson le vedesse complottare come due ladre.
Avrebbe rovinato qualsiasi cosa loro stessero facendo.
- Cosa hai fatto a questo ragazzo? – chiese imboccando la salita per il primo ponte.
C’era un una macchina che, con un tirante meccanico, agganciava la struttura e la issava lentamente sul ponte. Era come stare sulle montagne russe, ma la salita era molto più lunga e noiosa.
- Si chiama ammaestrare, voi umani lo fate con i cani, io con i cretini – rispose Taylor.
L’altra alzò gli occhi al cielo, era sicura che la sua collega non avrebbe mai e poi mai smesso di meravigliarla, ma era uno dei lati che più apprezzava di lei e che, paradossalmente, la rendeva più umana delle altre macchine che c’erano in circolazione.
Quando pensava a quel suo lato, la sua anima complottista la faceva da padrone, si chiedeva perché proprio a lei fosse capitato un robot simile, perché, se era difettosa, era stata immessa nel mercato e, soprattutto, perché era stata assegnata alla polizia?
Taylor non conosceva il nome del suo creatore, aveva solo una placchetta metallica con su scritto la ditta che l’aveva progettata, ma nulla più.
Altre volte, quando la sua mente divagava troppo, dava la colpa ai vecchi film fantascientifici per averle messo in testa quelle strane idee. 
Doveva solo prendere la vita come gli arrivava: Taylor non sarebbe mai stato un robot come tutti gli altri, lei era perfetta nei casini che combinava e, sebbene molte volte arrivava perfino ad odiarla, non l’avrebbe cambiata con nessun altro androide.
- Cosa c’è? – chiese il robot – mi stai fissando.
Ford si destò:- Sto pensando… e se il tuo cagnolino ha ucciso Adele?
- No… per come l’ho torturato, ha cantato come un uccellino ricordando anche i guai combinati a tre anni. L’avrei saputo.
Ford deglutì a vuoto, cosa diavolo aveva combinato a quel povero ragazzo? Si impose di non chiederlo, certe cose era meglio non saperle.
- Eccomi – disse il ragazzo – cosa devo fare?
- Ordina un bel caffè per Neuman, però portaglielo tu, dai un’occhiata in giro e vedi se ha la ghosthunter. Non farti scoprire, non fare la spia e non provare neanche a farti qualche domanda perché se me ne rendo conto… ricevuto? – chiese Taylor, lo sguardo che diceva che se l’avesse fatto, il dolore provato col caffè sarebbe stato solletico al confronto.
- R-ricevuto, signore. Vado subito, signore – rispose il novellino, chiudendo la chiamata.
- Lo sai che se ti denunciasse potresti essere rottamata, vero?
- Hai detto bene, se mi denunciasse, ma non lo farà – disse Taylor, prendendo gli occhiali da sole della sua amica dal cruscotto dell’auto e mettendoseli.
Era una bella giornata di Marzo fuori, la primavera stava arrivando e mentre Ford si immetteva nel traffico di Nuova York, sospeso su decine di ponti, sapeva che le cose stavano per cambiare e che all’orizzonte stava per arrivare una forte tempesta.
 
Il telefonino squillò poco dopo, Ford stava imprecando contro un taxi che gli aveva tagliato la strada e Taylor a rispondere.
- Allora? –  chiese l’androide.
- Ho fatto quello che mi ha detto, il capitano ha la sua pistola, ma…  mentre gli davo il caffè hanno chiamato quelli della Birckham e mi ha cacciato – rispose il ragazzo, testa basta e sguardo dispiaciuto.
- Ci sei stato utile – rispose Taylor - e bravo ragazzino, meriti un biscotto quando torno.
L’altro sorrise, sembrò gongolare all’idea di essere premiato per aver svolto un buon lavoro.
Ford, invece, era terrorizzata. In pochi giorni aveva trasformato un novellino strafottente in un cagnolino ben addestrato e, contando che passavano la maggior parte del tempo insieme, non riusciva  a capire come avesse fatto. Si ricordò che non doveva far domande e tenne la bocca chiusa.
- Allora… penso che questa sia un prova abbastanza evidente – disse Taylor dopo aver chiuso la chiamata.
Ford non ci voleva credere. Non poteva essere Neuman, no, non era possibile.
- Il mio sesto senso dice che non può essere stato lui – disse il detective.
- Non è il tuo sesto senso a parlare, ma altro - ribatté l’androide – pensi che non lo noti? Quando gli stai accanto inizi a sudare, il cuore ti batte più velocemente, così il respiro e non voglio parlare neanche degli altri parametri. Se conosco bene gli umani vuol dire ti piace.
