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Autore: Kira Kinohari    16/03/2017    1 recensioni
2212. Il mondo è diverso, evoluto, la quasi realizzazione della perfetta utopia, se non fosse per le nuove armi, le nuove droghe, i nuovi gruppi terroristici con le abituali manie di decimare la popolazione mondiale e di terrorizzare ogni singolo essere umano.
Astrid vive in questo mondo, nella periferia di una delle metropoli più popolate della federazione, dove l'alta tecnologia è un lusso dei facoltosi.
Astrid ha 25 anni e fin da quando ha memoria, tutto ciò che ha provato è un forte senso di estraneità, la non appartenenza a quel mondo, a quel tempo, a quelle persone. Si è sempre sentita sbagliata, ogni secondo, e la sua malattia non l'ha mai aiutata a sentirsi meno diversa, al contrario l'ha sempre resa più impopolare. Eppure, ci sono delle persone che la stanno cercando, persone che la stanno aspettando perché lei è il loro futuro.
Genere: Avventura, Fantasy, Science-fiction | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Ian diede il comando di arresto alla sua automobile quando fu davanti a casa Heart. Astrid era già fuori dalla porta, in attesa che lui arrivasse.
Portava una semplice camicia bianca abbinata ad un elegante paio di pantaloni kaki e si stringeva in un cappottino nero che le arrivava fino alle ginocchia.
Si avvicinò al mezzo con tranquillità e naturalezza, aprì la portiera e sedette al posto del passeggero, accanto al suo amico.
«Buongiorno.» disse, prima di sporgersi oltre il sedile per lasciare un delicato bacio sulla guancia del ragazzo.
«Buongiorno.» rispose lui ricambiando il gesto d'affetto. «Ti vedo tranquilla.» le disse, sorpreso.
«Mi sento tranquilla, in effetti.» rispose lei, solare.
Erano passati tre giorni da quando il suo dottore era stato arrestato dai federali per produzione di medicinali attraverso l'uso di sostanze severamente proibite. A partire dalla mattina dopo la ragazza aveva iniziato a prepararsi per il suo esame. Aveva studiato ininterrottamente notte e giorno, insieme a Ian che l'aveva interrogata e aiutata a comprendere i concetti più ardui, ma infine il giorno era arrivato. Il Sommo l'aveva convocata per sottoporla al test finale; storia, strategia militare, logica, capacita di sopravvivenza sarebbero stati solo alcuni dei campi in cui avrebbero provato la sua preparazione, ma si sentiva pronta.
Per tutto il tragitto che li separava dalla Comunità Astrid non era riuscita a smettere di parlare e Ian non aveva potuto far altro che esserne felice.
«Sai,» ammise la giovane donna «È la prima volta che non faccio un brutto sogno prima di un esame.»
«Tipo?» chiese lui, mentre rimaneva attento alla strada nonostante i sistemi automatici di controllo del traffico stradale.
«C'è un sogno che mi ha perseguitato per tutta la mia carriera universitaria la notte prima di ogni esame; mi sveglio e mi rendo conto che è molto tardi, quindi inizio a correre e quando arrivo scopro che il professore, non vedendomi, ha deciso di non permettermi di dare l'esame bocciandomi a prescindere.» spiegò lei.
Quando furono arrivati alla loro destinazione Ian si sorprese nel rendersi conto che Astrid non aveva intenzione di scendere immediatamente dalla macchina.
«Tutto bene?»
Astrid non sentì la sua domanda poiché era persa tra i pensieri che le affollavano la mente. Aveva atteso molto quel momento? No, in realtà conosceva da poco la verità sulla sua nascita, sulle sue origini e la sua famiglia, eppure provava una grande emozione nel suo cuore al sol vedere la alta palazzina che si confondeva tra le altre austere costruzioni bianche o dai toni pacati. L'unica particolarità che la contraddistingueva era la porta rossa, di un rosso acceso. Il colore che aveva riconosciuto anche nella stanza di Ian quando lo aveva videochiamato in quella notte, la notte in cui era corso a salvarla.
In quel luogo avrebbe trovato altre persone come lei, uomini e donne, Erranti che avevano sperimentato fastidi e malanni esattamente al suo stesso modo. Eppure, mentre lei ambiva a farsi spazio in quell'universo – buffa scelta di parole, pensò tra sé – loro cosa avrebbero provato? Sarebbero stati felici di aprire le loro porte ad una estranea che non sapeva neppure chi era davvero? Oppure sarebbero stati restii?
Ah, quella porta rossa quanto l'attraeva! Ma la respingeva con la stessa identica forza. Era un effetto che in fisica non era stato spiegato, ma forse avrebbe preso il nome di "Principio di Astrid", un giorno.
