Storie originali > Epico
Ricorda la storia  |      
Autore: Crateide    17/03/2017    4 recensioni
"Fu un tocco leggero sulla schiena a strapparla da quel sonno tormentato. Un tocco delicato, che le ricordò quello del padre Tindaro e che per un breve istante la illuse.
- Fanciulla?
La voce di uno sconosciuto le fece sgranare gli occhi.
Elena strillò e si dibatté per liberarsi dalla presa di ferro che la teneva per le braccia.
- No, non temere! – le disse la voce, che pareva più allarmata di lei – non voglio farti del male!
A quelle parole, fissò negli occhi il giovane che la sovrastava. Il volto dalla mascella squadrata era coronato da lunghe ciocche color del bronzo, che incorniciavano due iridi dorate.
- Chi sei? – gli chiese, rimettendosi in piedi e allontanandosi da lui. Con lo sguardo spaziò per l’ambiente, che ai suoi occhi appariva tutto uguale. Dove si trovava? In quale territorio era giunta?
- Il mio nome, Signora, è Menelao [...]"
Genere: Angst, Romantico | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: Missing Moments, What if? | Avvertimenti: Incompiuta
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A

 

 

 

Give me the stone

You’re hiding within

Shimmering, frozen,

All it does is make me

Feel the cold

Rules don’t apply,

Gravity lies

The moon gently smiles

When we silently

Sway while I sing...

- Love, Sonata Arctica -

 

 

 

 

 

 

 

 

Infine, le lacrime cessarono di scendere.

Le sue guance bruciavano, nonostante il vento gelido le schiaffeggiasse la pelle pallida e umida. La gola pulsava per le urla, per le vuote richieste d’aiuto che avevano accompagnato quella folle cavalcata.

Elena sbatté le palpebre e non ebbe nemmeno la forza di gemere per il dolore. Il suo corpo sussultava seguendo il ritmo del cavallo sotto di sé, che sbuffava aria rovente dalle froge nere. Intorno al suo corpo avvertiva le braccia muscolose del suo rapitore cingerla e sorreggerla, in silenzio. Sentiva il respiro dell’uomo fra i capelli, mentre a cadenza regolare velocizzava o rallentava il trotto dell’animale.

Elena riprese a piangere, pensando alla sua casa ormai lontana e al dolore che avrebbero provato i suoi genitori nello scoprire che lei non era più con loro. Era certa che gli amati fratelli, Castore e Polluce, sarebbero subito partiti per ricondurla indietro, ma probabilmente non l’avrebbero mai raggiunta in tempo. In fondo, nemmeno lei aveva idea di dove si trovasse!

Con gli occhi offuscati dalle lacrime si guardò intorno, mentre l’ambiente roccioso le scivolava accanto e spariva alle sue spalle. L’alba aveva iniziato a tingere di rosa l’orizzonte e i primi raggi del Sole che si allungavano nel cielo indaco le permisero di distinguere ciuffi d’erba secca sbucare qua e là e sparuti cespugli punteggiare il terreno riarso. In lontananza si vedevano solo colli e sporgenze rocciose che non le ricordavano nulla di famigliare.

Elena si chiese da quanto tempo stessero cavalcando. Non sentiva più le gambe e le facevano male le natiche. La mente prese a vagare, spossata dalla paura, dal pianto e dalla fatica.
- Sei stanca?

La voce del suo rapitore le arrivò dritta nell’orecchio, facendola trasalire. Non c’era premura in quella domanda e il tono aspro con cui era stata pronunciata le fece quasi paura. Deglutì, mentre due lacrime si staccavano dalle ciglia nere.
- Molto...
- Cerca di resistere. Fra poco incontreremo un carro e potrai riposare.

Elena serrò forte gli occhi e trattenne nell’animo le urla e la disperazione. Sapeva, in fondo, che sarebbe stato del tutto vano invocare aiuto in quel luogo sperduto.
- Perché mi hai rapita, Teseo di Atene? – chiese fra un singhiozzo e l’altro – perché mi hai strappata alla mia casa in un modo tanto vile?

L’uomo dietro di lei non si scompose.
- Ti ho chiesta in sposa a tuo padre Tindaro, ma lui ha rifiutato.
- E hai deciso di rapirmi? Sai che sarà guerra?
- Non dire idiozie, donna! Tindaro non può che gioire nell’avere Atene come alleata e me come genero.

Elena scosse il capo.
- È davvero questo il motivo per cui mi hai rapita? – insistette – desideravi un’alleanza con Sparta? Allora perché non hai chiesto in moglie, in alternativa, mia sorella Clitennestra? Forse, lei non ti sarebbe stata negata...

