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Autore: Star_Rover    17/03/2017    1 recensioni
Nel 1934 Peter O ‘Brian, un giovane scrittore sostenitore degli ideali nazionalisti dell’IRA, decide di dedicarsi alla biografia di un soldato repubblicano morto durante la guerra civile. Ricostruendo la vita di James Connor egli ripercorre gli anni più duri e violenti della Storia irlandese e ben presto si rende conto che riportare alla luce verità destinate ad essere dimenticate non è un compito semplice.
“La neve di Dublino non è né pura né candida, è rossa come il fuoco e il sangue degli innocenti”
Genere: Drammatico, Guerra, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Il Novecento
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24. First Dàil
 

Nell’estate del 1935 tornai a dedicarmi pienamente alle mie ricerche, ormai ero diventato un ospite fisso a casa Connor. Mary mi accoglieva sempre volentieri, era ancora convinta che le mie visite fossero un bene per suo marito.
Anche il piccolo Eric cominciò ad apprezzare la mia presenza, in particolare era affascinato dalla mia macchina da scrivere. Un pomeriggio gli mostrai il suo funzionamento, lui si divertì a premere a caso i tasti e a vedere come il nastro imprimeva l’inchiostro sulla carta. Probabilmente fu così che quel bambino decise di considerarmi suo amico.
Il signor Connor invece non aveva cambiato atteggiamento nei miei confronti. Nonostante tutto per lui rimanevo soltanto uno sconosciuto che aveva deciso di ficcare il naso nella vita di suo fratello.
Pur non avendo alcuna pretesa rimasi abbastanza deluso, credevo che con il tempo Michael avrebbe almeno provato a fidarsi di me.
 
Avevo già abbastanza testimoni per portare a termine il mio lavoro. Avrei potuto accontentarmi, ma come al solito la mia curiosità mi spinse oltre.
Una mattina presi in prestito la bicicletta di Tommy e attraversai l’intera città pedalando come un pazzo. Corsi a tutta velocità per le strade di Dublino serpeggiando tra la folla e rischiando più volte di perdere l’equilibrio.
Arrivai ansimando con il volto rosso sia per il caldo che per lo sforzo. Saltai giù dalla bicicletta e camminai lungo la via tentando di ricompormi. Ero emozionato all’idea di incontrare Sean Murray, ma allo stesso tempo la cosa mi preoccupava. Non volevo ripetere la brutta esperienza che avevo avuto con il signor Walsh. Michael mi aveva avvertito dicendomi che suo zio era una persona strettamente riservata, specialmente per tutto quel che riguardava James.
Alla fine mi feci coraggio e bussai alla porta, Sean rimase perplesso dopo aver ascoltato il motivo della mia visita, ma decise comunque di farmi entrare.
Egli mi invitò gentilmente al tavolo offrendomi una tazza di caffè. Approfittai di quella situazione per osservare più attentamente il mio interlocutore. Nonostante i capelli ingrigiti e qualche ruga sul viso quell’uomo aveva ancora un’aria alquanto giovanile.
«Come ha fatto a trovarmi?» domandò guardandomi con discrezione.
«E' stato Michael a darmi il suo indirizzo»
Egli si sorprese: «era da tanto tempo che non sentivo parlare di mio nipote…» disse con aria malinconica.
«Davvero? Da quel che mi ha raccontato credevo che voi foste in buoni rapporti»
Sean abbassò lo sguardo senza dire nulla.
Per il momento decisi di non insistere, ovviamente non avevo idea di ciò che fosse successo, ma ero certo che la loro separazione avesse a che fare con la morte di James.
«In ogni caso lui la ricorda ancora con molto affetto»
Egli cambiò argomento evitando di riprendere la questione.
«Perché è venuto da me?»
«Ho deciso di scrivere di James per conoscere la verità. Per questo ho bisogno di lei»
Sean rifletté qualche istante, aveva ancora dei dubbi, ma alla fine decise di aiutarmi.
«Il Sinn Féin aveva ottenuto molto successo in quegli anni, specialmente grazie a Collins, ma le cose cominciarono a cambiare soltanto dopo l’undici novembre del 1918»
«La data dell’Armistizio?»                                               
Egli annuì: «il resto del mondo stava festeggiando per la fine di una guerra, noi invece eravamo pronti ad iniziarne un’altra»
 