Ian la scosse quando, dopo alcuni minuti, la vide ancora immersa nei suoi viaggi e muta, così lei si riprese come una principessa stregata si risveglia grazie all'intervento del suo principe.
«Perdonami.» gli disse «Ho molte emozioni che si sfidano e si contrastano.»
«Cosa posso fare per te?»
«Starmi vicino e dirmi che andrà tutto bene.»
«Andrà tutto bene.» le sussurrò all'orecchio stringendole la mano.
«Andiamo.» rispose lei, risoluta.
Era confusa, con l'animo in subbuglio, ma non appena mise la mano sul pomello dell’infisso per entrare, seppe che era nata per quel momento e che non avrebbe avuto paura perché era tra la sua gente.
All'interno la palazzina aveva pareti bianche, anonime, quasi come se fosse stato una corsia d'ospedale, luoghi che lei conosceva molto bene. Le luci erano soffuse, quasi a non disturbare coloro che vi vivevano e questo le diede strane vibrazioni, la fece pensare ad un luogo tetro, un posto fatto di ombre più che di persone.
Ian la scortò fino all'ultima stanza lungo il corridoio, un locale occultato dall'ennesima porta rossa. Il giovane ragazzo bussò e chiese il permesso di entrare e una voce forte, nonostante il basso volume, rispose con un'espressione di assenso.
«Il Sommo è pronto a riceverti.» le disse, stringendole la mano.
«Devo entrare sola?»
«Sì, deve testarti.»
«Ebbene sia; augurami buona fortuna.»
«Non ne hai bisogno, amica mia. Sei pronta.»
Astrid gli sorrise e lo ringraziò per la sua gentilezza, senza parole, solo guardandolo con i suoi profondi, espressivi occhi. Fatto questo attraversò la porta rossa per entrare in una stanza buia e silenziosa. C’era una finestra da cui proveniva l’unico pallido bagliore dovuto alla luce del giorno, ma era riparata con pesanti tende, come a voler evitare il contatto con il mondo esterno.
Rimase ferma e in silenziò finché i sui occhi non si furono abituati al buio e poté riconoscere una sagoma maschile. Si inchinò lasciando che il suo ginocchio destro toccasse quasi il suolo e porgendo le mani congiunte in avanti, proprio come voleva la tradizione del suo popolo.
«Buongiorno, Sommo. Mi chiamo Astrid Heart e sono la donna che stavate cercando; l’ultima Errante sulla Terra.»
«Salve, Astrid. Benvenuta nella Comunità.» rispose il Sommo accendendo una candela.
«Grazie.»
«Sarai testata prima di essere presentata al resto degli Erranti. Vogliamo che tu sia pronta per ciò che ci aspetterà una volta superata l’atmosfera terrestre.»
«Sì, signore.»
«Ti senti pronta?» le chiese avvicinando il viso a quello di lei, come a sfidarla. Astrid poté percepire il calore emanare dalla cera incandescente, ma rimase calma.
«Sì, mi sento pronta.»
«Che il test abbia inizio, allora.» disse l’uomo soffiando sulla fiamma e lasciando nuovamente la stanza nel buio profondo.
Questa volta Astrid non ebbe tempo di abituarsi all’oscurità. Sentì una mano afferrarle bruscamente il bacino e poi un panno coprirle il volto e un odore incredibilmente intenso che la fece svenire.
*
La ragazza si risvegliò all’improvviso con il cuore che le batteva all’impazzata nel petto. C’era una strana luce soffusa intorno a lei e ombre. Chiuse gli occhi nel vano tentativo di calmarsi. Dov’era? Cosa le era successo? Queste ed altre simili domande le fluttuavano in testa mentre i sensi si riprendevano, facendosi più forti ad ogni secondo che passava.
«Capitano! Abbiamo un’emergenza!» urlò qualcuno al suo fianco.
Astrid fu costretta ad aprire gli occhi, nonostante la paura dell’ignoto le attanagliasse lo stomaco.
Si scoprì seduta su una comoda poltrona di pelle e davanti a lei poté vedere una grande scrivania nera, sterminata di puntini luminosi, interruttori e pulsanti, come un pannello di controllo.
«Capitano!» urlò ancora la stessa persona che ora le era talmente vicina che quasi le sembrava di respirare insieme. Era un ragazzo con una strana tuta scura, capelli corti e chiari proprio come i suoi, e occhi grevi.
Da quanto le sembrava di capire si rivolgeva a lei con quell’appellativo, ma lei non era un capitano, solo una venticinquenne disoccupata e strana fino alla sua più piccola e remota cellula. Eppure si trovava lì, in quella che sembrava una perfetta nave, o astronave.
«Qual è il problema?» si sorprese a chiedere con voce calma.