Teseo rise sguaiatamente.
- Sei furba, devo ammetterlo – rispose – ma concedimi di farla a te una domanda, principessa: esiste forse uomo che possa resistere alla tua sfolgorante bellezza? Tuo padre aveva piani diversi per te: desiderava farti sposare uno dei giovani principi di Achaja, magari Achille o Diomede. Mentre io... beh, sono stato giudicato troppo vecchio per averti.

Elena nascose il viso fra i capelli dorati, maledicendo con tutto il cuore la propria bellezza. Come poteva un dono essere anche una così tremenda maledizione? Perché gli dèi l’avevano punita, pur essendo solo una fanciulla timorata? Quale colpa aveva inconsapevolmente commesso?
“Oh Divino Zeus, concedimi il tuo aiuto!” implorò. “E tu, Afrodite che fra tutte le dee puoi comprendere il mio patire, concedimi il dono dell’Amore e di una vita felice accanto all’uomo che amerò!”.
- Dove ci troviamo? – chiese a mezza voce – credevo che fossi giunto con la tua flotta...
- Infatti, ma l’ho rimandata indietro tre giorni fa. Probabilmente Tindaro manderà i tuoi fratelli a cercarti in mare, per questo ho preferito prendere i cavalli e viaggiare per terra. Una volta che saremo giunti a Corinto, là troveremo una nave che ci porterà ad Atene.

Elena tremò. Si guardò disperatamente intorno, sentendo il cuore martellare nel petto. Prese a divincolarsi, a tirare il crine del cavallo, a scalciare ignorando il dolore e l’intorpidimento.
- Lasciami! Voglio tornare dai miei genitori, dalla mia gente! – strillò fra le lacrime.

Teseo le strinse le braccia fino a farle male, mentre tirava le briglie. Il cavallo s’impennò e scalciò in aria, sollevando una nuvola di polvere.
- ‘Sta buona, stupida ragazzina!

Elena gridò e ruzzolò a terra, ferendosi con le pietre aguzze che tappezzavano il sentiero sterrato. Si rannicchiò in posizione fetale e pianse per il dolore e per la triste sorte che le era toccata.

Sentì Teseo smontare da cavallo e poco dopo vide i suoi calzari davanti al proprio volto. L’afferrò per un braccio e la risollevò con malagrazia, tirandole un sonoro ceffone. Elena sentì in bocca il sapore del sangue. Rimase con il volto girato e gli occhi chiusi, preda dei singhiozzi che le sconquassavano il petto. Ad un tratto, l’uomo le prese il mento e la costrinse a guardarlo. I suoi occhi dardeggiavano e il volto bruciato dal Sole era livido d’ira.
- Non costringermi a diventare violento o a legarti mani e piedi, principessa – le sibilò – posso diventare molto cattivo, sai? E tu non vuoi che lo diventi, giusto?

Elena non rispose e si limito a scuotere il capo. La guancia le pulsava, mentre la paura le stringeva dolorosamente le viscere. Avrebbe voluto tentare di nuovo la fuga, ma la consapevolezza che sarebbe stato del tutto inutile e che, anzi, avrebbe solo peggiorato la sua condizione, la fece desistere.

Aiutata da Teseo, rimontò a cavallo. Abbassò il capo e non si mosse, reprimendo dentro di sé il disgusto nel sentire la mano del suo rapitore carezzarle la coscia.

Cosa ne sarebbe stato di lei?

 

 


*  *  *

 

 

 

Il tramonto li colse di sorpresa. Scivolò sulle colline, ingoiando il cielo, e li raggiunse all’ingresso di un faggeto.

Teseo fermò il cavallo in una piccola radura e scese con un abile balzo. Elena fece per imitarlo, ma un suo sguardo truce la costrinse lì dov’era. Avrebbe voluto dirgli che le dolevano le gambe, ma sopportò il dolore e rimase ferma, in attesa che lui raccogliesse la legna necessaria per accendere un fuoco. Quando fu soddisfatto, la aiutò a smontare.
- Ce la fai da sola? – le chiese, sorreggendola.

Elena strinse i denti e scosse il capo. Fu costretta ad aggrapparsi a lui per poter camminare e raggiungere i ceppi disposti a terra. Teseo la aiutò a sedersi e la frescura dell’erba fu per lei un toccasana.
- Almeno adesso sono certo che non tenterai la fuga durante la notte...

“Maledetto!”.

Fu in quel momento, però, che la mano della principessa sfiorò una piantina che conosceva molto bene, grazie agli insegnamenti della sua vecchia nutrice. Si trattava di un gruppo di piccole erbe di forma sferica, dalle quali colava un succo lattiginoso e un po’ denso. Appena riconobbe l’opion1, Elena gioì nel cuore.

