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Autore: belle_delamb    14/03/2017    2 recensioni
Ecco una raccolta di storie su quanto possa essere oscuro l’amore, soprattutto se interviene la magia. Fate innamorate di mortali, ragazze tanto gelose da uccidere, scienziati desiderosi di creare la moglie perfetta, antiche maledizioni, uomini dei sogni oppure usciti da un qualche libro e tanto altro.
Partecipa al Challenge: Mal d’amore challenge
Genere: Horror | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Arthur sospirò stancamente e alzò la testa dal libro per guardare l’orologio. Sua moglie era al telefono da esattamente mezz’ora e non sembrava esserci speranza che smettesse a breve. Sentì una risatina della sua Carmen. La sua amica doveva essere proprio divertente per farla ridere in quel modo, lui ormai non ci riusciva più da tempo. In quei momenti gli sembrava quasi di essere tornato ai primi giorni di matrimonio e di vederla sorridente e rosea intenta in mille attività. Gli pareva quasi di averla lì davanti, di sentirla seduta sulle sue ginocchia, la testa buttata indietro, la bella gola esposta. Scosse la testa e si frugò in tasca per prendere il telecomando. Si era ripromesso di non esagerare ma doveva pur insegnarle che il marito ha sempre la precedenza sulle amicizie. Premette il pulsante rosso e un attimo dopo sentì il gemito di dolore della moglie.
-Scusa, Kate, ma il telefono ha ricominciato a dare la scossa, ci dobbiamo lasciare-
Le due si scambiarono i saluti quindi Carmen riattaccò. Arthur nascose rapidamente il telecomando e si preparò ad accogliere la moglie con un sorriso.
-Allora, cosa ti ha raccontato la nostra Kate?-
-Le solite cose- disse lei, sedendosi sul divano e accavallando le gambe. Era di una bellezza celestiale con la sua pelle bianchissima e i lunghi capelli castani che scendevano in morbidi boccoli. –Sai, ha preso un cagnolino- disse con voce tenera –dice che è veramente affettuoso-
-Cara, ma tu hai paura dei cani-
-Già- mormorò lei –ma ogni tanto mi piacerebbe … -
-Non possiamo, tesoro, tu hai paura-
-Certo-
Arthur la capiva, sapeva che lei aveva un vuoto terribile, quel bambino che proprio non voleva venire. Avevano provato in tutti i modi ad avere un figlio ma senza nessun risultato e Carmen proprio non riusciva a superare la cosa. Lui l’aveva rassicurata, proprio come doveva fare un marito, l’amava comunque e avrebbero fatto altre prove, erano ancora giovani dopotutto e poi c’era sempre l’adozione.
-Cosa leggi di bello?- gli chiese la moglie.
-Oh, un libro di Watson sul comportamentismo[1]-
-Per il tuo lavoro?-
-Più che altro per diletto- sorrise –ma anche un po’ per lavoro, sì-
-Ti piacciono molto quei libri, chissà, magari un giorno ne leggerò uno anch’io-
-Oh no, non sono libri adatti a una donna-
-Sì, forse hai ragione-
Arthur sorrise. Aveva proprio una moglie bella e perspicace, cosa poteva volere di più dalla vita? Improvvisamente gli tornarono alla mente i ricordi dell’infanzia, i genitori che urlavano in cucina, lui chiuso in stanza, le mani premute sulle orecchie per non sentire, lo sguardo perso là fuori, sulla spiaggia, sul mare, sulle lontani luci delle isole. Oh, come avrebbe desiderato essere così lontano, su una barca in mezzo all’acqua. Quasi riusciva a rivivere il momento in cui era fuggito uscendo dalla finestra.
-Cosa desideri mangiare, amore?- gli chiese la moglie, rapendolo ai suoi pensieri.
-Scegli tu, cara, sai che mi piacciono le sorprese-
-Okay- Carmen si alzò e fece per andare.
-Tesoro- la riprese lui.
-Oh, certo- tornò indietro e gli depose un bacio sulle labbra.
-Ora puoi andare- la congedò lui, soddisfatto.
Carmen uscì con una leggera riverenza. Arthur non poté fare a meno di pensare alla prima volta in cui l’aveva vista, lui appena un ragazzo, ancora imberbe, lei già una donna, nuda, seduta su uno scoglio, i lunghi capelli lasciati liberi mossi dal vento, le labbra che intonavano un motivetto. L’aveva amata subito e l’aveva osservata tutta la notte, incantato.
Sembrava passata una vita da quel momento. L’uomo sospirò e riprese la lettura.

