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Autore: Sara Saliman    16/03/2017    1 recensioni
La cagna annusa l’aria con diffidenza, soffocando il ringhio che le affiora in gola (...).
Un fruscio scivola nell’oscurità fino a lei: un suono greve e composto che conserva intatta una nota abrasiva.
La cagna si rende conto con un istante di ritardo che il giovane dio le ha parlato, tanto la sua voce sembra parte della Notte stellata.
-Bentrovata, divina Ecate. Ti aspettavo.-
[Ade, Ecate]
Genere: Fantasy, Introspettivo, Song-fic | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: AU, Missing Moments | Avvertimenti: nessuno
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Ormai considero inevitabile il fatto che prima o poi partorirò una long su Ade. Fino ad allora gli renderò giustizia come posso.
Questa storia è dedicata a Petitecherie, per così tanti motivi che non riesco nemmeno a sceglierne uno da scrivere qui.

§§§§


-Prenderò il Sottosuolo.-
Le parole si posarono sulle ombre della stanza come finissimi cristalli di brina. Le fiamme delle candele oscillarono fioche, riflessi arancioni sospirarono sui muri di pietra. Ade si abbandonò contro lo schienale e l’oscurità si protese sul suo viso con dita sottili, scavando linee scure sotto l’arco dei suoi zigomi, polle buie sotto le sue sopracciglia, formando due pozzi di tenebra in fondo ai quali scintillava il bagliore violetto dei suoi occhi.

Il brusio nella sala crollò in un silenzio irreale.
Era arricciò il labbro superiore in una smorfia, mostrando i denti. Il suo sguardo saettò dagli occhi alle labbra di Ade, poi di nuovo ai suoi occhi, cercando un inganno che non riusciva a vedere.
Demetra sollevò le sopracciglia bionde e incrociò le braccia sotto il seno generoso. Arricciò gli angoli della bocca in un sorriso educato, come in risposta a uno scherzo di dubbio gusto.

Poseidone e Zeus rimasero immobili per lo sconcerto, statue scavate in rilievo sulla spalliera dei loro scranni.
Estia, la maggiore di tutti loro, sgranò gli occhi per lo sgomento: le sue pupille si dilatarono fin quasi a ingoiare il verde delle iridi.
-Fratello, sei proprio sicuro?-

Ade avrebbe voluto prendere quel viso fra le mani, sentire la pelle di quelle guance bruciare contro i palmi e il rosso di quei capelli scorrere in rivoli di fuoco tra le dita. Avrebbe voluto attirare a sé quel volto amato e baciarne una per una tutte le efelidi, contarle come i bambini mortali contavano le stelle.
Invece si girò silenzioso verso la finestra, sfuggendo al suo sguardo.
It’s like the room just cleared of smoke
I didn’t even want the heart you broke
It’s yours to keep
You just might need one

Oltre le vetrate in ferro battuto il mantello di Notte oscurava il cielo.
Il volto luminoso di Selene diluiva il buio, il suo chiarore latteo e freddo si sfarinava tra stracci di nubi, rischiarando di riflessi spettrali la sommità dei bastioni.
Fuori dalla cittadella un lugubre ululare di cani si levava verso le stelle, portato dal vento. Entità senza dimora si accalcavano nel buio ai piedi delle mura. Per quanto aguzzasse la vista Ade non riusciva a distinguerle, eppure ne percepiva la presenza e talvolta gli sembrava di cogliere il frullo delle loro ali, talmente scure da confondersi con la tenebra circostante.
In contrasto con l’oscurità fittissima, i fuochi dell’accampamento nemico scintillavano sulle pendici dell’Otri, così nitidi da sembrare vicinissimi.
Da qualche parte, tra quelle tende e quei fuochi, Crono preparava l’ultimo attacco.
Ade chiuse gli occhi e per un istante gli parve di essere ancora nel ventre del padre, tra le pareti vischiose che si incollavano addosso e il fetore degli acidi che gli ustionavano gli occhi. Immerso tra i singhiozzi di Era e Demetra e le urla di rabbia di Poseidone, che scalciava e tirava pugni contro la parete colpendo nello spazio angusto tutti loro.
Ma c’era stato anche altro, in quel buio. Un paio di braccia sottili gli avevano cinto le spalle, labbra invisibili gli si erano accostate alla fronte.
Ade, vieni qui. Mani gentili gli avevano tastato la faccia fino a trovare gli occhi. Glieli avevano asciugati come meglio potevano, dandogli un po’ di sollievo. Tutto questo finirà, ne sono sicura.
Incapace di pronunciare parole di speranza, Ade aveva teso le braccia e aveva attirato il viso di Estia contro il proprio petto, per proteggerla.
I finally found my real name
I won’t be me
When you see me again
No I won’t be my father’s son