Di nascosto da Teseo, raccolse quante più piantine poté e le nascose frettolosamente fra le pieghe della veste ormai consunta e sporca.
- C’è un ruscello, da quella parte – le disse ad un tratto il re di Atene, indicando con il dito un punto indefinito della boscaglia – lo senti?

La fanciulla tese l’orecchio e rimase in ascolto. Calmò il respiro accelerato e il battito frenetico del proprio cuore e, nel silenzio della vegetazione che la circondava, riconobbe il canto dell’acqua.
- Io ti osserverò da qui. Come puoi vedere, c’è un sentiero – continuò l’uomo – seguilo e rimani a vista. Non provare a fuggire, non servirebbe a nulla.
- Cosa devo fare? – gli chiese a quel punto.
- Voglio che tu vada a prendere dell’acqua. Ho del vino con me, ma non voglio berlo senza diluirlo un po’. Devo restare vigile durante la notte.

Elena si morse il labbro inferiore, ricacciando indietro le lacrime che le premevano le ciglia scure.
- Va-vado – balbettò, rimettendosi in piedi.

Una fitta di dolore la fece barcollare e per poco non cadde a terra. Le gambe le dolevano così tanto!
- Mmmm... forse è meglio che vada io.
- No! – Elena strinse con forza i pugni e puntò i piedi a terra, saldamente, nonostante gli spasmi dei muscoli – lascia che vada io, così che possa detergermi le ferite e trovare sollievo.

Il re la osservò negli occhi azzurri come il cielo all’alba e annuì.
- Sta bene – rispose – ma fa presto. Tieni, prendi la brocca da riempire.

Elena l’afferrò e s’incamminò piano. Ogni passo le procurava fitte atroci in tutto il corpo, mentre l’aria fredda le intorpidiva le membra. “Abbi coraggio” si disse ad un tratto, stringendo con forza gli steli sottili dell’opion.

Raggiunto infine il ruscelletto si chinò, vi s’immerse fino alla cintola e sospirò di sollievo, nonostante l’acqua fosse ghiacciata. Si volse alle proprie spalle e con la coda dell’occhio vide Teseo in piedi, sul limitare del sentiero, che la osservava con cipiglio compiaciuto, ritto e immobile con le braccia incrociate sul petto coperto di bronzo.

“Ti farò vedere io! Vedrai come lotta strenuamente la principessa di Sparta!”.

Elena riempì la brocca con movimenti lenti, e mentre l’acqua vi defluiva al suo interno, con l’altra mano, nascostamente, vi spremeva il mekonion2, abbandonando poi i germogli utilizzati alla corrente del fiume.
- Allora? Cosa stai facendo?

Si volse di scatto. Teseo aveva raggiunto il limitare del fiume e la osservava con sospetto.

“Speriamo basti!” pensò, lasciando l’ultimo opion ed estraendo la brocca dall’acqua.
- Eccomi, arrivo – rispose e tornò sui propri passi, riemergendo dal fiume come una ninfa.

Il re di Atene piegò le labbra in un sorriso sghembo e pieno di malizia, che la fece rabbrividire di paura e disgusto insieme.
- Non vedo l’ora di averti al mio fianco come mia moglie – le disse, scivolando con lo sguardo sul suo corpo appena velato dalla veste – così che possa farti mia ogni qualvolta lo desideri.

Elena deglutì l’amarezza delle lacrime e lo sorpassò a capo chino, senza dire nulla.

Il Sole, ormai, era tramontato del tutto e Teseo aveva provveduto ad accendere il fuoco, il cui calore le sciolse le membra provate e stanche.

Mangiarono del pane con formaggio nel silenzio che li avvolgeva, oscuro. La fanciulla rifiutò da bere nonostante stesse morendo di sete e rimase ad osservare di sottecchi il suo rapitore ingollare il vino allungato con l’acqua avvelenata.

 

 

Cadde la notte, improvvisa. Il fuoco continuava ad ardere, animato ogni tanto da un sempre più assonnato Teseo.

Anche Elena sentiva su di sé la fatica del viaggio, della disperazione e delle lacrime e avrebbe tanto voluto coricarsi, ma non poteva cedere ai poteri del Sonno, altrimenti tutti i suoi sforzi si sarebbero rivelati vani.
- Non dormi? – le chiese ad un tratto Teseo, con gli occhi lucidi e vacui.

“Forse il mekonion non era abbastanza” si disse, disperata. “Sono perduta!”.
- Io...

Ma le parole le morirono in gola, appena vide la figura del re vacillare, i suoi occhi sollevarsi verso il cielo senza stelle e, infine, il suo corpo cadere giù come una quercia schiantata da un fulmine.

