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Autore: Lettere sussurrate    17/03/2017    1 recensioni
- Uccelli neri come quello lì? - Igor imitò suo nonno, puntando lo sguardo nel cielo sconfinato. Indicò il volatile che si mimetizzava nell'oscurità grazie alle sue piume cineree.
Il nonno aguzzò l'occhio stanco e invecchiato, poi annuì lentamente. Ora poteva vederlo anche lui.
- Sì, piccolo. Proprio come quello lì. Questa specie di uccello si chiama corvo. -
Genere: Drammatico, Horror, Introspettivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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~- Dai, nonno! Me l’avevi promesso ieri sera!-

Il vecchio sospirò in segno di rassegnazione.
Un sorriso divertito si allargò sulle sue labbra screpolate.
Guardava il piccolo infante che sbatteva le manine paffute contro i bordi del vecchio tavolo rovinato dagli anni trascorsi, irrequieto e tenace ad ottenere i particolari della storia che gli aveva promesso la sera precedente.
Il pargolo sembrava una carica di dinamite pronta ad esplodere da un momento all'altro, ma il nonno non si fece ancora corrompere. Seduto su una sedia a dondolo che faceva scricchiolare le lastre di pavimento al di sotto di essa, non disse nulla e si limitò ad osservarlo al chiariore arancione di una fiammella tremolante, in quella mite serata d'Autunno che faceva piovere foglie secche. Rifletteva.

- Raccontami di quella volta contro l'uomo nero, nonno! Che aspetto aveva? Cosa faceva alle persone? Gli occhi? Di che colore erano gli occhi?- E il bambino accatastò un interrogativo sull'altro, per nulla demoralizzato dai silenzi enigmatici della vecchia guardia, anzi, maggiormente incuriosito dal motivo che la portava a tacere. I suoi occhi guizzanti di vivacità brillavano come smeraldi alla luce scialba della lampada ad olio al centro del tavolo. Erano dello stesso colore del suo papà, di un verde foglia pulsante di vita.
 Quella piccola peste dal caschetto biondo era la fotocopia del suo genitore, adesso che l'anziano lo inquadrava meglio. La tenaglia della nostalgia gli strinse il cuore. Quanto avrebbe dato per riavere indietro gli anni felici da giovane padre, fatti di aquiloni nel cielo azzurro e spruzzi di acqua limpida nel lago in cui giocavano. Quando tutto il suo mondo era intatto, gioioso.

- I tuoi genitori non ti permetteranno di tornare da me, se gli dici di questa storia.- 
aveva ribattuto debolmente il nonno.
La voce roca e profonda mascherava un impercettibile divertimento.
 Igor non voleva proprio saperne di andare via a mani vuote, e la cosa risultava quasi comica! Il nipotino aveva avanti a sè una promettente carriera giornalistica: se l'anziano avesse potuto guadagnare un dollaro per ogni domanda ricevuta in merito alla famosa "avventura nel bosco", a quell'ora si troverebbe baciato dal sole di Miami con una rinfrescante bibita esotica ad alleviare il torpore dei raggi solari ed uno yatch di lusso che galleggia pigramente sul pelo dell'orizzonte marittimo. Soldi e ricchezza, pensò rattristito. Quelli che avrebbe barattato volentieri per dimenticare.
Alzò gli occhi deboli verso il giovane interlocutore.
Perchè continuare a mantenere quel segreto per se? Erano passati sessanta, tormentati, lunghi anni da quando aveva giurato di non rompere la tranquillità del paese con la realtà disarmante degli eventi successivi alla comparsa del mostro.
 Aveva portato quel fardello infernale tutto da solo, ma adesso era sulla soglia degli ottantacinque anni, i polmoni devastati dal vizio del fumo e i dolori muscolari portati dall'età avanzata. Era un passo dalla fossa.
Non ce la faceva più.