Ade riaprì gli occhi e riportò lo sguardo nella stanza: vide i volti dei suoi fratelli e delle sue sorelle rischiarati da candele sempre più consumate; vide ombre che si protendevano dagli angoli, sempre più impazienti e fameliche.
Zeus era il più giovane e li aveva salvati tutti: ora lo fissava come aveva fissato Crono un istante prima di sollevare il braccio e affondargli un pugnale nel ventre. Come Era, ipotizzava un inganno che non riusciva a vedere, o forse cercava sul volto di Ade i primi segni della follia che aveva consumato il loro padre.
Ade si abbandonò contro la spalliera dello scranno e cercò sotto al tavolo la mano di Estia. La dea la strinse subito, negli occhi verdi una domanda che bruciava e bruciava senza consumarsi.

Perché?
La risposta avrebbe ingoiato tutto: le parole di speranza sussurrate nel buio, gli abbracci di conforto, la familiarità che gli avrebbe consentito di riconoscerla tra mille solo dal calore del suo tocco.
Ade scostò rumorosamente lo scranno dal tavolo, levandosi in piedi.
-Prendetevi tempo per riflettere sulla mia proposta: domani ne discuteremo.-

Invisibile
(Ade = Invisibile, Nascosto)


Il giovane dio è seduto a gambe incrociate al centro del crocicchio, nel punto in cui due strade convergono per poi separarsi di nuovo. Ha il capo chino in avanti e i capelli ondulati sono una matassa di tenebra che gli ricade davanti al viso, a nasconderne l’espressione. Una mano biancheggia su un ginocchio, aperta, l’altra è protesa in avanti, le dita che tracciano qualcosa nella polvere della strada.
La cagna appiattisce le orecchie contro il capo e avanza controvento alle sue spalle. Arriccia il muso, mostrando i canini, e striscia ventre a terra tra i cespugli.
Il dio spazza il terreno col palmo cancellando qualcosa, poi stacca gli occhi dal suolo e raddrizza il capo, rimanendo in ascolto. Nonostante sia seduto in mezzo al nulla non ha l’aria di essersi smarrito: sembra piuttosto in attesa.
La cagna annusa l’aria con diffidenza, soffocando il ringhio che le affiora in gola. Sente odore di ombre, sogni troppo vividi e cose dimenticate: un sentore che riconosce all’istante, pur non avendolo mai sperimentato.
Un fruscio scivola nell’oscurità fino a lei: un suono greve e composto che conserva intatta una nota abrasiva.
La cagna si rende conto con un istante di ritardo che il giovane dio le ha parlato, tanto la sua voce sembra parte della Notte stellata.
-Bentrovata, divina Ecate. Ti aspettavo.-
I’m more than you know
I’m more than you see here
More than you let me be
I’m more than you know
A body in a soul
You don’t see me but you will
I am not invisible