Solo lo scoppiettare del fuoco riempiva il tetro silenzio sceso nella radura.

Elena ansimò. Prese a tremare in tutto il corpo, mentre si rimetteva in piedi e lanciava sguardi allarmati alla figura di Teseo disteso a terra.
- Ha funzionato – sussurrò – ha funzionato...!

Si volse e i suoi piedi, ignorando stanchezza e dolore, presero a correre all’impazzata. Lottò contro i rami che le ostacolavano il passaggio, strinse i denti ad ogni pietra che le sfregiava la pelle delicata, ad ogni sferzata di vento che la gelava fin dentro le ossa.

Corse per un tempo che le parve infinito, nell’oscurità assoluta, incalzata dal palpito impazzito del proprio cuore.

Era sorta la Luna quando, infine, cadde riversa a terra. Il respiro affannoso le si condensava davanti al volto pallido e molle di lacrime, maschera di disperazione sotto i raggi argentei dell’astro.

Elena lottò ancora contro il Sonno, si trascinò fra l’erba fredda ancora per qualche metro. Ma alla fine, i sensi l’abbandonarono, inerme.

 

 

Fu un tocco leggero sulla schiena a strapparla da quel sonno tormentato. Un tocco delicato, che le ricordò quello del padre Tindaro e che per un breve istante la illuse.
- Fanciulla?

La voce di uno sconosciuto le fece sgranare gli occhi.

Elena strillò e si dibatté per liberarsi dalla presa di ferro che la teneva per le braccia.
- No, non temere! – le disse la voce, che pareva più allarmata di lei – non voglio farti del male!

A quelle parole, fissò negli occhi il giovane che la sovrastava. Il volto dalla mascella squadrata era coronato da lunghe ciocche color del bronzo, che incorniciavano due iridi dorate.
- Chi sei? – gli chiese, rimettendosi in piedi e allontanandosi da lui. Con lo sguardo spaziò per l’ambiente, che ai suoi occhi appariva tutto uguale. Dove si trovava? In quale territorio era giunta?
- Il mio nome, Signora, è Menelao – rispose il giovane, chinandosi su un ginocchio e rivolgendole un’occhiata adorante.
- Perché ti inginocchi?
- Non sei forse una dea? Nessuna mortale possiede una bellezza serafica come la tua. Sei forse una delle figlie di Zeus?
- Io... – Elena si morse il labbro inferiore e ricacciò indietro le lacrime.

Il Sole era sorto e, probabilmente, l’effetto del farmaco che aveva somministrato a Teseo si era esaurito. Le stava dando la caccia? Ne era così certa, da poterne quasi sentire il fiato sul collo.
- Da dove vieni, Menelao? – chiese in un ansito.
- Da Micene.
Micene!

“Forse sono salva!”.

Elena gli corse incontro e gli si inginocchiò di fronte, provocandogli un moto di sorpresa e imbarazzo. Notò che non riusciva a reggere per molto il suo sguardo e che, diversamente da tutti gli uomini che aveva conosciuto, non le rivolgeva occhiate piene di lascivia.
- Ti supplico, Menelao, conducimi a Micene – disse, quasi in lacrime – sono braccata e sono sola. Un uomo malvagio mi dà la caccia, mi ha sottratto alla mia casa e io non so come tornare indietro. Mi sono perduta...
- Non sei dunque una dea?
- No, sono umana quanto te. Il mio nome... – prese aria – io sono Elena, figlia di Tindaro e Leda, principessa di Sparta. Teseo mi ha rapita la notte scorsa per fare di me la sua sposa, ma io non voglio. Ti supplico, ti supplico, Menelao... aiutami! Mio padre saprà ben ricompensarti.

Menelao alzò entrambe le mani e scosse il capo.
- Nessun compenso – disse – ti aiuterò, ma purtroppo Micene è lontana. Sono ormai tre giorni che sono partito per una battuta di caccia e mi sono allontanato molto. Tuttavia, ti condurrò con me, e oltrepassate le mura della mia città sarai al sicuro.
- Partiamo subito, allora, perché Teseo sarà sicuramente sulle mie tracce.

Menelao si rimise in piedi e l’aiutò a fare lo stesso. Per quel breve istante in cui le loro pelli si sfiorarono, Elena rabbrividì ed indugiò alcuni istanti sulla sua figura così imponente anche se apparteneva solo ad un ragazzo poco più grande di lei. Il corpo possente era coperto da una casacca di pelle di daino, così come le gambe erano avvolte da pantaloni di tela grigia.
- Posso porti una domanda, Elena? – le chiese ad un tratto, richiamandola alla realtà.
- Certamente.
- Come hai fatto a fuggire?
- Conosco molto bene le erbe e ho preparato un mekonion.