«Il motore sembra non funzionare correttamente e presto una pioggia di meteori ci colpirà.
«Non abbiamo alcun sistema di protezione?»
«Fuori uso, Capitano.» rispose l’altro.
Astrid si alzò cercando di prendere il controllo della situazione. Dietro alla sua postazione ve ne erano quattro più piccole e altri tre membri dell’equipaggio che la guardavano in attesa di ordini. Si aspettavano che lei sapesse muoversi in quella situazione, volevano che fosse lei a risolvere il problema.
«Quante vite sono a rischio, Cadetto?» chiese all’uomo che le aveva rivolto per primo la parola
«Tutto la nostra Comunità.»
«Ebbene, indicami il pannello di controllo della zona motore.»
«Sì, Signora.» rispose lui, prima di accompagnarla presso la postazione che interessava loro.
Sulla base scura risaltava una quantità allarmante di luci bianche lampeggianti ad indicare il malfunzionamento della zona motore.
«Chi è il tecnico responsabile della sala macchine?»
«Io, Capitano!» urlò una donna che si fece velocemente al suo fianco.
«Bene, dobbiamo andare lì e occuparci del problema al più presto.» le comandò. «Faccia strada, Cadetto.»
I tre membri dell’equipaggio si avviarono insieme lungo un corridoio asettico oltrepassando portelloni di sicurezza che dividevano il mezzo in diverse sezioni a seconda delle funzioni che ricoprivano.
La zona motori, scoprì Astrid, si trovava al fondo, protetta da più portelloni che riparavano il resto della navetta dal calore prodotto dal reattore nucleare che forniva l’energia necessaria al movimento. Era un grande magazzino affollato di macchinari che emettevano rumori spaventosi.
«Come procediamo, Capitano?» chiese il suo diretto subordinato.
«Seguiamo gli ordini della Signora, lei è regina di questo regno e saprà come risolvere il problema.» disse Astrid. Lei non sapeva molto di motori, quindi non avrebbe avuto alcun senso fingere di poter controllare la situazione quando non aveva la più pallida idea da che punto iniziare.
Il tecnico fece un segno di assenso, scese la scala che portava direttamente alle macchine e iniziò a controllarle una per una finché non trovò il problema. I due altri membri seguirono le sue istruzioni e passando attrezzi o eseguendo procedure più o meno rischiose si resero utili cosicché presto il problema del motore fu risolto e poterono ritornare al punto di comando.
Non appena ebbero sorpassato il portellone d’ingresso alla sala comando si ritrovarono con due membri dell’equipaggio che parlavano uno sull’altro per avvertirli di un ulteriore problema. Non era facile capire con quel disordine di voci e parole, così Astrid cercò di riportare l’ordine in cabina e li fece parlare a turno.
«Capitano anche se il motore è riparato rimane il problema del meccanismo di protezione.»
«Con il motore riparato non possiamo evitare la pioggia di meteore?»
«Improbabile, non abbiamo molto spazio di manovra e la velocità massima non basterebbe.»
«Bene, iniziate comunque a muovere la nave verso una rotta sicura alla massima velocità, mentre io e il responsabile del sistema di protezione ci occuperemo di risolvere il problema.»
«Sono io il responsabile.» disse il ragazzo più basso tra i due che erano rimasti in cabina.
«Bene, guidami.»
Insieme, si avviarono nuovamente verso i corridoi che collegavano le varie cabine della navetta finché non arrivarono ad una grande porta di metallo. Il tecnico inserì un codice e quella si aprì per rivelare una stanzina stretta e buia. Le luci si accesero non appena fecero il primo passo all’interno, dopodiché la porta si richiuse lasciandoli soli in quello spazio ristretto.
Le tre mura erano ricoperte di contatori, per l’elettricità, per il flusso dell’acqua, per il flusso di ossigeno, per la manutenzione della forza di gravità, per la temperatura e tra quelle anche, ovviamente, per il sistema di protezione della navetta.
«Non capisco.» disse il giovane, controllando il pannello.
«Cosa succede?»
«Secondo il pannello di controllo tutto funziona correttamente.»
«Che cosa vuol dire?»
«Non lo so, Capitano. Dovremmo controllare i punti di connessione del meccanismo di protezione. Sono venti, sparsi per tutta la nave a qualche metro di distanza l’uno dall’altro.»
«Sarà meglio che ci facciamo aiutare da altri due colleghi, allora.» e detto questo il Astrid chiamò la sala comando e fece arrivare gli altri due uomini del suo staff.
Il più giovane e meno alto diede a tutti istruzioni su come comportarsi, poi indicò i luoghi in cui avrebbero trovato i punti di connessione del sistema anti-collisione, infine si divisero.