Ecate si raddrizza e muove un passo avanti; il pelo ispido e chiazzato da meticcia le ricade alle spalle e viene inghiottito dalla sua ombra. La dea incede sicura, ostentando i fianchi stretti e le spalle spigolose. La sua gonna è formata da stracci diseguali che si impigliano ai ramoscelli; decine di chiavi ondeggiano attorno al suo polso, tintinnando l’una contro l’altra a ogni movimento.
Ecate aggira il giovane dio e gli si para davanti; i suoi occhi sono pozze di luce che le incendiano d’ambra il viso affilato.
Il dio solleva il capo ed Ecate viene trafitta da due occhi di ametista, incorniciati da folte sopracciglia scure. Al viso che si trova davanti si sovrappone l’immagine di un altro viso.
No, non è esatto. L’immagine dello stesso viso, ma più maturo.
Il ricordo filtra attraverso le curve della Spirale, la raggiunge da un futuro già Visto ma non ancora vissuto.
Le labbra sottili della dea si serrano, trattenendo il nome che la tormenta da secoli come una ferita alla lingua.
Ade.
Il figlio di Crono ha una carnagione chiara, lievemente arrossata sugli zigomi dal freddo della Notte: non possiede ancora il sovrumano pallore che lo caratterizza su altre curve della Spirale. I lineamenti regolari, piacevoli, sono addolciti dagli ultimi residui di fanciullezza; il volto non è ancora una maschera scolpita da secoli e secoli di buio; l'espressione non ha la bellezza impassibile delle rocce calcaree levigate dai fiumi sotterranei.
È quasi lui, ma non ancora lui. È lui da ragazzo.
Eppure gli occhi di ametista non recano traccia di innocenza.
Ecate sente le iridi viola percorrere i boccoli ribelli intrecciati di edera, sottrarsi con prudenza al bagliore ambrato dei suoi occhi. L’attenzione Ade si sofferma per un istante sul bracciale di chiavi, poi scivola lungo le gonne ciondolanti, che sospirano nella brezza notturna come ragnatele.
Non c’è lussuria nello sguardo del dio: nulla di così banale.
Ecate sorride con minacciosa dolcezza.
-Ti aspettavi che fossi più presentabile?-
Ade inclina il capo di lato.
-A volte “presentabile” è un modo per dire addomesticata… e dunque no, non ho mai pensato che la divina Ecate lo fosse. Mi aspettavo però di vedere le tue figlie: sentivo il battito delle loro ali fuori dalle finestre, durante la riunione.-
-Le mie figlie sono lontane da qui, al sicuro dai nuovi dei che pretendono di cambiare il Mondo con l’arroganza dei bambini. E adesso dimmi: che cosa vuoi?-
-Parlarti.-
-E di che cosa?-
Ade solleva una mano a indicare la strada davanti a sé.
-Non vuoi sederti?-
Ecate mostra i canini appuntiti.
-Sedermi? Dovresti essere tu ad alzarti al cospetto della Signora delle soglie, ragazzino!-
Il cronide si alza in piedi, composto. Non ha ancora finito di crescere ma è già alto quanto lei.
-Potrei sbranarti per la tua insolenza,- latra Ecate. -Forse lo farò.-
Il giovane dio posa su di lei lo sguardo viola, immoto come le acque di un lago sotterraneo.
-Potresti, naturalmente. Ma io mi trovo a un bivio e invoco il tuo sostegno: la divina Ecate non protegge forse i viandanti?-
-Te l’hanno detto i tuoi fratelli? Quale dei due: quello che cercò di possedere mia madre contro il suo volere o quello che vorrebbe tanto sbattere nel Tartaro questa “cagna macilenta” e gettare via la chiave?-
-Il mio nome è…-
-So esattamente chi sei.-
Ecate si rigira quella manciata di lettere sulla punta della lingua, ne saggia la consistenza tra i denti.
Altri nomi le affiorano alle labbra, le sciamano nella mente come insetti notturni.
Invisibile.
Nascosto.
Inesorabile.
Pluto.
Uno di essi la tormenta peggio di tutti gli altri, perché sarà proprio lei a sceglierlo.
Fratello.
That's right
I’ll be in the invisible world