- Non è vero – disse Ford, con più enfasi del dovuto.
A lei non piaceva Neuman. Era vero che era intelligente, attraente, più grande di lei, fattore essenziale del suo uomo ideale, ma non gli piaceva, non gli piaceva neanche un po’, si trattava di ammirazione e nient’altro, ma, si chiese, se fosse proprio quell’ammirazione a impedirgli di vedere la raltà?
- Sì che è vero – disse Taylor con voce che non ammetteva regole.
Per un momento Ford pensò che l’altra fosse gelosa, ma gli androidi non potevano provare gelosia.
Stava per chiederlo, ma invece disse tutt’altro:- Se ci sono le prove, Neuman deve finire in galera. Che mi piaccia o no. 
Ford mise la freccia a destra invece che a sinistra, com’era solito fare.
- Dove stiamo andando? – chiese l’androide.
- A chiedere un aiuto – disse Ford, poi si voltò verso di lei – cercami qualsiasi legame tra Mendelson, Neuman e Adele per favore.
 
L’ufficio per il controllo del crimine organizzato, si trovava al 97esimo piano del centro direzionale.
Mentre la omicidi era nella zona est, l’altro ufficio si trovava ad ovest, dunque abbastanza lontano per quello che dovevano fare, dunque abbastanza sicuri che nessuno li avrebbe visti.
Ford parcheggiò l’auto a piano terra dopo che un montacarichi in ferro li aveva portati a quota zero.
Sin da quando Taylor era andato in stend-by, Ford si era chiusa nei suoi pensieri.
Da un lato doveva far fronte alle sue verità e doveva farlo in modo lucido e veloce.
A lei Neuman piaceva. Piaceva perché era il solo che si era comportato decentemente con lei nonostante i casini che Taylor continuava, che gli aveva dato consigli sul caso e che le aveva detto di non arrendersi, quindi non era un’attrazione fisica quanto, piuttosto, emotiva e mentale.
Inoltre, doveva arrendersi all’idea che Neuman facesse parte di quella storia, ma Ford sentiva che non era stato lui a tagliarle la gola alla vittima.
Andava punito, ma sicuramente non si era macchiato di quel terribile omicidio.
- Taylor – disse Ford, mettendo una mano sulla spalla dell’amica per farla tornare nel loro mondo.
L’androide si scosse, cadde in avanti e rimase con la testa appoggiata sul cruscotto dell’auto.
Ford perse un battito e pensò che Taylor si fosse rotta mentre girava per il web, ma poi si riprese e fece un sospiro di sollievo. 
- Sono quasi a terra, Ford. Mi serve una ricarica – disse.
- Saliamo sopra e lo facciamo – tispose la detective, uscendo dall’auto.
Quando la batteria di Taylor iniziava a scaricarsi, solo in quei momenti, iniziava ad assomigliare ad un vero robot: i movimenti diventavano lenti, parole e azioni erano ridotte al minimo, nel tentativo di andare a risparmio.
- Scoperto qualcosa? – chiese Ford.
- Io… devo… riposarmi– rispose Taylor ansimando, a quel punto, entrati in ascensore, rimasero in silenzio.
Quando la porta si aprì e entrambe uscirono, fu come compiere una camminata della vergogna: tutti che le guardavano, altri che parlottavano, qualcuno fece una battuta su lei e sulla divisa, ma Ford la ignorò.
Doveva far ricaricare Taylor e doveva parlare con Mr. Benneth.
A testa alta, si avvicinò alla porta dell’ufficio del capitano e bussò.
- Avanti – disse l’uomo.
Quando vide che era Ford, sul suo volto comparve un’espressione difficile da essere decifrata, non sapeva se fosse felice o no di vederla, ma,  lei era convinta che si aspettasse una sua visita.
- Entrate, sapevo che sareste venute prima  o poi.
Taylor non se lo fece ripetere due volte, prese una sedia e la trascinò fino alla presa più vicina. Tra i suoi capelli rossi comparve un filo bianco, lo collegò ad essa e poi si accasciò in avanti.
- Fase di recupero iniziata – disse una voce meccanica, che non sembrava neanche sua.
Mr. Benneth guardò la scena in silenzio, si schiarì la voce e disse:- Non penso siate venuti qui solo per una ricarica veloce.
- Affatto – disse Ford.
Quella era una cosa che doveva fare da sola, senza l’aiuto di Taylor, che non poteva.
Si avvicinò alla scrivania del suo ex-capitano e si sedette.
- Ford, so che vorresti tornare qui, ma…
- Non è questo che voglio – disse Ford.
