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Autore: RagazzaInterrotta    13/03/2017    0 recensioni
Raccolta di storie riguardanti l'Anoressia e la Bulimia, ambientate in Italia.
Genere: Drammatico, Generale, Introspettivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: Raccolta | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Alla ricreazione, Emma abbraccia con le labbra il filtro giallo della sigaretta e aspira quel fumo puzzolente e cancerogeno. Me lo sputa in faccia.
"Emma!", protesto. Lei alza gli occhi al cielo.
"Suvvia, Justine. E' solo un po' di fumo".
"Solo un po' di fumo che rischia di farti venire il cancro al polmone"
"Il cancro al polmone ti viene anche se non fumi", dice Emma, sembra che con queste parole mi intimi di non andare oltre, e ubbidisco, e taccio.
In silenzio la guardo sfumacchiare quella stupida sigaretta con lo sguardo che si muove a caso sulla folla di studenti che si accalcano nel cortile. Contemplo con ammirazione - forse anche un po' di invidia - il suo nasino alla francese, la sua pelle rosea, i suoi occhi di quel colore così particolare... verde bottiglia, con qualche striatura di castano.
I suoi occhi sono come due stelle.
Lei se ne lamenta.
Lei dice che non si capisce di che colore siano.
Dice: "Avrei preferito degli occhi azzurri, come quelli che ha, come si chiama, Nicole Kidman".
Ma sicuramente sono fotoritoccati.
"Lo vedi che non capisci niente?".
Dice: "Avrei preferito degli occhi come i tuoi, che sono scuri e basta, non c'è tanto da pensarci. Invece di questi due che ho io, che non so dire se siano verdi o castani".
Ad aggravare la situazione c'è il fatto che cambiano colore con il tempo.
"Preferisco le giornate di pioggia perché sembrano quasi grigi", mi informa Emma, e un sorriso di fierezza tradisce il suo orgoglio.
Tutto, in Emma, sembra ricalcare quell'ideale di bellezza che ammicca sulle copertine dei rotocalco. Mentre osservo la sua pelle liscia e priva di imperfezioni, mi chiedo come faccia ad averla così.
Sarà l'effetto del fondotinta in polvere.
Un brufolo? Un punto nero? I poretti dilatati? No. La sua pelle è morbida e perfetta come dopo il massivo intervento di un'estetista meticolosa.
Sento lo stomaco accartocciarsi.
Ficco la mano nello zaino e ne tiro fuori uno specchietto da trucco.
La mia faccia stupida, e brutta, e grassa, mi guarda con un'espressione ebete.
Passo in rassegna il naso lungo e sottile tempestato di puntini neri qua e là, e le guance troppo bianche spruzzate di brufoli. Sposto lo specchietto in basso e osservo la bocca; la bocca è la cosa più bella che ho, forse l'unica cosa bella che ho. Ma sul labbro superiore sottili, corti aghi grigi mi suggeriscono che è tornato il momento di depilarsi i baffetti.
"Non capisco come fai, poi, ad andartene in giro in questo modo", dice Emma, lanciandomi una veloce occhiata e tornando poi a guardare i ragazzi nell'atrio, tirando un'altra boccata di fumo. "Un'estetista non ti farebbe male".
"Non mi va di pensare a queste stupidaggini", dico, e la mia voce esce triste, triste e falsa, in quanto io e il mio brutto aspetto abbiamo avuto di che lottare l'uno contro l'altra solo un anno fa, ma alla fine mi sono arresa, all'ennesimo ragazzino stronzo che dopo tre ore passate a depilarmi le sopracciglia, spremermi i punti neri, massaggiare i brufoli con una crema e poi coprirli di uno strato di fondotinta, mi aveva urlato "Cesso".
Vedi anche: lardosa di merda.
"Sul serio, Justine, dovresti badare di più a te stessa. Non saresti una brutta ragazza, se ti curassi", mente spudoratamente Emma. Non faccio commenti. La guardo infilare una mano nella pochette che tiene in grembo. Mi sembra quasi di sentire le sue unghiette lunghe, perfettamente ovali, smaltate di rosso, grattare il fondo del beauty e tirare fuori, come per magia, proprio il rossetto che le serve fra i tre rossetti che tiene nell'astuccio. "Bingo!", esclama.
Vedi anche: "Fico!"
Vedi anche: "Super!".
"Justine", dice Emma, "Come sto?"
"Benissimo", rispondo. Lei annuisce.
In quel momento suona la campana.
"Che fretta hai?" sbuffa Emma, pavoneggiando la propria bellezza mentre ravvia la chioma bruna oltre le spalle. "Tanto la Storti viene in classe in ritardo".
La ignoro. Salto giù dal muretto del cortile e mi dirigo in classe.
Lì accade quella cosa a cui non riesco ad abituarmi.
Giacomo.
Chi è Giacomo?
Giacomo è il tipico prototipo di compagno di classe pirla. Il clown della classe. Pare che sia bravo nelle imitazioni. Pare. A me non pare, ma non interessa a nessuno di quello che penso io.
Le ragazze siedono sui banchi e cercano di non ridere. I ragazzi ridono apertamente.
Quando compaio in classe, Giacomo sgrana gli occhi e si schiaffa le mani sul volto.
"Guarda chi c'è!" esclama imitando una vocina infantile. "La balena della scuola!"
Segue: "Balena, ti è piaciuto farti leccare la fica dal professore di storia?"
Segue: "E dillo che è per questo che ti dà i voti alti, secchiona di merda".
Segue - da parte di un altro, "Oggi lo mangi il panino con la salsa rosa?"
Emma compare alle mie spalle e squadra tutti con fiera disapprovazione.
"Volete smetterla?", si limita a dire.
Non aspetto di assistere alla prossima mossa.
Qualche momento più tardi sono fuori, con le lacrime addosso.
"Ehy".
Emma mi posa una mano sulla spalla.
Sono in cortile, rannicchiata contro il muro, tremo e piango.
"Lo dirò alla Storti" mi consola Emma.
"Non dirlo alla Storti!" esclamo subito, guardandola in faccia. "Se no non la finiscono più!".
Emma mi si accovaccia accanto per consolarmi.
"Sai che ti dico?", mi dice. "Sai che ti dico?", ripete, con più foga, non avendo ottenuto risposta. "Che questa sarà l'ultima presa in giro che ti farà".
Vedi anche: gettargli addosso una lattina di Coca Cola e nella confusione abbassargli pantaloni e mutande davanti a tutta la classe.
Vedi anche: la solita Bufalini (insegnante di Latino) che fedele allo stereotipo che la vuole in classe solo per scaldare la sedia non muove un dito in merito a ciò che succede, limitandosi a sbattere la mano sulla classe atterrita, starnazzando come una grassa oca a tutti di tornare ai propri posti, di ripristinare l'ordine. Visibilmente in imbarazzo e inetta nel suo ruolo.
Alla fine delle lezioni, guardo Emma ripassarsi il rossetto perlato sulle labbra, guardandosi su uno specchietto. Stacca lo stick dalla sua pelle, chiude le labbra per compattarlo e rivolge un sorriso di amore puro al proprio riflesso. Alza lo sguardo su di me.
"Come si dice?", chiede.
"Grazie", rispondo.
A volte mi domando perché Emma voglia dividere il suo tempo con me.
Avrete capito che razza di pidocchio stupido, brutto, debole e tormentato sia io.
Avrete capito quanto lei sia diversa da me, sotto ogni aspetto.
Si direbbe che non avrebbe alcun motivo per essere mia amica. Ma oh, è talmente evidente. E' talmente evidente.
Camminiamo insieme, o per meglio dire lei cammina davanti a me alla distanza di un metro. Si muove con la sicurezza e la disinvoltura di chi a quei tacchi dodici è abituata. Le suole di gomma delle mie Converse scricchiolano a contatto con le pozzanghere che bagnano il marciapiede. Stamattina c'è stata una bufera. A mezzogiorno, un'ora prima della fine delle lezioni, i nuvoloni scuri hanno cominciato a separarsi, brontolando. Si intrufola qualche pezzo di azzurro.
Camminiamo finché non passiamo da casa mia. Casa di Emma è a un chilometro di distanza.
Emma mi dà appuntamento per il giorno dopo. "Potremmo combinare qualcosa", dice. "Potremmo saltare le lezioni".
Non si può, Emma, provo a dire.
"Ma sì che si può. Che sei, una cacasotto? Ho intravisto da Zara un vestito in maglia bellissimo che potrebbe farmi fare un figurone alla festa di Marco".
Marco è uno che Emma ha puntato, è un anno più grande di noi e va in quinta C. Altro non so. Per qualche ragione, Emma non mi dà mai confidenze in merito a lui. Me lo ha fatto vedere, però. Qualche giorno prima me l'ha indicato, prima della campana di ingresso.
"Non so, Emma" borbotto.
Emma alza gli occhi al cielo.
"Che palle che sei! E dai! Mica tutti i giorni ti chiedo di farlo".
"Ma se poi vogliono la giustificazione con la firma dei genitori?"
"So falsificare le loro firme. Su!" esclama, dandomi una bottarella sulla spalla.
Mi sento uno schifo all'idea, ma rispondo: "Però entriamo alla seconda ora".
"Stai scherzando? Abbiamo la mattinata tutta per noi!"
"Emma..."
"Oh, santo cielo, quanto sei noiosa". Emma mi dedica una smorfia di disapprovazione. Sposta lo sguardo altrove. "Con te non ci esco più. Domani marino con Alessia, lei sì che dimostra i suoi diciassette anni".
Si allontana con le sue gambe lunghe e magre su quei trampoli di tacchi. Per un attimo, la odio. Per un attimo, vorrei cavarle le scarpe dai piedi e prenderla a sberle con il tacco dodici.
Sento lo stomaco attorcigliarsi.
"Emma... va bene, vengo!" le urlo dietro. Non sono io che la sto assecondando. Non sono io che voglio saltare la scuola. Non ho il controllo di quello che dico.
Emma si volta facendo roteare come una vera lady la sua cascata di capelli castani. Incurva le labbra in un sorrisetto.
Si compiace.
"Bene" commenta. Mi strizza l'occhio. "Allora domani mattina andiamo da Zara. Potresti trovare un bel vestito anche tu".
Annuisco. Lei sembra insoddisfatta dalla risposta, ma sceglie di non insistere e riprende a camminare, allontandosi da me.