I don’t dream, not as such
I don’t even think about you that much
Unless I start to think at all

All those frozen days
And your frozen ways
They melt away your face like snow

Lo ha Visto molto prima che Rea lo partorisse. Non si sono mai incontrati, ma lo conosce bene: dentro e fuori la sua mente scivolano ricordi di altre vite -curve della Spirale su cui non è ancora stata- e lui è presente in tutte.
Il giovane dio la fissa con tanta intensità che Ecate si chiede se anche lui non Veda qualcosa, se non abbia capito… o se le labbra non l’abbiano piuttosto tradita.
-Insomma, che cosa vuoi?- abbaia senza grazia.
-Credo che tu lo sappia già.-
Ecate guarda questo dio e lo Vede adulto, avanzare silenzioso in mezzo ai Morti che si inchinano rispettosi al suo passaggio. Lo Vede inoltrarsi per i corridoi tortuosi di un palazzo di ossidiana.
Sbatte le palpebre, irritata: qui e ora lui è solo un ragazzo; non si è mosso e non si trova in un palazzo sotterraneo: sono entrambi in Superficie, all’aperto, circondati dalla Notte stellata e dai rumori della brughiera.
Ade è più alto dei suoi fratelli
(un giorno diventerà più alto di lei)
ha spalle larghe e i muscoli riempiono bene le pieghe della sua marsina, ma il suo fisico conserva qualcosa di felino
(non sarà mai rozzamente muscoloso come Crono, nè possente nel modo vistoso e volgare di Poseidone).
Ecate ha già Visto se stessa a fianco di questo dio, sa già che lo seguirà, ma non lo accetta.
Lei lo chiamerà fratello, tradirà per lui la stirpe dei Titani. Il futuro che ha Visto si avvicina ineluttabile e le serra la gola come un cappio: lei, Ecate Trivia, accetterà un collare, e la mano di questo moccioso reggerà il guinzaglio.
-Io Vedo il cosa,- ringhia la dea, -ma non capisco il perché. Così voglio sapere: perché vuoi parlarmi?-
Si giovane dio si umetta le labbra, cauto.
-Voglio proporti un patto.-
Ecate lo fulmina con un’occhiata rabbiosa.
-Tu hai già fatto un patto! Tu e i tuoi fratelli ci avete strappato il Mondo e ora lo state smembrando!-
Un lampo di sorpresa attraversa lo sguardo del dio, e solo allora Ecate si rende conto di avergli appena rivelato eventi non ancora accaduti.
-Capisco,- riflette Ade. E la cosa incredibile, semplicemente assurda, è che sembra capire davvero. -Divina Ecate, i miei fratelli vogliono che il Sottosuolo divenga una gigantesca prigione. Io voglio la parte di Mondo che mi spetta. E adesso ti chiedo: che cosa vuoi tu?-
-So esattamente cosa non voglio: né essere sbattuta in una prigione, né diventare la cagna da compagnia di un ragazzino!-
-Se mi aiuti, l’Averno sarà un Regno come gli altri, non una prigione. E tu sarai la mia più grande alleata, non certo un animale domestico.-
Ecate si strozza con una risata amarissima.
-Di che stai parlando, ragazzo? I tuoi fratelli vogliono rinchiudere nell’Averno tutto ciò che è sgradito alla Superficie e al Mare! Io stessa ho Visto che ci riusciranno. Come pensi che potrai di impedirlo?-
-Non ho alcuna intenzione di impedirlo. Al contrario: è esattamente ciò desidero.-

I’m more than you see here
I’m more than you let me be
I’m more than you know
A body in a soul
You don’t see me but you will
I am not invisible
I am here