Astrid controllò i cinque dispositivi che le erano stati assegnati, ma nessuno di quelli presentava malfunzionamenti, lo stesso risultato ebbero gli sforzi del tecnico e di uno dei due cadetti che li stava aiutando. Si incontrarono in un punto che si trovava all’incirca a metà della navetta dove l’ultimo membro del gruppo stava effettuando l’analisi sul terzo punto di connessione.
«Credo di aver trovato il problema.» disse quando li vide arrivare.
«Lascia che io guardi.» sussurrò l’esperto del sistema prendendo il suo posto. Con una specie di cacciavite iniziò a smontare alcuni pezzi del dispositivo finché non trovò il problema e la sua faccia si fece pallida.
«Di cosa si tratta?» chiese il Capitano notando il cambiamento.
Il giovane richiuse il più in fretta possibile il pannello, e solo quando fu sicuro di aver sigillato tutto, rispose.
«Di un problema peggiore di quello che pensavamo. C’è un foro nella parete esterna della navetta da cui fuoriesce un flusso di aria che mette fuori uso il sensore.»
«Come lo possiamo risolvere?»
«Bisognerebbe chiudere il buco, ma non posso farlo dall’interno.»
«Non puoi uscire lì fuori?»
«In realtà sì, Capitano. Abbiamo delle tute che ci permettono di uscire dalla nave pur rimanendo legati con un cavo robusto, ma solo per pochi secondi.»
«Quante sono le tute?»
«Tre.»
«Ebbene, faremo a turno per chiudere quel foro, cadetti.»
«Sì, Signora.»
Le tute furono portate e i tre prescelti le indossarono. Tra questi vi era Astrid che aveva insistito per aiutare nella missione. Uscì prima il tecnico a cui non fu possibile terminare la chiusura del foro, poi il portavoce – come aveva deciso di chiamarlo la donna – ma, neppure lui fu in grado di finire il lavoro a causa della scarsa autonomia delle tute. Infine, fu il turno del Capitano, ma quando fu sul punto di uscire un’allarmante luce rossa si accese e una sirena risuonò nelle sue orecchie.
Dal suo orologio apparve l’ologramma del suo secondo in comando che la avvertiva di una pericolosa prima ondata di meteoriti.
«Sono piccole, ma comunque incredibilmente dannose. Non può uscire.»
«Ma la pasta collante deve essere inserita subito o tutto il lavoro sarà perso!»
«Capitano, se esce ora rischia di perdersi nello spazio.»
Astrid rimase in silenzio a pensare. Da un lato c’era in gioco la sua vita; una venticinquenne che non aveva nemmeno assaggiato le prime soddisfazioni che quell’esistenza poteva darle, ma dall’altro c’era la vita di tutta la navicella. Che senso avrebbe avuto salvarsi ora per dover rimetterci la pelle qualche attimo dopo? Perché era quello il loro destino se non avessero posto termine al problema.
«Lei è al comando da questo momento in poi. Se mi dovesse accadere qualcosa porti la nave a destinazione con tutti i passeggeri salvi.»
«Ma Capitano…»
«Mi auguri buona fortuna.» lo interruppe lei.
Ci fu una pausa.
«Buona fortuna, Capitano.»
Astrid sorrise, poi si preparò ad uscire, ma improvvisamente perse i sensi e tutto si fece buio.
*
«Soldati! Svegli, siamo sotto attacco!» urlò qualcuno accanto a lei.
Si sentiva il corpo fatto di pietra, come se non volesse rispondere ai suoi comandi, come se fosse troppo stanco. Si costrinse, comunque ad aprire gli occhi.
Aveva fatto uno stranissimo sogno su di una navicella spaziale piena di problemi e ora le sembrava di essere in un nuovo incubo.
Era sdraiata su una brandina con una leggera coperta di tessuto grezzo addosso. Cercò di alzarsi, ma le vertigini la fecero rimanere seduta.
«Soldati!» urlarono ancora una volta.
Astrid concentrò tutta la sua energia e incanalò la sua buona volontà affinché il suo corpo potesse rispondere agli ordini del suo cervello, così riuscì ad alzarsi e ad uscire dalla sua stanza. Seguì gli altri soldati che, vestiti come lei, si avviavano verso una destinazione sconosciuta; Astrid scoprì pochi secondi dopo che la sua meta era una riunione presso la stanza del Comandante.
Erano una ventina in tutto, più tre ufficiali con varie stelle appuntante sull’anonima divisa color ocra.
«Bene, ci siamo tutti.» disse il Comandante in capo «Siamo sotto attacco, presto dovremo affrontare il nemico. Hanno trovato la nostra posizione, non sappiamo come. Ci potrebbe essere un talpa all’interno.»
Tra i soldati iniziò a levarsi un vocio disordinato che presto gli altri ufficiali misero a tacere con un paio di urla.