Il giorno dopo l'aspetto nel giardino pubblico davanti alla scuola.
Quando mi raggiunge, Emma sfoggia come al solito un outfit curatissimo e con altrettanto amore ha curato il trucco e i capelli.
Come spesso fa quando esce il pomeriggio, o quando non deve andare a scuola, ha indossato una minigonna corta. Le sue gambe sono fasciate dalle calze nere con fantasie floreali in trasparenza. Stivaletti col tacco.
Nell'insieme è lei. Bella come sempre.
La saluto timidamente con un gesto della mano. I jeans che mi fasciano le gambe simili a prosciutti sembrano diventare più stretti man mano che lei si avvicina come se stesse sfilando in passerella.
Sbatte la sua guancia scarna contro la ciccia della mia.
"Eccoti qui!" esclama senza entusiasmo. Il suo sguardo si sofferma un attimo sulla fiumana di studenti accalcati davanti all'ingresso del liceo, a qualche metro di distanza. Quando torna a guardarmi, sorride.
"Su, andiamo".
Sembra gentile.
La seguo arrancando goffamente con le scarpe che pestano il terriccio del giardino producendo un soffice rumore. Attraversiamo l'uscita dall'altro lato, quella che non dà sulla scuola.
Camminando a passo spedito ci immergiamo nel caotico avanzare delle macchine sulla strada fiancheggiata da negozi e botteghe. Quasi la perdo di vista. Emma sembra volermi stare lontana, come al solito. Muove la testa a sinistra, verso la gente che procede sul marciapiede opposto e sorride. A un certo punto infila la mano nella borsa e ne estrae un paio di occhiali da sole a goccia. Siamo ad ottobre, il cielo è grigio e potrebbe piovere. Se li mette sul naso e quel gesto sembra darle ancor più arroganza. Scosta i capelli castani dalla spalla. Un paio di ragazzi in motorino le urlano qualcosa.
Lei ride.
C'è abituata.
Affretto il passo per raggiungerla. Emma mi dedica un'occhiata fugace e cerca di tenermi a distanza.
"Emma" ansimo per la fatica, "Emma, quanto manca?"
"Oh, che noia! Vivi in questa città da sedici anni e ancora non sai dove si trova Zara?"
"No, è che non vado molto spesso per i negozi..."
"Prima vai dal dietologo", replica lei. Gli angoli della mia bocca si abbassano. Emma esita.
Rallenta l'andatura e mi consente di fiancheggiarla.
"Vedrai che troveremo qualcosa anche per te" mi incoraggia, d'un tratto affabile, "Lo sai che cosa mi diceva mia nonna? Che tutte le donne comunque siano fatte sono belle. Basta che si curino un po'. Perché tu non lo fai?"
Taccio. Chiaramente sta cercando di scusarsi, ma nella sua testa, lo so, sta pensando: col cavolo che tutte le donne sono belle.
Col cavolo che tu sei bella.
Ho smesso di preoccuparmi del fatto che non lo sono. Mi riesce più difficile di prima farmene un problema. Qualcuno si è stupito del fatto che me ne vada in giro proprio con Emma, che è così graziosa e così diversa da me che sono una grassa e brutta foca. Non provo invidia? Non mi sento a disagio? No. Perché se Emma sta con me perché questo dà risalto alla sua bellezza, io sto con lei perché farlo mi dà orgoglio. Lo sapete, no? La storia del brutto anatroccolo che si circonda di una folla di amici avvenenti e socialmente riusciti per sentirsi protetto. In questo caso la mia "folla" è Emma.
Entriamo da Zara. Mi si affaccia allo sguardo un negozio grande, color panna, illuminato da faretti sul soffitto che illuminano a cono ogni zona della sala di un bel color dorato. Emma sembra a suo agio. Si toglie gli occhiali da sole e tira un sospiro.
"Diamoci dentro" dice a sé stessa.
I seguenti venti minuti si svolgono così: lei che zampetta per il negozio raccattando vestiti, io che le sto dietro a raccogliere quelli che non entrano fra le sue braccia, lei che si infila in camerino e copre il suo corpo snello con tutti i vestiti che ha scelto. Io che prendo la roba che non le sta bene e la sostituisco con altra identica della sua taglia.
Infine, dopo tre quarti d'ora, Emma sceglie di comprare solo un paio di capi di abbigliamento.
"Hai trovato quel vestito che dicevi?"
Emma storce il nasino che si contrae in piccole rughe.
"No. Se lo saranno preso. Ma c'è un mucchio di altra roba bella da comprare qui!"
"Adesso andiamo da Talli Weiji" mi sussurra alla cassa. Annuisco perché è quello che si aspetta da me. "Magari", aggiunge, "Cerchiamo prima qualcosa per te".
Da Talli Weiji provo un solo vestito lungo che sagoma il mio corpo burroso lasciando intravedere i rotoli di ciccia sulla schiena.
"E' fantastico!" chiosa Emma allegramente.
"Non so, Emma...". Mi guardo allo specchio. Mi giro e mi rigiro. Sembro un porcello strizzato in un bustino.
"Dai che è fantastico!" esclama lei con gioia ostentata. "Domani mettitelo per andare a scuola"
"Sei impazzita?" sbotto. "E' un abito da sera"
"Abito da sera! E comunque, che te ne frega? Mettitelo e basta, vedrai che ti trovi un fidanzato..."
"Sì, come no". Torno a guardare il mio riflesso allo specchio. Una brutta ragazza imbronciata mi guarda di rimando.
Emma compra degli altri vestiti.
Segue: da Piazza Italia un brutto paio di jeans con le paillettes si adatta al mio sedere tondo e largo e Emma mi costringe a comprarlo.
Segue: da Oltre Emma acquista una minigonna scozzese blu con una spruzzata di brillantini, un paio di zeppe nero lucido e una sciarpa a girocollo ricamata in maglia.
Segue: Emma si lamenta perché non le sono rimasti altro che venti euro e si consola con la gentilezza di offrirmi un drink al bar.
Lei sta bevendo una Tennent's, nonostante sia appena mezzogiorno, mentre io sorseggio una Coca-Cola. Emma ha qualche problema con l'alcol, ma sta attenta che nessuno se ne accorga.
Scruta un paio di uomini sulla ventina che bevono un caffè al banco. Uno dei due ha dei grandi occhi nocciola e un corpo asciutto. Ad Emma sembra piacere. Mentre sorseggia la birra gli lancia occhiate fugaci. Il ragazzo intercetta il suo sguardo e ricambia con uno sguardo fisso.
"Justine" mormora Emma a mezzavoce, senza staccare gli occhi dal giovane, "perché non vai a casa, adesso? Finisci la Coca-Cola e levati di torno"
"Ma cosa stai... ?"
"Justine, mi dispiace, ma voglio assolutamente che tu vada a casa. Ci vediamo domani, ok?" aggiunge, e allunga una mano per carezzarmi la guancia, mentre mi rivolge uno sguardo di compassione.
Mi alzo.
Senza guardarla, esco dal bar.
Mentre varco la soglia del locale, non riesco, però, a trattenermi. Giro la testa e la vedo mentre ancheggia dal tavolino verso i due uomini, la Tennent's mezza vuota ancora stretta in mano.