- Mamma non lo saprà mai! Giurin giurello!- strillò vivace Igor, un sorriso di trionfo gli decorava il viso tondo e colorito. Evidentemente aveva colto l'ombra di rassegnazione che passò per un istante sul viso dell'anziano stempiato, ed ora cantava vittoria, pronto a godersi le vicissitudini passate del suo caro parente.
- E' una...uhm... promessa solanna!- Incrociò le piccole dita della mano in un gesto impacciato che suggellò la segretezza del racconto. Quella manina contorta strappò una fragorosa risata al nonno dalla folta barba bianca, che non potè fare a meno di trovarla esilarante assieme al modo in cui distruggeva le parole.
- Si dice solenne, piccola carogna!- lo ammonì, nel tremore convulso della sghignazzata.


Il silenzio penetrante della sera era rotto dalla vivacità del nipotino ed il divertimento del nonno. I due chiacchieravano sotto il portico scarsamente illumato di un abitazione dallo stile architettonico vittoriano, costruita decenni addietro da chissà quale antenato della famiglia Green. Per il resto del quartiere regnava un assenza di suono assordante; l'odore dei boschi selvaggi a poche miglia dal centro abitato era forse l'unica fragranza che filtrava dalla brezza inconsistente.
 La zona era una squallida fotografia opacizzata dal buio. Di tanto in tanto un corvo solitario sorvolava il tetto a spiovente dell'abitazione. Il suo gracchiare occasionale faceva accapponare la pelle.
L'ottantenne placò le risa e alzò il mento alla volta celeste, un mantello nero impreziosito dal barlume lontano delle stelle, alla ricerca del rapace scuro.

- Sai, si dice che gli uccelli neri portino disgrazia e sfortuna a chi li vede. -

- Uccelli neri come quello lì? - Igor imitò suo nonno, puntando lo sguardo nel cielo sconfinato. Indicò il volatile che si mimetizzava nell'oscurità grazie alle sue piume cineree.
Il nonno aguzzò l'occhio stanco e invecchiato, poi annuì lentamente. Ora poteva vederlo anche lui.

 - Sì, piccolo. Proprio come quello lì. Questa specie di uccello si chiama corvo. -

- Corvo?- ripetè il bambino scandendo con attenzione ogni singola lettera.
Aveva l'aria assorta, mentre guardava il volo dello iettatore. Quell'espressione ipnotizzata lo fece sorridere di nuovo: nonostante fosse una persona burbera e di poca compagnia (la mamma di Igor poteva confermarlo e persino il papà era della medesima opinione, nonostante gli fosse figlio) la maschera di "Signor Odioso" cadeva irrimediabilmente, quando il nipotino dagli occhi verdi passava a trovarlo.
"Mamma, sai che il nonno è una persona gentile?"
"Certo, Igor. E lo sai che Hitler amava i cesti di fragola e le passeggiate in compagnia degli ebrei?"
Ma andava bene così, non dovevano credergli per forza. Dopotutto era il loro segreto.
Il pargoletto dei Green voleva molto bene al suo vecchio. I due erano incatenati da un amicizia pura e sincera fatta di aneddoti, giochi e non erano mancati neanche i momenti di confidenza in cui si scambiavano segreti e storie.
Il vento leggero frusciava fra le foglie secche degli alberi nei boschi e una pallida falce di luna timida li spiava dal riverbero delle nuvole. Il corvo non volava più, si era appollaiato su una staccionata bianca che divideva la fiancata decrepita della casa da un altra abitazione più nuova e accogliente.
 L'uccellaccio sembrava fissarli con quel suo sguardo torvo e agghiacciante, ed entrambi lo ricambiarono: Igor con un occhiata di meraviglia e divertimento, l'ottantenne con un espressione indecifrabile, qualcosa che giaceva nel confine fra la rabbia ed il terrore.
Philip Green distolse lo sguardo dall'animale e mirò altrove gli occhi parzialmente coperti dal velo della cataratta, poi si voltò verso suo nipote. Al diavolo la segretezza! Al diavolo!