Non credeva a ciò che aveva appena detto. Era ovvio che volesse tornare al Dipartimento, ma non ora e no con un assassino a piede libero specie se essi erano Mendelson o Neuman o entrambi.
- Ah, no? – chiese il capitano, sorpreso – e allora in cosa posso esserti utile?
Ford impiegò più di venti minuti a spiegare cosa fosse successo, parlò dell’omicidio di Adele Klee, della mancanza del suo fantasma, dell’impegno di Neuman a non dare la storia in pasto ai giornalisti e alle scoperte della mattina.
- E cosa vuoi che faccia? – chiese ancora una volta il capitano.
- Ho bisogno che lei parli con un giudice, qualsiasi giudice e che mi faccia dare il permesso di poter scaricare gli archivi della Birckham e lo deve fare il più velocemente possibile. Può dire che è qualcosa di riservato, so che i giudici le danno ascolto, gliel’ho visto fare tante volte – disse Ford – la prego, signore. Ho bisogno di quegli archivi e ho bisogno di sapere se dovrò arrestare il mio capitano per omicidio.
Aveva il cuore che le batteva a mille. La soluzione del suo caso, la sua vittoria, la pace per Marc Chang, la verità, dipendeva solo da un sì.  
Inoltre, Ford aveva bisogno di sapere di essere ancora in grado di fare qualcosa senza Taylor, senza che altri suggerissero, di essere ancora in grado di fare la poliziotta.  
Benneth si portò una mano tra i capelli quasi radi, poi scosse la testa:- Il mio problema, Ford, è che ho sempre avuto un debole per te – disse sorridendo – mi devi un favore, un favore bello grosso.
- Grazie mille, capitano – disse la ragazza sorridendogli.
Avrebbe voluto abbracciarlo e dargli anche un bacio e definirlo il miglior capitano che Nuova York avesse mai avuto. Ma si trattenne e si impose di avere contegno.
Avrebbe voluto abbracciarlo e dargli anche un bacio e definirlo il miglior capitano che Nuova York avesse mai avuto. Ma si trattenne e si impose di avere contegno.
L’uomo prese il telefono e compose un numero. Parlò con un certo giudice Novak per circa mezz’ora del più e del meno, della pensione e del circolo di golf, poi Benneth chiese di avere un mandato per i registi della Birckham.
All’inizio il giudice non fu proprio felice della proposta, ma Benneth sottolineerò l’importanza di quel pezzo di carta. Forse qualcuno stava facendo dei loschi affari, qualche corrotto che voleva rovinare il buon nome dell’azienda più importante di Nuova York e a quel punto, il giudice cedette e il mandato arrivò pochi minuti dopo.
Ford, lasciando Taylor nell’ufficio di Benneth, fu affiancato da un novellino e dal suo androide, James Walker e la signorina Smithson.
- Stanno per arrivare dei documenti, mi serve dividere le cartelle in tre gruppi:  se il fantasma porta il nome di Adele Klee, se è un N.N., se si parla di un Mendelson o di un Neuman - disse Ford a bassa voce, così che solo i due potessero sentirla.
Non voleva che gli altri ascoltassero la sua conversazione e magari riferissero qualcosa alla omicidi.
Già sapeva di avere tutti gli occhi puntati addosso.
I due furono abbastanza gentili da mettersi a lavoro.
Quella era una corsa contro il tempo, se la macchina fosse già stata riciclata, se la macchina fosse già stata ripulita allora… allora voleva dire che non c’era più possibilità per loro.
- Trovato – disse Walker – In una settimana sono arrivati all’incirca venti N.N.
- Voglio sapere se uno di questi porta  il nome di Neuman o Mendelson – disse Ford.
L’androide Smithson andò in stend-by, quando ritornò tra loro, scosse la testa:- Nessuno, ma c’è qualcuno che porta il nome di Michail Klee. L’ho notato perché è lo stesso nome della vittimaa.
- Potrebbe essere un caso di omonimia – disse Taylor.
L’androide scosse la testa:- Questo è impossibile.
- E perché?
- Perché Michail Klee è il padre di Adele Klee, morto vent’anni fa in un incidente stradale insieme a sua moglie, Rose Klee o almeno così si credeva, fino a quando non si è scoperto che era stata rinchiusa in un laboratorio per partecipare al progetto Orfeo – disse Taylor, arrivando all’improvviso alle spalle di Ford.
Smithson rimase impassibile, Ford e il giovane Walker sapevano di aver la stessa espressione sconvolta sul volto.
- Ma questo… - disse uno.
- Non è possibile – terminò l’altra. 


 
 
  
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