Continuo ad uscire con Emma, rassegnata al grigiore di questa vita in ombra.
Oggi il sole è alto e brucia la pelle.
E' un'assolata mattinata di maggio.
Emma non è venuta a scuola.
Marco, il suo fidanzato, mangia un panino a grandi bocconi, seduto con me sul muricciolo del cortile della scuola, durante l'intervallo.
Proprio quel Marco lì. Quello che Emma ha puntato da tempo immemore.
L'anno scorso lei si è dichiarata nonostante lui fosse già impegnato. Lui ha accettato di stare con lei. L'ex di Marco è stata bocciata per le assenze.
Ovviamente Emma se l'è scelto bello, come bella è lei. Mi imbarazzo stando in sua compagnia.
Marco Gugliermini è alto, robusto, ha occhi verde bottiglia e un accenno di barbetta. Capelli folti castani lunghi fino alle spalle.
Emma è felice con lui. Ogni volta che lo bacia, ride. Ha il sole negli occhi.
Emma è abituata ad ottenere tutto ciò che vuole.
Voleva Marco, e ora ce l'ha.
Mancano due settimane al loro primo anniversario.
"Secondo te", Marco cerca insicuro il mio sguardo, "cosa posso regalarle, Justine?".
Alzo lo sguardo e guardo il suo volto pensieroso.
Sorrido con dolcezza.
"Be', sai com'è fatta Emma... le piace farsi notare. Perché non le regali un bel vestito?"
"Non so quali siano i suoi gusti. E nemmeno la sua taglia. Sai, i negozi di vestiti non hanno dei parametri fissi. Lei potrebbe prendere la S come la XS come la XXS. Dipende da dove vai".
Ci penso un po' su.
"Potresti fare qualcosa di originale e proporle un viaggio romantico"
"Un viaggio romantico?"
"Sì. In una località mediterranea, come la Spagna o la Grecia".
Marco si mordicchia il labbro inferiore.
"E dici che le piacerà?"
"Certo! Ci sono dei pacchetti fatti apposta per coppie in molti siti di viaggi. Perché non ti informi?".
Marco tira fuori dalla tasca il cellulare. Smanetta un po' su Internet.
"C'è un'offerta qui... una settimana ad Atene per centocinquanta euro a testa, fra un mese e mezzo".
"Wow!"
"Credo che lo prenoterò. Non coincide col nostro anniversario, ma cade proprio qualche giorno dopo i miei esami di Stato. Oggi pomeriggio gliene parlo. Sono sicuro che le piacerà".
Marco è felice come un bambino. Sento una sorta di tenerezza nei suoi riguardi.
Quel pomeriggio mi chiama. Accosto il cellulare all'orecchio.
"Marco? Cosa c'è?"
"Non è andata bene". Dall'altro lato della cornetta, Marco suona sconsolato. "Ha detto che non ha senso partire un mese dopo l'anniversario. Ha detto che farò bene a inventarmi qualcos'altro, perché lei sa già cosa regalarmi. Penso che opterò per il vestito... fanculo, poi, se non le piace. E se non è della sua taglia, andrà a farselo sostituire".
Sembra che i suoi sforzi per non dare sfogo all'irritazione che prova stiano cedendo.
"Dai, non fare così" biascico stupidamente. Mi giunge in risposta l'inspirare arrabbiato di Marco.
"Senti" aggiunge poi lui, "posso venire da te?"
Mi viene un mezzo infarto.
"Come?" balbetto senza voce.
"Da te. Ho il CD del secondo album dei Pink Floyd che mi avevi chiesto".
"M-ma... !" esclamo. Mi siedo sul letto per calmare le gambe che tremano.
Io e Marco condividiamo la passione per quel gruppo, e qualche giorno fa mi ha rivelato di avere gli originali dei primi due album, risalenti al 1968. Si è offerto di vendermi il secondo, che è il mio preferito, per una decina di euro.
"Non è il caso... e poi devo studiare!"
"Lo dici a me? Fra un mese ho gli esami di Stato... dai, se non vuoi che venga a casa tua allora fai una puntata a casa mia, beviamo qualcosa insieme e torni a casa".
Nel suo tono c'è un'urgenza e un'impazienza che associo subito a delle cattive intenzioni.
Ho il presentimento di cosa succederà.
Ci vado lo stesso.
Alle sette di sera lui mi intima di rivestirmi e mi butta fuori di casa.
"Ci vediamo domani a scuola", dice.



Seguono due settimane in cui non faccio che ripensare a quell'incontro.
Emma, ignara di tutto, bacia Marco e lo abbraccia.
Marco, alla fine, le ha comprato il vestito. A lei è piaciuto. Ed era anche della sua taglia.
Spesso, Marco mi chiama a gran voce nel corridoio gremito di studenti. Lo evito come la peste. A un certo punto mi pare che Emma abbia capito qualcosa, perché ogni volta che lo vedo avvicinarsi a me e a lei invento una scusa per squagliarmela e lasciarli soli. Questo rende Emma sospettosa e Marco sempre più frustrato.
Ma i presentimenti di Emma vengono soppressi dal fatto che lei reputa impossibile che Marco abbia un interesse per me.