- Quella volta...- cominciò l'anziano, ed anche Igor distolse l'attenzione dall'uccello funebre per girarsi verso la voce arrocchita.
- .. il cielo rosso del crepuscolo pullulava di corvi. Quei dannati hanno davvero l'inclinazione a mostrarsi dove ci sono male e corruzione, e fidati, figliolo, che il nostro paese stava per diventare l'habitat ideale per chi cercava di dare una macabra svolta alla propria vita.- Philip si interruppe, il volto rugoso a contemplare le mattonelle annerite che iniziavano avanti all'ingresso. Si tastò la tasca sinistra dei calzoni e ne estrasse una confezione rovinata di Chesterfield ed una scatola malconcia di fiammiferi.
Igor era silenzioso come una statua, mentre suo nonno si portava la stecca di tabacco spento all'angolo delle labbra livide.
- Prima di quella sera, Arkville è sempre stato un posto accogliente e tranquillo. A stento compare sulle cartine, tanto che è piccolo. Gli abitanti del posto ed i turisti occasionali andavano a pesca sulle rive del fiume limpido che scorre sul lato ovest del villaggio, proprio come fanno anche oggi.-
- Ci sono stato anch'io. Una volta presi un pesce gigante con papà!- lo interruppe Igor, le iridi scintillanti che gioivano al solo ricordo della battuta di pesca.
- Ma che bravi.- Philip sorrise di nuovo. Sfregò la testa rosata del fiammifero sulla superficie ruvida della confezione ed una debole fiammella arancione sfavillò per un istante; l'accostò alla punta marroncina della sigaretta ed inspirò il fumo denso che gli corse nei polmoni. Si era imposto di non fumare in presenza dei bambini per non renderli soggetti al fumo passivo, ma in quel momento necessitava di farlo più di ogni altra cosa. I ricordi ancora lo sconvolgevano.

- Ma la pace del posto era destinata a scomparire, così come la spensieratezza delle persone che vi vivevano. - riprese, il fumo che gli usciva dal naso come i vapori di un treno che sbuffava.

- Perchè?-

- Perchè quella sera arrivò l'uomo nero.-

Il corvo, che fino a poco fa li scrutava sinistro dalla staccionata sul quale era appollaiato, spiegò le ali cineree e si librò nel cielo.
Il suo crocidare raggelò il sangue di entrambi.


I ricordi del nefasto passato affiorarono subito, come un cadavere gonfio che riemerge dalle acque puzzolenti di una palude stagnante. Un memento nascosto agli occhi altrui, eppure sepolto sotto la melma. C'era. E gli ricordava con un ghigno selvaggio.
 Philip avrebbe voluto cancellare quella memoria come se fosse una pagina della sua vita scritta a matita, ma sapeva bene che le parole erano state scarabocchiate con il sangue indelebile della violenza.
Sangue.
Non vi era alcun rimorso in ciò che era stato fatto per preservare l'integrità del suo paese natio e dei cari che lo abitavano.
Non c'era altra alternativa. Lui e Jacob l'avevano cercata ricorrendo al buon senso dell'intelletto, ma non si può trattare con i mostri; avidi e deformi come i figli di un insetto.
Allora fu catapultato nel passato, a quella tragica serata di Ottobre in cui lui e alcuni uomini del villaggio decisero di affrontare l'abominio il giorno stesso in cui era entrato a devastare la normalità delle loro vite.

Il crepuscolo colorava di arancione i lineamenti severi degli uomini, adunati sul retro della casa di Henry che affacciava sul sentiero nel bosco. Spirali di fumo da sigarette si levavano al sole tramontante. Il gracchiare dei corvi strideva nell'aria come una costante onnipresente: quella sera, come già raccontato al nipotino, il cielo pullulava di uccelli.
- Non sappiamo se ce ne sono altri come lui, in giro per i boschi.- azzardò Francis, il più giovane fra loro. La sua affermazione spezzò il silenzio meditativo della riflessione di gruppo. Radolph Carter, un uomo grassoccio e impacciato dalla camicia ed i calzoni sporchi di olio per motori, aveva la fronte imperlata dal sudore freddo e balbettava cose incomprensibili che avevano a che fare con il lezzo pestilenziale che emanava il Nuovo Arrivato. Era talmente spaventato dalle circostanze che sembrava stare in un universo a parte.
- Il ragazzo ha ragione.- acconsentì Henry in tono funebre, dopo aver inspirato una profonda boccata di fumo dalla stecca di tabacco. Gli altri membri della riunione si pronunciarono con un mormorio di approvazione. Persino Philip, che se ne stava in disparte con il suo amico Jacob, concordava con la deduzione di Francis.
- Bisogna estirpare il problema dalla radice.- continuò poi l'uomo di mezza età, un sorriso privo di gioia si dipinse sul suo volto rasato.
- Non possiamo scacciarlo e basta, potrebbe tornare con altri suoi simili e le cose peggiorerebbero per tutti. L'unica soluzione che vedo...- scosse il capo, poi fissò i presenti. Gli occhi erano determinati e la sua voce apparve quasi inquietante, quando pronunciò il da farsi.
- ... è quella di ucciderlo. -