Menelao strabuzzò gli occhi, ma solo per un attimo. Non replicò e la prese per mano, conducendola per uno stretto sentiero di pini.
- Dove stiamo andando? – gli chiese, parandosi il viso dai rami sottili che le sfioravano la pelle.
- Dal mio cavallo – le rispose – pensi che sia andato a caccia come uno sprovveduto?
- Certo che no.

Raggiunsero una piccola radura, al centro della quale vi era un cavallo dal manto fulvo, che sbuffava e scalpitava come se fosse impaziente di ripartire. Accanto a lui erano abbandonati un arco di legno robusto e una faretra con tre o quattro frecce, oltre che ad un pugnale dall’elsa intarsiata.
- Sei un guerriero, Menelao?
- Non sono all’altezza di Teseo – rispose amaramente – se dovesse trovarci, credo che avrò la peggio.

Elena rabbrividì.
- Non può immaginare che tu mi abbia trovata né dove mi stai conducendo... giusto?
- Lo spero sia per me che per te.

Dopo aver raccattato i suoi effetti, Menelao montò a cavallo e subito dopo la aiutò a fare lo stesso. Elena gli strinse le braccia intorno ai forti fianchi e chiuse gli occhi, mentre l’animale partiva al galoppo e l’aria fredda della mattina le mordeva la pelle.

Non sapeva spiegarsene il motivo, ma si sentiva al sicuro. Sentiva che era come se il Destino stesso avesse voluto farle incontrare Menelao, un giovane dall’animo nobile che la stava aiutando pur non conoscendola, pur non essendo certo della sua identità. In fondo, con sé non aveva né il diadema da principessa né altri simboli che indicassero il suo rango. Era per giunta sporca di terra e fango, con i capelli arruffati e la pelle sfregiata.

Galopparono fino al tramonto. Quando l’ultimo raggio di Sole svanì nel cielo porpora, si fermarono per bivaccare e riposarsi. Menelao le offrì da mangiare un coniglio che aveva catturato poco prima di trovarla priva di sensi, insieme a un po’ di vino allungato con l’acqua.

Consumarono il pasto in silenzio, finché non fu proprio Elena a superare la propria timidezza e a parlare, facendo risuonare la sua voce argentina fra lo scoppiettare del fuoco.
- Menelao? – chiamò.

Il giovane si volse per guardarla. Il guizzo della fiamma si riflesse nei suoi occhi color dell’oro, rendendoli languidi.
- Dimmi, Elena.
- Perché hai deciso di aiutarmi? Per quanto ne sai, potrei non essere una principessa...
- Come ti ho già detto, non ho mai visto una donna più bella di te e non potevi che essere Elena, la splendente figlia di Tindaro e Leda, di cui gli Aedi che hanno avuto la fortuna di vederti già decantano le grazie.
- Solo per questo?

Menelao parve in imbarazzo.
- Beh, no – disse – quando ti ho vista lì, a terra, ho pensato che fossi morta. Non potevo restare indifferente. Non è... nella mia indole.

Elena allungò timidamente una mano e gli sfiorò una spalla, con delicatezza.
- Ti ringrazio, Menelao.

Un rumore improvviso di ramoscelli spezzati attirò l’attenzione di entrambi, al di là del piccolo fuocherello.
- Oh, non avrò mica interrotto qualcosa...
- Teseo! – gridò Elena, balzando in piedi, seguita subito da Menelao, che portò la mano al pugnale.

Come aveva fatto a trovarla?

Teseo storse le labbra in un ghigno e indicò il fumo che saliva al cielo, come se avesse intuito la natura dei suoi pensieri.
- Quando si fugge, non è consigliabile accendere un fuoco – e, detto questo, estrasse la sua spada di bronzo – così hai trovato aiuto, eh? Per me non sarà un problema scannare questo ragazzino.
- Scappa, Elena! – le urlò Menelao.
- No, io non ti lascio!
- Sai, Elena, sei stata davvero furba, devo ammetterlo – li interruppe Teseo, mentre le fiamme si riflettevano nei suoi occhi furiosi – ma purtroppo per te il tuo gesto, oltre ad essere stato inutile, mi ha fatto infuriare. E non sarò più gentile come prima.