E' la mattina del tre giugno.
Cammino per i corridoi della scuola, con la testa fra le nuvole, quando mi sento tirata per un braccio. Voltandomi, vedo Marco, che si preme un dito sulle labbra per intimarmi di far silenzio.
Lo seguo controvoglia all'interno di una classe vuota.
Lui si siede sulla cattedra.
Il sole di un'estate che è arrivata in anticipo passa per i vetri impolverati della finestra e illumina i banchi disposti l'uno affianco all'altro.
Marco sembra non essersi pettinato, stamattina, e quella trasandatezza lo rende ancor più attraente.
Mi sforzo di non guardarlo in faccia. So di essere più rossa di un pomodoro, solo per il fatto che sono sola con lui.
Flash: le sue mani ruvide raccolgono i miei seni.
Flash: le sue labbra carnose cercano il lobo del mio orecchio destro.
Flash: il suo membro in erezione contro il mio pancione.
Il tutto è semplicemente umiliante. Non riesco nemmeno ad alzare lo sguardo. Sono sedici giorni che non guardo quegli occhi. Quegli occhi mi giudicherebbero, se gli consentissi un contatto.
Mi vergogno di me stessa, e chi, nei miei panni, non lo farebbe?
"E quindi".
Continuo a tenere lo sguardo fisso sui piedi di Marco, penzoloni dalla cattedra. Sento caldo. Il suono della sua voce mi fa sobbalzare.
"Cosa c'è?" sbotto, cercando di essere brusca. Lo sento ridacchiare.
"Non fare la dura con me. Guarda cosa ti ho portato".
Mi porge il secondo album dei Pink Floyd. Lo prendo con mani tremanti.
"Quel pomeriggio non ne abbiamo neanche parlato. Per farmi perdonare, te lo regalo. Va bene?".
"E' per darmi questo che mi hai inseguito per due settimane?"
"No. Perché volevo parlare con te".
"Non ha importanza". Butto il CD sulla cattedra, accanto a lui. "Tanto non li sento più".
Prima che possa replicare, esco dalla classe e lo lascio solo.




Nei sogni, continuo a rivivere quel pomeriggio in cui io e Marco abbiamo fatto l'amore.
Solo che in quei sogni io non sono grassa e goffa, ma snella e rapita dalla passione.
Quel giorno, ero arrivata a casa sua alle cinque del pomeriggio. C'era solo lui.
Marco aveva tirato fuori dalla dispensa una bottiglia di Amaro Averna. Suo fratello, mi aveva detto, faceva il barman in un noto pub in centro, e quella veniva direttamente dal suo locale.
Seduta sulla sedia a sdraio in cucina, avevo sorseggiato il liquore da un bicchierino, ascoltando il frinire delle cicale in giardino.
La calura era insopportabile.
Le mie braccia nude prudevano per le punture delle zanzare che svolazzavano circolarmente in prossimità delle mie orecchie, sibilando.
Marco era appoggiato alla base della cucina e beveva una birra direttamente dalla bottiglia. Non mi levava un attimo gli occhi di dosso.
"Sai cosa ti dico?" aveva detto di punto in bianco. Aveva posato la bottiglia vuota vicino ai fornelli.
"Cosa?" l'avevo incalzato io.
"Che non sei male", aveva risposto lui. Si era accarezzato il mento. "Sei come un pezzo di marmo che scolpendo, scolpendo, potrebbe rivelare una figa assurda".
Ero avvampata di colpo.
Per dissimulare l'imbarazzo, avevo mandato giù un sorso troppo lungo dell'Amaro. Avevo cominciato a tossire, poggiando sul tavolo accanto alla sdraio il bicchierino ormai vuoto.
"Be'..." avevo detto, sentendo la sensazione di torpore tipica dell'ubriacatura prendere possesso della mia mente, "neanche tu sei m..."
"Sai cosa penso?" aveva continuato lui, accavallando le sue parole alle mie, ignorando la vergogna sul mio volto, "che i ragazzi come me, belli, stanno con quelle come Emma solo perché sono come delle bambole da esibire. E' come la differenza fra cibi precotti e cibi cucinati in casa"
"C-che?"
"Tutti sanno che le patatine fritte sono più buone se fatte in casa, ma molti comprano quelle prefritte e surgelate perché non hanno voglia di cucinarle. Ecco, io prendo Emma anziché te perché Emma è le patatine prefritte, e tu sei delle patate crude che non ho voglia di pelare. Chiaro il concetto?".
A pensare a quelle parole in seguito mi veniva da ridere, ma sul momento, brilla com'ero, mi era parso quasi un discorso interessante. Pendevo dalle sue labbra e mi si stringeva il cuore ad ogni parola.
Marco si era dato una piccola spinta e aveva mosso qualche passo verso di me. In allarme, mi ero alzata di botto e avevo cercato di scappare.
"Allora, quel CD dei Pink Floyd?!" avevo esclamato più forte del voluto, senza guardarlo. Marco mi aveva premuto una mano al centro del petto. Con una piccola pressione mi aveva costretta di nuovo sulla sdraio.
Avevo gli occhi sgranati e tremavo da capo a piedi.
Marco aveva puntato le mani sui bracci della sedia sdraio, imprigionandomi.
"Sei nervosa?" aveva chiesto. I miei occhi spaventati si erano soffermati sulle sue labbra carnose, e poi su, su quegli occhi grandi e chiari.
Avevo sentito un prurito in basso.
Questo mi aveva fatta incazzare, se possibile, ancor più della situazione stessa.
"No" avevo sputato in tono di sfida.
Marco aveva sogghignato.
"Non si direbbe" aveva osservato. "Tremi come una foglia".
"Emma non sa che sono qui"
"E non deve neanche saperlo"
"Cosa hai intenzione di fare?" gli vomitai addosso. La rabbia che esprimevo e che mi rendeva odiosa a me stessa non era che una copertura per la paura e l'imbarazzo che mi avrebbero portata a fare un passo falso se non li avessi occultati dietro una parola sgarbata.
Marco non l'aveva capito. Mi aveva guardato pieno di risentimento.
E con lo stesso odio mi aveva sbattuto le labbra contro la bocca.
Avevo sentito la sua lingua tastare il mio palato muovendosi circolarmente.
Quello era il mio primo bacio.
E lui ne aveva già dati centinaia, prima di quello.
Avrei voluto fare quello che si fa in quei casi. Quello che avevo letto nei libri e visto nei film e nei cartoni animati da quando ero piccolissima. Chiudere gli occhi, lasciarsi trasportare dal piacere del momento. Ma non c'era piacere in quel momento. C'era solo la lingua di Marco, viscida e molle, e schifosa, che mi leccava la bocca smaniosa di una controrisposta che non sarebbe arrivata mai. C'ero io che tenevo gli occhi spalancati fissi sui suoi serrati. E pregavo che finisse. Troppo presa alla sprovvista per reagire.
Erano dovuti passare almeno dieci secondi di quella tortura prima che mi dessi una svegliata e lo allontanassi con una spinta.
"Sei un bastardo!" avevo urlato. Mi ero alzata dalla sedia e avevo fatto per correre fuori dalla stanza, ma Marco mi aveva afferrato le braccia e poi mi aveva messa a muro.
"Justine" aveva detto con voce profonda e sentita, mentre mi teneva le braccia bloccate in un incrocio di difesa. Gli occhi sembravano comunicare sincerità, ma non potevo certo credere nell'onestà da parte sua, in quella situazione.
Nonostante ciò, mi ero di colpo calmata.
"Emma mi tratta come il suo fantoccio e cerca sempre di sedurre gli altri uomini, anche in mia presenza. Non voglio una donna così. Ci ho pensato a lungo. Con te condivido tanti interessi... la musica, la lettura, ci piacciono persino gli stessi film! E prima, devo dirti che dicevo sul serio. Se ti prendessi cura di te, io starei con te piuttosto che con Emma. Quella stronza!" aveva aggiunto con una smorfia.
Aveva detto: "Io, comunque, sarei disposto a stare con te anche adesso".
Aveva detto: "Guarda che non è la birra a parlare al posto mio".
Mi si erano riempiti gli occhi di lacrime. Per camuffare il sentimento avevo abbassato la testa e avevo nascosto il volto oltre la frangia.
"Io ti piaccio?" aveva chiesto Marco esitante, allentando la presa sulle mie braccia.
Justine, la grassa Justine, stava ascoltando quelle parole da parte di un ragazzo così attraente?
"Sì" avevo detto poi.
Merda.
"Però voglio bene ad Emma" avevo aggiunto. Mentendo.
"Ma che cazzo, Justine!". Marco mi aveva mollata e mi aveva squadrata con biasimo. "Siamo entrambi vittime di quella strega. Credi che non abbia visto come ti tratta? Sai che ti dico?", aveva detto poi, "Quella puttana..."
Si era bloccato. Avevo alzato lo sguardo su di lui, stupita.
"Cosa?" avevo chiesto.
Lui aveva scosso la testa.
"Niente" aveva detto in fretta.
Per un paio di minuti buoni eravamo rimasti in silenzio. Non sapevo che fare. Non sapevo se andarmene o restare. Avevo ritenuto lo stare ferma e in silenzio come la scelta migliore. Non sapevo cosa pensava Marco. Sembrava riflettere su qualcosa.
A un certo punto, si era ridestato.
"Justine" aveva sibilato.
Aveva accostato il suo corpo al mio. Lo avevo lasciato fare. Sentivo l'eccitazione darmi la pelle d'oca. Le mie braccia erano come pezzi di marmo.
Mi aveva baciata di nuovo, più lentamente e con più delicatezza. Questa volta, avevo chiuso gli occhi cercando di allentare la tensione e avevo ricambiato il bacio.
Le mani di Marco mi avevano sollevato la maglietta e mi avevano carezzato i seni.
"Aspetta", avevo mormorato. Lui si era ritratto, confuso.
Avevo allungato la mano verso la bottiglia di Averna. Me l'ero attaccata alle labbra e avevo cominciato a bere fino a quasi strozzarmi.
Emma che mi riempiva le braccia dei suoi abiti.
Emma che mi diceva di punto in bianco di lasciarla sola.
Emma che mi dava della cicciona e un attimo dopo se ne scusava. Solo per tornare a farlo poi.
Emma che camminava a distanza da me.
Emma che baciava un ragazzo e mi lanciava un'occhiata di fiera sufficienza, come a dire tu non potrai mai.
Chi se ne importava.
"Stronza" avevo sussurrato.