- Starai scherzando?!- sbottò Carter con gli occhi che rischiavano di scappargli dalle orbite. La voce ansimante ed il tremore nelle parole, esprimeva meglio di chiunque altro la paura che provava. Ognuno di quegli uomini, a modo proprio, tremava all'idea di un confronto diretto con l'incubo scuro.
-Insomma... l'hai visto? Cazzo, tu sei pazzo. E' alto il doppio di un uomo normale e sono sicuro che ha il triplo della tua forza. Ti spezzerà il collo come un legnetto. Porca merda, col cazzo che lo facciamo. Dobbiamo chiamare lo sceriffo. - Radolph si asciugò il sudore gelido dalla fronte e si passò il palmo grassoccio sulla testa calva, infine parve calmarsi.
Gli altri membri della riunione tenevano basso il loro sguardo. Cani bastonati dal cuore pieno di vergogna, tentavano di celare l'opinione concorde con le parole del grassone per paura di essere giudicati privi di coraggio.
Henry non si scompose minimamente e non degnò di uno sguardo il meccanico in carne, limitandosi ad espirare altro fumo dalla sigaretta con tutta la tranquillità del mondo. Gli occhi assorti guardavano il bosco che si stendeva dinanzi a loro.
Poi parlò.
- Nessuno di voi è costretto a darmi ascolto. Chi si rifiuta di seguirmi è libero di tornare a casa, non vi giudico se avete paura. Quella cosa putrida e schifosa sembra merda vomitata da altra merda, ed il nostro amico obeso non dice il torto: il mostro è più forte di noi e la mia idea potrebbe essere un suicidio bello e buono. Ma vi prego di tenere in considerazione che bisogna fare qualcosa prima che sia troppo tardi, e con la maggioranza numerica e l'effetto sorpresa abbiamo ottime probabilità di scavare una tomba a quell'oscenità nera e puzzolente. Sapete bene che lo sceriffo non può fare nulla. Quindi non vi chiedo di restare, se preferite tornare da dove siete venuti.-
Altri mormorii, poi fu silenzio. Il fruscio dei calzoni sgualciti ed il succedaneo strascichio di piedi che abbandonavano la decisione, testa china e sguardo vuoto.
 A restare furono in pochi, ma quei pochi bastarono. David, Jacob, Henry e Francis: quattro corpi di carne viva che non si erano sottratti alle responsabilità della loro terra. Sguardi di un fuoco tremante, ma pur sempre fuoco. Henry fissò i tre ragazzi con un espressione indecifrabile, poi gettò la sigaretta fumante e la spense con la punta della scarpa.
- Adesso vi dico come faremo.-

Successe.
La tenebra della notte calò come una mantella corvina, avvolgendo di scuro il villaggio addormentato. I quattro uomini scivolarono nel buio sia come prede che predatori, coni di luce fendevano l'oscurità impenetrabile per discernere il pericolo dal resto della strada. Esplorarono ogni angolo del villaggio con i nervi saldi e pronti a tutto, determinati ad andare fino in fondo alla faccenda. Non importavano le conseguenze delle loro azioni, non importava se la bestia abominevole li avebbe fatti a pezzi senza il minimo sforzo: nella tranquillità della notte bruna ed il sussurro del vento che li toccava, gli uomini proseguirono nella ricerca, accompagnati dal desiderio di difendere i propri cari e loro stessi.
Le strade erano calme e dormienti. Non c'era anima viva. L'improvvisato plotone di ricognizione stava per rivalutare la propria decisione e tornare da dove era venuto, ma un fruscio sospetto della vegetazione nella foresta di pini li spinse ad addentrarsi fra gli alberi antichi. Imboccarono il sentiero, la luce conica delle torce che spianava il loro percorso spazzando via il buio.