Quella sera Carmen cucinò il piatto preferito del marito: pasta allo scoglio. All’inizio la donna non amava cucinare quel tipo di pietanza, diceva che non poteva nemmeno pensare di cuocere degli esseri provenienti dal mare. Ovviamente Arthur aveva fatto in modo che collegasse la pasta allo scoglio a degli stimoli positivi, come dei regali. Certo, era più semplice utilizzare i rinforzi negativi, ma non aveva potuto fare altro e alla fine la sua costanza era stata premiata e lui si poteva godere il suo piatto preferito una volta la settimana senza nemmeno dover chiedere.
-Ottimo come sempre- disse l’uomo, con un ampio sorriso soddisfatto –diventa migliore ogni volta che lo cucini-
-Grazie, amore- esclamò lei, arrossendo leggermente. Era più bella che mai in quel momento, le guancie rosse per l’imbarazzo.
-Ma ti devo tutta la mia gratitudine-
-Non dire così-
-Invece è vero- allungò un braccio per prenderle la mano dall’altra parte del tavolo e assaporò la sua pelle di velluto –hai reso la mia vita magnifica-
Carmen si limitò a restare immobile, leggermente tremante. Ad Arthur parve identica alla notte in cui era accorso in suo soccorso, lei smarrita, senza più un posto dove andare, lui bisognoso di qualcuno d’amare. Erano adatti l’uno per l’altra più di molta altra gente di sua conoscenza. Certamente più di Jim ed Elizabeth, lui depresso perché stava invecchiando, lei piena di soldi da poter comprare anche l’amore, o almeno una parvenza di esso. E di Ken e Jill, che si tradivano a vicenda e si erano sposati solo per far dispetto ai rispettivi ex. Il loro amore almeno non era finto e lui non avrebbe mai permesso che finisse.
-Questa notte voglio passarla con te- sussurrò l’uomo.
Carmen arrossì violentemente, come se fosse ancora una ragazzina.
-Vuoi?-
-Certo-