Sia in me che in Marco coesistevano sentimenti di dolore, rabbia, odio e vendetta, ed altri di sincero interessamento.
Ma a differenza di Marco, che voleva continuare il gioco, io mi sono autocommiserata milioni di volte per ciò che è successo. Tradisce il mio voto al bene e alla stoica sopportazione.
Non sono una repressa.
Sono solo invecchiata precocemente.




Tengo una foto di Marco nel mio portafogli.
La guardo ogni volta che ho fame.




E' il ventitrè settembre, al termine di un'estate afosa.
Sono seduta con Emma su una panchina del parco nel centro storico della mia città. Lei lecca un invitante gelato al cioccolato e caramello con una nuvola di panna sopra. Io sorseggio un'acqua tonica. Centocinquanta calorie.
Peso sessantacinque chili punto due.
Il mio indice di massa corporea è di 23,6.
Rispetto agli ottantanove chili di prima, è un netto miglioramento.
Qualche volta, becco Emma che mi scruta con invidia e - sembrerebbe - morbosa curiosità.
Qualche volta se lo è lasciato sfuggire.
"Si può sapere come hai fatto a dimagrire tanto?".
Sorrido.
"Sto facendo la dieta", rispondo. Lei non sembra mai soddisfatta della risposta. Cosa si aspetta che le dica? Che ho trovato la lampada di Aladino e sono dimagrita per magia?
"Dovrei dimagrire un po' anch'io" si lamenta Emma. Stringe un piccolo rotolino di ciccia in zona addome. Ultimamente è - in effetti - un po' appesantita, ma non può che aver preso tre o quattro chili. Cinque, forse. Una bazzecola. A perdere cinque chili non ci si mette nulla.
"Cosa mangi praticamente?" si informa lei, incapace di mantenere l'attenzione focalizzata su qualunque altro argomento.
Rispondo sempre: quanto basta per saziarmi.
Lei insiste. "Ho capito, Justine! Mi potresti dire cosa mangi a colazione, pranzo e cena? Mangi, almeno?".
Oh, mangio. Mangio eccome. A colazione una brioche e un caffè. A pranzo ottanta grammi di pasta, due fette di pane e trenta grammi di formaggio molle. Pomeriggio, uno yogurt e due mele. Cena, carne e pesce, con verdure e pane e dell'altro formaggio. A volte la pizza.
"Vai da un dietologo?"
Certo. Da sola non ce la farei.
"Che invidia!" esclama Emma sconsolata. Torna a tormentarsi il rotolino insignificante della pancia.
"Dovrei andare da un dietologo anch'io?", dice.
Dice: "Mi sento una cicciona di merda".
"Sei perfetta, Emma" replico. "Non hai assolutamente bisogno di dimagrire".
Non hai assolutamente bisogno di vivere di fette biscottate insipide e mele stucchevoli come faccio io.
Non hai assolutamente bisogno di pesarti cinque volte al giorno come faccio io.
Di strozzarti di acqua frizzante e bevande a zero calorie nel tentativo di ridurre lo stimolo della fame. Non senza i rimorsi per lo stomaco dilatato.
E non hai assolutamente bisogno di alzarti la mattina alle cinque e mezza e andare a correre per tre chilometri a sei chilometri all'ora, per poi tornare a casa, farti una doccia sbrigativa e prepararti per la scuola.
Ogni. Santo. Giorno.
Come se le sue lamentele sul peso si esaurissero là sul momento che sono state pronunciate, lei torna a leccare il suo gelato. Si sporca di panna il labbro superiore.
"Devo dirti una cosa", dice.
Dice: "Ho limonato con uno"
"Cosa?!". Per lo stupore, quasi la bottiglia di acqua tonica mi cade di mano. Sgrano gli occhi al suo indirizzo. "Emma, stai con Marco, Marco è fuori per l'Università, ma che ti passa per..."
"Lo so, lo so". Emma sbuffa. Guarda delle rondini volteggiare in cielo, imbronciata. "E' solo che... sai quel ragazzo là?"
"Quale ragazzo là?"
"Ti ricordi? Quel ragazzo che ho adocchiato dopo quella mattinata passata da Zara. Al bar Noir. Quel giorno mi ha dato il suo numero di telefono. Ci siamo sentiti qualche volta al telefono. E due mesi fa, ecco, l'ho ripescato dal cellulare e dopo tanto tempo l'ho richiamato. Solo per chiacchierare un po'...".
"Ma come hai potuto?!"
"Ti calmi?" sbotta Emma infastidita. "Sembri mia madre! Lo vedi cos'è che non sopporto di te, Justine? Che hai solo diciotto anni, e ti comporti come se ne avessi quaranta. Sei oltremodo asfissiante"
"Scusa" l'assecondo sbrigativa. "Be', l'hai chiamato quindi?"
"Lo sai quanto ho pianto per lui, e per Marco, e per questo orrendo casino che s'è creato?". Non volevo i dettagli, ma per Emma sembra assolutamente necessario rendermene partecipe. Mi guarda con una faccia da cucciolo ferito. Sembra voglia pietà.
Non mi fa pena per niente.
Si giustifica: "Ero... come tirata, insomma, io amo Marco, ma amo anche lui... Fernando, si chiama, e lui... io... sono molto combattuta. Mi ha detto di essere single, ha avuto una storia ma è durata poco e lui ora è distrutto, lui sai, così gentile, mi ha chiesto se mi andava di prendere un caffè con lui e io non ho saputo resistere. Lui è bello, appartiene a un ceto sociale piuttosto, come si dice, elevato, ed è anche molto intelligente... studia ingegneria, è al secondo anno, fuori città, e ha detto che vuole vedermi ancora..."
"Emma, che cosa cazzo è successo?".
Guardo quella stupida faccia confusa e sento di odiarla davvero, senza riserve. Mi stupisco io stessa di quanto dura e aspra esca la mia voce.
Lei si riprende dalla sorpresa e borbotta, per la prima volta intimorita al mio cospetto: "Ci siamo baciati".
"Solo baciati?"
"Abbiamo limonato"
"E poi che è successo?"
"Dio, Justine!" esclama Emma furibonda. Sembra che non sopporti la sensazione di sentirsi sotto accusa, soggiogata da me.
Il cono gelato le scivola di mano e finisce all'ingiù sul selciato.
Dice: "Sto cercando di farti capire che mi dispiace, mi dispiace davvero tanto..."
Dice: "Amo Marco, ma la situazione mi è sfuggita di mano"
Dice: "Se vuoi saperlo, sì, abbiamo scopato!".
E a quel punto le scende una lacrima stupida dagli occhi. Sono incapace di provare compassione nei suoi confronti. Nonostante io sappia benissimo che sono l'ultima che dovrebbe giudicarla. Dopotutto, è con me che Marco l'ha tradita, solo tre mesi prima. Dovrei biasimare me stessa ancor prima che lei. Ma la verità è che non sono più capace di fingermi sua amica.