 Gli aghi di pino scricchiolavano sotto i passi furtivi degli uomini, occhi gialli di gufo spiavano dall'alto di un ramo sporgente, un lupo solitario dedicava il suo ululato agghiacciante alla luna testimone.
Gli abitatori di quelle terre selvagge non cessavano di pronunciarsi nella notte; insetti, uccelli e solo dio sa cos'altro si aggirava nell'oscurità, bubolavano, gracidavano e talvolta si sfogavano in urli bestiali e grotteschi di smisurata intensità. Ad ogni passo sul sentiero la vegetazione si faceva più fitta e minacciosa: orrendi rami si allungavano come artigli minacciosi, graffiando le giacche degli ospiti sgraditi. Il cielo costellato scompariva gradualmente dietro il fogliame degli alberi più arcani. La foresta li stava divorando lentamente come un boa che allarga la bocca squamata per digerire un bambino soffocante.
La paura, silente mietitrice, aveva preso anche i più impavidi.
I fasci di luce conica cominciarono a tremare. 


- Voglio andare a casa. Qui non troveremo nulla.- sussurrò il più giovane fra tutti, nel caos della fauna che strillava.

 -Shhh.- Uno scricchiolio di passi furtivi alle loro spalle.
 Era lì. Non stava scappando, aveva teso loro una trappola. Il mostro li aveva condotti nel buio più profondo della foresta per ucciderli senza che nessuno potesse aiutarli. Era così, e gli uomini lo sapevano bene. La bilancia che decretava la loro posizione, ora poneva dalla parte della preda. La mostruosità nera emerse dal fogliame. Occhi spenti brillarono per un istante alla luce artificiale della torcia, e in quei muti istanti di terrore e contemplazione Philip e gli altri ebbero il tempo di guardare. E videro la pelle nera, tanto nera da confondersi con il buio, tanto blasfema da emanare un puzzo nauseabondo proveniente da continenti di incubo; e videro la sua immensa statura da gigante mangiauomini, il corpo antropomorfo e tuttavia orrendamente sproporzionato; e videro le sue zampe anteriori che si alzavano verso l'alto, simili a mani umane ma troppo grandi per essere tali; e videro le zanne gialle nello stesso momento in cui l'essere spalancò la bocca putrescente, in un espressione di furia e cieco terrore; e avvertirono il sentore rivoltante della sua anima macchiata.

  Gli uomini si resero conto che non era mai stata la paura. Oh, no. Non era affatto la paura. Forse avevano temuto per i loro cari nel timore che il mostro potesse fare loro del male... ma in quel momento, illuminato dalla luce argentata, Henry e gli altri sentivano qualcosa di diverso. 
All'unisono impugnarono fucili e pistole, mirando al mostro. Philip sparò per primo e gli uomini lo imitarono svuotando i caricatori anche dopo che il corpo senza vita cadde sul tappeto di aghi di pino e foglie secche come un sacco di patate.

 E fu silenzio. Il fragore dei proiettili cessò. Philip ed Henry si accostarono al cadavere orrendamente crivellato, poi si accesero una sigaretta.
Fissarono la loro opera con soddisfazione e autocompiacimento. 

 - Lo schifoso è andato.- pronunciò solenne Francis alle spalle dei due, sporgendosi fra le loro teste per contemplare il massacro.

 


Il pargoletto dei Green annuì soddisfatto. La sua curiosità era stata finalmente colmata. Nonno Philip sorrise, ma un ombra oscura velava le sue labbra.  

- Quindi l'avete ucciso e siete sicuri che sia morto? Di solito i mostri non muoiono così facilmente e poi...- mormorò ancora dubbioso il piccolo Igor, inarcando lievemente il sopracciglio biondo. 

 - Sì, è vero... - lo interruppe l'anziano. Prese una boccata di fumo dalla sigaretta e rigettò fuori la nube grigia. Un ghigno malato gli incorniciò il viso anziano. 

 - ...ma ti assicuro che quel negro di merda ha avuto ciò che si meritava.-

   
 
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