«Il nostro obbiettivo è trovare la talpa, e cercare una soluzione per difenderci dall’imminente scontro. Siamo in difficoltà contando che non abbiamo una via d’uscita alternativa. Il nostro unico modo per sopravvivere è sconfiggerli.»
«L’esercito nemico ci supera di molto in numero, quindi abbiamo bisogno di metodi alternativi per riuscire a pareggiare la situazione.»
Dopo il discorso tutti i soldati furono mandati a prepararsi per lo scontro, mentre gli ufficiali li chiamavano uno per uno per cercare di individuare quale fosse l’uomo che li aveva traditi.
Astrid tornò nella sua stanza per cercare informazioni su quale fosse il suo ruolo in tutto ciò che stava accadendo; era letteralmente terrorizzata questa volta perché non aveva mai dovuto affrontare neppure una lite in pubblico, figurarsi una battaglia, ma se quello era il suo dovere per passare il test lei lo avrebbe compiuto. Ormai le era chiaro che la stavano ponendo davanti a prove pratiche e che tutto era stato organizzato, anche se non comprendeva il bisogno di un approccio tanto diretto e drastico.
La stanza era al buio, ma poteva sentire rumori venire dalla zona opposta della camera, dove si trovava il letto del soldato con cui condivideva il dormitorio. Accese la luce e scoprì che la donna stava frugando nel suo cassetto come se cercasse una via d’uscita da quella situazione; d’altronde non era facile affrontare quel genere di pressione, sapere che, nonostante tutto, la probabilità che nessuno uscisse vivo da quel posto era tanto alta da essere tangibile, da poterla respirare.
Il suo primo istinto fu quello di consolare la donna, ma si impose di evitarlo per seguire gli ordini che le erano stati imposti. Avrebbe controllato nel suo armadio alla ricerca di indizi e di armi e poi avrebbe nuovamente raggiunto la sala del comandante in cui stavano tenendo luogo gli interrogatori.
Nel cassetto del suo comodino trovò uno smartwatch e un libretto di regole militari, mentre nel suo armadio erano stipati un giubbotto antiproiettile e un paio di armi da fuoco che prese e inserì nelle fondine che si trovavano nella cintura dei suoi pantaloni. Fatto questo uscì dalla stanza lasciando la sua compagna ai suoi sfoghi da stress.
Si riunì con gli altri soldati in attesa del suo colloquio e rimase in silenzio, muovendo piccoli passi nella lunga coda che avanzava lentamente. I testati venivano rispediti nella sala operativa dove il capitano e uno dei suoi ufficiali stavano elaborando un piano di difesa per resistere all’attacco nemico.
I tempi di attesa erano decisamente lunghi e Astrid iniziò a preoccuparsi per i metodi che avrebbero usato per carpire la verità. In un’ora solo quattro persone erano state interrogate e la donna pensava che quella rapidità fosse dovuta solamente al poco tempo a disposizione prima dell’arrivo dei loro avversari.
Per distrarre la mente da pensieri funesti si mise a contare ed osservare gli altri suoi pari e improvvisamente si chiese se la sua compagna di stanza si fosse ripresa dal suo attacco di panico. Osservò dietro di lei, essendo una delle ultime arrivate in fila sicuramente sarebbe stata tra gli ultimi, ma non la vide.
Che cosa poteva esserle successo?
Forse era semplicemente rimasta in stanza a rilassarsi qualche minuto per non presentarsi davanti agli altri con l’umore sottosopra. Non era facile essere un soldato donna già di per sé, figurarsi poi se si mostravano cedimenti emozionali.
Preoccupata, decise di tornare indietro per controllare che stesse bene, ma quando arrivò alla sua stanza non trovò nessuno, il piccolo spazio con le due brandine e due armadi era completamente vuoto. Decise di controllare in bagno, ma anche lì non trovò nessuno e un presentimento iniziò ad arrampicarsi lungo la sua spina dorsale.
Incuriosita e sospettosa si avviò verso il corridoio che conduceva verso la parte più interna dell’edificio, muovendosi quanto più silenziosamente i suoi piedi le permettevano. Svoltò più volte e ci fu un attimo in cui si chiese se sarebbe mai riuscita a tornare alla sala o se fossero già sulle sue tracce, pensando che fosse proprio lei la talpa. Cercò di cacciare quei pensieri negativi dalla sua testa e, con sua sorpresa, riuscì velocemente a concentrarsi sulla sua missione; perché come aveva detto il Comandante il loro obbiettivo principale era quello di trovare la spia, altrimenti elaborare un piano sarebbe stato inutile, i nemici sarebbero stati preparati.