Non sono più la Justine di un tempo.
Ho un corpo nuovo, sto curando l'aspetto fisico, due giorni fa un ragazzo ha cercato di rimorchiarmi in una videoteca.
Finalmente, c'è amore anche per me.
C'è speranza anche per me.
"Emma" scandisco cercando di mantenere un tono amichevole, "Va' da Marco e diglielo"
"Scherzi?! Neanche per sogno"
"Va' da lui e diglielo. Non puoi tenere due piedi in una scarpa. Se vuoi stare con questo qui - questo Fernando - sei libera. Ma lascia che anche Marco lo sia"
"Che c'è?" Emma mi incenerisce con uno sguardo di puro odio. "Ti sei presa una cotta per lui?"
Perdo un po' di sicurezza.
"N-no" mormoro.
"Bene". Emma distoglie lo sguardo, con la stessa freddezza negli occhi. "Se è così, bada a non dirgli niente. E fatti i cavoli tuoi. Me la sbrigo io con lui".
Aggiunge: "Non vedrò più Fernando. Quindi, ti prego, non metterti in mezzo e non creare casini inutili".
La verità è che Emma vedrà Fernando almeno altre sei volte nell'arco di un mese.
E' talmente stupida che non riesce ad evitare di parlarmene ogni volta.
Ogni volta, fiumi di lacrime. Il suo mascara non waterproof che macchia la mia maglia. La macchia non viene più via.
Sono sempre più magra, e sempre più stanca.
Stanca dei suoi farfugliamenti superficiali e sciocchi.
Irritata dalla luce che vedo nei suoi occhi ogni volta che parla di questo Fernando.
Nel frattempo, continua a sentirsi per telefono con Marco. Qualche volta prende il treno e va a trovarlo. Al ritorno, mi racconta di romantici e passionali week end insieme.
Ogni parola riguardo Marco mi ferisce come una sassata sulla schiena.
Combatto contro la voglia di chiamarlo, di dirgli: "Sai che c'è, stronzo? Mi hai usata, ma la tua ragazza ti tradisce".
E d'altra parte, in me c'è anche la speranza che Marco sia sinceramente interessato a me.
Qualche volta, in genere la sera, mi chiama. Sempre quando esce coi suoi amici dell'Università, ubriacandosi come una spugna. Biascica sempre un come stai? che si sforza di essere equilibrato e tranquillo. Mi accorgo sempre che ha bevuto. Anche per via dei rumori in sottofondo.
Mi chiedo perché continui a chiamarmi.
Di fatto, fra noi c'è stata solo una scopata e basta. Dopo quel giorno, non c'è più stato niente.
"Mi manchi". La sua voce ovattata e storpiata dal telefono mi punge come uno spillo al cuore.
Metto giù.
Poi ripesco la foto dal portafogli.
Una foto da fototessera che mi ha regalato qualche settimana prima che si trasferisse per l'Università.
"Per non dimenticarmi", mi ha detto.
Mi si riempiono gli occhi di lacrime.




Marco torna nella nostra città per le vacanze di Natale.
Me lo ha comunicato per telefono: "Sai, vorrei tornare a casa per il nove dicembre. Riparto dopo Capodanno".
Metto giù.
Il telefono squilla di nuovo.
"Marco torna a casa per dicembre. Riparte a Capodanno", mi annuncia la voce allegra di Emma.
"Fantastico" commento, e metto di nuovo giù.




E' l'undici dicembre e non ho notizie né di Emma né di Marco.
Fuori la pioggia stilla dal cielo brontoloso, bagnando in verticale i vetri della finestra della mia stanza. Segno dell'assenza di vento.
Mia madre, Alessandro, Jodie e papà stanno cenando al piano di sotto. Sento le posate scontrarsi contro i piatti di ceramica tintinnando. Tendo le narici. Stufato e patate. E ho seguito mia madre preparare una torta alla panna fredda, questo pomeriggio.
Mi sono inventata un'influenza intestinale.
Sono al buio, nella mia stanza, e coperta dal piumone ascolto la pioggia cadere con leggerezza fuori.
Non mi accorgo di quanto tempo passa, e a un certo punto sento bussare.
"Avanti".
Mio padre apre con un cigolio la porta.
"Justine, la mamma vuole che ti chieda se vuoi una fetta di torta alla crema che ha preparato oggi pomeriggio".
"Vorrei, papà...".
E vorrei sul serio.
"... Ma davvero questo mal di pancia non passa..."
Mio padre non sembra molto convinto. Mi scruta un po' come se volesse leggermi nella mente. Infine annuisce.
"Va bene. Se più tardi ti senti meglio, è in frigo".
"Mh-mh".
Mio padre chiude la porta. Sento lo stomaco aggrovigliarsi, stretto in una morsa dura e cattiva, e per l'ennesima volta geme, brontola come a lamentarsi del fatto che oggi non l'ho riempito che con uno yogurt alla frutta e un pacchetto di crackers aromatizzati.
Chiudo gli occhi cercando di prendere sonno.
Quando mi sveglio, il quadrante della bilancia sul comodino segna le due e tredici del mattino.
Il vuoto nel mio stomaco sembra una bestia che mi mangia dall'interno.
Senza avere il controllo dei miei movimenti, scavalco con le gambe il bordo del letto e, a piedi nudi, cammino fino alla porta.
Tonf, tonf, tonf. La casa addormentata mi ascolta scendere i gradini che mi separano dal piano di sotto, dove si colloca la cucina, e il mio cervello non è completamente in grado di pensare.
Dieci minuti dopo sono piegata sul water, con le dita spinte in fondo alla gola, a rigurgitare l'impasto melmoso e bianchiccio della torta alla crema.
Le lacrime di quel sacrificio mi scendono dagli occhi, e il mio naso è chiuso. Non riesco a respirare. Ogni tanto mi fermo per tirare grosse boccate d'aria. Poi ricomincio.
Dopo un quarto d'ora di quell'inferno gli acidi che mi corrodono la bocca sembrano battermi sulla spalla, dirmi "è passata".
Lentamente, faccio scorrere i bottoni della giacca del pigiama fuori dalle asole. Il pesante abito da notte in pail cade ai miei piedi. I pantaloni scendono accarezzandomi le gambe nude.
Tiro fuori dall'armadio la bilancia digitale e la poso a terra.
Prendo un respiro, chiudo gli occhi.
Salgo sul tanto odiato strumento.
Apro gli occhi e abbasso lo sguardo per leggere il numero sul quadrante della bilancia: 49,1.
Sorrido.
Un chilo in meno di ieri mattina.