Quella notte Arthur si svegliò madido di sudore. Accanto a lui sua moglie dormiva serenamente, come una bambina, un braccio sul cuscino, l’altro nascosto sotto le coperte, l’immagine dell’innocenza. L’uomo ispirò a fondo. Lei era ancora lì, il suo era stato solo un incubo, il mare non se l’era ripresa e come avrebbe potuto? In fondo la sua pelliccia l’aveva nascosta bene e nessuna selkie può riunirsi al mare senza di essa. Ricordò quando aveva spiato la creatura marina, acquattato tra gli scogli, per poi tentare l’impossibile, prendere la sua pelliccia, che lei teneva accanto a sé senza che lei se ne accorgesse. Era stata un’impresa folle ma aveva funzionato alla perfezione. La selkie, spaventata e priva di protezione, era finita tra le sue braccia, preda facile da manipolare. Doveva solo ringraziare che era finita nelle sue mani e non tra quelle di qualche folle. Lui era stato un marito amorevole e comprensivo. All’improvviso un rumore lo fece sobbalzare. Cos’era? Lanciò uno sguardo alla moglie che però non si era svegliata. Meglio così. Rapido scese dal letto, afferrò la torcia che teneva accanto al comodino e la pistola che aveva nascosto in un cassetto, un fatto di pura sicurezza. Uscì dalla camera e si ritrovò nel corridoio buio. Decise di attendere prima di accendere la torcia, non voleva che qualcuno vedendo la luce lo attaccasse per primo, quindi proseguì al buio. Un altro rumore, identico a quello di prima, un colpo secco, sembrava provenire dal piano di sotto. Arthur sentiva il cuore esplodergli nel petto. Non si era mai trovato nella condizione di dover usare la pistola fuori dal poligono. Deglutì, sapeva quello che doveva fare, puntare l’arma e sparare, non era difficile, doveva solo accertarsi di colpire dritto al cuore, altrimenti avrebbe rischiato di ferire l’intruso che avrebbe potuto sparargli a sua volta. Doveva sparare per uccidere. Ispirò a fondo, contò fino a dieci, quindi iniziò la discesa delle scale. Nel frattempo il colpo si ripeté. C’era sicuramente qualcuno là sotto. L’uomo si fermò alla fine delle scale, restò un attimo in ascolto, raccolse tutto il suo coraggio, poi proseguì verso la cucina, certo che l’intruso si trovasse lì. Entrò nella stanza con un balzo solo per accorgersi che il rumore proveniva da una finestra che continuava a sbattere. Dopo il primo momento di disappunto si rese conto che si era rotta la maniglia e che quindi non si riusciva più a chiudere. Con una risatina di sollievo cercò qualcosa per bloccarla fino all’indomani, in modo tale che smettesse di far rumore e fu proprio allora che vide qualcosa fuori, una figura pallida e spettrale che pareva guardarlo. Rapido Arthur spostò il pesante tostapane e bloccò la finestra, quindi guardò nuovamente fuori. Il misterioso spettatore era sparito. C’era mai stato qualcuno là fuori? Oppure si era immaginato tutto? Non lo sapeva, ma l’unica cosa che desiderava in quel momento era di ritornare di sopra, nel suo letto, accanto alla sua Carmen.

La mattina seguente Arthur era di buon umore, certo che la figura fuori dalla finestra fosse stata solo il frutto della stanchezza e dello spavento. Salutò la moglie con un bacio e uscì per andare al lavoro.
-Non aspettarmi per pranzo, tesoro- le urlò prima di chiudere la porta.
-Certo- gridò di rimando Carmen.
Arthur salì in macchina e mise in moto. Notò subito che dal mezzo proveniva un rumore strano e che faticava ad avanzare. Premette il freno e scese, certo che ci fosse qualcosa che non andava. Fu allora che vide che le ruote erano state tutte e quattro lacerate con un taglio. Si sentì gelare il sangue nelle vene. Chi poteva essere il responsabile? Si pentì di aver fatto togliere le telecamere l’anno precedente, dopo che, a causa di un temporale, si erano rotte entrambe. Quello sembrava proprio un avvertimento e si ritrovò a pensare alla figura vista il giorno precedente fuori dalla finestra. Preso dal panico si guardò intorno, quasi temesse che l’intruso fosse ancora lì da qualche parte. Scrutò gli alberi e i cespugli senza alcun risultato, non c’era proprio nessuno lì.