La voce della dea è un sussurro sgomento.
-Sei impazzito?-
-Un giorno forse, ma non ancora.- Un sorriso sarcastico incurva le labbra di Ade senza sfiorare i suoi occhi.
Il passato frana per un istante sul presente: ciò che è collassa sotto il peso di ciò che è stato, e Ecate Vede nel giovane che ha di fronte il bambino che Crono ha ingoiato per primo.
Il salvataggio che per i suoi fratelli è stato tempestivo, per Ade è arrivato troppo tardi: l’oscurità ha ormai consumato ogni traccia di innocenza, lasciandosi dietro un guscio svuotato.
È per questo che sembra così lucido e controllato, è per questo che la sua calma è così inossidabile: Ade non sente quasi più nulla; niente di ciò che avviene intorno a lui lo raggiunge davvero.
La distruzione è talmente estesa che persino la capacità di provare sofferenza è molto contenuta.
-Conosco i miei fratelli,- dice il dio compassato, come se non stesse tramando alle spalle del sangue del suo sangue. -So esattamente cosa faranno. Inizieranno con i Titani, certo, ma presto cominceranno a non vedere di buon occhio la Morte, il Sogno, le Parche, le Erinni… e tutte le altre cose che non possono controllare.-
-Io e le mie figlie siamo tra quelle cose.-
Ade annuisce.
-Precisamente. Io voglio che Sottosuolo divenga il Regno di tutte: non prigione ma Casa.-
Ecate si umetta le labbra.
-È un’idea così folle che potrebbe funzionare.-
-Allora dammi il tuo appoggio. Sei una dea antichissima e potente: tutti si aspettano che sarai tra i primi a ribellarti al nuovo Ordine. Se lo farai, senz’altro molti ti seguiranno e scoppierà una seconda guerra. Indipendentemente dagli esiti, ci rimetteremo tutti. Ma se tu accetterai la Tripartizione e accetterai me come re del Sottosuolo, altri dei ti imiteranno. In cambio io vi darò una patria.-
-Le mie figlie e io saremo libere di andare e venire?-
-A vostro piacimento… e a vostro rischio e pericolo: non posso ritenermi responsabile di ciò che accadrà al di fuori dei miei confini.- Il dio le scocca un’occhiata divertita.- Ma del resto tu non hai bisogno della protezione di un ragazzino, dico bene?-
Ecate lo guarda stranita.
-Tu ci stai offrendo molto più di una casa: ci stai offrendo un posto nel Cosmo. Perché?-
-Perché, a differenza dei miei fratelli e sorelle, io ho capito una cosa: bandendo tutto ciò che non comprendono, la Superficie e il Mare finiranno per bandire gran parte delle loro risorse. Inizieranno a cristallizzarsi e a nutrirsi di loro stessi... o forse dei loro Figli, come ha fatto Crono. Anche se nessuno di loro lo ha ancora capito, per mantenersi vitali hanno bisogno di una scintilla di Caos: l’imprevedibile, il non accetto alla luce, il non controllabile. In una parola: voi.-
Ecate sgrana gli occhi color ambra, incredula.
È tutto vero, ma tu che non Vedi come puoi saperlo? Lo hai capito nel buio che ti ha consumato?
La dea si umetta le labbra.
-La tua ipotesi è interessante, ma io potrei volere per me la sovranità del Sottosuolo, ci hai pensato?-
Ade rovescia il capo all’indietro e scoppia a ridere, un suono piacevole che le fa accapponare la pelle per quanto è privo di reale allegria.
-E perché mai, divina Ecate? A te non interessano confini da difendere, litigi da arbitrare o territori da amministrare. Tu non vuoi essere una regina: tu vuoi essere libera!-
Ecate inclina il capo di lato, chiedendosi in quale curva della Spirale sia diventata così trasparente. E tuttavia per la sua anima fluttuante tra futuro e passato è un sollievo essere compresa tanto a fondo, sia pure da un perfetto sconosciuto. Gli occhi della dea si riducono a due fessure luminescenti.
-Nemmeno tu vuoi il potere, ragazzo. Se così fosse, rivendicheresti la Superficie o il Mare.-
Per un istante Ade si irrigidisce, un riflesso che dissimula quasi perfettamente scrollando le spalle.
-Non ingannarti, Trivia: il potere interessa a tutti.-
-Vero,- ammette Ecate. -Ma a volte interessa di più qualcos’altro. A me, ad esempio, interessa di più proteggere le mie figlie. E a te? Perché non rivendichi la Superficie e lasci a Zeus il compito di gestire un Regno ingrato come l’Averno?-
-Perché non voglio un’altra guerra. Perché sono l’unico tra i miei fratelli all’altezza di questa impresa, e che mi piaccia o meno questa è una responsabilità. Perché vorrei che l’Ordine fosse più equo del padre che ci ha ingoiati e poi sputati fuori. Scegli la risposta che preferisci, sono tutte vere.-