Sono a casa di Emma, sorseggio un bicchiere di vino.
Sono passati tre giorni dalla notte in cui ho mangiato la fetta di torta, e ho perso altri settecento grammi.
Adesso punto ai quaranta chili. Per il mio metro e sessantotto vorrebbe dire essere finalmente magra. Quel tanto che bassa per scolpire un po' i miei fianchi troppo pieni.
Emma sta bevendo un Martini direttamente dalla bottiglia. E' ingrassata ancora. Direi ad occhio - considerato che è alta due centimetri più di me - che si aggira attorno ai settantadue chili.
La cicciona adesso è lei.
Guardo il suo sedere pieno mentre si allontana da me per raggiungere la scrivania e prendere dalla ciotola in vetro un altro cioccolatino ai cereali.
"Sono una cicciona" dice, mentre se lo ficca in bocca.
Mettiti a dieta, no?, vorrei dirle, ma è meglio che non lo faccia. E' così soddisfacente vederla così debole e vulnerabile, per la prima volta nella mia vita, e forse anche nella sua.
La spavalda, bella, arrogante Emma non è che una pigra ragazza in carne che cede ai piaceri della gola.
Prendo un altro sorso di vino e lo assaporo con gusto. Per potermelo permettere, oggi, fra colazione, pranzo e merenda ho mangiato solo una barretta di cereali Fitness.
Un rumore ci fa sobbalzare.
"Che succede?" esclama Emma confusa. Le indico la finestra accanto a lei. Un altro sassolino colpisce il vetro, più forte del precedente.
Emma apre la finestra e si affaccia.
"Marco!" esclama. Avverto un piacere in fondo allo stomaco. Sono mesi che non ci vediamo.
"Aspetta qui" mi dice Emma.
Dice: "Gli do un po' di zucchero e poi torno qua sopra".
Dice: "Non mangiarti tutti i cioccolatini, mi raccomando!"
E sorride con il sorriso di chi è veramente felice.
L'invidia mi rode il fegato mentre lei esce dalla stanza lasciandomi sola.
Finisco per riempire un altro bicchiere di vino, e poi un terzo, e un quarto, e penso: trecentonovanta calorie.
L'ingente quantità di alcol a stomaco vuoto mi dà tanto rilassamento che quasi non mi accorgo del rimorso e della rabbia.
Improvvisamente mi sento debole, molle, incapace di controllarmi.
Mi alzo in piedi e corro fuori dalla stanza, giù per le scale strette fiancheggiate dai muri di legno.
Marco è alla porta e sta chiacchierando con Emma, che lo tiene lì senza neanche farlo entrare. Mi sembra sia piuttosto annoiato. E' venuto ad informarla che è tornato a casa.
"Marco" lo chiamo. Lui scavalca Emma con lo sguardo e mi guarda, in piedi a metà delle scale.
"Justine?" chiede, con stupore. Sembra stentare a riconoscermi.
"Justine, ti avevo detto di rimanere di sopra!" protesta Emma. Sembra impaurita.
"Ma quanto sei dimagrita?". Marco scansa Emma e si avvicina ai piedi delle scale. "Sei pelle e ossa".
Mi viene da piangere, ma serrando i denti ritiro le lacrime. Come ormai sono diventata brava a fare.
"Ho fatto la dieta" rispondo con voce strozzata, stupidamente.
"Justine è un figurino" s'intromette Emma affiancando Marco. Sorride come se fosse fiera di me, ma i suoi occhi tradiscono puro odio. "Io, invece, sono una tale cicciona..."
"Non è che sei dimagrita troppo, Justine?" commenta Marco ignorando lo sguardo offeso di Emma. "... Davvero, non hai più forme"
Nell'immediato non trovo niente da replicare. Faccio spallucce.
"Ora sono nel peso forma e ho ripreso a mangiare tanto"
"Tanto quanto? Possibile che tu stia passando da un eccesso all'altro?"
"Justine sta benone". Emma ha parlato con voce troppo forte e troppo acida. Io e Marco la guardiamo. Lei storce la faccia in un'espressione di rabbia gelida, ma arrossisce. Riprende il controllo: "Justine se ne stava andando, Marco. Che ne dici di venire di sopra con me?".
"D'accordo" borbotta Marco. Mi lancia un'altra occhiata indecifrabile.
Senza aggiungere altro, mi avvio all'ingresso, prendo cappotto e borsa ed esco di casa.




Quella sera sto piangendo, affondata fra le coperte del mio letto, quando un sassolino colpisce, come è avvenuto da Emma, la serranda della mia finestra.
Marco, penso, e in fretta mi asciugo le lacrime. Al buio, rimango seduta sul materasso, con le orecchie tese e il cuore che batte come un tamburo.
Toc, un altro sassolino.
In fretta e in furia, mi alzo dal letto e alzo la serranda. Mi affaccio.
"Che ti salta in testa?" sbotto al ragazzo in strada.
Marco alza le spalle.
"Volevo vederti. Dai, fammi entrare".
"Ok"
"Ok...".
Attenta a non fare rumore, esco dalla mia stanza e mi precipito giù per le scale. Schiudo la porta di ingresso.
"Che sei venuto a fare?" sibilo, mentre Marco accosta il viso alla fessura della porta.
"Fammi entrare", ripete.
Apro la porta e mi faccio da parte per farlo entrare. Il cuore mi pulsa nelle orecchie.
"Che ne dici di andare in camera tua?" chiede. Annuisco, in trance.
In camera, lui si butta sul letto di peso, come se fosse casa sua. Mi sento irritata, ma troppo spaventata ed emozionata per protestare.
"Marco..."
"Mi sei mancata"
"Non è il caso di..."
"Ti ho pensata tanto, sai? Ma tu, neanche una telefonata..."
"Va' via". Incrocio le braccia al petto, corrugando le sopracciglia. "Stai con Emma, no? Che ti salta in mente? Venire alle..." Controllo l'orologio da polso. "... alle undici e mezza di sera in questa casa. I miei potrebbero svegliarsi da un momento all'altro".
"Justine..."
Marco si solleva dal letto e mi si avvicina. Inavvertitamente, indietreggio fino alla porta, atterrita. Lui mi prende la mano.
"Mi sei mancata" ripete.
"Questo lo hai già detto" biascico nervosamente. Con uno strattone mi libero della sua presa.
A quel punto, lui accosta il viso al mio. Le sue labbra si posano sulle mie.
Non posso evitarlo...