La giornata passò lentamente. Arthur aveva chiesto in prestito la macchina a Karl, suo vicino, nonché compagno di golf il sabato pomeriggio.
-Ti hanno proprio sistemato bene- aveva commentato l’uomo –qualche nemico?-
-A quanto pare-
-Hai sempre la pistola, vero?-
-Sì- ma aveva evitato di raccontare dell’uomo fuori dalla finestra, in fondo quelli erano fatti suoi.
-Dovesse esserti utile un fucile non hai che da chiedere-
-Per ora cercherò di accontentarmi di quello che ho-
-Certo, ma è sempre bene sapere che non si è soli-
-Grazie di tutto-
-Nulla, bisogna difendere la propria famiglia a tutti i costi, non c’è nessuno che lo possa capire più di me-
Arthur pensava proprio a quel discorso mentre sistemava le carte del laboratorio. Lanciò un’occhiata terrorizzata quando sentì un rumore e si ritrovò a ridacchiare vedendo che si trattava solo di una delle cavie che era caduta. Era troppo agitato, doveva darsi una calmata altrimenti gli sarebbe venuto un infarto. Ispirò a fondo e cercò di concentrarsi sui dati che aveva davanti. Un esperimento che però era finito molto male, aveva perso ben tre animali senza ottenere niente di utile. Sospirò e lanciò uno sguardo all’orologio. Erano già le tre, perché Carmen non lo aveva ancora chiamato? Sapeva che la regola era sentirsi alle due in punto. Sbuffando infastidito, l’uomo prese il telefono e compose il numero di casa. La moglie non rispose e la linea si staccò. Imprecando tra i denti Arthur si alzò, agitato. Quello era il momento che aveva sempre temuto, quando Carmen non avesse più ubbidito ai suoi ordini. Ma forse era successo qualcosa. Sì, doveva essere questa la spiegazione, magari l’uomo era tornato … doveva fare qualcosa immediatamente. Afferrò nuovamente il telefono e, dopo aver frugato nella rubrica dell’agenda per alcuni secondi, compose il numero di Karl.
-Pronto?-
- Karl? Sono Arthur- disse, mangiandosi le parole.
-Ciao! Se è per la macchina la puoi tenere tutto il giorno, oggi Jane sta a casa con i bambini e io uso la sua-
-Grazie, ma non è per questo, ti ho chiamato perché Carmen non risponde al telefono, potresti vedere se va tutto bene?-
-Certo, resta in linea-
L’uomo aspettò con ansia, guardando la lancetta dei secondi dell’orologio che si spostava. Gli sfuggì un sospiro di sollievo quando riconobbe la voce della moglie.
- Arthur?- chiamò.
-Tesoro, cos’è successo?-
-Sono rimasta chiusa in camera da letto, la porta si è chiusa e deve essersi incastrata, Karl l’ha dovuta sfondare-
-Pensavo che ti fosse successo qualcosa-
-Mi dispiace averti fatto preoccupare-
-Non importa, basta che tu stia bene-
-Sì, anche se mi sono spaventata-
-Lo credo, faremo riparare la serratura e … - s’interruppe un attimo prima di aggiungere –sicura che non ci fosse nessuno in casa oltre a te?-
Ci fu un attimo di silenzio sorpreso. –No, caro, chi doveva esserci?-
-Nulla, solo curiosità- e tra sé rivedeva la figura dell’uomo immobile e spettrale fuori dalla finestra –oggi cercherò di tornare un po’ prima-
-Lo apprezzerei molto-
-Lo farò, non temere-

Quel giorno Arthur tornò a casa alle cinque. Carmen era seduta sul divano e lui poté subito notare che l’aveva rifatto: si era mangiata le unghie. Questo lo infastidì leggermente, detestava quel suo vizio, ma in fondo aveva vissuto una brutta giornata, normale che cercasse di sfogarsi in qualche modo. Sospirò, per quella sera andava bene così.
-Tesoro- esclamò la moglie, alzandosi e andandogli incontro.
Lui la trasse a sé e la baciò sui capelli che profumava di salsedine.
-Mi sono spaventata-
-Adesso però va tutto bene, ci sono io qui con te-
Si sedettero sul divano, l’uno accanto all’altra.
-Ora raccontami tutto-
-Sono andata in camera da letto per sistemare alcune cose e cambiare le lenzuola, a un certo punto la porta si è chiusa, non ci ho fatto particolarmente caso, pensavo semplicemente che si fosse chiusa per la corrente d’aria visto che c’era la finestra aperta, così ho finito di fare quello che stavo facendo e ho fatto per uscire, ma la porta era bloccata- scosse la testa.
-Cercherò di capire io stesso cos’è successo-
Lei annuì, pallidissima, quasi stesse per rendere l’anima da un momento all’altro. Arthur le accarezzò i capelli, poi la guancia, quindi la fece voltare e la baciò sulla bocca. Lei gli si strinse contro e lui ricordò la loro prima volta sulla spiaggia, la pioggerellina della primavera che li ricopriva, la luna che li illuminava. Era stato uno dei momenti più belli della sua vita, esattamente come quando aveva visto Carmen percorrere la navata della chiesa verso di lui, bellissima nel suo abito bianco, leggermente goffa sui tacchi alti, il velo che le ricopriva il volto e che lui stesso aveva sollevato. Il loro era amore e lui aveva intenzione di rendere la sua Carmen ancora più perfetta, cosicché lui non avesse mai potuto desiderare una donna che non fosse lei. Le tirò indietro i capelli.
-Non devi temere nulla-
-Lo so-
-Io ti proteggerò da tutto-
-Oh, Arthur – sospirò lei.
Restarono immobili sul divano, abbracciati, senza aggiungere nulla.