***
 
Sean osservò di nuovo i due soldati appostati sul fondo della strada. Erano rimasti lì per tutta la mattina. Fino a quel momento si erano limitati a controllare la situazione da una certa distanza, ma i loro sguardi sospettosi non erano affatto rassicuranti.
«Credi che ci daranno dei problemi?» chiese l’uomo al suo fianco.
«Staremo a vedere» rispose lui tornando al suo lavoro.
Gli inglesi si avvicinarono con circospezione. Per un po’ camminarono avanti e indietro percorrendo più volte lo stesso tratto, poi si fermarono di fronte a Sean e il suo compagno squadrandoli dall’alto in basso.
«Che cosa state facendo?» chiese uno di loro con tono autoritario.
Egli gli mostrò un volantino, il militare glielo strappò sgarbatamente di mano. Si trattava di un manifesto elettorale del Sinn Féin.
L’inglese stracciò il foglio gettandolo a terra: «andate via, non potete stare qui»
Sean si impiantò sul marciapiede fissandolo con aria di sfida: «le elezioni di dicembre riguardano noi irlandesi, voi non avete il diritto di intromettervi!»
I soldati rimasero perplessi scambiandosi un’occhiata confusa. Dopo qualche istante di indecisione tornarono ad alzare la voce per intimorirli.
Sean non esitò a controbattere a parole, ma quando loro esibirono le manette come unica alternativa non poté far altro che rassegnarsi. Gli inglesi confiscarono tutti i volantini rimasti, così furono costretti ad allontanarsi a mani vuote e a testa bassa. I soldati avevano anche chiesto i loro nomi, egli aveva scelto di non mentire per non peggiorare la situazione, inoltre non credeva di avere ragioni per temere la legge.
 
Quella sera Sean sussultò sentendo qualcuno bussare alla porta, per un attimo temette che gli inglesi fossero venuti a cercarlo, ma subito realizzò che quei battiti erano troppo deboli e delicati per essere quelli di un militare.
Egli si rialzò di scatto e attraversò in fretta in corridoio. Arrivato all’ingresso si sorprese di ritrovarsi davanti ad Anne.
«Come mai sei qui?» chiese invitandola ad entrare.
Lei esitò mantenendo lo sguardo a terra: «io…volevo chiederti se sapessi qualcosa di James…»
Sean la guardò con compassione, quella ragazza sembrava un uccellino ferito, così fragile e spaventata.
«Mi dispiace, ma non ho più avuto sue notizie» rispose tristemente.
Anne si limitò ad annuire senza aggiungere altro.
Egli avrebbe voluto rassicurarla, ma preferì non illuderla con false speranze.
«Anche io ho sofferto per la partenza di James. Pur non condividendo le sue scelte non ho mai smesso di preoccuparmi per lui» disse avvicinandosi.
Lei poggiò la testa sulla sua spalla in cerca di conforto.
Sean l’accolse tra le sue braccia, in quel momento si rese conto di non essere davvero così forte quanto credeva. Aveva sempre pensato di poter affrontare tutto da solo, ma anche lui aveva bisogno di aiuto.
Entrambi rimasero a lungo in silenzio, stringendosi l’uno all’altra e condividendo lo stesso dolore.
 

James contò gli ultimi soldi rimasti, doveva trovare un lavoro al più presto, non aveva intenzione di chiedere denaro a suo fratello.
In quel momento Jackie e Padraic entrarono nella sua camera, il primo sbatté la porta con irruenza, l’altro invece aveva un’espressione estremamente seria sul viso. James non sapeva ancora che cosa fosse successo, ma questo bastò a farlo preoccupare.
Donovan gli mise un pezzo di carta tra le mani.
Egli l’osservò rapidamente: «di che si tratta?»
«E’ una lettera di denuncia. Ci sono i nomi di tre nostri compagni, sai dove sono loro adesso?»
Lui scosse la testa ripiegando il documento.
«Li hanno rinchiusi nelle prigioni del Castle, tra pochi giorni saranno condannati!»
James non capì: «in che modo questa storia ha a che fare con noi?»
«L’uomo che ha scritto questa lettera è una spia, abbiamo ricevuto l’ordine di disfarci di lui» spiegò Jackie.
Egli restò impietrito, nell’udire quelle parole un brivido gli percorse la schiena.
«Hai già avvertito gli altri?»
Donovan scosse la testa: «ho pensato che questo compito fosse adatto a voi. Mi sarei unito volentieri, ma domani usciranno i risultati delle elezioni e non ho tempo per questo»
James si voltò verso Padraic, il quale era rimasto impassibile. Sapeva che quel momento sarebbe arrivato, volevano metterlo alla prova.
«E’ ora di iniziare a fare sul serio» l’avvertì Jackie lasciando la stanza.
 