Elena sentì tremare le gambe. Cosa le avrebbe fatto? E cosa avrebbe fatto al povero Menelao che, seppur si fosse rivelato un abile combattente, mai avrebbe tenuto testa a colui che aveva ucciso il Minotauro?
- Ti supplico, Teseo, non far del male a questo giovane! – gridò, frapponendosi fra i due – verrò con te senza opporre resistenza, lo giuro. E giuro che mai più proverò a fuggire!
- No! – Menelao l’afferrò per un braccio e la trascinò dietro di sé – non fuggirò come un vigliacco. Ti proteggerò anche a costo della vita, Elena!
- Abbiamo un eroe – lo schernì Teseo – un eroe che puzza ancora di latte! – e, silente come una serpe, si lanciò all’attacco.

Menelao scartò di lato e parò il secondo fendente con il suo pugnale, che non aveva alcuna speranza contro la spada del re di Atene.
- Per amore degli dèi, fermi! – urlò Elena, portandosi le mani al volto freddo. La realtà divenne melliflua e seguì il combattimento con gli occhi appannati di lacrime. Lacrime che presero a scendere copiosamente non appena l’arma di Menelao si spezzò e il giovane cadde a terra, sanguinando da un braccio e grondante di sudore.
- NO!

Teseo lo sovrastava, pronto a vibrare il colpo fatale.
- Scappa, Elena!
- No...!

Elena si sarebbe lanciata in avanti, se qualcuno non l’avesse trattenuta e stretta a sé, mentre una seconda figura ricoperta di bronzo lucente raggiungeva il re di Atene e gli puntava alla gola la propria spada.
- Butta giù l’arma.

La principessa sgranò gli occhi. Quella voce!
- Polluce! – gridò, riconoscendo la chioma bionda dell’amato fratello.

Sollevò il capo e vide il volto austero dell’altro gemello.
- Castore!
- Va bene – disse Teseo, lasciando cadere la spada a terra e deglutendo – mi arrendo.
- Come hai osato rapire nostra sorella? – gli chiese Polluce, furibondo. I suoi occhi di ghiaccio saettavano. Solo quelli di Zeus dovevano essere più tremendi!
- Stai tranquilla, Elena – sussurrò ad un tratto Castore – ora sei salva.
- Polluce, non ucciderlo! – urlò, divincolandosi dalla presa del fratello dai capelli corvini, così simili a quelli di Clitennestra.
- Perché non dovrei farlo, sorella? Ti ha rapita!
- Lasciatelo andare, non versate il suo sangue davanti ai miei occhi ancora innocenti. Che venga bandito per sempre da Sparta!

Polluce si inumidì le labbra e, infine, abbassò la propria arma, tenendosi sempre pronto a risollevarla. I muscoli scattanti erano tesi come corde di un arco sotto l’armatura bronzea.
- E sia, ti risparmierò la vita, Teseo di Atene – disse – ma bada alle mie parole, giacché non le ripeterò una seconda volta: va via da questi luoghi e non farti mai più vedere. Mai, mai tornerai a Sparta! Non sei più un ospite gradito. Torna nella tua Atene e vivi cent’anni, ripensando a questa notte e alla viltà delle tue azioni.

Elena vide Teseo, pallido come un cencio e apparentemente invecchiato di colpo, annuire e indietreggiare, per poi volgere le spalle e fuggire via per sempre nella boscaglia che circondava la piccola radura.
- E adesso passiamo a te, straniero...
- No! – la fanciulla si divincolò definitivamente dalla presa di Castore e corse a soccorrere Menelao.
- Elena...
- Lui mi ha salvata, Polluce! Ha lottato fino allo stremo contro Teseo per proteggermi.

I due gemelli si guardarono negli occhi, straniti. Era come se avessero avuto entrambi uno strano presagio.
- Chi sei, straniero? – chiese a quel punto Castore, avvicinandosi.
- Il mio nome è Menelao e vengo da Micene – rispose in un singulto il giovane, che soffriva a causa del braccio offeso.
- Menelao? – ripeté Polluce – non sarai il principe, il figlio di Atreo?
- Principe? – s’intromise Elena, guardando sorpresa e sbigottita il suo salvatore. Ecco spiegato il perché del suo portamento regale e i modi gentili e garbati con cui l’aveva trattata!
- Perdonami se non ti ho rivelato subito la mia identità – le sussurrò, accennandole un sorriso – eri già così spaventata e ho preferito che pensassi che fossi solo un semplice cacciatore.

Polluce gli tese le mano per aiutarlo a rialzarsi e il giovane accettò con riconoscenza.
- Hai salvato e protetto nostra sorella, una principessa di Sparta – gli disse – chiedi qualsiasi cosa e noi te la daremo.
- Non c’è nulla che un principe possa desiderare, se non di rivedere un giorno la fanciulla più bella del mondo – e rivolgendosi direttamente a lei, concluse – nella speranza che mi consideri un suo fedele amico.