Per fortuna i suoi sensi tornarono all’erta perché proprio qualche attimo dopo iniziò a sentire una serie di sussurri; il volume si faceva sempre più alto a mano a mano che procedeva verso il corridoio sud-ovest, segno che stava seguendo la giusta direzione.
«Hanno scoperto che avete ricevuto informazioni! La mia vita è a rischio ora!» sentì dire con maggior enfasi. Era la prima frase che riusciva a comprendere.
Rimase nascosta dal corridoio, senza svoltare, approfittando delle mura che le separavano rendendola invisibile, ma permettendole di sentire tutto. Con mano veloce iniziò a premere tasti sul suo orologio digitale.
«Vedi di non farti scoprire e portaci nuove informazioni sul vostro piano difesa.»
«No, sono via da troppo tempo. Ormai sapranno che sono stata io!»
«Usa una scusa. Dì che l’attacco del nemico ti terrorizzava talmente tanto da farti cercare di scappare. Trova una giustificazione; quanto prima riusciamo a vincere sul vostro esercito, tanto prima riuscirò a salvarti!»
«D’accordo.» rispose rassegnata la soldatessa.
Quando la chiamata fu terminata Astrid decise di tornare indietro prima che lei potesse scoprirla, ma non fu abbastanza rapida. Mentre camminava si sentì toccare una spalla e puntare l’arma esattamente a livello del cuore.
«Mi stavi spiando?»
«No, sono venuta a cercarti perché eri l’unica assente.» rispose la giovane, cercando di evitare movimenti bruschi.
«Mi hai sentita, quindi?»
«Sì.» ammise. Non c’era altro da fare.
«Se non vuoi morire dovrai stare zitta.»
«Sono pronta a non dire nulla agli altri, ma tu devi farmi uscire indenne come ne uscirai tu.» propose Astrid.
«Sei furba, ragazza.» le disse l’altra donna, squadrandola da capo a piedi. «Dirai che mi sei venuta a cercare perché mi hai vista turbata, ci rimetteremo al nostro posto in fila per l’interrogatorio, perché non possiamo evitarlo, ma nessuna di noi fiaterà se vuole sopravvivere, giusto?»
«Sì.»
Tornarono indietro insieme e fecero quanto programmato, accodandosi in fila in attesa del loro turno. Con stupore, Astrid si rese conto che nessuno si era accorto della loro assenza e che la coda era avanzata di poco. A controllare i soldati non era rimasto nessuno perché anche il secondo ufficiale si era dedicato agli interrogatori per terminare quanto prima quell’operazione.
Le due donne attesero, pazienti, poi quando fu quasi il loro turno la compagna di stanza le fece un gesto minaccioso, come a ricordarle che la sua vita era a rischio e che la sua salvezza dipendeva solo dal suo silenzio.
«Avanti.» urlarono i due ufficiali all’unisono ed entrambe entrarono.
Le stanze erano piccole e scure, quasi soffocanti. C’era un vecchio tavolo al centro, sotto l’unica lampada, e due sedie, una occupata dal suo superiore, l’altra libera per lei. Non c’erano, per fortuna, segni di sangue né sul pavimento, né sulle pareti, nonostante le paure di Astrid.
«Si sieda.»
«Sissignore.» disse, prendendo posto davanti a lui.
I loro occhi si incontrarono.
«Come ti chiami, soldato?»
«Astrid, Signore.»
«Astrid, molto bene. Che cosa sai dei nostri nemici?»
«Sinceramente, non molto Signore, ma ho delle informazioni sulla talpa.»
Lo sguardo dell’uomo si fece confuso.
«Cosa intende?»
«Io so chi è la talpa.»
«Come?»
«L’ho sentita parlare con la fazione nemica. Ero andata a cercare la mia compagna di stanza perché ero preoccupata al non vederla arrivare, ma l’ho trovata a comunicare con gli altri.»
«Perché non sei venuta subito qui a dirlo?»
«Perché mi ha scoperta e mi ha minacciata. Dovevo tutelarmi.»
«E di questo hai prove?» domandò, diffidente.
Astrid sorrise e mostrò il suo smartwatch.
Qualche minuto dopo l’ufficiale busso alla stanza accanto, dove il suo collega e pari stava interrogando l’altra donna. Lo prese da parte e gli comunicò qualcosa, poi ritornò al suo posto.
«Pare che abbiamo trovato la talpa.» disse il superiore.
«E chi è?»
«La tua compagna di stanza, ha ammesso tutto. È crollata dopo pochi minuti, devo dire; il senso di colpa deve averla distrutta. Quindi, direi che possiamo andare in sala operativa.»
Con calma uscirono dalla stanza e raggiunsero il resto della loro truppa. Tutti erano impegnati a osservare il loro Comandante che attendeva l’arrivo degli ultimi suoi uomini per comunicare loro il piano.