Quella sera Arthur decise che era meglio andare a cena fuori, un modo come un altro per distrarsi. Provò anche a chiedere a Karl se lui e la moglie avessero voluto mangiare qualcosa insieme a loro.
-Molto volentieri, è da un mese che prometto a Jane di portarla in quel nuovo ristorante che ha aperto ed ogni volta succede qualcosa che m’impedisce di farlo- scoppiò in una forte risata –quale occasione migliore di questa?-
Arthur gli fu immensamente grato, capendo che in realtà Karl accettava l’invito solo per ciò che era successo quel giorno.
-Prendiamo la mia macchina, ovviamente-
-Certo, se non si vuole spingere-
La serata andò molto bene. Arthur e Karl parlarono di lavoro e di golf, mentre le loro consorti, entrambe pallide e minute, quasi donne d’altri tempo, stupende a vedersi, si scambiavano tra di loro consigli sulla casa e sui libri da leggere sorridendo e annuendo amabilmente. Una normale cena, di quelle che si sarebbe dovuto fare un po’ più spesso.
-Non avevo mai mangiato delle aragoste così buone- commentò Karl, annuendo d’approvazione.
-Questo locale è delizioso- commentò Jane, con il suo accento inglese.
-Anche il vino è molto buono- disse Arthur.
-Io proporrei un brindisi- disse Karl, alzando il calice –alla nostra amicizia ed ad altre mille serate come questa-
Arthur si spinse in avanti per il brindisi e notò che Carmen aveva una strana espressione, come se fosse triste.
-A un futuro roseo- urlò Jane, le guancie rosee.
Carmen abbassò la testa. C’era decisamente qualcosa che non andava.