 
La notte seguente James si ritrovò a camminare tra gli stretti e intricati vicoli della città. Mancava meno di un’ora al coprifuoco, la luce fioca dei lampioni era un debole faro tra la nebbia e le tenebre. Egli si mise le mani in tasca sfiorando il freddo metallo della Browning, stranamente quel contatto servì a rassicurarlo.
Padraic si fermò davanti alla porta di un locale, i due entrarono e si sistemarono in un angolo isolato iniziando a guardarsi intorno.
James notò un uomo seduto vicino alla finestra. A prima vista sembrava una persona normale, era solo con una sigaretta tra le labbra e un boccale di birra poggiato sul tavolo.
Osservando meglio egli intravide la pistola sporgere dalla sua giacca.
«E’ lui?» chiese senza distogliere lo sguardo.
Padraic annuì con finta indifferenza.
Attesero ancora qualche minuto, il tempo necessario a far sì che la stanza si svuotasse. La poca gente rimasta era radunata sul lato opposto della sala, nessuno avrebbe prestato attenzione a loro.
Entrambi si scambiarono un rapido cenno d’intesa, poi si rialzarono avvicinandosi lentamente al loro obiettivo.
Padraic si sedette di fronte a lui mentre James gli premette la pistola contro la schiena.
L’inglese non si mostrò sorpreso, probabilmente sapeva già di esser stato scoperto. Si lasciò sfilare l’arma dalla tasca senza reagire e rispose con calma alle loro domande. Confessò di aver scritto quella lettera, ma quando provarono ad estorcergli informazioni nemmeno le minacce si rivelarono utili. Pur essendo consapevole della sua sorte imminente non sembrava affatto spaventato.
Alla fine Padraic gli ordinò di alzarsi, lui obbedì in silenzio. James seguì ogni suo movimento tenendo la pistola puntata.
I tre uscirono dal retro ritrovandosi in un vicolo buio e deserto. In lontananza si udirono i cupi rintocchi di una campana, era appena scoccata la mezzanotte. James spinse l’inglese contro il muro obbligandolo a voltarsi e si allontanò di qualche passo stringendo l’arma tra le dita.
Il suo compagno gli pose un’ultima domanda: «hai ancora qualcosa da dire?»
«Voi non avete idea di quello che state facendo, non riuscirete mai a sconfiggere l’Inghilterra…»
Nel momento in cui terminò la frase James premette il grilletto. L’eco dello sparo tuonò nella notte.
Egli abbassò la pistola restando immobile con gli occhi lucidi e le mani tremanti. Era come se il tempo si fosse fermato, James sentì le forze abbandonarlo, dovette poggiarsi al muro per non crollare in ginocchio sul marciapiede.
Padraic lo riportò alla realtà strattonandolo per la manica: «avanti, dobbiamo andarcene da qui prima che arrivi qualcuno!»
Lui osservò un’ultima volta il cadavere accasciato al suolo, poi corse via scomparendo nell’oscurità.
 
Più tardi James ritornò alla locanda, il locale era pieno di repubblicani euforici per i risultati delle elezioni. Il Sinn Féin aveva vinto, settantatré seggi su centocinque.
Egli però non era in vena di festeggiare, sentiva ancora le mani macchiate di sangue. Facendosi spazio tra la folla si diresse verso il tavolo di Jackie.
«Padraic mi ha detto che è andato tutto bene» esordì lui soddisfatto.
«Sì, non abbiamo avuto problemi» rispose James freddamente.
 «Qualcosa non va?»
«No, niente…» mentì.
«Sei sopravvissuto alla Somme, di certo non è stato il tuo primo omicidio» commentò Jackie offrendogli un bicchiere di whisky.
Egli rifiutò: «in guerra era la paura a costringermi ad uccidere. Stanotte sono stato io a decidere»
Donovan scosse le spalle: «hai fatto quel che era giusto»
«Ho fatto quel che era necessario» precisò prima di andarsene.
 
James salì le scale di corsa, incontrò Flynn nel corridoio, ma lo superò senza nemmeno rivolgergli la parola. Ignorò la sua voce quando lui provò a richiamarlo e si rintanò nella sua stanza richiudendo la porta a chiave.
Egli ripose la Browning sul comodino e si sedette sul letto con la testa tra le mani. Rimase in quella posizione rannicchiato contro lo schienale per un tempo che gli parve infinito, era sul punto di scoppiare in lacrime, ma ciò non accadde.
Alla fine si rialzò, aprì un cassetto ed iniziò a cercare finché non estrasse una fiala di vetro.
James si preparò una dose un po’ più abbondante del solito, quasi si rammaricò nel pensare che Sean non avrebbe potuto rimproverarlo per questo.
Egli tornò a distendersi sul materasso sfilando delicatamente la siringa dalla pelle. Pian piano sentì i muscoli rilassarsi, emise un lungo sospiro e finalmente dopo tanti tormenti riuscì a chiudere gli occhi.
 
 
Per qualche giorno non ricevettero più alcuna notizia. James non era tranquillo, temeva che fosse accaduto qualcosa. Robert era sempre puntuale con le sue lettere.
Quella mattina era rimasto solo con Jackie, stavano ancora discutendo sugli ultimi eventi quando ad un tratto sentirono qualcuno battere freneticamente alla porta.
Donovan sbirciò dalla finestra riconoscendo la figura di Haley. Subito si affrettò ad aprire.
La ragazza raggiunse il centro della stanza tremando per l’agitazione.
«Che cosa è successo?» chiese James.
«De Valera è stato arrestato insieme agli altri membri del partito»
Egli si allarmò: «hanno preso anche Collins?»
«No, lui è riuscito a fuggire»
Jackie batté un pugno sul tavolo: «hanno rinchiuso in galera il nostro parlamento? A questo punto spero che a Londra abbiano abbastanza celle per imprigionare l’Irlanda intera!»
James rimase perplesso: «perché hanno fatto una cosa del genere? Il Sinn Féin ha vinto le elezioni, non c’è niente di illegale in questo»
Donovan rifletté qualche istante, poi tornò a sedersi con un amaro sorriso sul volto: «l’Inghilterra sta iniziando ad avere paura di noi»

 
   
 
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