«Bene, ora che ci siamo tutti, ecco quale sarà la nostra strategia; lasceremo che il nemico riesca ad entrare nel forte, dopodiché lo attireremo verso l’ala Sud che crederanno vuota, mentre ad aspettarci ci saranno i nostri uomini. Non sono sicuro che riusciremo a batterli, ma certamente li prenderemo di sorpresa e faremo pagare cara la nostra pelle!» urlò.
Tutti applaudirono e poi si misero a lavoro seguendo gli ordini del capitano. Tutti tranne la donna, che offrendosi volontaria per andare a recuperare alcune attrezzature dal piano sotterraneo sfruttò l’occasione per chiamare il suo contatto esterno.
«So qual è il piano!» sussurrò per non farsi sentire «Vi aspetteranno nell’ala Sud facendovi credere che sia desolata, poi vi attaccheranno di sorpresa!»
«Molto bene, basterà fare esattamente l’opposto. Trova un luogo dove nasconderti e ti verrò a prendere.» le disse l’uomo con cui stava parlando.
«Ti aspetterò.» rispose lei, prima di chiudere la chiamata.
Con un sospirò si rialzò e si diresse al piano inferiore, vicino a dove venivano tenuti i prigionieri, lì trovo Astrid, con i polsi legati dentro una cella.
«Sei stata sciocca, ragazza, ma mi hai protetta e per questo quando i nostri nemici vinceranno e mi verranno a prendere, se sarai ancora viva ti libererò.» le disse, senza preoccuparsi di essere udita.
Astrid fece un sorriso, aveva avuto ragione d’altronde.
«Prendetela.» urlò la voce del Comandante «Legatele i polsi e chiudetela in una cella e fate attenzione a toglierle ogni tipo di dispositivo da dosso.»
La donna provò a ribellarsi, pestando i piedi come una bambina e facendosi strada a morsi, ma fu tutto inutile.
«Ottimo lavoro, soldato!» disse il suo primo in comando «Hai avuto un’ottima idea e per questo, forse ci salveremo.»
«Posso esse liberata, ora?» chiese Astrid, soddisfatta di aver dato una mano alla sua squadra.
«Vorrei poterti dire di sì.» rispose lui, poi si avvicinò, posizionandosi dietro di lei e tutto diventò confuso ed appannato, tutto ad eccezione di un forte pizzicore al collo.
*
A risvegliarla – un periodo di tempo indefinito dopo – fu il vento, non solo nel suo inconfondibile suono, come un fischio persistente che ti sussurra segreti altrui, ma anche nella sua forza a volte brutale. Si sentì sospingere dall’aria e aprì gli occhi in preda al terrore quando si rese conto che intorno a lei non c’era nulla, solo pietra grigia. Si sentiva come se stesse guardando l’oceano, con la stessa immensa distesa a perdita d’occhio, ben oltre l’orizzonte, ma nessuna nave in vista e quindi nessuna persona. Solo quando queste valutazioni furono finite si accorse di indossare una tuta piuttosto spessa e un casco a cui era sicuramente collegata una fonte di ossigeno. Il suo intuito le disse che si trovava persa nello spazio, in un punto in cui non avrebbe potuto respirare senza l’ausilio di uno strumento tale a quello che la stava coprendo, ma cosa sarebbe successo una volta terminato l’ossigeno? Se lei era l’unica in quel luogo nessuno avrebbe potuto salvarla.
Tentando di riprendere il controllo del suo corpo e soprattutto del suo spirito impaurito ed abbattuto, si costrinse ad alzarsi e a passeggiare intorno, in cerca di un punto di riferimento o di un luogo sicuro in cui potersi riparare e riordinare i pensieri. Camminò a lungo, senza orientamento, senza meta, tanto a lungo da dimenticarsi ciò che stava cercando o perché fosse lì, disorientata anche dal cielo costantemente scuro – era cielo quello? Era corretto definirlo così? – finché non riconobbe una luce, una sfera di luce celeste e fu come se dentro di lei rinascesse qualcosa: la speranza. Lei era Astrid Heart un’Errante, una donna forte e fragile allo stesso tempo, una guerriera – questo per lo meno era ciò che desiderava essere – e stava affrontando la sua prova.
Si guardò nuovamente intorno con un nuovo scopo, con nuovi occhi. Il risultato fu sempre lo stesso alla vista, una lunga, infinita, distesa di grigio interrotta solo dai molti avvallamenti e crateri che si diffondevano lungo la superficie, ma il suo cervello percepì le informazioni diversamente e in un baleno le fu tutto chiaro; la sua prova era la sopravvivenza.