"Devi dirglielo"
"Non posso, la ferirei"
"Devi dirglielo e basta. Anche se non vuoi stare con me"
"Io voglio stare con te, ma se poi lei sta male?".
Siamo seduti in un caffè vicino casa mia. Ieri sera ci siamo lasciati che era mezzanotte inoltrata, promettendoci di rivederci la mattina dopo per discuterne. E così è stato. Guardo un paio di vecchi (a giudicare dagli abiti, muratori) al bancone servirsi di cappuccino e brioche alla Nutella. Guardo il decaffeinato senza zucchero sul tavolino, dinanzi a me. Lo prendo per il manico tondo e me lo inclino sulle labbra. Il liquido amaro mi intasa la bocca.
"Devi dirglielo" ripeto, "e devi farlo il prima possibile. Se Emma mi dicesse che mentre sta con te scopa con un altro", aggiungo in tono neutro, "le suggerirei la stessa cosa".
Marco guarda altrove, assente. La sua cioccolata calda ha smesso già da un po' di fumare.
"E se", mormora poi, "e se lei nel frattempo stesse veramente con un altro?"
"Cosa?!"
"Ieri sera, mentre era con me, ha ricevuto una chiamata. Sembrava nervosa. Le tremava la voce. Ha messo giù con una certa esitazione, e poi si è rivolta a me con una gentilezza inquietante".
"Avete fatto sesso?" chiedo, gelida.
"No!" esclama Marco in fretta, "te lo giuro! Non che a me non andasse, ma... ehy, non è che sei gelosa?", aggiunge con un sorrisetto.
Cerco di nascondere il sorriso dietro la tazzina di caffè.
"Allora, chi era questo qui?" gli chiedo, cercando di suonare naturale.
"Questo qui? Vuol dire che sai che è un uomo?"
"M-ma no, è che... è che... insomma, sei tu che lo pensi!" esclamo imbarazzata. "Credi che sia un altro ragazzo?"
"C'hai preso. E poi, un'altra cosa: ho aperto il suo cassetto per trovare una scatola di fazzoletti e ho visto dei preservativi. Non erano miei".
"Allora dovevano per forza essere di qualcun altro". Il cuore mi galoppa in petto. "Ti sei arrabbiato con lei?"
"Non le ho detto niente. Ma ho capito tutto, e sulle prime sai, non ero per niente sereno. Le ho detto che ero stanco e che sarei tornato a casa".
"Chi credi che sia?" insisto.
Fernando. Si chiama Fernando, ha ventun anni e studia ingegneria. Possibilmente nella tua stessa città.
"Non lo so, ma... credo, anzi, sono sicuro, che se la fa con lui".
Non sembra quasi per niente arrrabbiato mentre raccoglie col cucchiaino una manciata di cioccolata e se la porta alla bocca.
"Ascolta", aggiunge poi, "Cambiamo discorso. Posso offrirti una sfoglia di mele?"
"Cosa? Oh... no" dico frettolosamente, "Proprio non mi va"
"Un cornetto alla marmellata? Un arancino?"
"No, no... proprio..."
"Soffri di anoressia?".
Mi sbatte in faccia quella domanda come una sonora manata sulla faccia. Lo fisso interdetta.
"Sei impazzito?" biascico. "Mangio..."
"Rispondi: soffri di anoressia? Sei pelle e ossa. Ti si vedono persino le ossa dello sterno".
"Ma cosa stai dicendo?". La sua mancanza di tatto mi ferisce. "Non stavamo parlando di..."
"Guarda che io non voglio stare con una che vive di caffè e sigarette. Se vuoi stare con me, devi mangiare".
Mi sfugge il cucchiaino di mano, che cade sul tavolino di vetro tintinnando.
"Non credo sia questo il punto" dico.
"Bella, a me non me la fai", commenta Marco. Prende la tazza di cioccolata con entrambe le mani e ne beve un po'. Di colpo, sembra insofferente. "Sei dimagrita troppo. Quanto pesi, cinquanta chili? Non hai più carne addosso. Sappi che a me piacciono le forme".
Dice: "ti preferivo quando eri grassa"
Dice: "Non ho alcuna intenzione di andare a cena con te mangiando pizza o bistecca mentre tu bruchi un'insalatina senza olio"
Dice: "Hai pensato di farti aiutare? Fallo adesso che sei in tempo".
Senza che me ne accorga, sono in piedi e lo fisso con uno sguardo di puro odio.
Qualche cliente del bar mi guarda incuriosito.
"Non soffro di anoressia, e se anche ne soffrissi, tu non avresti il diritto di farmelo pesare". La mia voce trema. "Se proprio vuoi saperlo" aggiungo, in tono ancor più basso, "Sì. Lui si chiama Fernando. Ed Emma ti tradisce. Non vuole stare con te. E neanch'io voglio stare con te. Ho smesso di essere lo strumento di vendetta che utilizzi contro di lei perché sei un cornuto".
Marco mi guarda esterrefatto.
"Ma che ti prende, tutto ad un tratto?" dice.
"Mi prende" Cerco di controllare il respiro. "Che non sono la tua ultima spiaggia. Stai con Emma o con chiunque voglia stare con te. E io non rientro in essi. Sì" aggiungo vedendolo sempre più ferito, come per imporre al pentimento di non disturbarmi, "Io non voglio stare con te. Questa anoressica preferisce il caffè e il sedano a cinque minuti di tempo in tua compagnia."
Dico: "Non ti azzardare più a chiamarmi"
Dico: "E dirò ad Emma cosa sei venuto a fare a casa mia stanotte"
Marco si alza in piedi. Adesso respira pesantemente dal naso, e sembra voler soffocare la rabbia.
"Tu" dice, "Sei completamente pazza".
Attimi di silenzio fra noi.
Afferro la borsa, la giacca sulla spalliera della sedia. Me la infilo ed esco dal locale.




Stanotte, Marco è andato lì e glielo ha detto.
Guarda, Emma, mi dispiace.
Mi dispiace tanto.
Sto con Justine.
Abbiamo anche fatto l'amore.
Lei mi piace.
E ti sfido a dire che non è carina, ora che è dimagrita tanto.
Oserei dire che è anche più bella di te.
Emma è diventata tanto pallida da sembrare morta. Ricordo quel dolore sul suo volto. Si è messa a piangere. In silenzio. Non respirava nemmeno.
Sulle prime la sua reazione mi ha sconvolta e uccisa di pena e rimorsi.
Ma poi, il suo volto allungato da una sofferenza inespressiva si è storto, e contorto, in una maschera di pura e cieca furia.
Gli alberi del parco semi-deserto l'hanno osservata mentre mi metteva le mani addosso. Marco ha tentato di allontanarla, ma lei sembrava possedere una forza disumana.
Mi ha artigliato la faccia.
Gli occhi.
Ha tentato di cavarmeli.
Dalla sua bocca uscivano urla disumane, quasi bestiali.
Emma amava Marco.
Marco amava solo il corpo di Emma.
A Marco piacciono le ragazze magre - cioè a dire belle.
Ecco perché non aveva funzionato.
E' questo che le urlavo mentre lei mi graffiava a sangue il volto.
Alla fine, Marco è riuscito a fatica a strapparmi a lei.
Calmati, cazzo!
Calmati!
Ed Emma piangeva, ed io piangevo e mi toccavo le guance ossute.
Un anno e mezzo di inferno a mangiare solo fette biscottate ogni giorno, Emma. Ha cambiato il mio corpo. Ha fortificato il mio animo. Non sono più la Justine che ero prima, sola, depressa, incapace di tutto, brutta, grassa, sfottuta, senza speranza.
Adesso sono Justine.
Solo Justine.
E Marco vuole stare con me, e non con te.
Apro gli occhi, mi sveglio da quel sogno con il cuore in gola.
Piango.




"Non avrai questa soddisfazione di vedermi ingrassare di nuovo" sussurro al buio denso della stanza, che sembra prendere la forma dei suoi occhi che non trovano pace.





   
 
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