Tornarono a casa a mezzanotte passata. Karl era palesemente brillo e questo infastidì un po’ Arthur, quell’uomo gli ricordava suo padre, con il passo traballante e la voce stridula.
-Non mi piace quando la gente beve troppo- borbottò, assicurandosi che la porta di casa fosse ben chiusa.
-Hai ragione, è disdicevole- mormorò Carmen, con voce triste.
-Qualcosa non va, cara?-
-No, solo che è stata una lunga giornata-
-Lo capisco, ora andiamo a dormire e … - a quel punto notò qualcosa a terra. Acqua? Una pozza accanto alla poltrona, ma non pioveva più da settimane. Un secondo e comprese che c’era qualcuno in casa. – Carmen, esci e … - non terminò la frase perché fu colpito da qualcosa e spinto con violenza a terra.
-È lui?- chiese una voce.
-Sì, ma ti prego, non fargli del male- supplicò Carmen.
Arthur si toccò la fronte dolorata. Sanguinava. Si spinse di lato e vide chi l’aveva aggredito: una creatura antropomorfa con una folta pelliccia legata in vita. Comprese in quel momento che il passato era tornato.
- Dov’è la pelliccia di mia sorella?- chiese l’uomo con un tono che non ammetteva repliche.
Il fratello di Carmen. Gli sfuggì una risatina isterica al pensiero che finalmente conosceva il cognato. Quello per risposta gli ficcò un calcio alle coste.
- Dov’è?-
-In cassaforte- cedette lui e diede il codice.
L’uomo scomparve lasciando lì.
-Oh, Arthur – sussurrò Carmen, chinandosi al suo fianco –mi dispiace, ma io non appartengo a te, io sono del mare- gli accarezzò teneramente la guancia.
-Io ti amo-
-Anch’io- sussurrò lei –ti amo nonostante tutto- gli depose un bacio sulla bocca, il loro ultimo bacio.
-L’hai chiamato tu?-
-No, mio fratello mi cerca da quando mi hai preso la pelliccia-
-Sapevi che ero stato io?-
Lei annuì. –Certo, inizialmente ti odiavo, ma poi mi sono innamorata di te- sospirò.
-Ora che succederà?-
-Tornerò al mare, non c’è altra scelta, io appartengo ad esso-
E Arthur ricordò tristemente le leggende delle selkie che ritrovavano la loro pelliccia ed erano costrette a tornare al loro elemento.
-Eccola- esclamò l’intruso, tornando con la pelliccia di Carmen tra le braccia. Com’era bella e bianca. Lei si alzò e la prese tra le mani tremanti, come se si fosse ricongiunta a una persona cara persa per troppo tempo. L’uomo osservò la sua amata stringere a sé l’oggetto con una passione tale che in lei non aveva mai neppure intuito.
-E ora occupiamoci di te- disse il cognato, muovendosi verso Arthur, che chiuse gli occhi sconfitto.
-No- intervenne Carmen, che improvvisamente sembrava ringiovanita di dieci anni, con i capelli più folti e la pelle splendente –ci voglio pensare io-
-Come vuoi, sorella-
-Tu inizia a uscire e accertati che non ci sia nessuno là fuori a ostacolare la nostra partenza, non ci vorrà molto-
-Come desideri- e uscì.
Carmen aspettò alcuni secondi, quindi si avvicinò ad Arthur. –Devo andare- disse solo, non guardandolo in viso.
-Ti prego, resta- pianse Arthur.
-Non posso, il richiamo del mare è troppo forte, non posso resistere-
-Ti prego- allungò una mano verso di lei.
-Addio, amor mio- esitò un attimo prima di aggiungere –dovrai trovare un’altra a cui dare la scossa-
-Tu avevi capito?- chiese lui, sorpreso.
-Certo, non sono una stupida, anche nel mondo magico si conosce il comportamentismo e Watson – sospirò tristemente –questo però non mi ha impedito di amarti-
-Io verrò alla vecchia spiaggia-
Lei parve esitare un attimo, prima di parlare. –Potrei esserci-
-Allora io verrò, anche se ci fosse una vaghissima speranza-
-Vieni, forse ci sarò- ed uscì di lì, bella come la era soltanto alla luce pallida della luna.

Cinque anni più tardi

Arthur osservava il mare calmo alla luce della luna. Laddove un tempo aveva visto Carmen per la prima volta c’era solo il vuoto. Si era trasferito lì da quando la sua amata se n’era andata, nella folle speranza che lei mantenesse la promessa e di poterla così vedere almeno una volta ancora. Durante quel periodo aveva compreso che i sentimenti che provava per lei erano autentici. L’amava come non avrebbe mai potuto amare nessuna ed era disposto ad aspettare anche tutta la vita se fosse stato necessario. Chiuse gli occhi e ricordò l’ultimo regalo che la sua Carmen gli aveva fatto. Pochi mesi dopo la sua partenza, Arthur aveva ritrovato un cesto fuori dalla porta, dentro al quale c’era un bel bambino. Attaccato ad esso c’era un biglietto scritto con l’amata calligrafia.
Il frutto del nostro amore, ultimo mio pegno.
Tua C.
Aveva cresciuto il bimbo con tutto il suo amore, unica cosa che ancora lo teneva legato alla sua amata. Almeno non era più solo ad aspettarla. E in cuor suo era certo che Carmen sarebbe tornata almeno una volta per vedere il figlio. E lui avrebbe aspettato, ci fossero voluto cinquant’anni, lui avrebbe aspettato.

Note:
[1] Nel Novecento Watson pone le basi del comportamentismo, corrente psicologica, certo che l’unico dato oggettivamente esaminabile sia il comportamento e che questo si possa modificare attraverso una serie di premiazioni e punizioni.
Questo racconto partecipa al challenge Mal di challenge e parla dell’amore di Pigmalione
   
 
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