Elena gli sfiorò il viso e si sollevò sulle punte per donargli un bacio sulla guancia arrossata dalla lotta e dal freddo.
- Lo sei – disse e, a voce più bassa, soggiunse – spero anch’io di rivederti, Menelao dal cuore di un leone e dallo sguardo splendente... mio salvatore.

 


*  *  *

 

 

Qualche anno più tardi.

 

Elena osservò dalla finestra della propria stanza gli stendardi delle varie città avanzare per le strade, dirette al palazzo dove dimorava. Accanto a lei, la sua nutrice le pettinava i lunghi capelli biondi, che si inanellavano in splendidi boccoli.

Ad un tratto, si sporse in avanti, come se avesse riconosciuto qualcosa, per tirarsi indietro poco dopo.
- Cosa c’è bambina mia? – le chiese la vecchia nutrice, interrompendo la canzonetta che stava canticchiando sommessamente – sembra che tu stia cercando qualcuno.
- Oh Maia! – rispose, rivolgendo lo sguardo appannato dalle lacrime verso la donna – i miei occhi stanno cercando lo stendardo di Micene. Desidero così tanto rivedere Menelao, ma dubito che mi sarà possibile...

Maia le baciò la fronte e le sorrise. Una ragnatela di rughe le si disegnò sul volto, che diede un cipiglio furbesco a quei tratti rovinati dal tempo.
- E chi l’ha detto, bambina mia? – le disse dolcemente, carezzandole i capelli – ti fidi di me?

Elena drizzò la schiena e i suoi occhi divennero grandi il doppio.
- Cos’hai in mente?
- Lascia fare a me, bambina mia. Dolce, dolce bambina mia! – le diede un bacio sulla fronte, poi continuò – attendi la notte e non andare a dormire. Condurrò da te quel giovane di cui, in questi anni, mi hai tanto parlato.
- Ma come farai? È impossibile che ti facciano accedere all’accampamento dei principi...

Ma la donna la interruppe con un gesto gentile della mano.
- Ti fidi della tua vecchia nutrice? Sono ancora furba come una volpe, nonostante l’età!

Elena sentì il cuore scaldarsi e si sciolse in un sorriso ricolmo di speranza.
- Certo che mi fido di te – replicò – attenderò sveglia, dunque.
- Non ti deluderò, luce mia.

 

L’attesa si rivelò oltremodo frustrante.

Elena passeggiava avanti e indietro nella propria stanza, sul pavimento lastricato, seguita solo dal frusciare leggero della propria veste candida. Si fermò, tormentandosi le mani pallide e sottili. E se Maia fosse stata scoperta? Cosa avrebbero pensato i principi? E i suoi genitori?

Con lo sguardo spaziò sul ricco arredamento della propria camera da letto. Quella stessa camera che l’aveva accolta fin dalla tenera età e che presto avrebbe abbandonato per abitare il talamo con il suo legittimo marito.

Elena si abbracciò il busto e i suoi occhi si posarono sulle bambole disposte su una mensola. Se da una parte il suo cuore era abitato dai ricordi piacevoli dell’infanzia, dall’altra era offuscato dall’incertezza del futuro e da ciò che l’attendeva in quella che sarebbe stata la sua nuova casa. Chi sarebbe stato il suo sposo? Achille, forse? O Diomede? O forse Filottete?

“Perché non Menelao?” le sussurrò una voce dal profondo dell’animo. Voce che, purtroppo, mise subito a tacere prima che potesse riaccendere i sentimenti che per tutti quegli anni aveva provato per il giovane, per colui che l’aveva salvata, e che purtroppo era stata costretta a reprimere. Non voleva illudersi: suo padre Tindaro non l’avrebbe mai data in sposa a Menelao, un principe senza Regno, per quanto valoroso potesse essere.

“E se andassi da lui, dal re, e gli raccontassi che a salvarmi la vita non sono stati solo Castore e Polluce, ma anche Menelao?” fantasticò, osservando la Luna al di là della finestra.

Suo padre non sapeva. Castore e Polluce avevano taciuto su Menelao e quando aveva chiesto loro il motivo, si era sentita rispondere che era meglio così e che una fanciulla come lei non avrebbe dovuto sapere.