Non le era chiaro, invece, quale fosse la sua posizione. Si trovava su un pianeta abbandonato? O forse su una zona di un pianeta che in quel momento non presentava alcuna forma di vita? In entrambi i casi le sue possibilità di riuscire a sopravvivere in quel luogo erano terribilmente basse.
Innanzitutto doveva trovare una fonte di acqua per abbeverarsi; nonostante come Errante avesse un sistema vitale differente da quello umano – più resistente ad atmosfere diverse e a situazioni di forte pressione – aveva comunque bisogno di un grande apporto di acqua. Successivamente avrebbe dovuto cercare un riparo o materiali con cui crearlo. E infine, un modo per comunicare la sua posizione a qualcuno e tentare di essere salvata.
Riprese a camminare con vigore, cercando di utilizzare la luce della stella azzurra come punto di riferimento per orientarsi, ma presto sentì la sua tuta bagnarsi del sudore, la sua temperatura corporea aumentare a dismisura e un forte senso di nausea. In un primo momento ella provò a combattere contro questo disagio, certo rallentando il passo, ma mantenendosi sicura finché non fu troppo anche per lei e il suo sconforto ebbe la meglio costringendola a fermarsi del tutto.
Mentre stava ferma, boccheggiante in quel luogo sconosciuto e disperso, iniziò a soffiare un forte vento da occidente, le raffiche erano tanto intese da sospingerla verso oriente; non avendo la forza per contrastare quella pressione si lasciò trasportare dalla corrente che ebbe la gentilezza di indirizzarla verso una conca non troppo profonda, ma abbastanza da esser considerata una prima protezione. Lì seduta, osservando lo spessore del cielo nero che sovrastava ogni cosa, cercò di riprendere fiato e controllo sul suo corpo. Nuove raffiche, però, ripresero più violentemente a soffiare nel posto in cui si trovava, così da costringerla a trovare un nuovo riparo; anche questa volta fu fortunata, poiché riuscì ad intravvedere all’interno della conca una specie di tunnel in cui si rifugiò in fretta.
Grazie all’assenza di una rilevante fonte di luce anche all’esterno i suoi occhi sembravano già abituati alla penombra, per questo la sua vista riuscì in poco tempo ad abituarsi all’oscurità della galleria; senza nulla da perdere decise di continuare lungo quel cammino finché non si ritrovò in uno spazio più ampio, una caverna probabilmente. Lì si mise a riposare poiché sentiva una forte stanchezza indolenzirle il corpo. Dormì finché il suo corpo lo richiese, senza tenere conto del tempo che passava, dopodiché, al suo risvegliò uscì, seguendo il percorso che aveva preso la sera prima, da quel riparo per ritrovarsi nuovamente in mezzo alla pietra grigia e alla penombra dell’universo.
C’era, nonostante tutto, una novità; al centro dell’ampio cratere si potevano veder alcuni oggetti colorati verso cui la donna corse. Sembravano due contenitori, in uno si trovava un liquido mentre l’altro, di dimensioni più imponenti, sembrava essere pieno di strumenti. Il vento doveva averli portati verso di lei durante la notte – o il giorno – non era sicura di come funzionasse la giornata in quel luogo.
Trovò una funzione nella sua tuta per riuscire a bere quell’acqua senza dover togliere il suo casco protettivo, dopodiché si accorse che aveva a disposizione anche una ricarica di ossigeno che sistemò nella sua tuta per essere sicura di essere salva per le ore a venire. Infine, piantò una lunga bandiera colorata accanto all’entrata della grotta. Il suo obbiettivo era trovare altre forme di vita, ma in caso contrario avrebbe potuto riconoscere un posto sicuro in cui sopravvivere.
Quando ebbe finito questa lunga lista di operazioni, Astrid riprese a camminare con l’intento di incontrare un insediamento di altri esseri viventi che fossero in grado di darle informazioni sul luogo in cui si trovava e su come sopravvivere in quel posto. Eppure tutti i suoi tentativi furono vani sicché dopo aver perso le speranze tornò alla sua grotta che fu ritrovata solo dopo diversi tentativi e non poca preoccupazione. Lì iniziò a cercare di organizzare la sua vita trovando prima di tutto un corso di acqua sotterraneo e dopo tutta una serie di muschi commestibili o meglio assumibili sotto forma di liquidi estratti attraverso l’uso di uno degli strumenti che aveva trovato nel contenitore. Continuò così finché, troppo stanca, si addormentò e allo svegliarsi non era più su quel pianeta ma in un letto comodo seppur anonimo per le lenzuola bianche.
Accanto a lei c’era un viso familiare che le fece venire le lacrime agli occhi non appena lo riconobbe.
«Adesso è tutto finito, Astrid. Adesso sei a casa.» disse il giovane prima di stringerla forte a sé e lasciare che lei gli bagnasse la maglia con le lacrime.

  
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