-Sarai solo, lì sotto.-
-Mi stai rifiutando il tuo aiuto, dunque?-
-Non intendo questo. Intendo dire che nessuno di quelli che ami ti seguirà.-
-Non m’importa.-
-Oh, sì che t’importa: è quello che vuoi. Tu sai di essere come tuo padre: sei il primo maschio di Crono, il più simile a lui fisicamente e nel cuore. Sai che un giorno potresti impazzire: ferire la tua sposa, divorare i tuoi figli come Crono fece con voi. Un Ordine in cui tutto questo sia ammissibile ti disgusta, per questo lasci ad altri la Superficie e il Mare.-
-E questa analisi dei miei sentimenti deriva tutta da questo breve scambio di opinioni?- Ade solleva le sopracciglia. -Sono impressionato.-
Ecate ignora il suo sarcasmo. Ciò che sarà scivola per un istante su ciò che è, e la dea Vede i capelli castani di Ade diventare un po' più lunghi, ondulati e corvini, fino ad assumere i riflessi i bluastri dei fuochi fatui. Vede la sua espressione farsi sempre più distaccata e la sua carnagione schiarirsi, fino assumere lo stesso colore delle ossa sbiancate da Sole. Persino gli occhi di Ade cambieranno: da viola diventeranno neri come giaietto, infine semplicemente bui.
-Ti stai votando alla tenebra che ti ha divorato,- lo ammonisce.
-Sono colpito dalla tua sollecitudine, ma mi sento di rassicurarti: cerco un’alleata, non una madre. Soprattutto, ho smesso da un pezzo di aver paura del buio: in fondo è la cosa che conosco meglio.-
-Lo conosci meglio di quanto lui conosca se stesso, a quanto pare.-
Ecate chiude gli occhi e Vede l’ombra che Ade proietta sulle altre curve della Spirale.
Vede un sovrano equo, che concederà ai suoi sudditi molto più di quanto sarà mai disposto a concedere a se stesso. Lotterà per l’Equilibrio in cui crede, e vincerà.
Reclamerà la sposa che gli spetta, ma la amerà al punto da lasciarla andare.
Ecate è orgogliosa del sovrano che Vede, ma questo ragazzo gli somiglia solo in parte.
C’è del buono in lui, nonostante sia un figlio di Crono. È intelligente e spregiudicato e il coraggio certo non gli manca. Ha amato, questo lo Vedo bene, e dunque amerà ancora. Ma è così danneggiato! Come può questo ragazzo realizzare un'impresa tanto ardua e diventare al tempo stesso il mio sovrano?
La risposta le giunge inaspettatamente semplice: non può, non da solo.
Ecate finalmente comprende, e quasi sorride.
-Ho già Visto che accetterò il patto, e dunque ho già accettato. Ma fino ad ora non sapevo perchè. Ora lo so.-
Gli occhi di ametista si socchiudono leggermente, non per diffidenza ma per per puntualizzare i termini di un accordo. -Voglio il tuo aiuto, non la tua compassione.-
Ecate ride.
-Ne sono felice, perchè non abbiamo tempo per la compassione. Io sono tutti i bivi, tutte le scelte, tutte le strade buie. Tu diventerai tutto ciò che aspetta in fondo a quelle strade.-
-In breve avrò più cose in comune con te che con il resto della mia famiglia.-
Ecate sbatte le palpebre, colpita da quell'osservazione.
La comprensione si fa strada nel suo animo, dando forma alla parola che la tormenta.
Fratello.
-Dunque ecco perchè! Ma, a proposito di famiglia: Estia non ti seguirà.-
-Non lo speravo.-
Ecate fa una smorfia.
-Per carità, ragazzino, smetti di mentire: ti riesce malissimo. Estia non ti seguirà e posso dirti soltanto una cosa per rispondere al dubbio che tanto ti preme nascondere: non sarai solo per sempre; la tua sposa designata deve ancora nascere. La riconoscerai, la amerai contro il tuo stesso volere e lo stesso sarà per lei. Tu le insegnerai cos’è, e lei ti insegnerà cosa non sei.-
-Ti ringrazio per questa profezia non richiesta, ma la trovo inverosimile. Io non sono più capace di provare qualcosa, e questa è una liberazione.-
Ecate annuisce perché si aspettava questa risposta. Non dice ad Ade che si sta sbagliando: lui non capirebbe e se anche capisse non farebbe alcuna differenza. Poche strade sono davvero “sbagliate”, perlopiù esistono “strade” e basta: curve della Spirale che bisogna percorrere per apprenderne la lezione.
E lei non fornisce risposte, veglia solo sul Viaggio.
Ecate si siede al centro esatto del bivio.
-Adesso, fratellino, cerchiamo di capire come far credere ai tuoi fratelli veri che stiamo dando loro ciò che chiedono… ottenendo invece ciò che vogliamo noi.-