Elena si abbracciò il busto nell’esatto momento in cui la porta della sua camera ruotò sui cardini e sulla soglia della stanza apparve la vecchia Maia con un lume fra le mani. Fu grazie alla fioca luce di quel lume che la principessa scorse la figura imponente di un giovane proprio alle spalle della vecchia nutrice. Appena ne incontrò gli occhi color ambra, quello sguardo così gentile che non era affatto mutato con il tempo, non ebbe dubbi: era lui!
- Menelao! – esclamò, cercando di non urlare di gioia, mentre gli andava incontro e gli stringeva le mani.
- Elena – sussurrò lui, con una voce più profonda di quanto ricordasse. Era cambiato nell’aspetto, aveva abbandonato le fattezze fanciullesche e ora sembrava un vero uomo, con la barba a cingergli il mento e i lunghi capelli bronzei a sfiorargli le spalle – quante notti ho sognato questo momento... il momento che ti avrei rivista! Iniziavo a non sperarci più.
- Oh Menelao, neanche io ti ho mai dimenticato, sai? Ho sempre pensato a te, a come stessi...

Elena prese a singhiozzare e subito portò le mani a coprirsi le labbra rosse come due boccioli di rose. Menelao allungò un braccio e le asciugò una lacrima, corrucciando le folte sopracciglia.
- Perché piangi? Non sei felice di rivedermi dopo tutti questi anni?
- Certo che lo sono – gli rispose in un singulto – le mie lacrime sono rivolte a domani, a quando mio padre sceglierà colui che dovrò sposare. E so che non sarai tu.

Inaspettatamente il principe la strinse a sé, l’avvolse con le proprie braccia muscolose e la tenne stretta. Sotto la guancia, Elena poté sentire il cuore di Menelao battere come impazzito.
- Non ancora sai, dunque – le sussurrò e, per un istante, le parve che stesse sorridendo.

Si staccò per guardarlo e, in effetti, vide un sorriso sghembo tagliargli le labbra.
- Cosa non so? – gli chiese.
- Odysseo, il principe di Itaca, ha proposto a tuo padre un patto, un giuramento, affinché non ci siano scontri né morti per averti – rispose Menelao.
- Che genere di patto?

Il giovane le prese le mani fra le sue e se le portò alle labbra, sotto gli occhi commossi della vecchia nutrice.
- Elena, sarai tu a scegliere chi sposare, così che nessuno perda l’onore in battaglia o in una gara.

Elena strabuzzò gli occhi e guardò Maia, che annuì con convinzione. Tornò a rivolgersi verso Menelao, con le lacrime che le solcavano le guance pallide.
- Davvero? – disse – sarò io a scegliere?
- Sì.

La principessa gettò le braccia al collo del giovane e, come aveva sempre fantasticato di fare, lo baciò con tutto l’amore che aveva covato in quegli anni per lui.
- Allora io scelgo te, Menelao di Micene – gli sussurrò sulle labbra semiaperte.

Menelao sorrise e la strinse con più trasporto, sfiorandole il naso con il proprio.
- Quanta fretta – rispose divertito – attendi che venga domani.
- Io non posso aspettare... portami via con te, ora, stanotte.
- Non possiamo.

Elena chiuse gli occhi e prese un profondo respiro per placare il tumulto di sentimenti che le si agitavano nel petto. Era vero, non potevano.
- Sarà una lunga notte – disse infine – mai ho desiderato così tanto che il Sole sorga!

Menelao le baciò le mani e, dopo un attimo di esitazione, le sfiorò le labbra, in un casto e dolce bacio.
- Non so cosa ci riserverà il futuro – le mormorò, abbracciandola stretta e cullandola dolcemente – ma giuro sul mio onore che ti amerò per sempre, qualsiasi cosa accada.

Elena chiuse gli occhi e si abbandonò a quel languore, dimenticandosi della presenza della sua nutrice nella stanza.
- Lo giuro anch’io, Menelao – rispose – lo giuro anch’io...

 

 

 

 

 

 

1 nome greco dell’oppio.

2 nome greco del succo dell’oppio.

 

 

 

 

Angolino dell’autrice:
Ciao a tutti cari lettori,

non so nemmeno io da dove è venuta fuori questa OS su cui ho lavorato per mesi (e nonostante questo fa schifo, me misera), ma spero vi sia piaciuta almeno un pochino.

È un bel “what if?” sul rapimento di Elena da parte di Teseo, che avvenne quando lei era ancora una fanciulla (se ve lo state chiedendo, sì, io odio Teseo per ciò che ha fatto ad Arianna).

Dato che shippo come non mai la Elena/Menelao, ho immaginato che i due si fossero già conosciuti in passato e che per questo, nel giorno della scelta fra i pretendenti, la ragazza lo abbia scelto con cognizione di causa (perdonate il giro di parole).

 

p.s.: presto tornerò su questi bei lidi con qualcosa di più corposo, forse...

 

Senza pretese,

Elly

 

 

 

 

   
 
Leggi le 4 recensioni
Ricorda la storia  |       |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Torna indietro / Vai alla categoria: Storie originali > Epico / Vai alla pagina dell'autore: Crateide