§§§§


Ade si lasciò soppesare, le labbra appena incurvate. Le ombre erodevano i contorni del suo viso facendolo apparire esausto e immobile, più simile a una statua di marmo che a qualcosa di vivo.
-A me il Sottosuolo, a Poseidone il Mare, a Zeus la Superficie.-
-Ci saranno delle condizioni, immagino...- disse Zeus con prudenza.

-Non ce ne sono sempre?- ritorse Ade con un gesto vago.
Poseidone battè con forza una mano sul tavolo.

-Basta tergiversare! Io propongo che tutto ciò che non ha posto né in Superficie né nel Mare finisca nel Sottosuolo!-
-Non l'avrei detto proprio così, ma in definitiva sono d'accordo,- disse Zeus, prudente.
Ade annuì.
-Accetto la vostra proposta, a patto che valga anche il contrario: ciò che non avrà posto nel Sottosuolo dovrà appartenere o alla Superficie o al Mare. Come sopra così sotto. Come in alto così in basso. Come dentro così fuori.-

-E questo cosa vorrebbe dire?- sbottò Era, sospettosa.
Ade sollevò le sopracciglia.
-Esattamente quello che ho detto, sorella.-
-Io esigo che il Mondo non sia un solo Regno, ma Tre,- puntualizzò Era.
Estia posò una mano su quella di Ade, stringendola forte per l'unltima volta. -...e io non mi oppongo, a patto che non sia Diviso, ma Uno.-

Demetra si sfiorò il ventre e sorrise.
-A me non importa regnare sul Mondo. Sapete, presto sarò Madre.-

§§§§


Piccole note di utilità #boh:
_La colonna sonora di questa storia è la canzone “Invisible”, degli U2.
_I riferimenti alla Spirale non saranno una novità per i miei lettori di vecchia data, per gli altri forse risulteranno un po’ criptici, in tal caso non esitate a chiedere spiegazioni.
_Il POV di Ecate, con il continuo risolversi di passato e futuro in un presente omnicomprensivo mi ha tirato abbastanza scema. E niente, volevo solo condividere lo sclero @__@
   
 
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